Ho fatto delle foto a collage mettendo insieme più scatti per riuscire ad ottenere più risoluzione ed allo stesso tempo simulare un grandangolo più estremo.

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Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Sono trascorsi più di cinquant’anni dalla pubblicazione di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale”; era il 1941, l’Italia era in guerra e Giovanni Descalzo aveva trentanove anni; sarebbe morto dieci anni dopo, nel 1951.
In questo periodo il libro è quasi sparito dalla circolazione; le poche copie rimaste sono conservate da alcune biblioteche e dagli estimatori dello scrittore sestrese.
Questa riedizione è stata resa possibile dalla passione di una di loro, la professoressa Franca Bacigalupo, che meritoriamente custodisce in originale o in copia buona parte dell’opera di Descalzo e che mi ha incoraggiato alla lettura di questo autore.
Il presente lavoro è quindi nato sotto i buoni auspici di un rapporto di amicizia e di collaborazione che nel tempo si è esteso ad altre persone; vorrei citare in particolare la professoressa Ilaria Descalzo – figlia di Giovanni – che ha accolto e sostenuto con entusiasmo l’iniziativa di ripubblicare “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale”.
La produzione letteraria di Descalzo, scrittore operaio di Sestri Levante, è stata vasta e diversificata. Egli amava soprattutto la poesia, alla quale si dedicò con passione come testimoniato dalle numerose raccolte pubblicate: da Uligine (1929) a Risacca (1933), Paese e mito (1938), Variazioni (1947).
La necessità di integrare le entrate derivanti dal lavoro di operaio lo spinse a ricercare collaborazioni giornalistiche, raccolte poi in buona parte in “La terra dei fossili viventi: viaggio in Australia” (1938), “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale” (1941), “Le Cinque Terre” (1942).
Vasta fu anche la produzione di racconti per i ragazzi, i quali avevano spesso come tema comune il mare ed il mondo della navigazione: fra i titoli principali “Al lungo Corso: Racconto Marinaro” (1943), “Antonio da Noli” (1943), “Sotto coperta” e “In coperta” (1944), “Bacciga il mozzo: romanzo peschereccio” (1946), “Buba Scala il nemico dei negrieri” (1951).
Descalzo pubblicò anche raccolte di prose liriche, fra le quali “Interpretazioni” (1934) e “A volto di fiore” (1948) ed i romanzi “Esclusi” (1937) e “Tutti i giorni” (1950).
La ripubblicazione di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale” non risponde ad un criterio interno alla produzione di Descalzo.
Piuttosto, nella scelta di quest’opera è stata determinante la ricchezza di informazioni folkloristiche, etnografiche, storiche relativa ad un’area geografica circoscritta – la Liguria orientale – ma non eccessivamente ristretta.
Le escursioni di Descalzo furono da lui raccolte in sette sezioni, ordinate in base ad un criterio geografico.
La prima è dedicata al comprensorio di Sestri Levante; in seguito, Descalzo visita il golfo di La Spezia, sale verso il passo di Cento Croci e Borgotaro (terza parte), descrive le valli di Vara e del Magra e la Lunigiana.
La quinta parte dell’opera descrive il chiavarese; il percorso si snoda in val di Sturla, val Graveglia, val Fontanabuona.
Le ultime due parti sono relative l’una alle chiese ed ai santuari dei golfi Tigullio e Paradiso, l’altra alla costa a ponente della provincia di La Spezia.
Questo patrimonio rischiava di scivolare nell’oblio, come avviene per gran parte dell’immensa produzione libraria del diciannovesimo e del ventesimo secolo.
Per garantire una maggiore fruibilità del testo si è preferito trascriverlo interamente su supporto informatico invece di realizzare una copia anastatica.
Questa scelta ha comportato un maggiore impegno lavorativo; la riedizione ha richiesto quasi due anni.
Per rendere scorrevole la lettura e garantire la massima fedeltà alla prima edizione gli errori tipografici ed alcune forme di difficile comprensione presenti nell’originale sono stati corretti, indicandolo nelle note quando necessario.
La ricchezza delle citazioni e dei rimandi di Descalzo ad autori ormai poco conosciuti suscita la curiosità del lettore; le note bibliografiche forniscono una prima risposta, tuttavia si consiglia di seguire la narrazione di stampo giornalistico riservando magari ad un secondo tempo la lettura degli approfondimenti.
Al testo sono stati aggiunti gli indici dei nomi e dei luoghi; un contributo rilevante alla fruizione dell’opera anche perché spesso i titoli dei capitoli non rimandano intuitivamente alla località descritta.
La scelta di un piccolo editore, se da un lato è stata ovviamente determinata da considerazioni di carattere economico, è anche testimonianza di come attualmente sia possibile a chiunque – sia pure un privato od una piccola associazione – portare avanti un proprio progetto culturale, anche attraverso lo strumento principe della pubblicazione di un libro.
In conclusione, desidero ringraziare il professor Duilio Citi, ricercatore confermato presso il Dipartimento POLIS della Facoltà di Architettura dell’Università di Genova, ed il professor Francesco Dario Rossi, poeta e scrittore, collaboratore della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova, per le prefazioni che hanno scritto per questa edizione. I loro contributi illustrano efficacemente alcuni aspetti chiave di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale”.
Duilio Citi ha inoltre realizzato tutte le fotografie che compaiono nel volume, escluso il ritratto di Giovanni Descalzo; sono immagini di grande valore documentario ed artistico catturate in diversi anni di ricerche sul territorio.
Ringrazio l’ingegner Pier Angelo Moretto, presidente dell’Associazione Culturale del Genovesato, per l’entusiasmo con il quale sostiene le numerose iniziative intraprese dal nostro sodalizio.
A vario titolo hanno contributo a questo volume anche Marco Bo, Luigi Ceffalo, don Mauro Gandolfo, Lazzarin Ghio, Paolo Gianelli, Mario Massucco, fratel Elio Osler, Federico Ravagli, don Paolo Romeo, Fabrizio Smeraldi, Pier Angelo Smeraldi, Alberto Sturla, Giulio Traversaro.
Un particolare ringraziamento a Pietro e Riccardo Barotti per le preziose ricerche che svolgono tempestivamente e meticolosamente nell’archivio storico della diocesi di La Spezia, Sarzana e Brugnato.
Per comprendere le caratteristiche di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale” di Giovanni Descalzo è illuminante la “giustificazione” posta dall’autore come premessa al testo.
In essa lo scrittore avverte che si tratta di una raccolta di articoli illustrativi, pubblicati per la maggior parte nel “Giornale di Genova” e da lui lasciati intatti nell’originale spontaneità con cui erano stati scritti nella prima stesura. Raccolta quindi volutamente non omogenea, ma antologica, di elzeviri dedicati a località e a santuari della Liguria orientale, dal Golfo del Tigullio a quello di La Spezia. Il libro, pubblicato nel 1941, è costituito da articoli scritti nel decennio precedente, con “abbondanza minuziosa di particolari, carattere di cronaca e scorrevolezza discorsiva”.
Descalzo, con l’umiltà e lo spirito di autocritica che sempre lo contraddistinguono, ci presenta con tali parole gli aspetti salienti del volume.
“Abbondanza minuziosa di particolari”: egli si sofferma sulle località e sulle chiese descritte, accompagnando il lettore come una guida attenta e scrupolosa, facendolo orientare e soffermare fra strade, ciottoli, boschi, baie e insenature, alla ricerca di luoghi che accendano la fantasia e la curiosità.
“Carattere di cronaca”: gli articoli raccolti sono “cronache” di passeggiate dell’autore nella sua Liguria, nelle sue vallate. Anche i fatti narrati non possono evidentemente assumere le dimensioni e lo spessore di un discorso storico e scientifico, ma sono chiari e semplici cronache, la cui lettura non può essere appesantita da discorsi troppo eruditi e complessi.
“Scorrevolezza discorsiva”: proprio perché si rivolge al pubblico eterogeneo dei lettori di giornali, di livelli culturali diversi, lo scrittore usa un linguaggio piano, discorsivo e facilmente comprensibile.
Descalzo ha quindi avvertito i lettori dei limiti intrinseci ad una raccolta di questo genere. E, ripeto, lo ha fatto con grande umiltà.
Sta a noi cogliere la perizia artistica e la poesia insita in molti di questi brani.
Ad esempio, nelle pagine iniziali dedicate alla sua Sestri Levante, la prosa ha un afflato lirico ed una icasticità di linguaggio degna dei migliori elzeviristi del tempo (Baldini, Cecchi, Ometti, ecc.). Si coglie chiaramente l’intensità emotiva del poeta che si trasfonde in periodi di pregevole “prosa d’arte”.
È la “prosa d’arte” tipica degli scrittori appartenenti alla rivista letteraria “La ronda”, alla “Fiera letteraria” di Umberto Fracchia. Una prosa raffinata, quasi rarefatta, che in poche nitide pagine raccoglie l’ispirazione lirica. È quella “prosa d’arte” che dai detrattori, a partire da Borgese nel 1922, fu definita “calligrafica”, cioè più attenta alla nitidezza della forma che al contenuto.
Noi, che viviamo nella civiltà dell’immagine e dell’ipercomunicazione, abituati ad una prosa asciutta ed essenziale, che non ha più il compito di far vedere figure e di far sentire suoni al lettore, all’inizio possiamo avvertire un po’ stucchevole e pleonastica tale prosa, ma, se riflettiamo sulle funzioni che per i lettori di allora avevano gli articoli di giornale raccolti in questo libro, ne possiamo apprezzare la ricchezza di immagini e di suoni.
Possiamo dire che tutto il libro è scritto in una prosa che a tratti si avvicina al calligrafismo, alla “bella pagina”. Tuttavia non possiamo valutarlo secondo i canoni contenutistici, che pongono al centro di ogni scritto soltanto i rapporti tra letteratura e società. Questo rapporto naturalmente varia da individuo a individuo e cambia a seconda delle impostazioni ideologiche.
In realtà in queste belle pagine vibrano la coscienza morale e la fisionomia artistica di Giovanni Descalzo, i suoi sentimenti e affetti. Si può capire l’uomo e la sua arte, leggendone lo stile, e, nello stile, si ritrova l’uomo. Un uomo ricco di sensibilità, in cui palpitano i profondi nessi tra arte e vita.
Bene ha fatto quindi l’Associazione del Genovesato a proporre una ristampa di questo libro, in cui ritroviamo i colori, i profumi, i suoni della nostra terra e la grande sensibilità di uno scrittore che li ha saputi interpretare e comunicare.
Salvare una raccolta di articoli illustrativi, iniziata da oltre un decennio, può apparire presuntuoso. Conviene quindi giustificarsi prima che il lettore rilevi le ripetizioni, l’abbondanza minuziosa dei particolari, il carattere di cronaca e la scorrevolezza discorsiva che mal s’intona coi volumi riordinati e messi a punto per truccarli da libri omogenei, fusi e compiuti in ogni loro capitolo. Sarà facile scoprire che la maggior parte degli avvenimenti sono stati superati. Talune persone, anzi molte delle principali figure, sono scomparse e non poche delle opere per cui il pezzo è stato scritto hanno avuto compimento.
Giunto l’invito a raggruppare queste corrispondenze da chi ama la nostra regione, ho ricordato il suggerimento di Giorgio Pini che le avrebbe viste volentieri unite in una guida sentimentale dei Santuari, delle vallate e delle calanche liguri. Apparse sul “Giornale di Genova” in buona parte nel periodo in cui egli diresse il quotidiano, fu per suo stimolo che percorsi passo passo la Liguria di Levante e presi passione alle piccole scoperte storiche, alla raccolta delle leggende che si vanno sperdendo, ai costumi e alle tradizioni intime del nostro popolo.1
Condiviso con entusiasmo il proposito degli amici, mi son venuto accorgendo che un lavoro di aggiustatura e di tagli, di aggiornamento e di ritocchi, avrebbe deformato il carattere spontaneo degli scritti.
Alla sfiducia che l’autocritica continua a crearci quando si tratta di mettere le mani in lavori giovanili, s’è venuta poi sostituendo una iniziale indulgenza per la documentazione precisa, per la messa a fuoco diretta di impronte, episodi, aspetti ben determinati della nostra gente, quali solo di possono assommare appunto in lavori di indole varia, dove è possibile coglierli all’impensata, in atteggiamenti e prove che sarebbe altrimenti difficile riprodurre senza una ancora più arida forma espositiva.2 Ed è per questa considerazione che l’indulgenza per gli evidenti difetti è stata possibile, e il libro s’è formato mantenendo tutto il sapore primitivo dei pezzi.
Se il lettore saprà perdonarla, non dispero avergli indicato itinerari nostrani ricchi di poesia per l’appagamento del comune bisogno di conoscenza e d’amore verso la nostra regione.3
G.D.
Sestri Levante
Estate 1941 – XIX.
1 Giorgio Pini, (1/02/1899 - 30/03/1987), scrittore e giornalista, fu direttore e caporedattore di vari giornali, fra i quali il “Corriere Mercantile” di Genova, “Il Popolo d’Italia” ed il “Resto del Carlino”. Fu sottosegretario agli Interni della Repubblica di Salò.
2 “una ancora” compare nel testo originale. In varie occorrenze, in seguito non più segnalate, Descalzo non usa la forma apostrofata dell’articolo indeterminativo femminile anche quando esso compare davanti a parole che iniziano per vocale.
3 La versione originale di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale” contiene le fotografie in bianco e nero di alcuni quadri, non incluse nella presente edizione. Fra queste, una non ha didascalia, per cui non è stato possibile attribuirla ad alcuno; le altre opere sono:
Antonio Discovolo “Vendemmia nelle Cinque Terre”, Orlando Grosso “Pian di Mare”, Piero Marussig “Paesaggio”, Enrico Paulucci “S. Lorenzo della Costa” e “Vele sul Golfo Tigullio”, Lino Perissinotti “Zoagli”, Emanuele Rambaldi “Entroterra di Sestri Levante” e “Pini a Zoagli”, Q. Saccarotti “Paesaggio ligure”, Alberto Salietti “I pini alle Grazie” e “San Salvatore dei Fieschi”.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Su l'isolotto appena congiunto alla terra da un esile istmo di sabbia emergente solo nella calma più assoluta, regnava una inquietudine ben giustificata. La Repubblica di Genova aveva fatto costruire in alto la grande fortezza, ben provvista di ogni arnese guerresco ed equipaggiata per resistere a qualunque assedio, ma la popolazione in parte ancora poco raccogliticcia, poco avvezza a sostenere l'assalto di navi barbaresche, non si sentiva molto al sicuro in mezzo al mare.
Le milizie inviate da Genova parevano forze irrisorie, insufficienti a proteggere la popolazione e a difendere la fortezza, ed erano appunto esse che destavano viva preoccupazione per le ultime notizie recate e per le continue segnalazioni fra un promontorio e l'altro, misteriose per i più, che vedevano in esse i segni di chissà quali diavolerie, mentre non erano che le comunicazioni ininterrotte con la lontana città, dalla quale ricevevano ordini e trasmettevano informazioni.
L'arrivo di qualche fusta, in perlustrazione lungo la riviera, accresceva l'orgasmo, per la celerità con cui approdava e ripartiva, lasciando sempre nell'incertezza gli estranei, e inoltre i due galeoni, a ridosso dell'isolotto, completamente nascosti per chi giungeva dal largo, gettando l'àncora nella calanca di ponente avevan finito per far presumere cose gravi.1
Un ordine del Podestà obbligò tutti gli uomini rimasti, dai sedici ai sessanta anni, a mettersi a disposizione della Repubblica. Furono armati alla meglio e pur potendo continuare la loro consueta attività, dovettero considerarsi mobilitati e pronti ad ogni evento. Gran parte dei marinai erano già imbarcati sulle triremi di Genova e all'ansia per la loro sorte si aggiungeva ora la preoccupazione per gli avvenimenti che si prevedevano in casa. I pescatori, nucleo più importante della popolazione, non potevano spingersi oltre le cale prossime, sempre in vista della fortezza, pronti a salpare e tornare a ridosso non appena fosse apparsa in alto la bandiera bianco-crociata di giorno, o vampate intermittenti di notte.
La popolazione dell'isoletta era quanto di più vario si potesse mettere insieme tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo. Pochi gli aborigeni, tutti pescatori e marinai; la maggior parte dei nuovi venuti, contadini o artigiani, erano discesi dalle vallate vicine attratti dal miraggio di una vita tranquilla, per sfuggire alle persecuzioni dei signorotti o agli scherani dei feudatari. La Repubblica garantiva a tutti uguali diritti e protezioni, offriva lavoro e possibilità di guadagni, per cui attorno alla fortezza era subito sorta la cittadina operosa e varia.
Dal colle vicino, di fronte a l'isola, il paesetto si era trasferito anch'esso al sicuro ed era venuto a costituire il nucleo organizzato che dava anima a tutte le iniziative. Era quel borgo quanto di vivo restava, nel nome arcaico e in qualche tradizione, dell'antichissima Tigullia, una delle tante città di cui non si ricorda che il nome, sorgente sopra un poggetto in fondo alla piana alluvionale. Dopo la distruzione, la popolazione era stata trucidata, fatta prigioniera o dispersa. I pochi fuggiaschi però, ritornati più tardi alla loro terra, ricostituirono un borgo in località più protetta, sistemandosi sulla collina a ridosso dell'isolotto.
Le leggi della Repubblica amalgamavano lentamente quella varia popolazione e una intensa attività di traffici con l'entroterra e con i borghi delle riviere recava ricchezza a quanti vi si dedicavano, stimolando tutte le attività.
Oltre la grande fortezza che costituiva l'acropoli, vigile su tutti i versanti dell'isola, una cinta di mura massicce proteggeva l'abitato, su cui dominava, acuta, la bella stele del Tempio, non sontuoso ma ricco ed austero, officiato da un clero indigeno, sorto dal popolo e quindi fedelissimo alle tradizioni e alle costumanze locali.
Dopo due giorni di sosta uno dei galeoni salpò e su l'imbrunire prese il largo mentre l'altro era messo in assetto di battaglia. Un nuovo ordine impose a chi non era atto a combattere di tenersi pronto per un eventuale trasloco nella fortezza con tutte le vettovaglie.
Le tre porte della cittadella si chiusero dopo aver tirato dentro anche le barche da pesca e lungo i bastioni e il fossato cominciò la veglia febbrile che prelude al combattimento.
A una certa ora della notte, al largo si videro ondeggiare vampe e si udirono gli scoppi e i crepitii che i brulotti producevano sotto le poppe delle navi colpite. Le vampate delle vele e del sartiame davano bagliori vividi, accrescendo l'ansia in chi vegliava e destando terrore nei pavidi che assistevano alla scena dalle feritoie.
Non era ancora cessato il combattimento che un vento impetuoso sollevò le onde turbinando con le nubi sul mare. La flotta dei combattenti subì la pressione dei venti e fu trascinata lontana per cui non fu più possibile seguire alcuna fase del duello da terra.
Le vedette dovettero vigilare più che mai quando all'alba partì anche l'altro galeone, affrontando la tempesta, e sotto il caligo del cielo fatto ostile, non fu più possibile scorgere nessun segno di minaccia o di vittoria.
Passò la seconda notte nella stessa ansia, senza che nulla si avvistasse e il secondo giorno ancora sotto il tempo minaccioso, sinché nella terza notte i misteriosi segnali che tanto avevano sgomentato gli abitanti si videro apparire da più parti sui promontori, suscitandone altri sul mastio.2
Le vampate intermittenti avvertivano da levante che l'armata genovese aveva sbaragliato e disperso la flotta barbaresca, impedendo ogni sbarco ed ogni saccheggio e che le navi della Repubblica, parte rifugiate in Lerici e in Portovenere, parte a ridosso di altre calanche, aspettavano il buon tempo per ritornare in porto.
Allo scoppio di giubilo che tale messaggio provocò, nemmeno le rigide milizie restarono estranee: affannate prima alla difesa, ora mettevano ogni impegno a tramandare messaggi e a tradurli alla popolazione perché ne gioisse.
I sacerdoti, nella stessa notte, illuminarono il tempio per un solenne Te Deum di esultanza e indossati i più preziosi indumenti iniziarono col sacro ostensorio una spontanea processione di ringraziamento.
Il popolo e i soldati, ancora impacciati nelle armi, si munirono di ceri e di torce e procedettero osannando lungo le viuzze della cittadella, tra le case, sotto la fortezza, lungo le mura. Alcuni pescatori spalancarono le porte e il corteo procedette lungo le marine, discendendo fin sulla spiaggia per benedire il mare che mugghiava ancora.
Alcuni di quelli che erano innanzi, illuminarono ad un tratto un oscuro relitto. Fecero lume con molte torce e scopersero adagiato nella rena, in parte sepolto, un grande crocefisso nero che le onde ancora lambivano carezzevolmente.
La processione si arrestò. Preso da meraviglia e da stupore il popolo si chinò come di fronte a un segno divino e i sacerdoti, sollevato il Cristo, invocarono la benedizione, e lo trasportarono quindi al tempio tra il commosso giubilo.
Per giorni e giorni fu un continuo osannare e ringraziare il Signore perché il segno della grazia era evidente. Ogni nuova notizia, ogni nuovo messaggio, confermava il prodigio, sia nei particolari del combattimento vittorioso, sia nelle notizie fornite dai prigionieri che avevano rivelato il proposito degli assalitori di depredare la riviera.
Quasi tutti gli arruolati tornarono e qualcuno narrò le fasi della battaglia navale, l'inseguimento della flotta nemica, l'incendio, la dispersione.
Di tutta la flotta genovese fu narrato che una sola nave, spintasi temerariamente fra le avversarie, fu circuita e non poté essere soccorsa. Un particolare eroico si narrò di essa. Quando vide ormai perduta ogni possibilità di salvezza, il capitano, slanciatosi a prua, con la scure staccò a gran colpi la sacra polena per affidarla alle onde, non volendo che fosse catturato né che si inabissasse con la nave, il simbolo della redenzione che aveva inalberato sul suo legno, in omaggio alla sua fede.
***
L'isolotto lentamente congiunto alla terra ferma per le costanti alluvioni del torrentello che sfociava quasi di fronte, munito di fortezza e cinto di mura, poteva considerarsi una delle più sicure cittadelle che la Repubblica di Genova avesse lungo la riviera, scaglionate come sentinelle vigili per la sicurezza dei traffici.
Il borgo, attivati i commerci con l'entroterra verso l'Emilia, ove si avviavano carovane di muli per gli scambi attraverso i paesi meno impervi, veniva crescendo e sviluppandosi di continuo. Appena l'istmo, che le alluvioni consolidavano di continuo, cominciò ad apparire abbastanza solido da poter consentire il passaggio tra l'isolotto e la terra ferma in ogni stagione, qualcuno dei più audaci mercanti pensò di trasferire i suoi fondaci nel colle di prospetto, per aver maggiori comodità di lavoro.
Questo primo tentativo di ritorno fuori delle mura, al di là del vecchio canale interrato, sul colle ove primitivamente era sorto il borgo, avendo dato origine a una cospicua frazione, indusse ad altre opere di difesa con torri e incoraggiò ad uscire dalla cerchia alquanto scomoda, sebbene sicura, anche molti altri. Le incursioni barbaresche s'erano fatte più rade; la navigazione, dopo che Genova domate le più temibili rivali aveva preso il possesso dei mari, era sicura, per cui in quell'atmosfera di tranquillità, ognuno pensò di poter, con maggior comodo e migliori mezzi, provvedere al suo lavoro.
Sugli spalti delle mura o sulle torri qualcuno eresse la propria casa signoreggiante sopra le altre. Le vecchie porte arrugginite decaddero, il fossato fu ridotto ad orto e solo qua e là, arcate ridipinte, frammenti di bastioni, resti di mura divenute contrafforti, indicarono la cerchia entro la quale la cittadella era vissuta stretta ai suoi forti per necessità di difesa.
Cresciuta la popolazione qualcuno propose di erigere un'ampia chiesa, proprio nel piano, ove il mare ormai non arrivava più nemmeno con le spume nelle furiose libecciate novembrine. La località era degna del Tempio e sarebbe stata anche per l'avvenire lontano il centro della futura città, ma lungo la riviera, ai vecchi feudatari, si erano sostituiti altri padroni, assai più gretti ed avidi e, peggio ancora, pieni di avarizia e di pregiudizi.
Nobilucci di tutti i ranghi, eredi di mercanti arricchiti o di prestatori di denaro che avevano facilmente contrattato un titolo, per imitare i signori che andavano rendendo Genova "la Superba" costruendosi fastose ville nelle colline circostanti, s'erano accaparrati le località migliori frodandole alla repubblica con maneggi, carpendole con raggiri notarili, estorcendole ai villici con tutti i mezzi legittimati o meno, in uso nel tempo passato. Anche il terreno destinato alla chiesa destò la cupidigia di qualcuno di costoro che lo ritenne ideale per il proprio palazzo, sicché il Tempio fu eretto ai piedi della penisoletta, su alte fondamenta perché il mare non vi irrompesse.
La vecchia chiesa romanica dell'isolotto ove aveva pregato l'antico popolo marinaro venerandovi anche la Madonna del buon viaggio, quando la parrocchia fu trasferita nel nuovo tempio vasto e sontuoso, lentamente rimase deserta. In uno dei suoi altari vi era il Santo Cristo, una rozza scultura primitiva, anatomicamente imperfetta, con le braccia stese sulla croce in modo che quasi apparivano aggiunte posteriormente. Tutta la sublime espressione del Cristo era concentrata nel volto veramente doloroso. L'artista, ancora così inesperto nella tecnica della scultura, aveva però saputo infondere tanta espressione in quel volto che i fedeli non potevano mai guardarlo senza commuoversi e sentirsi turbati.
L'origine di quella immagine lentamente veniva dimenticata. Chi più ricordava d'aver sentito dai nonni la leggenda del ritrovamento sulla riva dopo notti di ansia e di tempesta? Parve una fola anche perché le aggiustature ulteriori e l'addobbo sull'altare, non potevano ormai farlo apparire quello che doveva essere: la Polena di una galea.
Quando si trattò di trasferire nel nuovo tempio le feste e le tradizioni dell'antico, i pochi isolani rimasti fedeli alle casupole cadenti entro l'angusta cerchia, si strinsero attorno al vecchio sacerdote, custode ultimo della chiesa, e non consentirono che il santo Cristo fosse rimosso.
Nel nuovo Tempio, sorretto anche dai nobilucci acclimati nella zona, fieri di apparire munifici come i signori ai quali si ispiravano, innalzandosi in tutti gli angoli lapidi e busti, si istituirono nuove funzioni, si diede inizio a feste diverse, trascurando prima e dimenticando poi, le tradizionali. Lentamente gli ultimi custodi delle memorie antiche, scomparendo, non trovarono a chi rimettere la loro eredità. La antica chiesa rimase lungamente chiusa e allora i massari della nuova pensarono di giovarsi degli arredi migliori per arricchire quella che fioriva sempre maggiormente.
V'erano in vecchi guardaroba indumenti sacri sui quali molto si era favoleggiato. Erano stati donati un giorno da un capitano che navigava di continuo con la sua feluca in mari lontani, e di cui non si era mai conosciuta l'attività vera, ignorando a quali traffici accudisse.
Il munifico donatore non aveva dato nessun ragguaglio sulle loro origine né più era tornato in patria dopo il dono. I tessuti finissimi, i passamani di alto pregio, la nobiltà dei disegni, dicevano l'opera di mano maestra. A petto di quelli rozzi usati in paese, apparivano raffinati e degni di rivestire i dignitari di qualche cattedrale. Vi era stato allora chi, avendo navigato sulle coste della Spagna, pretendeva riconoscere tali preziosi arredi come propri di alcune basiliche catalane, e insisteva sulla rassomiglianza, avendo Genova non molto tempo prima condotto un assedio su Maiorca, ed apparendo già usati, come potessero essere di provenienza dubbia.
Ogni cosa deteriorabile dal tempio romanico passò alla nuova chiesa, così l'antica, sempre maggiormente isolata e negletta, decadde. Un giorno essendo state notate rovine anche al tetto e non avendo i mezzi per ripararlo, qualcuno propose di ritirare ogni segno di culto per non esporlo all'ingiuria degli elementi, ed anche il Santo Cristo, del quale si erano dimenticate ricorrenze e festeggiamenti, fu tolto dall'altare e passò in un magazzino presso la sacristia, tra vecchie casse, legni muffiti, statue rovinate, ex voto deteriorati, lampade logore e oggetti consunti e inutilizzabili.
Quanto rimase avvilita tra quei relitti la nobile effigie del Cristo già inalberata con tanti onori sulle galee e accolta con adorazione sugli altari? Quasi del tutto dimenticato anche da chi perpetuava nel ricordo le memorie delle antiche sagre, il Santo Cristo rimaneva solo nel culto dei naviganti, che continuavano a fissarne l'effigie a bassa prua, tra i bagli delle rozze navi, sia che si avventurassero nell'oceano raggiungendo le nuove terre affidati agli Alisei, sia che partissero per le stagioni di pesca sulle coste dell'Africa, allora meno infide che ai nostri giorni, non essendovi leggi insidiose per i coraggiosi e gli intraprendenti.
Nel nuovo tempio si pensò un giorno di ampliare un altare per collocarvi una statua e arricchirlo di candelabri e di stucchi. Essendo necessario invadere il magazzino per approfondire il loculo, questo venne sgombrato. Con tutti i resti tarlati di legname logoro fu tratta anche la croce. Un canonico sacrista, coadiuvato da un chierico, quando la rinvenne, vedendola così malandata pensò di spaccarla e darla alle fiamme per toglierla a peggiori avvilimenti e da ciò nacque il fatto che riportò il Santo Cristo agli onori antichi, rinnovati ogni anno con crescente fervore.
Il popolo pretende ricordare le pietose parole del sacerdote: "Per Cristo ti adoro, per legna ti spacco", detto quasi a giustificazione del suo gesto. Quando fu alzata la scure, quale persona vivente, fu vista la Santa Effigie aprire gli occhi e fissarli con sguardo addolorato sugli incauti, miracolo mite e sublime, monito contro le molte deviazioni e le molte dimenticanze.
1 Nel testo originale “àncora” è scritto accentato in questa occorrenza ed in altre successive non segnalate in nota.
2 Il testo originale riporta “sinchè” invece di “sinché”.
In generale, l’accento acuto è quasi sempre sostituito dall’accento grave; si trova quindi “perchè” invece di “perché”, “nè” invece di “né”, “sè” invece di “sé”, “anzichè” invece di “anziché”, “dacchè” invece di “dacché”, ecc. Di seguito le correzioni non sono segnalate.
“Sestri Levante è una delle più belle spiagge del mondo”.
Se fossimo noi a dirlo potremmo giustamente essere accusati di campanilismo. Ma perché non valerci di una definizione – facendo per la prima volta i modesti tanto fuori luogo – quando ci giunge fresca fresca da l’alto, firmata da quel giramondo che conosce certo Mestieraccio come pochi altri e ha fatto perno proprio a Sestri per il suo vademecum gastronomico ligure? Non si potrà rimproverare a Paolo Monelli di aver dato una semplice occhiata ai punti cardinali più importanti del globo, quindi teniamoci l’affermazione come vera e difendiamola, tanto più che siamo pienamente d’accordo.1
“Il bello di Sestri è questo: che sulla riva accanto ai bagnanti stanno i pescatori; e stanno in secco gozzi e latini e i belli e grandi leûdi, velieri d’alto bordo, bravi a prendere l’altomare con ogni vento, che vanno per vini a l’Elba (a Ischia, in Sicilia e in Grecia) e per formaggi in Sardegna, e, non sono molti anni, bordeggiavano per acciughe sulle coste d’Africa. Barche di lusso, paiono, tanto sono lucide, di bei colori, ben tenute, sì che animano pittorescamente la spiaggia senza darle quell’aria meschina di altre rive peschereccie. E basta levi il maestrale, o giunga annuncio d’affari o d’avventura, ecco i leûdi gettati a mare partire per l’alto con la grande vela, scoppiante; e al ritorno sono racconti concitati, di corse, d’incontri, di buone e cattive fortune”.2
Proprio così; il bello di Sestri sta appunto nella sua capacità di conciliare sulle sue rive antichi palazzi patrizi e tuguri di pescatori, grandi alberghi, villette borghesi, giardini e pavesate di reti d’ogni sorta sui muricciuoli, lungo i viali, tra le barche e le case, ovunque è possibile trovare spazio, senza che il quadro, sempre vario e mutevole, perda armonia, colore e vita.
Chi sente parlare di Sestri però spesso immagina una rada ingombra di capannoni, irta di montacarichi, di gru, di staccionate, rumorosa per l’incessante rotar di macchine, tamburellar di ribattitrici, martellar di magli. Qualche superba mole di transatlantico, vertebra con vertebra in quei cantieri, con trabeazioni metalliche gigantesche, simboleggia l’operosità incessante delle officine, e soltanto chi conosce la Riviera sa ben distinguere tra questa Sestri e l’altra, la minore e nostra, la riposante e serena, adagiata in fondo al Golfo Tigullio per chiuderlo con l’arco perfetto della sua spiaggia di ponente; e ne conserva ben altro ricordo.
Sestri Ponente, ormai parte di Genova, prende il nome dalla sesta pietra miliare oltre la Superba. Sestri Levante, ultimo mandamento della stessa provincia e il più vasto Comune dopo il capoluogo, è l’antica Segesta Tigulliorum. Come il tempo abbia deformato il bel nome di Segesta in quello dubbio di Sestri è difficile stabilirlo con esattezza. Dante nel diciannovesimo canto del Purgatorio fa dire a Ottobuono Fieschi, divenuto Papa Adriano V:
Intra Siestri e Chiavari s’adima
Una fiumana bella, e del suo nome
Lo titol del mio sangue fa sua cima.
Siestri la nomina ancora il Petrarca e l’aggiunta di Levante fu necessaria dopo, quando da Sextum sorse l’altra Sestri.
La nostra Segesta Tigulliorum conserva nel nome il ricordo della antichissima Tigullia, città che, come molte altre le quali non ebbero nella storia importanza capitale, dopo la decadenza dovuta forse a invasioni, scomparve lasciando incerti anche gli studiosi su l’esatta ubicazione. Alcuni storici antichi la indicano a cinquanta miglia tra Lerici e Genova per cui si può sostenere l’ipotesi che sorgesse sul colle di Trigoso – ove non mancano tracce nel terreno e nel nome – sopra Riva Trigoso, operoso borgo industriale del Comune di Sestri Levante, per il quale vale la descrizione di cantieri, gru e scali, chiuso dalle due punte di Manara e delle Baffe, e che si vorrebbe sempre sonante di ribattitrici e di macchine in moto come nei tempi più fiorenti.3 Una carta del 1430 alla Laurenziana di Firenze, segna Tigullia appunto presso quella zona.
Il nome di Segesta col quale viene indicata Sestri Levante da Plinio il giovane e da Strabone, ricorda la Segesta sicula di cui restano ora soltanto le meravigliose vestigia, facendo pensare a una emigrazione forse dopo che Siracusa la distrusse; e a ciò induce anche il nome di Lerici per l’identità etimologica della montagna che sovrasta Trapani, presso Segesta, e accomuna le due città nell’origine.
A chi giunge da Genova, uscito dalla galleria di S. Anna, la penisoletta di Sestri Levante appare come un’antica nave favolosa tenuta all’ormeggio dal breve istmo. Il mare la circuisce ancora quasi per intero e viene a lambire le due rive sabbiose, mollemente, placando ogni furia contro le scogliere che proteggono i golfi.
Le case si spingono dalla piana dell’ampia valle, sul mare, tra i giardini, e si susseguono lungo l’istmo risalendo alla penisoletta in una varietà pittoresca. Su questa, oltre il nucleo dell’antico borgo e delle nuove costruzioni, tutto è levità: l’ex villa dei marchesi Piuma, cui si sono aggiunti i celebri castelli, già Gualino, tra meandri verdi, boschetti, labirinti, viottoli pensili tra gli elci, le eriche ed i ginepri; una indescrivibilmente ricca varietà d’aspetti cui la presenza costante dell’azzurro marino che tutto circonda, dà riflessi, luci e riverberi di fata morgana e di irreali trasparenze, la caratterizza. S. Nicolò, in alto, la chiesina romanica, alza la lancia della sua cuspide come una nota acuta, simbolo aereo di questa piccola terra che in giornate di maestrale pare appunto sospesa sullo smeraldo delle onde. È in questa chiesina, allora isolana, che è sorta la narrata leggenda del S. Cristo, polena sacra condotta a riva dal risucchio e venerata dal popolo che prepara ogni anno con solennità, tra l’agosto e il settembre, la sagra di devozione.
Ancora visibile, se pur molto trasformata, è la fortezza che la repubblica genovese eresse nel 1200 a protezione della cittadella, dalla quale scendevano le alte mura in cui erano aperte le tre porte tutt’ora in piedi, e che ospitò fino a pochi anni or sono, il vecchio cimitero. Chi ricorda il bel fortino rossiccio affacciato con aria ormai sonnacchiosa e indulgente sul golfo maggiore, non può che rimpiangerne l’inconsulta distruzione.
I due golfetti formati dall’istmo alluvionale, hanno aspetti e caratteristiche diverse. Quello di levante è un po’ “La baia del silenzio”. È come un cratere etrusco, con l’ansa dentellata di scogliere: le case si specchiano nel cobalto, nessuna via rumorosa corre lungo la riva sabbiosa ove le barche contendono lo spazio ai bagnanti d’estate e dove in inverno le onde sono signore. La mole della Punta Manara avanza nel Tirreno con dirupar di scogliere varie, di grotte, punte e calanchette, coperta sul dorso dalla più profumata flora mediterranea. Una strada sale alla chiesetta dei Cappuccini che ha innanzi un’altana dalla quale tutto il Golfo Tigullio si spiega nella sua ampiezza. Questo luogo di raccoglimento e di contemplazione amato da Byron è mèta di poeti e di pittori che ogni giorno vi si recano a rinnovare e ritemprare le loro ispirazioni.
Il golfo di ponente è quello che già descrivemmo con parole di altri. Dalla strada che raggiunge il molo, venendo verso il caseggiato, appaiono la spaziosa piazza della chiesa e la vasta marina. Chi conosce la località, quando conduce in visita un amico, ha cura di recarlo in questo punto per procurargli una sorpresa. Dopo avergli fatto osservare attentamente il Golfo Tigullio, dal simo di Portofino che lo chiude a ponente giù giù a Paraggi, S. Margherita, Rapallo, Zoagli, Chiavari, Lavagna e Cavi, sino alle rocce a strapiombo di S. Anna, ordina un dietro-front improvviso. Il visitatore che ha ancora negli occhi la visione del mare nell’esteso golfo, tra una casa e l’altra lo rivede scintillare a pochi passi e non può trattenere un moto di meraviglia.
Da qui la sera, alla partenza per la pesca, è uno sciamare di vele latine in tutte le direzioni. Sul viale i palmizi sventagliano come fontane vegetali, riuniti al parco, il più ricco della riviera levantina. Dalle terrazze marine e dagli alberghi, dalle case dei patrizi e dai ritrovi mondani, tra il verde, si spandono musiche che con mollezza estiva carezzano chi passeggia e ama fondere per la gioia e il riposo serale, richiami d’arte e bellezza di paesaggio.
1 Il riferimento è a Monelli Paolo, “Questo mestieraccio”, Fratelli Treves, Milano, 1930.
Descalzo usa la scrittura analitica delle preposizioni articolate (“da l’alto” invece di “dall’alto”) in varie occorrenze in seguito non segnalate.
2 I gozzi sono piccole barche a remi da pesca o da diporto, sui quali è possibile armare una vela.
I leudi sono imbarcazioni a vela latina dall’albero inclinato in avanti, di lunghezza massima intorno ai quindici metri. I tre tipi più diffusi erano impiegati per il trasporto del vino (“vinacceri”), della sabbia (in dialetto genovese “sorairi”) e del formaggio (“formaggiai”). Date le dimensioni contenute, il leudo poteva essere issato sulla spiaggia a braccia o con l’argano.
Descalzo usa alternativamente le grafie “leûdo” e “leudo”, ed il sinonimo “liuto”.
Il “latino” è un’imbarcazione a vela latina (triangolare) di dimensioni intermedie fra quelle dei gozzi e quelle dei leudi; non esiste una tipologia ben definita.
3 Il testo originale riporta “traccie” invece di tracce. Di seguito ho sostituito “spiagge” “frecce”, “piogge”, “marce”, “rinunce”, “gocce” agli originali “spaggie”, “freccie”, “pioggie”, “marcie”, “rinuncie”, “goccie”.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Tra gli undici e i quindici anni ho posseduto una delle più belle ville della Riviera. Avevo così piena coscienza del possesso che, quando dovetti rinunciarvi, rimasi a lungo risentito della privazione e mi parve sempre d’aver subito un sopruso. Ecco forse perché, quanto avvenne più tardi in quella mia porzione di paradiso, di mutamenti, di variazioni e trasformazioni, mi trovò accanito denigratore, critico feroce, avversario inconciliabile.
Il mio possesso era pressoché assoluto. La villa, per tre quarti cinta dal mare, sulla penisoletta di Sestri Levante che chiude a oriente il Golfo Tigullio con la parentesi perfetta dell’istmo su cui stende una delle sue marine, era sempre disabitata. I Marchesi Piuma venivano sì e no qualche mese d’estate, proprio nella stagione in cui lo stupendo parco non attraeva, perché le scogliere nel solleone erano il regno preferito.
Il miracolo di questo meraviglioso possesso avveniva nel modo più semplice. Come garzone di Angiolino, figlio del vecchio fattore dei Marchesi, compiuto il dovere di spazzare la piccola libreria e di imparare a racappezzarmi nelle cose della minuscola tipografia, acquistavo il diritto, o meglio, il privilegio, di avere in tasca la chiave di una certa porticina di servizio attraverso la quale entravo nella Villa Piuma più comodamente che dalla cancellata, evitando perfino le occhiatacce del Valle – l’unico colono – il quale mi scambiava volentieri coi monelli invadenti, da prendere a sassate.
Mi godevo solo il possesso favoloso. Quando a marzo l’erica è tutta una fiammata e spande un intenso profumo di mandorlo-miele, m’adagiavo a guardare stupito il boschetto intersecato di viali oziosi, tanto più meravigliato inquantoché soltanto là questa pianta è lasciata crescere spontanea sino ad altezze imprevedute, e riempie il cielo di fronde compatte che negano la luce e la visione del mare alle basse erbe, rassegnate e tisicuzze. V’era un pino contorto sopra la rupe della Latina che il vento frustrandolo aveva fatto aderire alla roccia scoscesa.1 Sui suoi rami, per amore di vertigine, era bello far l’altalena. La Torretta – semaforo, nel cocuzzolo più alto della collina ove Marconi piazzò poi le rastrelliere contro le quali si impigliano anche le onde cortissime, sperimentando le ultime realizzazioni del suo genio – era vuota e umida.2 Sopra un tavolo, in una specie di conca da bucato, v’era un numero inverosimile di biglietti da visita con i nomi più ostrogoti che abbia mai letto, taluni dei quali poi, allo scoppiare della guerra, divennero esecrati a molti orecchi latini. Sotto a una certa lavagna, posta ai piedi della Torretta, – piccolo segreto – esisteva un bicchiere che consentiva di attingere acqua alla cisternina, dono che gli amici, ammessi ogni tanto, dopo ore di corse, gradivano più di qualsiasi nuova meraviglia.
A proposito dei compagni, un po’ per vanità, un po’ per non farli crepare di invidia, finivo ogni tanto per condurveli, imponendo discipline severissime che però non venivano sempre osservate. L’attrattiva maggiore degli amici, inutile indagare perché, era il Forte, nel quale speravano sempre scoprire qualche vecchio cannone. Questo fortino del ’500, piantato a vigilare l’isola, quando forse era ancora tale, smessa l’aria protettrice, s’era addormentato quieto quieto nella sua veste rossiccia, colle sue scolte e i suoi pinnacoli decorativi, indifferente persino al concerto dei ranocchi moltiplicatisi entro il cisternone che custodiva nel ventre. Fu proprio contro i suoi muri insensibili che Perassitto un giorno scaricò un pistolone rubato al nonno antiquario, facendoci scappare per due ore e allarmando tutti i “preposti” di vigilanza sul litorale.3
Bando alle nostalgie. L’ex Villa Piuma un giorno si svegliò messa a soqquadro da alcune centinaia di operai che la frugarono in tutti i cantucci. Chi demolì – e il bel fortino che pompeggia ancora come torre minore nello stemma del paese, fu la prima vittima – chi trapanò la roccia, chi scavò, chi eresse e tornò a demolire per innalzare ancora… Fu per qualche anno un cafarnao incomprensibile. Il genio o il demone, o uno e l’altro insieme (difficile distinguere!) del denaro, dopo avere scoperto d’improvviso il tesoro di bellezza semi ignorato, s’incapricciò di aumentarne il fascino, di accrescerne le attrattive, di moltiplicarne le suggestioni.4
Gru gigantesche issarono dalla strada sottostante, colonne, capitelli, stipiti, archi, d’ogni materia, d’ogni stile, d’ogni età. Sorgevano muri arcigni che poi ricadevano per risorgere diversi, entro i quali, mosaico incomparabile di raffinatezze e di anacronismi insieme, venivano provati, adattati e poi chiusi definitivamente, gioielli provenienti da badie cristiane o conventi buddisti, da fortilizi medioevali o edifici bizantini, da scavi egiziani o babilonesi.
L’antica fortezza genovese, posta come l’acropoli a dominio del borgo e vigilata dai morti come molte ancora delle fortezze liguri ridotte a cimitero, vide emigrare le tombe che ne avevano variata la fisionomia. Il mastio, nella scorza ruvida, scavato e sventrato, divenne sala da concerti, mentre lungo la linea delle mura ancora intatte che cingevano la cittadella e il suo tempio romanico, sede di antiche leggende, sorgevano manieri possenti, le cui forme e le cui grazie talora stupiscono per il prodigio di armonia raggiunto e non di rado indignano apparendo la natura più spesso domata che compresa.
Lo scoglio vivo fu sventrato onde aprire il varco alle acque marine ed immetterle in un bacino, diremo privato, per raggiungere il quale la collina fu trapanata e traversata da ascensori. Ci si domanda a volte se chi volle tutto ciò aveva nel cuore sogni da imperatore decadente o vanità da Gog (per richiamarci a un personaggio contemporaneo che non è prodotto di pura fantasia papiniana).5
Tesori su tesori si accumularono entro la villa bellissima, quasi sempre chiusa e deserta.
Ai vialetti oziosi sono state aggiunte passerelle pensili, terrazze aeree, passaggi su ciglioni vertiginosi. Disseminati ovunque, sarcofaghi, sfingi, idoli esotici, cariatidi enigmatiche, semicerchi di colonne, giare solenni su capitelli rovesciati, danno ogni tanto al paesaggio sul quale si fissano, un sapore di composta classicità e spesso di eterogenea e confusa profusione di sfarzo.
1 La “Latina” è uno scoglio di forma triangolare (come appunto le vele latine) che degrada verso il mare sul lato più esterno della penisola di Sestri Levante, idealmente in asse con l’istmo.
2 Descalzo cita le ricerche di Guglielmo Marconi che culminarono nel primo esperimento riuscito di navigazione cieca guidata da radiofari, compiuto il 30 luglio 1934 con lo yacht “Elettra” nella Baia delle Favole di Sestri Levante.
Cfr Poli Pietro, “L’opera tecnico-scientifica di Guglielmo Marconi”, C&C edizioni radioelettroniche, Faenza, 1985, pp. 178-181.
3 “Perassitto” era il soprannome di Achille Perazzo (1903 - 1993).
4 Descalzo fa riferimento all’edificazione dei “Castelli Gualino” ad opera dell’imprenditore Riccardo Gualino (1879 - 1964).
5 Papini Giovanni, “Gog”, Vallecchi, Firenze, 1931.
Locale semibuio di retrobottega: una “Boston” a mano, una cesoia, svariatissimi stipetti per caratteri fantasia, una lastra di marmo per composizione, alcune “balestre”, dei “vantaggi”, strumenti di una minuscola tipografia per i bisogni locali di un piccolo paese, una ventina d’anni fa.1 Il locale è anche sede di adunate – come era tradizione nelle farmacie – degli intellettuali borghigiani.
Entra il dott. Vittorio Rizzi, alto, magro, aristocratico.2 Ha sottratto dal giardino dell’ospedale aranci e mandarini acerbi: ne ha le tasche rimpinzate. Comincia a sbucciarli e ne porge generosamente al “garzonetto” che aspetta il visto del padrone-proto ad una bozza per andare avanti. Tra un’arancia e l’altra il dottore ispeziona il banco in cerca di novità, scopre le bozze, cava la matita e annota lui. È una tiritera in onore di San Gottardo scritta da un prete di campagna.
Quando il giovinetto riprende il foglio per togliere i “refusi”, scopre una quartina in più come finale che lo lascia perplesso:
E tu, o Santo Gottardo,
Che fai Pignone lieta
Anco perdona i ragli
Del presule poeta!
Il dott. Rizzi è partito contento e per poco l’inno al Santo Gottardo non esce con quell’aggiunta.
Ho voluto rievocare come lo ricordo, l’appassionato cultore di arte che ha arricchito la Liguria di una delle più belle – se non preziose e ricchissime – raccolte d’arte private, pressoché ignorata tra noi, trasportandola da Piacenza ov’era originario, e accrescendola di continuo fino alla morte avvenuta parecchi anni or sono.
Chi arriva a Sestri Levante dove la natura è stata così generosa dispensatrice di bellezze, aggirandosi lungo la baia di Portobello e salendo ai Cappuccini, tutto preso nella contemplazione delle scogliere, dei pescatori, della Penisoletta o del Golfo Tigullio che si dilata al di là dell’istmo, non pensa certo a scoprire altre meraviglie.
Eppure in quel palazzo fin troppo bianco che si specchia nella Baia del Silenzio, se osasse chiedere dei Fratelli Rizzi e avesse la fortuna di trovarli in casa, potrebbe aggiungere alla serie delle sue contemplazioni, un’ora di perfetto godimento artistico.
Non si troverebbe innanzi a un museo con relativi cartellini, a una galleria disposta in ordine di stile, tempi e scuole, né potrebbe in fretta avvantaggiarsi, compulsando un catalogo come in una mostra. Tutto ciò che la passione dei raccoglitori ha messo insieme: tele, sculture, incisioni, maioliche, mobili, libri, stampe, ecc. se lo troverebbe davanti di sala in sala, in un ambiente dove qualcuno vive e lavora, punto estraneo e freddo, in disarmonia o fuori posto, anche se le varie opere sono disparatissime di pregio e di stile e se un apparente adattamento le fa sembrare, per la profusione delle molte cose, in un certo disordine.
Ci si incontra con Bernardino dei Conti o Filippo Mazzola, di cui ammiriamo forse il capolavoro nella “Madonna del Cardellino”; con Van Der Veyde, la cui “Pietà” merita un lungo indugio o con lo scolaro di Leonardo, Cesare da Sesto, che ci richiama con la sua “Madonna del bassorilievo”. Iniziate le soste fin dalla prima sala innanzi a una tela dello Zurbaran, proseguiamo tra i veneziani, i bolognesi, i parmensi, soffermandoci ora davanti alla “Sacra Famiglia” di Polidoro Veneto, alla “Casta Susanna” del Veronese, al “Figliuol prodigo” di Jacopo da Ponte che ci presenta pure il “Battesimo di S. Lucilla”, forse bozzetto della grande pala per la Cattedrale di Bassano che gli ha mutato il nome, ora in contemplazione del bellissimo “Bacco fanciullo” di Guido Reni che è rappresentato anche da una “Maddalena”.
Il Guercino con la “S. Cecilia”, il “Cristo vegliato dagli angeli”, la “Beatrice Cenci”, e il Caracci con la “Morte di Leandro“ ci impongono di gustare lentamente le loro opere. I genovesi non sfigurano fra tanti maestri: Luca Cambiaso offre lo “Sposalizio di S. Caterina”, Bernardo Strozzi, Valerio Castello, Domenico Piola, Alessandro Magnasco, Dellepiane e altri, rappresentano bene la loro scuola. Ma dove sostiamo con religiosa attenzione è dinnanzi al frammento della “Madonna del velo” che Raffaello nel 1512 dipinse per S.M. del Popolo in Roma e che il Vasari ci descrive minutamente nelle sue cronache. Fu ribattezzata “Madonna di Loreto” dopo che un pontefice la donò al tesoro di quella Casa. S’ignorano le vicende che ne causarono la parziale distruzione. Questo prezioso frammento, delicatamente restaurato, basta da solo a documentare l’importanza della raccolta.
Critici italiani e stranieri si sono attardati ad esaminare il complesso delle opere o alcuni pregevoli esemplari, da Pietro Toesca che espresse il suo giudizio sopra un busto attribuito a Desiderio da Settignano, a Von W. Suida che nella nota rivista tedesca “Belvedere” esamina una tela di Luca Giordano, a G. Bergmans che nello studio su Calvart, compiuto nella “Revue d’Art”, giudica la “Presentazione al tempio”, l’ultima opera del notissimo fiammingo. Non è nostro compito valerci delle loro designazioni.
Altri nomi possiamo citare senza rendere completo l’elenco: Rubens, Van Der Neer, Ribera, Dosso Dossi, Bernardino Campi, Salvator Rosa, Pietro da Cortona, Gian Paolo Pannini, ecc. ma temendo di aver l'aria di catalogare la raccolta, passiamo ad osservare le stampe.
Se la celebre “Melancolia” del Dürer non ci fa condividere gli entusiasmi che suscita negli ammiratori del grandissimo incisore, c’è però qualche cosa che mette in moto la nostra fantasia come una briosa novella fiorentina: parliamo della “Fiera dell’Impruneta” di Giacomo Callot. Ecco poi le scene pastorali del Londonio, il mirabile ritratto di G.B. Bosseet, capolavoro di Pierre Invert Drèvet, un’acquaforte del Castiglioni, e ancora stampe di Luca di Lejda, Rembrandt, Caracci, e disegni del Veronese, Tintoretto, Bandinelli, Schedoni di cui torniamo a vedere tra i quadri una “Sacra Famiglia”.
I mobili, tra i quali ci siamo aggirati, s’impongono anch’essi all’attenzione senza troppo sforzo, costringendoci ad ammirare i finissimi intarsi. Vi sono anche due cassettoni originali di Giuseppe Maggiolino eseguiti su disegni dell’Appiani, stipi in ebano e avorio; uno di questi persino elencato, come le opere maggiori, dal Ministero della E. N.3 Sui mobili, profuse a dovizia, maioliche di Urbino, di Faenza, di Savona o di Gubbio, bronzi, bassorilievi, frammenti e oggetti ben degni di stare a fianco o da presso alle cose migliori.
Per noi che finiamo sempre tra la carta stampata, eccoci una copia dei 20 codici danteschi inediti dello Scarabelli, di cui furon tirati solo cinquecento esemplari; un “Dante” del Landino, edito a Venezia nel 1564; un “Petrarca” del 1549 e un “Tasso” del 1590, quest’ultimo particolarmente caro perché stampato a Genova presso Girolamo Bartoli, ove riusciamo a leggere alcuni sonetti genovesi di Poro Fogetta; c’è un Aldino e un Bodoni per chi ha l’amore di queste cosucce. Scopriamo anche un librone grande come un doppio messale.
– E quello, non si può vedere?
– È il mio Digesto – confessa l’avv. Rizzi che insieme al fratello conserva e arricchisce la preziosa raccolta d’arte creata dal padre. Non è l’aureo latino del testo e la saggezza delle leggi Giustiniane che nei fogli in quarto ci attraggono ma la mirabile composizione e l’impaginatura, la doppia tinta della stampa perfetta, le ricche iniziali dei capoversi di quattro secoli or sono. In un libro come questo, circondati da cose tanto belle, chissà, saremmo persino capaci di appassionarci allo studio delle pandette.
1 La “Boston” era una stampatrice per piccoli formati, tipicamente biglietti da visita. Il “vantaggio” era un piano di zinco o di legno usato nella composizione a mano per allineare le righe e le colonne dei caratteri. La “balestra” era un simile strumento utilizzato per le pagine intere.
Il testo originale riporta “cesaia” invece di “cesoia”.
2 Vittorio Rizzi (1895 - 1916) originario di Piacenza, fu medico condotto in Sestri Levante, ove morì. Egli iniziò a raccogliere nella sua palazzina prospiciente la Baia del Silenzio una collezione di quadri che i figli Ferdinando e Marcello ingrandirono. Dopo la morte di quest’ultimo – avvenuta nel 1960 – la casa e la collezione furono costituiti in Galleria aperta al pubblico, tuttora visitabile in via Cappuccini 8.
Cfr. Castelnovi Gian Vittorio, “La Galleria Rizzi a Sestri Levante”, Cinisello Balsamo (MI), pp. 5, 8.
3 Ministero dell’Educazione Nazionale.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Il torrente Gromolo è tra i corsi d’acqua liguri quello che più di tutti reca al mare acque torbide, che talvolta stagnano presso la foce ingiallendo un tratto di spiaggia e depositando i sedimenti anche su alcune zone di scogliera.1 Nell’estate, non portando abbastanza acqua da sospingere sino alla riva, forma qua e là pochi stagni che a volte divengono vere gore, ma più spesso asciuga totalmente, mostrando un greto di sassi gialli, incrostati e imbevuti di sostanze minerali. Una forte percentuale delle sabbie che reca si può attirare con la calamita.
Risalendo dalla foce per scoprire la provenienza di tali scoli sedimentosi che non consentono mai al torrente di giungere al termine con le limpidissime acque della sua fonte, troviamo prima una fabbrica che vi riversa le vasche dove si effettua il lavaggio dei metalli dopo la ricottura, e poco più oltre un altro stabilimento per l’estrazione di sostanze chimiche industriali dal legno, che a sua volta scarica le proprie lavature non meno torbide.
Però, prima che queste industrie intervenissero a rendere grame le sue acque presso la foce, e anche dopo tolti gli scoli al suo corso e convogliati nella fognatura, il Gromolo ebbe e conserverà sempre un letto rugginoso, senza acque stagnanti in estate, ma con l’alveo così rossiccio e le sabbie pregne di sostanze minerali che nessuna alluvione invernale riuscirà mai a ripulire del tutto.
Oltrepassate le fabbriche accennate, il torrente unisce il suo nome a un agglomerato di case: La Pila, distinguendole dalle molte località omonime; piega poi in un bel tratto di pianura che cooperò a formare con le sue alluvioni insieme al Petronio, il quale sfocia a Riva Trigoso, quando nei secoli scorsi, recando sassi e terriccio, ricolmò lentamente il profondo golfo. A tratti arginati, o più spesso libero, più in alto occupa a capriccio il letto della valle di S. Vittoria.
Ai piedi della Rocca Grande, monte scosceso che si innalza per 968 metri, presentando nella sua parte dirupante strati friabili di ftanite rossa, dove la montagna si unisce al Tregin sbocca da una cavità scavata dall’acqua nella sua costante erosione, una copiosa sorgente. In un isolamento totale, a due buone ore di cammino dal primo paesucolo, esiste in quella località una casetta con intorno un podere: ivi nasce il Gromolo.
Poche altre sorgenti si uniscono al rivo, ma esso scorre veloce per il pendio senza troppe dispersioni. A un tratto, una presa ne cattura una parte che, lungo la viottola, vedremo poi in un canale cementato scorrere per vari chilometri sorpassando valloncelli su piccoli ponti ed anche una collinetta, attraverso ad alcune decine di metri di galleria. Questo solco d’acqua limpida è un acquedotto che i contadini di Cardini, Tassani e Rovereto si sono costruiti per uso agricolo e che serve loro l’estate, essendo tali località in groppa a colline, lontane dalle fonti; opera meravigliosa, fatta concordemente e conservata a cura di tutti per il bene comune.
Il Gromolo ha azionato anche, in un tempo non lontano, una piccola dinamo che dava luce ad alcune case del villaggio di S. Vittoria e muove ancora dei mulini, ma soprattutto con le sue acque ha servito e serve tuttora alla miniera di Libiola, della quale, con più rivoletti, traversa i meandri uscendone pregno del terriccio rosso e rugginoso su cui scorre. Poco oltre S. Vittoria, per tutta la zona collinosa che tende a congiungersi col Monte Bianco, a Bargone, ma specie nella località di Libiola, esistono giacimenti minerali l’estrazione dei quali ha dato in varie epoche copioso lavoro ai valligiani della regione.
Trascurando le miniere di manganese di monte Zenone, inattive, in una vasta zona di questa parte della Liguria, quelle di rame vi sono innumerevoli. I filoni Monticelli, Fontanella e Masi; i giacimenti della Frana, delle Barche e quello Bonelli; gli altri della Gallinaria, di Casali e dell’Acqua Fredda o di Loreto, sono oggi abbandonati. Se caliamo in qualcuno di essi, troveremo quasi sempre pozzi inondati, budelli ostruiti da frane, ogni cosa rovinata e corrosa dall’incuria.
A Libiola le enormi concentrazioni di pirite ramifera, per cui la miniera di rame è ritenuta insieme a quella di Montecatini la più ricca d’Italia, furono rinvenute dopo che si era traforato il Monte S. Vittoria in ogni senso e a vari livelli di gallerie, e quando già si era in procinto di abbandonare l’impresa.
Sebbene solo nel 1866 avesse inizio la ricerca e il tentativo di sfruttamento, pure negli antichissimi scavi preesistenti, si rinvennero utensili di pietra che fanno pensare a lavori compiuti in epoche preromane.
Issel e altri geologi che indugiarono a lungo nello studio del suolo ligure, osservano che in certe zone della nostra miniera vi è molta irregolarità nella distribuzione del materiale, il quale può mancare anche per tratti assai estesi e per altri può essere copiosissimo, come appunto fu dimostrato a Libiola. La ganga è quarzo o roccia serpentinosa detritica ricomposta, gli ammassi sono costituiti di pirite mista a calcopirite e sono talora superficiali. La loro presenza suole essere indicata all’esterno da grandi accumulazioni di sostanze scoriacee le quali sono appunto minerale ramifero le cui proprietà migliori furono asportate dagli agenti esterni, mentre il ferro si rivela anche a noi profani con le sue incrostazioni rugginose.
Sono appunto queste escrescenze, specie di enormi tumori che pare intacchino tutta la zona mineraria, che gocciando acque gialliccie, trasportano i sedimenti acidi al torrente intorbidandolo. Vi sono rivoletti che con brevi cascate spugnose rigano tutte le vallette impedendo intorno ogni vegetazione; troviamo sovente ai margini di questi botri schiume biancastre e dense, sature del noto odore di zolfo proprio di alcune sorgenti minerali. Il quantitativo di acido solforico che è diluito nell’acqua, costantemente si deposita sulle pietre e lascia tracce della sua colorazione lungo la valle.
Dove gli scavi, per la zona ormai impoverita, sono abbandonati, troviamo franamenti i quali più che opera di uomini ci paiono lavoro strano di bruchi giganteschi che abbiano voluto annidarsi fra quelle rocce verdastre. Sprofondamenti improvvisi, enormi imbuti che ingoiano terriccio franato, trattenuto sugli orli da magri pinastri; passaggi arditi in caverne capricciose; muraglie di un solo blocco roccioso con occhi tondi di gallerie rimasti abbagliati per l’improvviso cedimento di altre pareti consimili, minate per chiudere budelli pericolanti; tutto un rovinio alla superficie che fa pensare con sgomento ai passaggi bui nei quali si aggirano i minatori.
Da alcune bocche sulla collina, veri sfiatatoi per i quali la miniera respira, esalano il loro alito solforoso aspirato da ventilatori, i pozzi profondi e innumerevoli che traversano in tutti i sensi la montagna sbucando ai fianchi, nella valle, in alto o lungo le strade. In tal modo, ripulite le caverne della maggior parte delle esalazioni, i minatori possono più facilmente compiere i loro scavi.
Tutti gli operai sono delle colline circostanti e tutti vivono nella terra; chi non possiede la sua casetta e un piccolo tratto di vigna, lo prende in affitto ma nessuno vi rinuncia, forse per una necessità di sole che li compensi delle lunghe ore buie trascorse nei pozzi. Furono appunto essi i costruttori dell’acquedotto che consente d’irrigare i piccoli orti di casa. Non potevano essere semplici contadini quelli che hanno traforato la collina per evitare all’acqua un lungo giro.
Prima che le miniere assumessero tanta importanza, il tratto di bosco piuttosto povero e gramo dove giacciono, apparteneva a un contadino rimasto celebre con un nome fattosi proverbiale nei dintorni: Franseschin di marenghi. Una società inglese che intendeva intraprendere lo sfruttamento regolare dei giacimenti, acquistò dal vecchio contadino per una cifra irrisoria quel tratto boschivo. Iniziati gli scavi e avvenuto il ritrovamento del ricco minerale in quantità insperate, il tramestio dei lavori fece pensare a ricchezze favolose. Il quarzo incrostato di piriti dei vari metalli, assumendo a volta intense colorazioni dorate, diede luogo alla leggenda del rinvenimento dell’oro. Il minerale, in quantità che raggiunsero le tremila tonnellate annue, veniva avviato con pesanti carri nella rada di Sestri Levante da dove, scaricato a braccia, passava sui latini, dimentichi anch’essi delle reti per la nuova ricchezza, e a coffe veniva poi issato sopra una nave inglese ancorata un po’ al largo, non esistendo ancora il porticciolo.
La regolarità e continuità di questo traffico fecero perdere il senno al povero vecchio cui tutti soffiavano negli orecchi cifre mirabolanti e davano ad intendere le cose più assurde.
– Con il vostro terreno gli inglesi fanno i marenghi e ne caricano delle navi.
Cose di questo genere e peggiori, ripetute di continuo, persuasero Franseschin, il quale cominciò a ritenersi ancora proprietario della montagna e ad essere lui il manipolatore della miniera. Affacciandosi dal colle che per l’apertura della valle consente di vedere il mare, ogni mattina ispezionava l’orizzonte. Non appena scorgeva il piroscafo che veniva a compiere il suo carico, scendeva a Libiola, andava dai primi carrettieri, i Balicca, e via via dagli altri, ad avvertirli perché si muovessero, e dicendo a quanti incontrava con un mezzo di trasporto qualsiasi:
– Venite a dare una mano, è arrivato il vapore, una manciata ci sarà anche per voi. Son tutti marenghi d’oro della mia miniera. Portateli in valle dell’Alpe… a belle carrate…
Al povero vecchio tutti dicevano di sì. Quanti lo incontravano, conoscendolo, gli parlavano dei marenghi e lui sempre generoso:
– Quando arriverà il vapore ce ne saranno anche per voi, per tutti. In valle dell’Alpe li porteremo a carrate…
Con questo favoloso luccichio d’oro, inconscio della propria miseria, il buon Franseschin attendeva sempre la nave dei tesori come negli antichi miti, giocondo in quella sua speranza generosa, senza fortunatamente sentire mai, nonostante amare riprove, il peso delle sue disillusioni.
1 Il Gromolo sfocia nella Baia delle Favole a Sestri Levante; la miniera di Libiola è nel territorio del comune di Sestri Levante.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
La celebrità, ben giustificata, dei vini delle Cinque Terre, ha oscurato alquanto altri vini, non meno degni di fama, che la stessa Liguria orientale produce. Infatti ci si ferma quasi sempre sulle particolarità dei primi, anche perché le aspre terre ove sorgono i vigneti, arsicce e quasi pregne di salmastro, tanto le ruvide colline degradano sul mare qua e là a strapiombo, rendendo difficilissimo il tracciato di qualunque strada, creano attorno alla Vernaccia una cornice pittoresca che mette le sue qualità in bella mostra. Ma se, scendendo dalle linee generali colle quali si suole tracciare una affrettata e sintetica carta dei prodotti nazionali, indugiamo ai particolari regionali, non possiamo né dimenticare né mettere in seconda linea altre località che un po’ per il quantitativo minore e molto per l’inerzia degli abitanti, non estendono la conoscenza di ciò che producono oltre la ristretta cerchia direi quasi comunale.
Il “Verici” però non è del tutto ignoto. Lo troviamo in apparizioni quasi circospette, a fine di pranzo nei conviti particolari, in casa di molti buongustai liguri, che lo ostentano quasi sempre come una rarità, scoperta da loro, la sorpresa finale insomma. Dopo aver raccomandato di centellinarlo a dovere, chiedono i vari pareri, non mai discordi e poi accennano, quasi misteriosamente, a una certa località dove una collina privilegiata a ridosso dei venti del nord, esposta a tutto il sole, nutre col suo terreno saturo, dicono, di succhi minerali, quella rarità. È la bottiglia di rito nei battesimi dei “leûdi”, ora rarissimi, quando scendono nel Golfo Tigullio, rotta a poppa con un colpo deciso, per far scendere il liquido augurale in una striatura ambrata, lungo il bordo, ed anche il dono che qualche forestiero porta con sé per documentare la scoperta.
Non è raro però, che come tutte le cose di un certo pregio, anche il “Verici” subisca contraffazioni e potrebbe accadere a qualcun altro quello che avvenne a un professore toscano che dopo aver bevuto il genuino in una certa osteria, posta sotto la collina sulla strada nazionale, ove campeggiava appunto il sacramentale cartello: “Vino di Verici – produzione propria”, entusiasmatosi, ne ordinò qualche bottiglia per gli amici buongustai fiorentini, senza supporre di portar loro della volgare vinaccia e scontare col ridicolo la… sfortunata scoperta.
Verici, anticamente “Velazo”, ha una piccola chiesa a due navate, isolata, sul versante del rio Battana sopra Casarza Ligure. È rettoria dipendente dalla diocesi di Luni: un suo parroco, verso il 1500, fu eletto vescovo di Noli. La posizione della chiesa è, rispetto al paese, alquanto scomoda, ma essendo questo frazionato in tanti casolari disseminati sopra una zona molto vasta, viene ad essere giustificata. Una delle viottole di accesso al paese, anzi, la mulattiera più battuta, scende sulla provinciale in prossimità di Casarza Ligure, capoluogo del Comune, sopra il torrente Petronio.
Se il colle di Verici prospiciente il mare è ben piccola cosa e si ha ragione di diffidare quando si parla del quantitativo di vino che può fornire, avviandoci a tale località e percorrendola in tutta la sua estensione, si scorge poi che è assai più vasta di quanto si prevedeva. Infatti a chi volesse giungervi salendo da Santa Vittoria di Libiola per Rovereto, Tassani e Cardini, e si trovasse a chiedere dove ci si avvia per andare a Verici, si potrebbe sentir dire, pochi passi oltre l’ultima borgata, che già si è in quel territorio. Senonché, percorso qualche chilometro di strada campagnola, tra continui vigneti e scarsi ulivi, al margine di pinete ora fitte ora rade, si troverebbe sempre nel territorio di Verici, avendo solo incontrato sparse casupole, isolate fattorie con cantine e rari gruppi di abitazioni.
Non è certo di là però che si giunge facilmente a Verici. La strada per cui è possibile tramutare la visita al paese in una delle più belle gite pomeridiane sulle colline liguri, la troviamo poco prima del bivio sulla via Aurelia donde parte il tronco che attraverso al passo di Cento Croci va nell’Emilia e quello che dal passo del Bracco raggiunge La Spezia, nel sobborgo di Pila sul Gromolo.1
Si sale, dopo aver percorso un breve tratto di pianura, alla chiesina di S. Margherita di Fossa Lupara. È questa una delle più belle tra le chiese della plaga, oltre il tempio romanico di S. Nicolò e la Collegiata, e vanta gioielli come la plebana di S. Stefano del Ponte e il Santuario di S. Bartolomeo della Ginestra. Ciò che rende preziosa la chiesina sono le pitture recenti del Cisterna che la decorano riccamente, i migliori fra tutti gli affreschi che hanno ricoperto le pareti delle chiese vicine in questi ultimi anni.2
Dal piazzale della chiesa si ha già un anticipo del vasto panorama che si godrà da Verici. La canonica annessa offre la visita a numerosi alveari razionalmente curati dall’arciprete, appassionatissimo di apicultura che, inoltre, alleva insieme con alcune varietà di uccelli una prospera famiglia di fagiani reali.
Si prosegue attraverso un fitto bosco di lecci, residuo del “lucus” sacro, del quale anche qui, come in altre località, si favoleggia, ed ecco presto il casolare Fossa lupara. Questo nome evoca epoche selvagge, brughiere ove i lupi scorrazzavano liberi ed è giustificato dalla profonda valle priva di abitazioni, selvosa e quasi senza coltivati, che si estende a sinistra alimentando il Rio della Valletta.
Cominciano tratti di vigneti, ma all’inizio predomina ancora l’ulivo. Quando si esce in una pineta, scendendo lievemente prima di riprendere la salita, scomparsa la vista del mare, ci troviamo in un paesaggio imprevisto, del tutto nuovo, che ha molti punti di contatto con certi altri dei Giovi.
Continuando, incontriamo una edicoletta con una graziosa statuina della Madonna. In mezzo alla pineta questo segno di fede par messo a consacrare le piante e a suggerire una breve sosta prima di riprendere. Usciti dalla pineta ecco un po’ di radura e finalmente la località Bruschi. Siamo già a Verici. Brusco è infatti un cognome tutto proprio di questa località e si chiamano così gran parte degli abitatori.
Quello che ci accoglie, proprio sul limitare del paese, ove hanno inizio i filari della famosa albarola, dalla quale si spreme il nettare tanto prelibato, è appunto un Brusco, un po’ spaesato però, che tiene la sua casa chiusa per gran parte dell’anno e vi sale ad arieggiarla soltanto di quando in quando, curandosi naturalmente di preferenza della cantina, ben provvista come ogni rispettabile cantina paesana. Da questa prima casa si apre innanzi uno dei panorami più belli della nostra riviera, per molti aspetti paragonabile a quello superbo che si gode dal piazzale di S. Ambrogio sulle alture di Rapallo. In fondo, nell’apertura del Golfo Tigullio, la parentesi che lo circoscrive è formata dall’arco di una delle spiagge di Sestri Levante; poi la piana, e su di essa gli abitati; l’altura del Monte Telegrafo e, verso Riva, l’antico casolare di Ginestra che forma quasi un cespuglio grigio emergente dagli ulivi. Per quattro diverse anse, fra le colline, lo sguardo spazia sul mare scorgendo ora rive nude, ora gru possenti attorno ai cantieri, ora barche e casupole da pescatori. Chiese e campanili si innalzano intorno, tra zone verdi, fino alle parrocchie più lontane e l’alveo di due torrenti, il Gromolo e il Petronio, si segue sino alla foce. Trigoso, S. Bartolomeo, S. Margherita e altre frazioni che dal basso ci appaiono su piccole alture, quasi spariscono ai piedi.
Sulla piccola aia è già una comitiva che protesta per le eccessive insistenze del proprietario che non limita l’offerta al consueto litro, ma insiste con altre bottiglie. Qualcuno dei villici osserva che se ne possono bere circa settanta bicchieri… altri affermano d’averne sopportato tre fiaschi. È ben noto invece lo scherzetto che gioca normalmente il “Verici”; ogni comitiva, di qualunque località vicina, può narrarne una. Vi fu un’intera brigata che, ragionando allegramente, sbagliò strada nella discesa e anziché infilare quella giusta, si smarrì nella Fossa lupara. Colti dal buio, a tentoni, ognuno per proprio conto, a seconda delle superstiti forze e capacità orizzontatrici, si dispersero a caso e chi passò la notte all’addiaccio, chi sconfinò a S. Vittoria e chi, più fortunato, trovò riposo sulla paglia di qualche capanna. Un tizio divenne celebre per avere ad un tratto abbracciato solidamente un grosso pino e aver passato la notte ragionando con quello circa le leggi di equilibrio dimenticate e l’instabilità della strada che gli sfuggiva inspiegabilmente sotto i piedi, serpeggiando. Il pino, unica cosa rigida, dando affidamento di stabilità, sopportò il lungo amplesso e vegliò il duro sonno. Il “Verici”, fine e apparentemente leggero, gioca i suoi tiri migliori quasi direi di preferenza a chi si vanta di sopportarne di più e a chi si ritiene collaudato contro le sbornie, per cui sono appunto i beoni che ne restano sconfitti.
Qualche decennio fa, il personaggio più importante di Verici era il “Melan”, rimasto famoso anche per il suo cane, un can barbogio passato ai posteri per essergli stato sempre implacabilmente alle costole, tanto che non si sarebbe potuto immaginare il “Melan” senza il cane, proprio come S. Rocco. Costui aveva saputo far così buona propaganda ai suoi vini che era divenuto fornitore della Real Casa, e si fregiava pomposamente del titolo come ogni regio fornitore, giacché mandava annualmente una certa quantità di “Verici” particolare a Re Umberto. Il suo albergo, poiché ne possedeva uno al piano, che gli consentiva di attivare meglio la propaganda, godeva di un’ottima clientela, ed aveva buon credito specie per il “Verici” inalterato. Molti ricordano ancora bene quando il “Melan”, personaggio d’ogni riguardo, saliva sulla collina con un cavallo bianco a macchie rossicce, il primo che sia mai riuscito a scalarla e forse l’unico, se nessuna strada salirà a far conoscere meglio e a valorizzare degnamente questa plaga privilegiata, ma troppo poco nota.3
2 Eugenio Cisterna (1863 - 1933), decoratore di origine romana.
3 Sull’identità di “Melan” ulteriori informazioni possono essere reperite in un dattiloscritto del sacerdote sestrese Giovanni Stagnaro (1883 - 1962):
“Brusco Nicola fu Francesco, detto il Melan, aveva una pensione - ristorante nel negozio ora Raffo annesso alla Piazzetta S. Antonio (allora convento dei Frati conventuali dei quali era la Chiesa).
Un uomo intelligente ed attivo che sceso da Verici […] s’era fatto un nome nell’industrializzazione del vino di Verici, a Chiavari ed anche a Genova notai un bar “qui si vende il Vino di Verici””.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Una tartana di Gaeta: l’Immacolata Concezione, navigava nel mar ligure quando il sopravvenire di una tempesta la cacciò nel golfo Riva Trigoso. Nei giorni di bufera i marinai usano guardare il mare a lungo come per interrogarlo su quella sua furia, sempre in apprensione se qualche compagno è lungi, se manca nell’approdo qualche battello, sicché la barca fu seguita con trepidazione in ogni fase della sua lotta.
Era il dicembre del 1778, giorno festivo. Dalla spiaggia, a ponente, i pescatori rivani osservando i paurosi sballottamenti della barca erano ormai certi che si sarebbe infranta contro le scogliere della punta Manara. Uno di loro, il più anziano, arrancando per la viottola angusta che conduce a S. Bartolomeo della Ginestra, raggiunse la chiesa ove si officiava e fendendo la folla dei fedeli, si portò all’altare presso i sacerdoti.
Poco dopo si vide scoprire l’immagine della Madonna e i fedeli che avevano visto il marinaio affannato compresero e raddoppiarono con fervore le preghiere per i morituri, invocando l’aiuto divino.
I rimasti alla riva videro a un tratto la tartana reggere con maggior sicurezza alle raffiche, impennarsi sulle onde senza essere sopraffatta e allora presi da speranza si diedero a far segnali per indicare un possibile scampo.
Superata la punta e i rigurgiti che in essa generavano i cavalloni, la tartana obbedì al timone, pur con le vele strappate e poté dirigersi alla sponda dove con robusti tonneggi le tenaci braccia dei marinai, doppiamente vigorose, resero possibile il salvataggio.
L’equipaggio, quando si sentì sulla terra ferma, incredulo ancora della propria salvezza, così fradicio e sfinito, si diresse al tempio per ringraziare. Quando, volti gli occhi all’altare i marinai scorsero l’immagine della Madonna, uscirono in una esclamazione di meraviglia e di gioia e narrarono di una visione avuta nel momento più spaventoso della tempesta, ravvisando la stessa immagine apparsa tra i nembi a far da guida verso la salvezza.
Così una prima leggenda.
Nell’estate del 1800, dei pescatori rivani si trovavano nel mar di Toscana. Una notte vennero assaliti da una barca di corsari, legati e gettati sul fondo. Dopo aver predato quanto v'era a bordo, asportati remi e timone, gli assalitori sfondarono la carena, ed abbandonarono i disgraziati alla deriva. La morte era ormai certa se nessun aiuto giungeva. L’immagine della Madonna, fissata sotto il carabottino ispirò i pescatori alla preghiera infondendo fede e coraggio.1
Uno poté allora svincolarsi dai legami. Prima che l’acqua sommergesse la barca anche gli altri furono liberati e, calafatato il fondo alla meglio, aggottata l’acqua, giovandosi di un tavolato per timone e di pochi stracci per la vela, poterono approdare all’isola del Giglio salvi.
Nelle acque di Monterosso, nella stessa epoca, altri pescatori rivani furono assaliti da pirati. Tempestati di cannonate, vedendosi preclusa la fuga per il vento contrario si ritenevano perduti quando, invocato l’aiuto della Madonna, poterono, grazie al vento mutato, sfuggire allo inseguimento senza mai essere raggiunti dai proiettili.
Altri marinai, su coste straniere, assaliti da pirati, travolti da tempeste, colpiti da malattie, tornarono narrando miracolosi interventi divini per cui le leggende e le tradizioni crebbero intensificando il culto di Maria che fu detta del Soccorso.
Dopo il primo fatto della tartana di Gaeta, si pensò di tramandare un segno di riconoscenza per la Soccorritrice. Una edicoletta fu eretta sulle rupi che scoscendono sotto la punta Manara e quivi collocata un’immagine della Madonna.
A chi giunge, naturalmente per mare, da Genova, la Madonnina appare solo dopo che, lasciata a poppa la penisoletta di Sestri Levante, si apre il golfo di Riva Trigoso esposto a quasi tutti i venti.
Sulla spiaggia ampia ora sorgono grandi cantieri che levano immani braccia di gru attorno agli scali dai quali sono scese le più belle navi percorrenti i mari fino a qualche anno fa. Mai inoperosi, ora allestiscono anche navi straniere, da guerra, da carico, da pesca, pontoni giganteschi, frecce del mare, addobbandosi spesso di pavesi e issando talvolta sui pennoni bandiere di paesi lontani per i quali l’opera venne compiuta. Non del tutto però i cantieri hanno sconvolto la vita marinara e peschereccia dei rivani. Sono costoro dei marinai provati ad ogni bufera, abilissimi anche perché, con tutti i tempi, non disponendo di alcun porticciolo, hanno imparato a dominare gli elementi sui quali hanno eletto di vivere. Li troviamo ora, non solo nelle flottiglie di paranze che si avviano a levante per inseguire le acciughe e le sardine nella stagione propizia, ma più e soprattutto sotto e sopra coperta in tutte le grandi navi mercantili.
È quasi impossibile non trovare un rivano nell’equipaggio di una nave di qualche importanza. Sui grandi transatlantici qualcuno è comandante od ufficiale superiore, ricopre posti di fiducia e responsabilità e, per quel nepotismo logico dei liguri che applicano più di tutti il detto “prima i tuoi e gli altri se tu puoi”, pochissimi rimangono a terra lungamente in attesa dell’imbarco.
Sussistono in paese due gruppi compatti di pescatori ai due lati estremi, minore quello di levante, considerevole quello di ponente. Mentre i primi si radunano intorno alla loro parrocchia di San Pietro, quasi incastrata nel cantiere, i secondi, al di là del torrente Petronio che divide l’abitato, hanno la loro parrocchia in S. Bartolomeo della Ginestra, detta di Nostra Signora del Soccorso.
Dal nome della Madonna ora molte ragazze si chiamano Soccorsina, tanto è vivo il culto, per cui la festa di Maria è anche quella di ogni famiglia ove non manca chi solennizza l’onomastico, dando maggiore festività alla ricorrenza.
La Madonnina sulle rocce vive in solitudine gran parte dell’anno. Vede nelle varie stagioni ora i cercatori di patelle che frugano ai suoi piedi, ora i pescatori di tramagli e spesso le flottiglie delle paranze che si avviano al largo per la pesca delle acciughe.
Le aduste mani dei vecchi, passando presso la punta, lasciano un attimo la cadenza del remo e si alzano in segno di croce.
L’Ave maris stella è il saluto di molti prima di avventurarsi al largo e vegliare sulle reti, mentre una silenziosa preghiera invoca buon tempo e buona pesca.
Tutte le leggende e le tradizioni dei miracoli che hanno inculcato la ferma fede nei padri tramandandola intatta, ha fatto sì che una sagra, tra le più suggestive, si compia nel mare di Riva. La processione che annualmente percorre le vie dell’ampio territorio parrocchiale, a volte sosta sulla spiaggia per sciogliersi e ricomporsi in ben altro corteo.
Una solida paranza addobbata riccamente regge il baldacchino sotto il quale starà il sacerdote col Santissimo e il seguito. Quel giorno nessuna barca lascia la sponda per la pesca e tutte vengono abbellite per il corteo festoso che accompagnerà la Madonna alla Punta. La processione, ricomposta sulle barche, con canti liturgici, con echi di fanfare, passa fra due ali di battelli, s’avvia alla scogliera ove i sacerdoti discendono e preparano il rito della benedizione. Questo avviene nel mese di settembre, quando già l’aria per qualche acquazzone si è fatta limpida e ha slavato l’afa raddoppiando i riflessi dell’acqua e intensificando i toni del verde nelle macchie del promontorio.
Paludamenti nuovi, fatti di riverberi, di opalescenze liquide, di irreali drappeggi, cangianti col discendere del sole, adornano le scogliere ruvide e scabre, i macigni in bilico minacciosi, le rupi rigide e spettrali, e qualche cosa di veramente sacro passa nelle anime col semplice rito della benedizione, al cospetto del mare, in faccia al sole che si spegne, immagine di tutti i misteri divini.
Altre punte, quasi tutte reggono edicole e simboli sacri. Ora è ancora la Madonnina come a Portofino e altrove, ora è il Cristo, ma quasi sempre questi simulacri rimangono là senza culto, senza conservare negli animi semplici il bene della fede, senza nutrire una serena fiducia nella vita e rinnovare nelle lotte e nei pericoli il contatto con la divinità.
Troppo spesso, forse, sono simboli collocati in quei punti ora da un fedele, ora voluti da qualche pio sacerdote perché chi transita ne rammenti la presenza, non sono un bisogno del popolo credente, non nascono da un prodigio che ha lasciato memoria di sé, né hanno fondamento in qualche fatto che conservi nelle fantasie visioni miracolose e allegoriche delle quali i semplici, tanto vicini alla poesia, hanno necessità.
Sulla punta Manara la tartana di Gaeta, l’Immacolata Concezione, da un secolo e mezzo ha creato con la sua apparizione nella paurosa tempesta un’immagine che facilmente evochiamo solo che poche parole di marinai la rievochino. La vita sul mare, i continui pericoli e le gravi traversie, hanno creato la tradizione miracolosa, l’hanno sostanziata di elementi leggendari, l’hanno abbellita di episodi felici e tutto un popolo, nell’anima del quale è ancora viva la fede, anche se talvolta appare dubbioso e bestemmiatore, partecipa a queste sagre, le rinnova, le sollecita e dedica ad esse tutte le sue cure premurose.
Quel brulichio di barche sotto le rupi, nel tramonto di una giornata settembrina, i suoni delle musiche e gli echi delle liturgie, lasciano in noi qualche cosa di più del ricordo di una festa di villaggio marinaro, insegnano agli agnostici, ai dubitosi, agli estranei che vi assistono con la piega dell’ironia sul labbro, col semplice gesto dei vecchi pescatori inginocchiati sul pagliolo durante la benedizione, un atto di umiltà sublime.
1 Il testo originale riporta “carabotino” invece di “carabottino”.
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Il Golfo della Spezia, ora più che mai dei poeti, dopo tante tenzoni pittorico-liriche, non ha voluto smentire la sua fama piovorna.
Mentre s’andava a zonzo lungo il viale di palme studiando agli imbarcatoi l’orario dei vaporetti per Portovenere e Lerici, ci offerse il più coreografico film della stagione. Dal monte Arsà al Passo della Foce, dal Biassa al Coregna, spedì pattuglioni di nubi a battagliare sulla città. Una scaramuccia più fragorosa che diluviale, quanto basta però a far fuggire i bighelloni e metterli al riparo in attesa del sereno sotto la prima tettoia.
Sotto questa medesima tettoia si sono rifugiati i barcaioli. Il più ardito si fa avanti:
– Portovenere?… Lerici?…
– Né l’uno né l’altro, galantuomo – osserva mezzo stizzito un compagno – dove volete andare con questo tempo?
– Che? Paura di un po’ di pioggia? Ma se a Campiglia c’è già il sole. Venite a vedere.
Il barcaiolo se ne intende. Dopo aver indicato una fenditura nella nuvolaglia in una direzione, scopre altre crepe più in là e sentenzia:
– Fra poco è spacciato… – e non abbandona la preda, si capisce. – Per i vaporetti la va ancora lunga; un’ora e mezza c’è da aspettare e noi fra un’ora siamo a Lerici. Ho già fatto un viaggio stamane…
Alle ultime gocce dell’acquazzone, mentre si esce dal rifugio, ecco nuovamente il barcaiolo.
– Ne ho trovati altri due: mi darete il prezzo del vaporetto soltanto; vi farò vedere ogni cosa. Ne pagherete poi un bicchiere, ecco tutto.
La barca, snella e leggera, è al pontile. Mette conto di deciderci.
Il marinaio, che ha dei polsi da rematore, nodosi come le caviglie degli zavorrai, attacca una voga che non è difficile riconoscere tra le più salde e costanti, e mi risparmia nello stesso tempo la parte di cicerone, indicando ai compagni punti caratteristici e località degne di nota.
– La nave che abbiamo a prua è la “Miraglia”, portaerei. Le hanno dilatato la pancia, altrimenti non reggerebbe con tutto quel peso in alto.1 Prima era un vapore…
Passando, questo prodotto poco estetico delle nuove esigenze create dall’innesto dell’aviazione con la marina, ci smaschera la sua struttura. S’indovinano i velivoli rinchiusi nel grosso ventre, si osservano le catapulte meravigliando come, così sopraelevata, la nave possa arrischiarsi in navigazione.
Evitiamo l’arsenale e puntiamo su San Bartolomeo. I cantieri del Muggiano e le fonderie di Pertusola s’illuminano d’improvviso ad una fiammata di sole che sembra un razzo lanciato dalla Castellana, sul cocuzzolo del promontorio opposto. Tutto il golfo si trasforma. Seni, baie, scogliere, isole, dighe, natanti, mutano aspetto. Anche le casematte paiono ville e le colline, rese brulle dai forti nascosti, spiccano sul paesaggio col rosso delle loro pietre nude come elementi integrativi del rinnovato scenario.
Il mare è calmissimo e non schiumeggia nemmeno sulla lunga diga appena affiorante che sbarra il golfo. Dopo la punta di Calandrello, il marinaio addita una calanchetta sulla quale ogni tanto franano massi, come se lo sconquasso di Falconara avesse, in quella notte paurosa dello scoppio ormai quasi dimenticato, disgregata anche la roccia.2
– La chiamano la Spiaggia dei morti, chissà per quale fatto, ma il nome non fa paura ai bagnanti perché d’estate è sempre affollata.
A San Terenzo, il più taciturno, un pittore, emette la prima esclamazione.
Il paesino, già scoperchiato dallo scoppio della polveriera che quasi gli sovrastava, è risorto più gaio e civettuolo di prima. Le sue case, lo sfondo delle colline, la riva, dal mare costituiscono un complesso pittorico che la fantasia di luci diffuse dalle variazioni atmosferiche rende abbagliante. La memoria di Percy Shelley che lo abitò nel 1822, ritorna per ricordarci la sua serena crociera e l’imprudente ritorno lungo le rive del Tirreno, insidiose per chi lo naviga troppo da poeta e non cura i suoi capricci e le sue bizze improvvise.
Il barcaiolo non è insensibile allo stupore dei suoi ospiti e silenzioso piega rallentando sull’insenatura e punta su Lerici. Il castello poderoso e fosco domina l’antica terra, tanto contesa da conti, vescovi, pisani e genovesi. La lapide orgogliosa murata su l’unica porta della cittadella in costruzione, subito distrutta, la ricordiamo a memoria:
Stoppa bocca al zenoese
Crepacor allo portovenerese
Streppa torsello allo lucchese.3
È facile interpretarla conoscendo le lotte di cui fu teatro questo borgo. Genova che aveva fondato a Portovenere una sua colonia, munita di grande fortezza, non poteva veder di buon viso l’altra parte del golfo in mano a nemici e a competitori. Di qui guerra, insidie e ricatti per averla. Portovenere, la fedelissima della Repubblica, era inoltre più danneggiata da questa vicinanza che diminuiva il valore del suo punto strategico e assorbiva la maggior parte di traffico e di attività. Il lucchese poi, alleato con Firenze e Genova per battere i pisani e molestarli, aveva le sue buone ragioni per risentirsi, giacché, padrone del mare Pisa, per Lucca non c’era sbocco e le toccava rimanersene chiusa fra le sue mura e le sue colline.
Genova strappò la lapide e ne murò un’altra, ancora visibile nel castello che di tutti i guai subiti dal borgo ebbe sempre la parte maggiore. Questa fortezza, iniziata dai pisani, fu completata dai genovesi e armata e rinsaldata dall’Ufficio di San Giorgio. Quando Lerici, scelta per la sua posizione a terra neutra di trattative e di convegni di pace, vide messi imperiali, papali, e repubblicani convenire a discutere per raggiungere impossibili accordi, accolse i personaggi più illustri. Ma più spesso, restando il paese terra di contesa tra le potenze confinanti, subì assedi e rovine e si trasformò in ultimo in carcere e camera di supplizio per i condannati politici che l’inesorabile padrone inviava per tormentare e sopprimere perfino dalle lontane colonie.
La barca approda alla banchina sfiorando i trabaccoli.
Ci avviamo tra i vicoletti caratteristici, tipicamente liguri. Ecco una lapide che ci costringe a sostare. Ricorda la spedizione di Pisacane a Sapri alla quale il borgo diede otto figli, tre dei quali morirono. Garibaldi ne ebbe quattro tra i suoi Mille e Mazzini trovò in Lerici proseliti numerosissimi e diffusori della sua dottrina rivoluzionaria.
Sul lungomare, da poco ampliato, ci si ferma estatici a guardare il Tino, la Palmaria e Portovenere, moli azzurre nel crepuscolo, proiettate sull’orizzonte per dar l’illusione di lago al golfo nella sua parte più incantevole. Aulo Persio Flacco, Dante, Petrarca, Byron, Shelley, Carducci, i quasi dimenticati Severino Ferrari e Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: quanti poeti si sono soffermati quaggiù?4 Lasciamo ora ai posteri l’arduo compito di ampliare l’elenco, quando, passati all’immortalità, le nuove istorie dovranno raccapezzarsi nel battaglione di poeti venuti all’assalto del golfo, per mantenergli la sua fama, tutt’altro che usurpata.
1 La nave appoggio aerei “Giuseppe Miraglia” fu varata a La Spezia nel 1923 e radiata nel 1950.
2 Il 22 settembre 1922 la polveriera contenuta nel forte di Falconara esplose, causando circa duecento morti e mille feriti. Furono danneggiate anche le fonderie Pertusola citate sopra.
Cfr. AA. VV., “Il Secolo XIX 1886 - 1986”, supplemento al Secolo XIX del 25 aprile 1986, Istituto Grafico S. Basile s.a.s. di G. Basile & C. – Genova, pp. 224-225.
3 Il volume “Genova Genova” a cura di Guido Arata, OFSA, Casarile (MI) 1992, riporta una versione leggermente diversa:
“Stopa boca al zenoese, strepa torselo a lo lucchese, crepa cor a lo portonarese”.
L’interpretazione fornita è: tappa la bocca al genovese, strappa la merce al lucchese (alleato di Genova), spezza il cuore al portovenerese.
Cfr. op. cit., p. 186.
4 Severino Ferrari (1856 - 1905), poeta e filologo emiliano, fu allievo di Giosuè Carducci ed amico di Giovanni Pascoli; Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871 - 1919), ligure, fu poeta e giornalista.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Si doveva tornare nel Golfo della Spezia con Piero Marussig.1 “Bisogna immortalare la zuppa di datteri”, aveva proposto il più esuberante degli amici artisti in tutte le occasioni. “È buona, è buona…”, s’era limitato a dire Marussig. Sempre un po’ assorto, opaco in certe ore nei discorsi, era evidente che qualche cosa quella sera contava per lui molto più della zuppa di datteri.
– Hai visto Portovenere e le isole? Paiono sollevarsi da un fuoco…
S’era rivolto, restando indietro, a chi non aveva potuto distrarsi dalla contemplazione, tant’era abbacinato da quella fantasia di luci serali sulla strada fra Lerici e San Terenzo. Partiti dalla Spezia mentre minacciava uno dei soliti temporali che deliziano con tanta predilezione la città, era rimasto grigio come il tempo fin quando il gozzo del barcaiolo non era giunto all’altezza di Pertusola. Si vogava alla lunga senza discorrere. D’un tratto, apertasi una fenditura di sole su Campiglia, i cantieri del Muggiano e le fonderie s’illuminarono. Tutto il golfo si trasformò. Seni, baie, scogliere, isole, dighe, natanti mutarono aspetto. Il mare era calmissimo. Al marinaio che faceva da cicerone più nessuno badava, intento a sorprendere il dilagare delle luci che fiammeggiavano sulle acque.
Il pittore tradì l’emozione con più d’un esclamativo che stupì i compagni. La bellezza della natura aveva vinto il suo mutismo e scossa l’apatia tanto che, rimpianta l’estate ch’era alla fine, aveva proposto senz’altro di tornare appena avesse potuto, e per soggiornarvi.
Abbiamo atteso a lungo alcuni anni il suo ritorno per venire con lui a godere e rinnovare le emozioni; ormai non possiamo che ricordarlo e rimpiangerlo. Sebbene lo avesse ammirato quasi di sfuggita, il Golfo dei Poeti ha avuto ben pochi artisti che lo abbiano subito compreso e amato come Piero Marussig.
Rieccoci ora alla Spezia sul vialone sventagliante di palme, impazienti d’uscire dalla città per ritrovarci fra i nidi marini che si nascondono tra le articolazioni dei promontori. Il vaporetto mattiniero ha dato il fischio. Perché mai non si muove e l’ultimo ormeggio non è sfilato dalla bitta di prua? C’è una signora ritardataria che il marinaio deve aiutare a cacciarsi a bordo e più in là arranca di corsa una bagarina con le ceste del pesce che fa in tempo per miracolo, si direbbe, a buttar dentro il suo carico quando già ci scostiamo.2
– Se non era per quella signora col cappellino mi lasciavate a terra…
– Per quella signora? – Ha dato una scrollata di spalle; non vuol nemmeno difendersi, ma dal sorriso della popolana è facile arguire che anche lei ha capito. Infatti fu soprattutto per la cliente giornaliera, avvistata in affanno sul fondo del viale coi suoi cesti, che il vaporetto s’è attardato.
Vorremmo chiedere al marinaio se è proprio di San Terenzo e come mai non ha seguìto o almeno tentato, si direbbe quasi la vocazione, più che la sorte, di molti suoi compagni.3 A bordo, tra i naviganti, l’ansa del paesino che si affaccia lindo sulla spiaggia, rinnovato quasi del tutto dopo il tragico scoppio della polveriera di Falconara, è detta baia dei cambusieri. È un loro privilegio quasi assoluto. Provatevi a scendere da basso se avete occasione di metter piede non importa su quale transatlantico. Giù, giù, nei locali senza oblò, aerati dal termotank, giù dove si accumulano le provviste per un’intera città navigante, in mezzo a eserciti schierati di bottiglie d’ogni dimensione e provenienza su compresse rastrelliere, presso lo scagno del vigile custode, provatevi ad osservare che cosa è ben in mostra, sempre innanzi agli occhi di chi stende note4. Troverete immancabilmente questo scorcio di marina col rigido castello di Lerici da un lato e il confratello meno severo di San Terenzo dall’altro.
In quell’atmosfera speciale di bordo che ha un po’ del sotterraneo e del fortilizio, ove la temperatura fresca è quasi sempre costante per salvaguardare le provviste e dove si attutiscono così i fruscii dell’acqua strisciante contro i fianchi della nave come le vibrazioni delle macchine, affondati qualche metro sotto il livello marino, queste baie solatie in cartolina nella costante luce artificiale dell’ambiente, vi fanno sostare con cordialità tra chi ve le illustra e vi si fa amico se mostrate d’amarle e ricordarle quanto lui.
Sanno anche i cambusieri e i cantinieri di bordo la storia del loro paese e più d’una volta mi son fatto ripetere il racconto della fine di Percy Bysshe Shelley che ha immortalato col suo soggiorno e più con la sua poesia la ridentissima plaga.
C’è qualcuno che non la conosce? Appena il vaporetto svolta sotto il castello poco oltre l’approdo, eccola narrata in riassunto sulla lapide che ne conserva memoria sopra il porticotto di una delle case che meglio si distinguono anche dal mare:
“Da questo porto in cui si abbatteva l’antica ombra di un leccio, il luglio del 1822 Mary Goldwin e James Williams attesero con lacrimante ansia Percy Bysshe Shelley che da Livorno, su fragil legno veleggiando, era approdato per improvvisa fortuna ai silenzi delle isole elisee. – O benedette spiagge ove l’amore, la libertà, i sogni, non hanno catene!”.
Gli ultimi “Versi scritti sulla Baia di Lerici” bisognerebbe riportarli per intero per far risentire in quale intensa atmosfera di poesia trovassero modo di isolarsi gli artisti che predilessero queste rive. Stralciamo qualche brano.
Ella mi lasciò nell’ora silenziosa
in cui la luna aveva cessato di scalare
l’azzurro sentiero…
…il passato e il profumo eran dimenticati,
come se né fossero stati né sarebbero.
…Io non oso dire i miei pensieri, ma così turbato e debole
io sedetti e vidi i vascelli scivolare
sull’oceano lucente ed ampio,
come carri alati di spiriti mandati
sopra un sereno elemento
per strane e lontane visioni:
come se ad una stella Elisia
navigassero, per bevanda che sani
un dolore dolce ed amaro come il mio.
E il vento che alava il loro volo,
dalla terra veniva fresco e leggero,
e il profumo di fiori alati,
e la freschezza delle ore
della rugiada, e il dolce tepore lasciato dal giorno,
erano sparsi sopra la baia scintillante.
E il pescatore con la sua lampada
e la sua lancia intorno alle basse umide rocce
strisciava, e colpiva i pesci che venivano ad adorare
l’ingannevole fiamma…
Nella tranquilla estate del 1822 lascia gli amici sulla felice baia e con una barca a vela va incontro ad altri che l’attendono a Livorno. Impaziente di ritornare, malgrado il tempo minaccioso, riparte e naufraga ravvolto nell’oscurità di una nube temporalesca. Dieci giorni dopo le acque restituiscono il suo corpo sulla spiaggia presso Viareggio dove, tra la pineta e il mare, Byron ed altri amici gli preparano il rogo secondo il rito classico e recano poi le ceneri al cimitero di Roma. Il poema che stava componendo restò interrotto a questo verso:
“Allora, che cosa è la vita? io gridai…”. Doveva chiamarsi il “Trionfo della vita!”.
Sedotti dalla dolcezza del tema ci sarebbe facile proseguire, ed altre leggende affiorano da questo nido marino avvolto dal mare e fasciato dagli ulivi, leggende antiche e sacre che riemergono col nome stesso dei nostri borghi e ne radicano e nobilitano l’origine nel tempo, ma è necessario far punto e restare per ora in compagnia degli spiriti più vicini e quasi ancora nostri, che ci sono stati di guida nella scoperta della grazia e della bellezza di cui ci è dato lungamente godere ritornando a soggiornare nei loro approdi.
1 Piero Marussig (1879 - 1937), pittore di origine triestina, fu esponente della Secessione.
2 Per “bagarina” in dialetto genovese si intende una giovane.
3. La parola “seguìto” è accentata nel testo originale.
4 Il termotank è una cisterna riscaldata.
A ridosso di Capo Corvo, giunti dopo la mezzanotte, solo chi era di guardia aveva saputo fiutare l’ancoraggio tanto il buio era spesso. In coperta ci fu consultazione: “C’è mare mosso. Bisogna che sia ben chiaro per tentare il carico senza rischio. Quietiamo tutti qualche ora”. La scogliera era lontana, non si sentiva nemmeno lo sciacquio; nessun pericolo quindi correva il leudo con l’ancora bene affondata nel letto soffice della Magra prolungato sin oltre la foce. Dov’era il villaggio? Un unico lumicino s’era spento lontano forse in qualche casa di pescatore facendo ancor più buia la notte nuvolosa. Solo dopo lungo scrutare chi emerse dal boccaporto quando sentì ferma la barca, riuscì a distinguere la gobba del Corvo che ci proteggeva.
Fu una giornataccia quella per tutta la durata del carico e gli zavorrai erano in ansia continua non tanto per i finanzieri, che forse, date le piogge intermittenti, non si sarebbero presi la briga di verificare il permesso a questi ostinati trafugatori di sabbia, quanto per il pericolo che correva il leudo esposto agli strattoni del risucchio, con sotto a pochi palmi, un fondo falsissimo che minacciava di arenarlo. Quale sollievo gettare le ultime coffe di sabbia sul boccaporto ricolmo e finire quella sfacchinata anche se la pioggia ci si metteva buona ultima a completare le molestie!
Come Dio volle s’uscì dal frangente, liberi dove l’onda lunga e il fondale scuro più non inquietano. Domato il rullìo con lo spiegamento della vela, si diresse verso il Corvo per il ritorno.1 Aperto il Golfo della Spezia, visto che le giornate di malanni non dovevano ancora aver fine, col mare imbronciato si sciolse anche uno di quei temporali classici del golfo che non consentì più di vedere nemmeno l’isola del Tino.
– Poggiamo?
– Per dove?
– Ci dev’essere una calanca a destra. Ho scorto un gruppo di case sugli scogli prima che s’abbassasse la burrasca.
– Che calanca! È Tellaro, un paese dove i polpi vanno a suonar le campane e non ha riparo nemmeno per un gozzo.
Ho dovuto rievocare la scena di bordo per giustificare la curiosità che m’ha risospinto in escursione nel Golfo dei Poeti assai dopo il tempo del tribolato viaggio con gli zavorrai, usciti naturalmente senza infortuni dalla buriana.
C’è voluto però, oltre lo stimolo sempre da appagare della curiosità, l’invito insistente di un compagno di scuola: Don Davide Dasso, divenuto ora il parroco e il rinnovatore spirituale dell’antico villaggio, per compiere finalmente la gita e trovar modo di goderne tutta la bellezza.2
Iniziamo la nostra escursione da Lerici, lasciandoci a destra il severo castello che la vigila sullo sperone della baia. Usciti dalle case e salito il primo piano della collina, una strada nuovissima s’inoltra tra gli ulivi. Chi fa collezione di dolci passeggiate rivierasche, inserisca ormai anche questa tra le nostre migliori, e non avrà da pentirsene, sia che conosca la riviera ponentina sia che abbia indugiato sinora sul promontorio di Portofino per le sue ore di svago e di riposo.
Avevamo sempre creduto che la collina di Santa Giulia di Centaura fosse la plaga ligure ove l’ulivo ha il suo maggior trionfo. Vi cresce infatti rigoglioso e denso come una foresta. I chiavaresi ne hanno persino esportato la fama oltre oceano, tanto che un giorno nel bel centro di Buenos Aires c’imbattemmo in una vetrina ove si vantava l’olio autentico di Santa Giulia come il più profumato prodotto per la delicata cucina dei buongustai. Appena lasciata Lerici però c’è venuto un dubbio sulla legittimità del primato.
La nuova strada che consente di godere appieno, sin quasi all’estremo punto del Corvo, l’incanto del Golfo dei Poeti, avanza in una così fitta boscaglia di ulivi dal tronco nero e sano che persino la luce è imbevuta dalla argentatura delle foglie. La mite pianta s’inchina sul pendio come un’ondata solenne di fronde obbedienti a un accordo di vento.
Tra i seni di Fiascherino e della Vittoria – e quest’ultimo ricorda uno scontro coi Corsari Saraceni dei quali v’è tanta copia di leggende nelle vecchie cronache di Lerici – la punta della Stella ci induce a scendere sulla riva per sentirci come in una beata isola di serenità. L’insigne studioso Camillo Cimati a chi interrompe le sue meditazioni è generoso di ospitalità, soprattutto se ama intrattenersi intorno alle antiche storie delle scogliere sulle quali ha stabilito il suo romitorio.3 Da una sua memoria ci è dato apprendere le leggende dello scomparso Barbazzano, castello sul quale i genovesi estesero la giurisdizione appena ebbe qualche importanza, anche se il Vescovo di Luni ancora nel 1274 conservava il diritto di essere trasportato con una loro barca nei suoi viaggi a Genova, Pisa e Roma. Non mancarono gli animosi e gli intraprendenti, a quanto pare, nel borgo, tanto è vero che un giorno, uniti a quei di Ameglia, predarono al largo una saetta fiorentina, mettendo la Repubblica nelle grane.4
Ma lasciamo la parola a chi ci informa con maggior approssimazione sulla sorte dello scomparso villaggio: “Corre la leggenda, che vuolsi tradizione tellarese, che Barbazzano sia stato sorpreso e distrutto dai corsari la notte di Natale d’uno dei primi anni della seconda metà del XVI secolo e quei corsari, secondo l’accennata tradizione, sarebbero stati Mori Catalani, che negli anni dal 1438 al 1442 fecero, come risulta dalla storia del tempo, scorrerie lungo la riviera di levante, saccheggiando e distruggendo gli abitati indifesi o quasi. E siccome col nome di Mori Catalani la tradizione intende i pirati in genere, potrebbe anche darsi che distruttori di Barbazzano siano stati i Portoveneresi, già celebri ladroni e infestatori di mari; e ciò forse per gelosia di mestiere perché (come già vedemmo) anche gli uomini di Barbazzano correvano il mare pirateggiando”.
Torniamocene ora sulla strada dove gruppi di ragazze lericine e pattuglie di giovinotti cantano obbedendo alla primavera, più che mai fedeli alla nascente tradizione di gaiezza, già patrimonio delle canzoni popolari che si spingono al di là del golfo. Ancora una svolta ed eccoci a Tellaro.
Il marinaio del leudo aveva ragione da buttar via quando si sdegnò contro chi suggerì di poggiare su queste scogliere. Rocce da polpi, non c’è che dire, e la chiesa è proprio sugli scogli, metà nell’acqua, assai più a bagno di quella di Vernazza che vi poggia un piede solo.
Il giovane parroco ha intorno a sé sciami di bimbi cui distribuisce libriccini di devozione, ma non tarda a far festa all’ospite. Riusciamo a fargli narrare la storia del campanile diroccato da un fulmine e lasciato con la lucerna in bilico sulle onde, da lui – o almeno col suo aiuto personale – rimesso in sesta; riusciamo a vedere i progetti e i primi lavori della nuova chiesa, l’asilo, tutto ciò che si fa e si rinnova a Tellaro ma non c’è verso di fargli raccontare come andò che i polpi si misero a suonare le campane.
Ripercorse tutte le viuzze a gradinate del villaggio – parente stretto delle Cinque Terre e nel quale si preferirebbe come in quei cari paesi sempre maggior pulizia per il loro decoro e la valorizzazione delle singolari bellezze che posseggono – dopo aver ammirato l’incedere elegante delle donne di ritorno dalla fonte con le grandi secchie ricolme sul capo eretto, abbiamo sorpreso, sopra un terrazzo isolato, giovinetti nascosti a saggiar la prima sigaretta ed ad esercitarsi allo “scrollino” fuori tiro. Cactus pendenti a grappoli rigidi sul vuoto, viti, pergolati, agavi e balconate sul mare, altane spalancate ai venti del golfo. Finalmente ecco alcune vecchie e con loro un compare ciarliero che cede all’invito. Possiamo dunque saperne qualche cosa.
“Il campanaro Marazzano ogni tanto si sa, una bevutina se la faceva di nascosto del parroco e fu per quello che una sera lasciò pendere fuori dalla torre la corda della campana. Si levò il vento, fu burrasca grossa. La corda sbattuta qua e là sugli scogli, trovò una fessura e fu abbrancata da un polpaccio che fatta presa non intese mollare tra le ondate che lo sballottavano. Abituato a tirar sotto quanto trova, il polpo ingavona la fune nella tana e i suoi sforzi gettano l’allarme tra le case, svegliano il paese, fanno andare in bestia il campanaro che crede agli spiriti e non se la sente di salire al buio a vedere chi lo sostituisce…”.
1 “Rullìo” è accentato nel testo originale.
2 Don Davide Dasso, originario di Sestri Levante, fu rettore di San Giorgio di Tellaro dal 1930 al 1945.
3 Camillo Cimati (18/06/1861 - 1/02/1945) nato a Lerici, deputato e senatore a vita, fu cultore di storia locale.
4 Il testo originale riporta “Amelia” invece di “Ameglia”.
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“Il promontorio che serra il Golfo della Spezia da ponente, al tempo dei tempi fece i figlioli: prima la Palmaria, poi il Tino e poi il Tinetto. O meglio, il promontorio fece la Palmaria, questa fece il Tino e questo il Tinetto.
La faccenda, nel corso dei secoli interessò volta a volta gli eremiti, i pescatori, i pirati, i corsari ed i costruttori delle piazzeforti della Spezia. Per gli stretti bracci di mare che dividono la figliolanza passano i modesti velieri che vanno e vengono dai porti e dalle rive di Liguria ai porti e alle rive di Toscana, piccolo traffico assai animato, che deve fare i conti col maestrale e col libeccio. E in queste acque sanno bene arrangiarsi i sardellari”.1
C’è gusto ad andare avanti ma non è disonesto? Perché queste cose sebbene le vediamo anche coi nostri occhi, ce le mette innanzi con la sua fluida parlata marinara Ugo Cuesta; così che vien voglia di saccheggiarlo, ma più che altro per orientare il lettore e il compratore di libri se una volta tanto volesse finalmente conoscere un sano e autentico scrittore marinaro.
Aprite a caso, non importa a quale pagina, “Uomini sul Mare”, se avete gusto a godere l’elemento vitale della nostra regione e vi piace passare qualche ora in buona compagnia con chi si sente a disagio soltanto in terra.
“Il brigantino a palo rolla ampiamente sull’onda lunga, navigando a gran lasco. A bordo tutto bene; sul cassero il capitano armeggia coi suoi ingredienti da fotografo, fischiettano i canarini e il cuoco, molto unto, prepara una zuppa di piselli secchi; fra maestra e mezzana il nostromo taglia e i marinai cuciono una vela nuova di gabbia, perché i paraggi del maltempo sono vicini. Le vecchie vele nerastre rappezzate avranno riposo giù nel gavone, e comincerà la tribolazione della gente”.2
Non vi sentite a bordo? Si va da un capo all’altro, da l’una all’altra isola. Quanti sono i compagni coi quali c’è sempre modo di scambiare un mugugno, una risata, un bicchierotto o una burla? Questa che ci raccontano all’isola del Giglio ove ci sentiamo ormeggiati anche noi tra golette e tartane in attesa del carico di granito o d’uva dolcissima, mentre la cucina dell’osteria è in fermento, proprio non possiamo tenercela.
“Un tempo i portercolesi la domenica magari si davano una bella mutata, ma le scarpe non c’era verso che se le mettessero, sicché andavano alla Messa scalzi. Allora i santostefanesi sparsero sul pavimento della chiesa una mezza coffa di granchi. Quelli entrano, a piedi nudi, e cominciano a sentir pinzare. E dicevano: E che de’? Corpo di Chiesù, son nati li granchi in chiesa. Ce li abbin portati li santistefanari? Devin esser stati loro.
Andò a finire che quelli di Santo Stefano dovettero scappare sulle barche, e da terra venivano certe sassate da ammazzare la gente”. 3
Si rischia questa volta d’andar proprio fuori rotta e la colpa è tutta di Ugo Cuesta che ci ha succhiati i motivi nostri, casalinghi, quelli di cui ci compiacciamo maggiormente, venendosene proprio dove abbiamo quasi costituito il nostro feudo artistico e insinuandosi addirittura a Portovenere dove intendevamo continuare la nostra illustrazione del Golfo dei Poeti. Sentite:
“Passa un po’ di vita, così, fra gozzi, leudi e bilancelle, un po’ di vita refrigerata dal salmastro e dai ricordi di vecchie avventure.
Qualche nome di compagni non più veduti affiora, vivido come un occhio di sole o velato come la costa che la calura sfuma: dove diavolo sarà “Spezia”, quello che legò la padella delle patate alla coda del cane?
Gran cuciniere, egli era, unto, sì, ma succolento, e tutti a bordo lo canzonavano perché parlava spezzino, e gli domandavano:
– A parlà cuscì, chi ti voeu che te capisce? O che te pà de parlà italian?”4
Questi “Uomini sul Mare”, col loro viziaccio di vagabondi, proprio ci han condotti fuori rotta ed è giocoforza seguirli, dare ascolto ai loro discorsi, distrarci alle loro storie, che sono poi le nostre e per questo non ci dispiace, ed è certamente anche per ciò che ci mostriamo tanto deboli. Sentite se questa non vi par di saperla, voi di San Terenzo e Val di Magra:
“Quando S. Mamiliano, che faceva l’eremita a Montecristo, sentì d’essere prossimo alla morte, disse ai gigliesi e ai campesi che del suo trapasso sarebbero rimasti avvertiti da una fiammata accesa sull’isola. E tutti, a Campo e al Giglio stavano attenti per correre a prendere il corpo del santo. Difatti ecco il fuoco; via con tutte le barche. I campesi arrivarono prima, ma di poco, sopraggiunti i gigliesi si misero a litigare:
– Corpo di Ghiesù – dicevano i campesi – l’amo pigliato noi e il santo è nostro.
– Giureddie – dicevano i gigliesi – invece è nosso.
Quelli l’afferrano alla vita, questi per una mano, e tira tu che tiro io, i gigliesi ebbero un braccio e gli altri tutto il resto”.5
Sembra la storia di San Terenzo, il pio vescovo scozzese, ucciso mentre era di passaggio in Lunigiana da due suoi beneficati, e sepolto all’Avenza in luogo ignoto. Una forte luce, splendente nella notte, avrebbe richiamato sul posto popolo e clero, con a capo il vescovo Gualtiero. A chi spetta il sacro corpo tra pareri tanto discordi e così accese gelosie medioevali? Quale deve essere la sua sepoltura e dove, visto che il popolo lo reclama per averne beneficio di favori divini e protezioni in tempi sempre calamitosi. La scelta è affidata alla sorte. La sacra salma viene caricata sopra un carro nuovo cui si aggiogano due giovenchi indomiti. Vuole la leggenda che il carro si fermasse presso una villa vescovile. E il nome intanto consacra qualche villaggio che dedica la chiesetta al culto del santo e ne perpetua la memoria anche se non può custodirne le spoglie.
C’eravamo proposti di muovere i passi in quel di Lerici e Portovenere e continuare a narrare cose antiche e nuove, care alla nostra fantasia di rivieraschi innamorati della Liguria e del suo mare. Doveva essere punto di partenza il castello poderoso e severo che domina l’antica terra di Lerici disputata da conti, vescovi, pisani e genovesi; si voleva assistere alle partenze delle preistoriche feluche noleggiabili con sei zecchini, nelle quali era possibile cacciar dentro carrozze, cavalli, scorte ed equipaggiamenti per arrivare a Genova senza rischiare il passo malfamato del Bracco e le insidie delle strade montane a rompicollo, e invece eccoci tra le mani il libro del Cuesta che ci trascina fuori di rotta coi suoi più freschi racconti, degni d’aver la precedenza sulle istorie che possono ancora attendere senza menomarsi, con la pazienza accettata in secoli di silenzio.
Umanissimo mondo, cordiale, tutto mare, aperto alla bontà che fa così ricco il povero, mondo che troviamo tanto di rado nella letteratura e che solo pochi artisti sanno rivelare e far vivere con la loro intatta semplicità, magari in frantumi e brevi immagini, in piccole scaglie, in appunti da Zibaldoncino ad uso e consumo di chi ama i naviganti e la loro vita come conviene in “Uomini sul Mare” Ugo Cuesta senza schiume letterarie, con una voce che sembra a volte rauca e d’osteria ed è invece casalinga e profonda come quella del mare, ci trae ad ascoltarlo, compie il miracolo di commuoverci, intenerirci e lo fa con tanta maggior grazia in quanto non v’è né studio né malizia ma paesana spontaneità.
Come ci faremo perdonare il saccheggio compiuto? Vi sono a Lerici e a Portovenere – chissà mai perché se n’è dimenticato – certe osterie oggi persino troppo abbellite, ove si cucina una zuppa di datteri unica al mondo. Ci sembra quel mangiare, il punto di congiunzione tra i suoi caciucchi e i nostri ciupin.6 V’è in un celliere, per chi non ha viso troppo foresto, ancora qualche riserva di Sciacchetrà, di quello degli anni in cui le Cinque Terre non erano essicate dalla filossera. Salderemo dunque la partita da buoni amici al primo incontro.
1 La citazione è tratta da Cuesta Ugo, “Uomini sul mare”, Casa Ed. Ceschina, Milano, 1938, p. 43.
2 Ibidem, p. 85.
3 Ibidem, p. 153.
4 Ibidem, p. 47. “succolento” compare nel testo originale.
5 Ibidem, pp. 154-155.
6 Il “ciupin”, tradizionale alimento popolare, è una zuppa di pesce misto.
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Avaria. La fusione di un cuscinetto del motore ci aveva lasciati in balìa del vento proprio a mezzo miglio dalla Bocca Stretta.1 Lo scenario di rupi offerto dal promontorio e dall’isola Palmaria non ebbe più nessun interesse.
– Alziamo la vela, bisogna appoggiare.
L’interruzione del viaggio contrariava tutti. La Grotta Arpaia o di Byron, ergeva la zanna dirupata sulle scogliere; la recente frana ha tolto notevole interesse a questo richiamo per i turisti domenicali, caro ai monelli che si attaccano ai panni dei forestieri per far da guida. Sulla punta, la chiesina di San Pietro col campaniletto gotico aveva mutato aspetto.
– L’hanno rifatta nuova finalmente, a quanto pare…
L’osservazione non fece nemmeno alzare gli sguardi dei compagni, seccati per il guasto e per il conseguente ritardo, con la mente già occupata a spedir telegrammi per sospendere o rimandare impegni, e col pensiero intento a far nuove congetture.
Al posto dell’antichissima chiesina ritta sull’estremo sperone del promontorio, c’è chi fa sorgere con l’ala della fantasia un tempio alla Dea Venere, per opera del console Lucio Porcio, nel 563 di Roma. Da qui il Forum Veneris e quindi Portovenere. Chi si azzardasse, come qualcuno ha tentato, di supporre un’etimologia meno mitologica e più elementare, risalendo a S. Venerio, l’eremita dell’isolotto del Tino poco discosto, certo si troverebbe contro tutta la schiera degli eruditi profondissimi, pronti a mettere in ballo Tolomeo, l’imperatore Antonio Augusto, forse anche gli immancabili Plinio e Strabone.
Sta di fatto però che si comincia a sapere qualche cosa di sicuro su questa terra proprio nel sesto secolo, quando i religiosi, solerti pionieri in tutte le nostre colline, vi stabilirono un’abbazia. Si fa risalire una prima devastazione al cartaginese Magone quando il villaggio era un piccolo agglomerato di pescatori, e una seconda a Rhotari; il feroce longobardo che ha lasciato memoria di sé in tutte le leggende locali come distruttore.2
Il lêudo, imboccato lo stretto, sfilò presto innanzi alla parete di case tipicamente liguri: nucleo pittoresco di abitazioni irregolari con poggioli, terrazzi, lucernari, altane, intersecate in tutti i sensi. Il tono della pietra tende al grigio e quella sera il grigiore degli umori le incupiva per noi maggiormente.
Gettammo l’àncora a venti metri dalla banchina ammainando. Il rumore delle carrucole nel porticciolo silenzioso echeggiò come un suono di nacchere. Che fare nell’attesa? Col primo che si diresse a terra saltai sul molo e infilai l’erta, passando sotto l’arco del portale che anticamente chiudeva le mura della cittadella.
Torrette a bugne, merlate, con stemmi e ciuffi di gramigne, interrompono la linea dei robusti muri bucherellati di feritoie sino alla grande fortezza. Genova alla sua vedetta avanzata aveva dato la maggior sicurezza che nei secoli scorsi si potesse richiedere. C’è ancora in tutti questi sassi l’impronta di una volontà severa e di una potestà sicura. I signorotti con la repubblica non avevano buon gioco, tanto più quando si trattava di dominar l’orizzonte per vigilare sulle acque e mantenere la sicurezza del mare.
I caruggetti, i viottoli in ascesa tra le fila delle case, sono puliti e cheti. Il forestiero, specialmente nei giorni feriali, vi si può aggirare indisturbato, respirando un’aria di antica pace che ha qualche cosa in comune con S. Gimignano dalle belle torri e con S. Marino.3
Lo spettacolo però è più singolare. Mare aperto su un vasto orizzonte tirreno: isole poco discoste, baie, golfetti, borghi marini e, lungi, visioni di alte montagne. Salendo, delle case scorgiamo ogni particolare, ci affacciamo sui tetti, sogguardiamo nei cortili, scopriamo ogni segno di vita.
Eccoci innanzi a S. Lorenzo. Il mare è quasi scomparso e nel sagrato siamo soli ad ammirare il martire sul portale. Di questa chiesa si ha notizia sin dal 1098. Pare la consacrasse Innocenzo II, nel 1130, ospite di passaggio in uno di quei fortunosi viaggi che i pontefici di un tempo non mancavano di compiere per via di mare, e di cui troviamo frequenti notizie nelle antiche cronache della Riviera.
Le artiglierie dell’armata del Re di Napoli nel 1494 la danneggiarono e in seguito la sua struttura fu modificata, per cui al gotico primitivo si sovrapposero altri stili. La tassa d’ancoraggio, consentita come privilegio della repubblica, fornì i proventi per le riparazioni. Attualmente provvidi lavori, per i quali il Duce nella sua visita del 1931 ha dato approvazione e aiuti, le han ridato l’antico decoro.
L’uscita di una vecchia devota che in quest’ora è l’unica fedele presente, ci fa ricordare un’antica stampa sotto la quale un giorno leggemmo: “Vero ritratto della Miracolofa Immagine della Madonna Bianca, che fi venera nella Chiefa Paorchiale di San Lorenzo in Porto Venere Colonia di Genua”.
– Perché chiamate Bianca la vostra Madonna, buona vecchietta?
– È un miracolo, un miracolo di molti anni fa. C’è stato un tempo in cui tutti erano cattivi e nessuno credeva più. Un santo uomo, da solo, pregava per i peccatori nella sua casa, stando davanti a una immagine della Madonna che forse il fumo e il tempo avevano annerita e più non si conosceva.
“In una sera d’estate, quando quasi tutti i marinai erano assenti, mentre compiva con più fervore le sue preghiere, s’accorse ad un tratto che l’immagine prima quasi irriconoscibile, s’era fatta bianca e celeste e così rimaneva. Vide anche la Madonna alzare la mano sinistra con cui reggeva il bambino e congiungerla con la destra per pregare il suo Figliolo Divino insieme al santo uomo. Gesù ha esaudito la Madre e da allora sono avvenuti molti miracoli nella nostra terra…”.
Il popolo oltre due secoli fa ne volle l’incoronazione e la comunità di Portovenere la preparò con ogni pompa nel settembre del 1725. Le tradizioni religiose di questa terra sono numerosissime. Oltre il già ricordato S. Venerio che visse a lungo su l’isolotto del Tino da eremita, nella Palmaria subì il martirio S. Anastasia con una moltitudine di cristiani, e vi morì il Pontefice S. Silverio che vi era stato confinato. Portovenere ebbe inoltre la visita del Pontefice Alessandro III, del Papa Innocenzo IV, di S. Urbano V, di Benedetto XIII, che accrebbero di privilegi la chiesa.
Non minori sono le tradizioni di audacia e di combattività. Sebbene il borgo a quanto pare conservasse statuti propri, la sua dipendenza da Genova non venne quasi mai a cessare. Subì l’incendio delle truppe imperiali e pisane nel 1242 e nel 1436 cacciò gli aragonesi. In altre circostanze ricordammo degli episodi di questi avvenimenti che dimostrano l’ardire e illustrano l’eroismo dei suoi abitanti.
Portovenere dette i natali agli ammiragli Simonino Cavalleri e Francesco Barbavara. Ospitò a lungo il grande naturalista Lazzaro Spallanzani che vi compì importanti esperienze e scoperte e il geologo senatore Giovanni Capellini, oriundo di questa terra.4 Giuseppe Garibaldi nel 1849 vi approdava, tornando profugo dalle spiagge di Follonica, con la barca di padron Azzarini di San Terenzo e il popolino ricorda, come avvenimenti d’ieri, il passaggio di Dante e di Petrarca, il quale ultimo scrisse nell’Africa: “Ecco l’Isola e il porto che a Venere piace scoprirsi a’marinai…”, accomunandoli alla moltitudine degli altri poeti che in ogni tempo vi dimorarono, da Byron a Shelley. Vi parla delle nuotate del primo e delle crociere del secondo con una familiarità che non ha nulla di presuntoso.5
Dopo la rapida rassegna nei campi della leggenda e della storia, dei fatti e delle fantasie, conviene ricordarci del nostro leudo. Da l’alto della fortezza lo si vede immobile tra le barche minori, all’àncora, e un certo tramestìo presso la camera fa pensare che la cena sia pronta. L’avarìa forse anche a bordo è già stata dimenticata e conviene raggiungerlo.6
1 “balìa” è scritto accentato nel testo originale in questa occorrenza ed in altre successive non segnalate in nota.
2 Descalzo usa alternativamente le grafie “Rhotari” e “Rotari”.
3 Nel testo originale compare “San Gemignano” invece di “San Gimignano”.
4 Il testo originale riporta “Cappellini” invece di “Capellini”. Giovanni Capellini (1833 - 1922), originario di La Spezia, fu il fondatore del Museo Geologico Giovanni Capellini di Bologna.
Lazzaro Spallanzani (1729 - 1799) fu professore di storia naturale all’università di Pavia e ricercatore sperimentale.
5 Nel testo originale compare “Santerenzo” invece di “San Terenzo”.
6 “àncora”, “tramestìo” ed “avarìa” sono scritti accentati nel testo originale.
Al bivio della via Aurelia, dove si stacca l’arteria che per il passo di Velva s’avvia a Centocroci e a Parma, c’è una località detta Lapide.1 Nessuno o quasi s’era prima d’ora soffermato a guardare il muro cascante su cui stava incastrata la lapide di materiale grommoso, transitandovi. Dacché le sistemazioni compiute dall’Azienda Autonoma Statale della Strada hanno fatto convergere in quel punto il nuovo tronco per l’eliminazione del passaggio a livello di Sestri Levante, non pochi sostano incuriositi. La lapide è stata trasferita sopra una specie di edicola dall’aria quasi monumentale; rimessa in piena luce e aggiustata, invita alla lettura anche gli sfaccendati che non s’erano mai nemmeno resi conto della sua esistenza.
“Regi Carolo Alberto (continuiamo in italiano!) perché, mediante suo ordine, il sentiero Sestri-Varese fu trasformato in ampia via, coperta di ghiaia e munita di ripari. Gli abitanti di Sestri, Casarza, Castiglione, Maissana, Varese, per aver conseguito il beneficio di più libere comunicazioni, l’anno 1834, essendo Ministro degli Interni Antonio Tonduto Conte Scarenensi”.2
Siamo dunque invitati, anche dai nuovi lavori, a commemorare il centenario, da poco scoccato, di una strada, invito sempre gradevole al nostro gusto zingaresco. L’ampia via, coperta di ghiaia e munita di ripari è ora uno stradone asfaltato che incanala gran parte del traffico di profonde vallate interne dell’Appennino ligure-emiliano. Se segue il corso dell’antica mulattiera lungo la quale giungevano al mare i prodotti di Parma, non s'è certo fermata alla funzione primitiva e si deve alla sua trasformazione la rinascita e il rifiorire, in un secolo, d’industrie agricole, lo sviluppo di centri montani e le bonifiche di ampie zone interne delle quali ha favorito l’arricchimento.
La vallata del Petronio, torrente dall’alveo petroso che ogni tanto straripa portandosi via argini e appezzati di terreni, capanne e pollai e travolgendo anche i ponti di Casarza e di Riva, è la prima che si spalanca appena ci inoltriamo oltre il bivio. La ritroveremo quale Valle delle Pesche. Presagio di primavera in essa, sui rami degli estesi frutteti è il lucido preannuncio delle fioriture che faranno in poche settimane un mareggio di sfarfallii rosa, tutta una festa primaverile che inonda di giocondità casolari e villaggi destandoli dal sopore invernale.
Casarza Ligure è il primo comune che s’incontra, il paese, tra l’altro, dai dolcissimi fichi sciroppati, rarità locale specie se conservati ed estratti nelle mense natalizie. Si trovano lungo la strada le poche osterie ov’è possibile bere il Verici autentico prima che subisca contraffazioni e soprusi giacché la collina famosa che lo produce e la consorella di Cardini, degradano sul suo versante.
Al Bargonasco le Trafilerie e Laminatoi di Metalli deviano le immagini dall’aspetto rustico e villereccio. La valletta che s’apre al Bargonasco ha qualche cosa di prezioso da rammentare: è la protagonista di “Gente e scene di campagna” il libro ove sono le più profonde e calde pagine di Umberto Fracchia.3 L’indimenticabile artista su a Bargone aveva eletto di vivere e lavorare quando la raggiunta maturità stava per consentirgli la creazione di quelle opere che il valore delle anticipate prometteva sostanziose e durature. L’immatura scomparsa che si ripercosse nella corrente più sensibile del nostro mondo letterario, lo ha lasciato vivo tra i monti della sua fanciullezza dove presto tornerà per goderne l’intera pace entro la cappella solitaria che l’attende sul poggio da lui prediletto.
La vallata si restringe, si fa a volte angusta e diruta. Masso, Massasco, Battilana, il rio Acquafredda e sopra un cocuzzolo la cappella di Casareggio rompono la solitudine quasi rupestre.4 Campegli delle gaie sagre domenicali, S. Pietro di Frascati giocondo sull’elevata collina sulla quale domina col suo agile campanile dal mare al valico, ci si fanno incontro ai Casali fra gli uliveti che accompagnano il viandante.
Castiglione Chiavarese, per chi ignora la sua esistenza, appare quasi d’improvviso a uno svolto, tutto in mostra, spiegato lungo lo stradale, al sole, come una distesa di lindi panni variopinti. Castel Leonis? La maschia etimologia che qualcuno ci ha suggerito non ci distrae dall’ammirare la campagna, coltivata come un giardino e dove i vigneti degradano regolari rivelando l’operosità ammirevole di tutto il contado.
Si sale alla quota dei castagni, i quali, a boschi, ci vengono ormai incontro prima ancora di giungere a Missano che si assiepa intorno alla chiesa e se ne sta quasi in disparte a sorvegliare la vita vegetativa e le vicende stagionali dei pasteni e delle macchie.5 Fuori mano per i gitanti pigri è il Santuario del Conio che si apparta sonnacchioso. Quasi nessuno vi sale appunto perché la strada lo ha evitato, la strada che ha dispensato a suo capriccio fervore di attività e di sviluppo.
Ci si incunea nel castagneto in fondo alla valle dove una primitiva officina riparava un tempo le monumentali bare che salivano lente trainate da file di cavalli. È raro ora se qualche autocarro vi fa sosta, con la fretta che hanno i nuovi veicoli e l’invito della bella strada recentemente ancor ampliata, corretta ed arricchita di ponti che eliminano gran parte delle curve d’un tempo.
I boschi di castagni non ci lasciano che a Velva, il borgo più singolare del percorso che si presenta con la sua ingorgata e complessa architettura ad archi, terrazzi, sdruccioli, fenditure scoscese, in un miscuglio di ovili e di abitazioni che dànno a tutto il nucleo originale un aspetto primitivo.6
Possiamo far sosta, prima di avviarci al valico, alla ricerca di qualcuno di quei vecchi i quali ancora tre lustri or sono parlavano con nostalgia di un grande sogno che la nuova generazione ha dimenticato. Tra i loro discorsi ricorreva spesso l’aspirazione a vivere tanto da assistere alla costruzione di una ferrovia. Come s’immaginassero di poterla far salire sino al loro borgo, o anche farla passare ai suoi piedi per congiungersi a Borgotaro, non so. Quando vennero le prime corriere furono concordemente diffidenti. Quei rimbombi, quei fetori di essenze bruciate, così diversi dall’odor di fienile, quella facilità ad incendiarsi e a ruzzolare – fama dalla quale i vetturini le facevano precedere vedendosi con angoscia tolti i clienti – li inducevano ad usare prudentemente le rebellee, nonostante la loro sete di progresso.7 Dietro l’esempio dei forestieri che se ne servivano con disinvoltura specie per salire a villeggiare, però la popolazione cominciò presto a capire che la ferrovia tanto sospirata, e più comoda ancora, era giunta a loro insaputa, e per servirli proprio da casa loro, personalmente, tre quattro volte al giorno secondo le stagioni.
Tra i vecchi d’allora – e forse tuttora vegeto come gli auguriamo – un bel tipo affermava di aver scoperto la… semente dei funghi. Lo diceva furbescamente lasciando correre con malizia la fantasia di chi s’impuntava o rideva, e a dimostrazione, nel bel mezzo dell’estate e quando non pioveva da un mese, compariva con qualche raro esemplare fresco più che sufficiente a sorprendere gli ingenui.
Era il custode del laghetto destinato alla sempre inerte centrale elettrica installata ai piedi del Vasca. Ogni tanto faceva deviare l’acqua dell’esiguo serbatoio sotto i castagni, allagando prati fungaioli e lasciava che il caldo fermentasse l’umidità consentendogli di sbalordire i suoi ingenui ascoltatori.
Ma il tipo più singolare di vecchio s’incontrava a Chiama. La strada di cui siamo saliti a commemorare il centenario giunse dapprima sino al valico di Velva a dominio del quale, con l’obolo generoso dei fedeli di Genova, i valligiani eressero il Santuario della Guardia ove convengono da oltre quarant’anni folle di pellegrini e di gitanti. Chiama è un villaggio del versante opposto da dove si vede scendere l’arteria a Torza per avviarsi a Varese e Centocroci. Il nostro vecchio, piegato a squadra dal cumulo di fatiche compiute nella lunga vita, chiamava il tronco Velva-Varese, la strada nuova. Ricordava ancora la mulattiera per la quale giovinetto si recava a piedi ogni anno in Lombardia alla sfogliatura del gelso. Nel ritorno una volta da Pavia a Borgotaro si caricò di una balla di canapa per un mercante, così voluminosa che non riuscì a traversare una delle caratteristiche strade di Parma, e il trasporto gli fruttò quattro fazzoletti da naso! Tempi dunque preistorici davvero, che l’avvento della strada ha lasciato solo nella memoria dei centenari.
1 Descalzo utilizza talvolta “Centocroci” invece del nome corretto “Cento Croci”.
2 Il testo della lapide è:
“Regi Carolo Alberto/ quod eius auctoritate/ semita a Sigestro ad Varisium via facta est/ et glarea constrata est stipitibus septa/ vicani/ Segestri Casartiae Castilionis Maissanae Varisii/ liberiorum commeatuum beneficium consequuti/ anno MDCCCXXXIIII/ summo praefecto negotiis regni interioribus/ Antonio Tonduto Scarenensi comite”.
Descalzo riporta erroneamente “Fearenensi” invece di “Scarenensi”.
3 Fracchia Umberto, “Gente e scene di campagna”, Milano, Mondadori, 1931. Fracchia (Lucca 1889 - Roma 1930) fu direttore della rivista “Fiera Letteraria” nel 1925 - 1926.
4 Nel testo originale compare “Caravaggio” invece del più probabile Casareggio, dove sorge una cappella dedicata a San Francesco.
5 Un “pastene” o “pastine” in dialetto genovese è un vigneto.
6 “Dànno” nel testo originale è scritto accentato in questa occorrenza ed in altre successive non segnalate in nota.
7 “Rebellea” in dialetto genovese significa carrozza.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Vinta finalmente la suggestione del mare e dei suoi barbaglii, ci siamo inoltrati nella valle del Petronio, in piena estate, sotto la calura che rimanda dalla terra ondate di aromi caldi strappandoli ai frutteti in maturazione.
Chi si fosse illuso che il molle arbitro d’eleganza dell’Urbe abbia dato il suo nome al torrente, dopo la lunga siccità estiva avrebbe di che ricredersi. Petronio = petraia: alveo biancheggiante di sassi aspri o levigati, senza un filo d’acqua in estate, con solo qua e là qualche rara pozzanghera.1
I mulini, gravati dalla cappa solare, ascoltano silenziosi il crepitìo smorzato dei muschi che si disseccano sulle ruote inerti.2 Lungo la strada, s’accorda al frinire delle cicale il colpo secco e ritmico dello spaccapietra, che batte e batte insensibile all’arsura, senza cercare ombra, sul suo cumulo di coti arroventate.
Mentre nei poderi il silenzio è assoluto perché sotto la pergola il contadino riposa nella siesta del meriggio la sua fatica antelucana, lungo la strada muratori e braccianti non hanno quiete. La strada s’allarga, si spiana, si raddrizza: opera immane della nostra civiltà in perfezionamento. Muraglioni che quando sono privi di impalcature paiono generati dalla rupe, tanto aderiscono con robusta gravità ai ciglioni, sorgono lentamente, sasso su sasso, mentre la calce pare si rapprenda non appena la cazzuola l’ha cacciata negli interstizi.
Sui terreni che il torrente colmando la valle ha formati, e continua a fecondare e a irrigare, bisogna soffermarci con ben più di uno sguardo frettoloso. Nella vallata del Petronio i pescheti sono legati l’uno all’altro, formano una lunga teoria irregolare di piante sulle quali a primavera è un leggero spolverio rosa senza fine, e in agosto una densa cornice robbiana di rami gravi che intrecciano corone pendule di frutti il cui profumo sale a vincere le ondate resinose delle pinete.
– Non è questa la terra promessa, nonna?
Una vecchina ci guarda, insensibile allo stupore che desta in noi la sua conocchia dalla quale si sfila l’esile refe, mentre prilla il fuso. Spettacolo d’altri tempi, che ci induce a favoleggiare come non ci è dato da tempo, tanto più che, pochi metri più in alto, lungo lo stradone lasciato per stordirci nel profumo del frutteto, passa in corsa mugolando raucamente, un’automobile.
Siamo a Casarza Ligure. Ferdinando Podestà ci ha lasciato di questo borgo descrizioni e studi notevoli, specie per chi non trascura le tradizioni paesane. Sono suoi i più caratteristici quadretti di fiere villereccie, di sagre, di processioni. Illustratore appassionato della Liguria orientale e storiografo dei Papi della nostra terra, ha lasciato un patrimonio di studi e di ricerche purtroppo non del tutto ben noto né raccolto.3
Seguiamolo un po’ alla Fiera di S. Michele: “Là, al fiume, venditori, compratori, sensali, si appostano, s’ammusano, assaggiano gli umori, osservano, palpano il bestiame, attaccano negozio d’improvviso e bruscamente si allontanano. Credi l’abbian rotta definitivamente, ma di lì a poco tornano, s’ammiccano ed il negozio è fermo. Anche ai banchi della piazza e della contrada è un concorso che, col salire del giorno, cresce, rumoreggia. Qui il pennaiuolo grida ai suoi scampoli di frustagno bello; l’ombrellaio, con voce fioca che par chiami la pioggia, invita ai suoi ombrelli; più là il magnano assaggia, a l’indurata nocca, la bontà delle pentole, tegami, padelle, pentolini…”.4
Se ci lasciassimo tentare dai ricordi d’arte, potremmo raggiungere una vecchia chiesetta sopra un poggiolo e andare a goderci il fresco nell’ombra dell’abside che custodisce un pregevole trittico del Barbagelata ma, ritrovato uno storico, vogliamo ricercare anche un poeta, tanto più che lo troviamo nella stessa famiglia: Vincenzo Podestà.
La scomparsa di questi due austeri fratelli non è avvenuta senza rimpianto. Vincenzo Podestà aveva appunto quassù, in una valletta, il suo eremo. Forse i suoi canti migliori, quelli che gli valsero l’amicizia dello Zanella, del Romani, del Conti che gli procurarono le traduzioni in latino del Calleri e del Sommariva (com’era costume ancora cinquant’anni fa tra i dotti), e in tedesco di P. Heyse, sono nati nella quiete di questa terra che a mezza collina alimenta le vigne di Cardini e di Verici dalle quali si spreme uno dei più robusti vini della Liguria.5
Non sembri ingombrante la citazione di qualche verso primaverile, un po’ arcaico, di questo nostro poeta del secolo scorso quasi ignoto. Scegliamone qualcuno lieve come l’azzurro che si sospende alle cime dei colli prima del giorno, giacché è ancora la poesia che più ci avvicina e ci fa comprendere l’anima delle cose.
Primavera è nei solchi, a l’appennino
sparì l’ultima neve e il fior biancheggia
del mandorlo sui clivi; alla pineta
dove fischiava il turbine, si sveglia
e diffonde sui limpidi mattini
di mille uccelli la canzon giuliva
che sorride alle fronde nuove e ai lidi.6
Vincenzo Podestà era soprattutto un benefattore e un educatore. Non possiamo staccarci da lui senza ricordare il finale di un canto delicato dov’è un mònito che ci lascia pensosi sulla sua poesia sana e vigorosa, fatta di armonie e di pensieri:7
Sdegna natal mia riva
i costumi novelli,
odi il verso con cui ti benedico
e mi rinnovo ritornando antico.8
Riprendiamo ora la nostra escursione. Dove la strada s’innalza, ancora s’apre la vista su pescheti e pescheti sino al Bargonasco dove, in un avallamento, la montagna si mostra d’improvviso arida e rossiccia, con l’ossa rugginose dei suoi ciglioni spogli di verde.
Dai capannoni dei laminatoi ammassati sul fondo valle, escono ronzii e boati di macchine, colpi di magli, ondate di fumo. Per opera di un nostro ingegnere e pioniere, tragicamente scomparso, Lorenzo Gardella, in questo angoluccio di terra sorse una delle prime officine liguri alimentate dall’energia elettrica, prodotta da una turbina che l’acqua copiosa della vallata alimenta ancora.9
Quelli che potrebbero già essere i nostri nonni, ci ricordano come il prodigio della lampadina elettrica attirasse nell’officina intere scolaresche che partivano per una lezione pratica da cittadine lontane. Il miracolo della prima lampada a incandescenza, con filamento a carbone, faceva sudare i professori di fisica per far capire ai futuri tecnici il suo funzionamento e le sue possibilità a venire.
La valle non rimase forse un felice ricordo per i tripolini che, sul finire della guerra, vennero a sostituire alla meglio le braccia necessarie nei lavori secondari delle nostre officine. Rivediamo le rovine dei baraccamenti dove i poveri negri si rifugiavano dopo il lavoro, e dove andavano a tremare di freddo sotto le imbottite che non riuscivano a ripararli dal vento gelido: apparizione veramente strana per queste contrade, della quale è persino difficile rievocare il ricordo.
1 Il torrente Petronio nasce dal monte Nicolao e sfocia a Riva Trigoso, in comune di Sestri Levante. Il testo originale è “Petronio, = petraia:”.
2 “crepitìo” è accentato nel testo originale.
3 Mons. Ferdinando Podestà (1856 - 1923) era fratello di mons. Vincenzo Podestà (1836 - 1911); originari di Casarza Ligure, entrambi furono sacerdoti e scrittori.
4 La citazione è tratta da Podestà Ferdinando, “Arte e vita a Casarza di Sestri Levante”, Tipografia Artigianelli, Lavagna, 1922, p. 30.
5 Giacomo Zanella (1820 - 1889) fu sacerdote e poeta, Felice Romani (1788 - 1865) librettista, Augusto Conti (1822 - 1905) filosofo, Paul Heyse (1830 - 1914) premio Nobel per la letteratura nel 1910. Angelo Sommariva tradusse in latino “La campana: carme”, pubblicato a Genova presso la Tipografia della Gioventù nel 1900.
6 La poesia citata è “Pasqua” pubblicata in Podestà Vincenzo, “Poesie di Vincenzo Podestà”, Tipografia Barbèra, Firenze, 1903, pp. 175-179.
7 “mònito” è scritto accentato nel testo originale.
8 La poesia citata è “La pesca delle alici” pubblicata in Podestà Vincenzo, “Poesie di Vincenzo Podestà”, Tipografia Barbèra, Firenze, 1903, pp. 202-205.
9 Lorenzo Gardella (1857? - 1908), recchese, fu capitano di lungo corso fino ad un naufragio avvenuto nel 1887. Abbandonata la navigazione, nel 1892 fondò la Società Ligure Ramifera che rilevò miniere ed impianti della Società Elettro – Metallurgica di Casarza Ligure. Con questa ditta arrivò ad impiegare duecentocinquanta operai; avendo realizzato una centrale idroelettrica, potè vendere energia elettrica ai Comuni di Casarza Ligure e di Sestri Levante. Nel 1905 fu fra i promotori della Fabbrica Nazionale Tubi.
In seguito a rovesci finanziari, si annegò in mare nel 1908.
Cfr. AA. VV., “Alle origini dell’industrializzazione del Levante”, Atti del Seminario di approfondimento – Sestri Levante Marzo Aprile 1989, testo a stampa, pp. 24-25.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Sui cinquanta e più Castiglioni d’Italia ci sarebbe da passare una ben pittoresca rivista. Non parliamo poi dei Castelli. Questo nome è rimasto ad almeno un centinaio di borghi, villaggi e casolari per cui ogni regione li conta a dozzine. La necessità di distinguere tra loro ha dato origine ad aggiunte che, d’improvviso, nel sentire il nome, ricordano subito riviere, promontori, laghi tranquilli, radure e colline, magari intravviste fuggevolmente e che solo grazie al nome riappaiono alla nostra mente: Castiglione d’Adda, dei Pepoli, della Pescaia, delle Stiviere, Intelvi, Castiglion Fosco, Castiglione Messer Raimondo, della Valle, del Bosco, Castiglione del Lago…
Per arrivare a Castiglione Chiavarese non si passa da Chiavari ma si sale da Sestri Levante, lungo la valle del Petronio.
Il nostro ultimo arrivo nel borgo avvenne una notte di vento e pioggia, quando l’inverno non aveva ancora ceduto ai tepori della primavera che stentava a mostrarsi, intimidita dalle sue prepotenze. Una chiamata dell’Aero Club che aveva sollecitato il Comando della Milizia perché provvedesse a soccorrere per tutta una vasta zona montana un idrovolante sperdutosi sull’imbrunire nella nebbia del monte Zenone o Porcile.
Il comandante, provviste in fretta torce e lanterne, insieme a due subalterni era corso lungo la vallata. Subito a Casarza si erano formate le prime pattuglie per battere la località di Bargone, ma fu a Castiglione Chiavarese che lo sforzo massimo venne compiuto.
Notte minacciosa e fredda; all’arrivo dell’auto, una vettura pubblica il cui autista si era offerto subito rinunciando ad impegni e riposo, nell’ora insolita, molte finestre s’erano aperte e voci nel buio interrogavano:
– Che c’è?
– È caduto un idrovolante sulla montagna…!
In pochi minuti la strada si era affollata di giovani e di uomini maturi. Ricordavano un’altra sciagura in quel di Salino, e tutti erano già pronti. Anche un giovane dottore, ferri e medicazioni nella cassetta, era sbucato da chissà dove cacciando il primo sonno, e chiedeva di unirsi alla prima pattuglia. Gli accordi per l’intesa tra i cercatori, furono immediati: un colpo di fucile per segnalarsi, due di seguito per il ritrovamento dell’apparecchio. Quaranta uomini si sparsero nella nuvolaglia notturna, sotto la pioggia bucata appena dal raggio delle lanterne.
Per battere le viottole a loro non occorrevano piante tipografiche.
A Velva, dove al passo infuriava quasi la tormenta, altri, ancora con lo stesso slancio, si erano svegliati, e quando uno che non era della comitiva dei montanari, intimidito dall’uragano osò obbiettare:
– Anche se gli passiamo accanto, con la nebbia non riusciremo a scorgerlo; – si sentì rispondere da Bertulun, mentre il Comandante della Milizia affermava che i suoi uomini sarebbero partiti lo stesso:
– Se chiama o si lamenta, lo sentiremo!1
È bene rivedere in questa luce generosa i nostri valligiani, quei contadini ora scontrosi, ora rissosi che troviamo diffidenti nei mercati dei borghi, pronti a mugugnare sui tempi avari e sulla vita dura, ma più pronti ancora a farsi innanzi e a dare senza essere richiesti quando qualcuno ha bisogno della loro opera.
Castiglione Chiavarese di giorno si fa ammirare sopra un poggio al dominio di una valle coltivata come un giardino. In faccia, le rigide cuspidi della Pietra di Vasca dànno al paesaggio un aspetto montano che, senza l’avanzare di una collina che sbarra la valle e impedisce la vista del mare, sarebbe diminuito dalla breve distanza con la marina. Inoltriamoci tra le case linde, disposte in fila ad ampii gradini per non togliersi né luce né visuale, e lasciare allo stradone la sua aria di terrazzo affacciato sulla riposante conca verde.
Subito allo svolto, oltre la piazzetta ombrata di lecci, la valle si amplia, e Velva, il Santuario del Conio sopra Missano e l’altro più grande della Guardia, compaiono a ridare ai luoghi aspetti di quiete serena. Giù tra le vigne s’ode un corno rauco, insistente, e non vi sono mandrie da richiamare al pascolo né annunci di grandinate da trasmettere da un poggio all’altro.
– Si sposa un vedovo, lassù nelle case alte, – interviene a spiegarci sorridendo un vecchio. – È l’uso…
La jazz band non è una invenzione dei negri e l’abitudine, buona o cattiva che sia, di intonare marce a suon di latte e di coperchi, con accompagnamento di corni e di lazzi, in certi avvenimenti, sarà difficile sradicarla, soprattutto nei borghi.
Il parroco ci accoglie con affabilità nel suo salotto-laboratorio.
Vi sono su ogni seggiola, tra i libri, su mensolette, sul comò, ovunque, rotelle, quadranti, sfere, molle, pinze, lancette, piccole incudini, cacciaviti, morsetti, cose luccicanti, minuscoli ordigni che oscillano, tutto un mondo meccanico con le nervature scoperte, col mistero delle sue pulsazioni svelato, come organismi divenuti ad un tratto trasparenti.
Bisognerebbe interrogare il sacerdote sulla storia del Santuario del Conio, sulle leggende locali, sulle tradizioni proprie dei suoi parrocchiani, ma invece ci lasciamo sedurre dal microscopio e cacciamo lo sguardo sui minuscoli rubini che reggono ancore e bilancieri e ci svelano il mistero degli orologi, non meno attratti che dalle fantasie umane. Chiediamo perdono ai lettori se, una volta tanto, ci siamo lasciati distrarre da un mondo meccanico, scoperto per caso dove meno era possibile pensarlo. Il buon sacerdote però ci narra ugualmente l’origine del Santuario che per essere simile a quella già narrata per i confratelli maggiori non ripeteremo. Vi è in più una complicazione di lasciti, di ingiustizie e di riparazioni, per i titoli prima negati poi concessi; le buone Suore Brignoline sono legate in qualche modo alla storia del Santuario il quale, col campanile quasi sempre silenzioso, si erge sopra la strada che si reca a Velva, troppo discosto però perché i viandanti lo scorgano in tempo e deviino per sostare un’ora sul suo piazzaletto erboso.
Castiglione, ci viene spiegato, deriva da Castel Leonis. Lasciamo all’immaginazione del lettore le deduzioni. L’antica pieve è dedicata a S. Antonino, il martire della legione Tebana le cui reliquie furono rinvenute a Piacenza fra il 375 e il 396. L’affacciarsi dei possessi piacentini sino in vista del mare, le vie che serpeggiavano lungo le valli a raggiungere l’Emilia, spiegano anche la comunanza dei santi titolari delle nostre antiche pievi. Quella di Castiglione si vorrebbe farla risalire al V secolo, vale a dire, proprio all’origine delle pievi, ma le prime notizie sicure si iniziano verso il 1100, coi documenti di decime e frutti ecclesiastici. Dalla località Miliario possiamo dedurre facilmente che fosse lungo una delle grandi strade, con pietra miliare tra Sestri e Borgotaro.
Il Segretario comunale, al quale ci rivolgiamo in una seconda visita per altre ragioni, è in imbarazzo e non sa rispondere a una nostra domanda, insospettito da chissà che cosa.
– Si può intervistare la vecchia contadina alla quale il Duce ha mandato mille lire?
Ci annusa, interroga cauto, è seccato insomma. Promette, promette, basta che ci si levi dai piedi. Per pietà del suo imbarazzo tacciamo a meno delle promesse notizie, né insistiamo a sollecitare la risposta.
In un casolare lontano si può rintracciare una vecchia contadina che, chissà con quali sacrifici, era riuscita a possedere un bel bigliettone da mille. Lo aveva nascosto, lo covava gelosamente riguardandolo forse ogni tanto al lume della lucernetta, quand’era ben certa che nessuno la potesse vedere. Un giorno ebbe bisogno, assoluto bisogno di cambiare il favoloso biglietto: certi debitucci che continuavano a crescere. La vita s’era fatta dura e difficile. Lo cavò fuori ma quando si presentò per il cambio, sentì annunciarsi, con terrore, che non valeva più, che era fuori corso. La miseria ormai; pensò e ripensò a lungo: “Il Duce, dicono tutti che è tanto buono, che è così generoso coi poveri…”. I suoi pensieri si fissarono, con tutte le sue speranze, proprio su di Lui, e pregò uno di quei signori che sanno scrivere così bene di mandarglielo a dire al Duce, che lei, senza quel denaro, non avrebbe potuto più vivere. Aspettò a lungo, non mai sfiduciata, e un giorno vennero a dirle: “Il Duce non può cambiare la legge e vi rimanda il vostro biglietto ormai fuori corso, ma però, avendo saputo che siete povera, ha preso mille lire dal fondo di beneficenza e il denaro ve lo spedisce lo stesso…”. Domani anche questo diventerà leggenda.
All’uscir di paese, avvicinandoci a San Pietro Frascati per battere la strada più pittoresca, entriamo in un vialetto alberato. Una colonnina infranta porta questa scritta: Parco della Rimembranza. Dono di Zappettini Giulia.
Chissà perché ci siamo ricordati subito del donatore della lapide ai Caduti di Cassana che fece fare in alto un incavo per collocarvi il suo ritratto! Associazione d’idee, forse, null’altro…
1 “Bertulun” in dialetto genovese significa sprovveduto.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Fra le tradizioni alle quali ha dato luogo questo Santuario, uno dei più recenti fondati in Liguria, notevoli sono le scampagnate, più che i frequenti pellegrinaggi, che vengono fatte dalle popolazioni della riviera di levante e dei paesi vicini.
Nel mese particolarmente dedicato a Maria, il cui culto in Liguria, come altrove, è vivissimo, comitive di gitanti si danno appuntamento al passo di Velva, convenendo da più punti a piedi o con mezzi meccanici. La posizione della chiesa è in località felicissima, a 550 metri sul livello del mare e si offre di lassù alla vista, in ogni primavera, un riposante mareggiare di verdi foglie tenere per i boschi di castagni e di faggi che l’attorniano. A mezzogiorno e a tramontana degradano le valli con pendii lievi; nessuna zona brulla di montagna, ma un continuo alternarsi di colline e, sparsi tra il verde, gruppi di case con campanili emergenti al di là dei poggi, a indicare più lontani villaggi e casolari.
L’aria salubre che aereggia di continuo la località tra i due versanti richiama, soprattutto l’estate, i villeggianti in cerca di frescura, per cui presso il Santuario vi è sempre una vita varia e animata.
La stagione più tipica delle scampagnate è però l’autunno. Vere turbe di gitanti, specie dal litorale, si uniscono insieme e salgono, spesso a piedi, lungo la provinciale o le scorciatoie, percorrendo i 20 chilometri di strada col carico della colazione abbondante, nel sacco, e raggiungono cantando la Chiesa sui prati della quale consumano il loro pasto nell’allegria più gioconda. È l’addio alla buona stagione, al tempo benigno, e non c’è di meglio che darlo salendo al Santuario. A volte qualche acquazzone disperde i gruppi tra i boschi o nei casolari, ma, uniti o sparpagliati, si ritrovano poi tutti al luogo di convegno.
Queste processioni…profane, sono il terrore dei contadini, che le sentono avvicinarsi come sentono i temporali e montano la guardia particolarmente alle viti cariche di grappoli maturi, perché un assalto di quelle turbe potrebbe anticipare la vendemmia ed essere una mezza rovina, ma è raro che i gitanti si mutino in predoni, perché sono spessissimo riunioni di famiglia sulle quali domina sempre l’autorità degli adulti.
Se è raro che avvenga il furtarello alla vigna e ai frutteti, non manca però mai il canto beffardo e la strofetta mordace:
Alla barba del contadino
ho mangiato l’uva bianca,
se mi coglie sulla pianta
bastonate mi darà!
Siam marinai
evviva il mar…
Nel ritorno, la sera, prima di rientrare in paese, i gitanti, tra i quali lungo il cammino si sono escogitati i giochi più vari, fanno l’ultima cerimonia, quella del matrimonio. Vengono unite coppie possibili… e coppie buffe e assurde, con una procedura sommaria. Incoronate di frasche di castagni, pungenti per i cardi (simbolo forse del matrimonio) queste coppie precedono il corteo che entra trionfalmente in paese, facendone il giro prima di sbandarsi e rientrare alle proprie case. Qualche volta può accadere che le coppie effimere tornino l’anno dopo al Santuario unite definitivamente.
Nessun miracolo popolare ha dato origine al Santuario della Guardia al passo di Velva, ma si può chiamare miracoloso il modo come poté sorgere.
Velva è un grazioso paesello montano, eretto sullo schienale di una collina, digradante dolcemente verso la valle, circondato da vigneti e da boschi di castagni. Come molti altri paeselli liguri, l’agglomerato delle case, che costituisce il centro, offre la visione di archi arditi, di passaggi oscuri, di bizzarre sovrapposizioni di costruzioni, di brevi gallerie grigie che ora danno in un ovile, ora in una cantina o sfociano in qualche aia o in un cortile. Tra la buona popolazione del paese il quale ora ha già propaggini sulla provinciale e tende a svilupparsi in posizione più comoda, in alto, sorse l’idea di una chiesetta al passo, ove la strada discende a Varese Ligure per raggiungere poi, oltre il valico di Centocroci, Borgotaro e Parma.
Nel pensiero dei contadini, la cappella avrebbe dovuto forse servire, col suo porticato, di rifugio ai viandanti ed ai pastori, qualche volta costretti a cercare un luogo protetto per il sopravvenire di burrasche. Avvenne che un sacerdote, tutto dedito alle opere della fede, Monsignor Vincenzo Persoglio, rettore della parrocchia di San Torpete in Genova, capitasse a Velva per ragioni di salute. Conosciuto il desiderio del popolo, si prefisse di assecondarlo e non a parole. Mutò l’idea di un tempietto in quella di un vero e proprio Santuario facendosi tracciare il disegno dall’ing. Maurizio Dufour, e mentre in Velva una commissione di maggiorenti del paese con a capo il prevosto prendeva accordi per il terreno, il materiale da costruzione e la mano d’opera, l’insigne prelato genovese cominciò a provvedere i fondi occorrenti.
Il modo davvero miracoloso come questi fondi furono raccolti, è quanto mai degno di nota. Il sacrestano di S. Torpete, domestico del rettore, certo Rosa Giovanni, volle offrire la statua della Madonna, lavoro dello scultore Antonio Canepa. Non essendo possibile mandarla alla Chiesa destinata, essendo questa appena in progetto, fu collocata provvisoriamente nella Collegiata di N. S. delle Vigne in Genova. Pur non essendo stata concessa la collocazione di una cassetta per elemosine, ai piedi della Madonna, e precisamente nel cappello del beato Pareto scolpito in orazione presso la Vergine, furono ben presto deposte cospicue offerte in denaro e oggetti preziosi.
La statua passò poi a S. Torpete e di là, mercé le oblazioni generose e continue dei fedeli, fu possibile non solo erigere la chiesa, che è di m. 27 per 17, ma adornarla di altari, costruire un porticato e la casa per il custode.
Tra il 1892 in cui nacque l’idea e il 1895 in cui l’edificio, già a buon punto, fu inagurato, la Madonna della Guardia di Velva acquistò popolarità, tanto che fu con vivo rincrescimento che i fedeli di S. Torpete videro partire la statua, oggetto già del loro culto e delle loro preghiere. La popolazione di Velva in questa opera diede tutto il suo appoggio spontaneamente, al punto che ogni domenica gli uomini e le donne valide si adoperarono a trasportare pietre e sabbione dalle cave lontane e a prestare il loro lavoro in quelle contingenze che si mostravano utili, agevolando con la loro operosità il compito dei muratori e diminuendo considerevolmente le spese.
Quando la statua da Genova passò a Velva, sopra un carro giunto dal paese, un piccolo episodio che non mancò certo di suscitare commenti salaci, avvenne alla barriera daziaria di Sestri. Mentre presso tutti i paesi che bisognava traversare, deliziati al confine delle preistoriche barriere daziarie, nessuno aveva fatto obbiezione al transito, si ricorda che a Sestri vollero una lira. Eccesso di zelo e demagogia social-massonica di qualche funzionario di allora? Non bisogna dimenticare che si era nell’agosto del 1895 e che alla dolce Madonna ben poca riverenza era data dalle dottrine correnti.
Quale culto e quanta fede suscitò attorno a sé il Santuario può vedersi oggi nell’enorme numero di ex voti che variano, come in tutti i Santuari liguri, dalla navicella in bottiglia al cuore di stagnola. Stampelle, fucili, quadri, ricopron le pareti; non mancano epitaffi e narrazioni di sventure evitate e tutto ciò che, con fede, si attribuisce in bene, all’intervento della divina guardiana.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Sino ad alcuni anni fa, non erano pochi i braccianti, soprattutto zappatori, che partivano dalle nostre colline e nelle stagioni delle semine cercavano occupazione altrove. Scendevano anche nei poderi della riviera per i lavori più faticosi, per maggiore economia dormivano nelle capanne, e sapendo vivere molto parcamente, ritornavano a casa a piedi con tutto il guadagno che in realtà non era una ricchezza.
Baciccia di Castello era una mia conoscenza antica come i miei più antichi ricordi. A sera tarda, terminato ogni lavoro, per sentire le sue fole mi arrampicavo nel fienile restando appollaiato nella zona illuminata dalla luna e lo pregavo di parlarmi del suo paese.
– Carro, Castello, Ziona, u Trau – tuttu zu a ca’ du diau... –
Le sue narrazioni finivano invariabilmente con questo ritornello, sicché io credevo realmente che abitasse ai confini del mondo, giacché non riuscivo a immaginare altrove la casa del diavolo; pur non avendo l’animo di interrogarlo su quel personaggio, così pauroso nella fanciullezza, avevo per Baciccia, che doveva conoscerlo bene se abitava dalle sue parti, una ammirazione non priva di timore.[1]
I proverbi non sono purtroppo le cose più sagge, sebbene ce li gabellino per tali, e tutti ne facciamo ogni giorno esperienza; tanto meno poi possiamo fidarci dei ritornelli maligni che nascono tra paese e paese, e deformano continuamente il volto delle cose travisandone l’aspetto. È vero che, proprio per Carro, la Repubblica genovese promulgò qualche volta leggi speciali (molti secoli fa), le quali dicevano per esempio: “…ordina, comanda e proibisce di portar armi d’ogni genere, di non ballare la domenica (in determinate epoche) e di denunziare i delitti rimasti occultati e impuniti”, perché gli abitanti di questa podesteria non erano i più docili e mansueti, ma da questi difetti a creare una fama diabolica, ci corre troppo.
Potremmo giovarci forse ancora oggi di una descrizione dei confini di Carro fatta dal podestà nel 1601; conviene però, per avere qualche visione più recente, avviarci sulla corriera che da Sestri Levante porta a Borgotaro. Con più facilità ci si potrebbe giovare di quella che parte dalla Spezia, ma l’interesse del paesaggio è minore.
Nell’autobus c’è qualcuno che chiede dove si trova Maissana.
Un meridionale, acclimato tra queste colline, che non può più tenersela, fa una descrizione sommaria del lontano comune e poi conclude:
– U sindico, un giorno che andò a prendere u treno, arrivò in retardo. Visto che partiva s’è messo a gridare: Fermatelu che sunu u sindico de Maissan…
Contento del successo, si astrae poi in letture di documenti importanti, senza avvedersi che la vettura oltrepassa Velva, in modo che gli succede come al sindaco ricordato, senonché Boero, l’autista bonario che conosce gli usi e gli umori di tutti i suoi passeggeri, meno rigido del capotreno, lo cala fuori stazione.
A Velva c’è appunto la carrozzella per Carro, ma siccome potrebbe ancora accadere che al passo della Mola i passeggeri dovessero scendere e attaccarsi alle funi perché il vento non la ribalti, come accadeva per le ormai leggendarie rebellee del Caia, conviene avviarci a piedi. Oltre questo passo sempre ventoso, gola spalancata su due vallate deserte a 600 m., troviamo presto la Mola.
Su l’altura, una visione alpina con prospetti variatissimi e illimitati di colline e di monti dai profili più varii, ci è innanzi, oltre le vallate nelle quali vediamo finalmente Castello allineato a mezza costa, Agnola, Ziona, Cerro, Cerreta, Pavareto, Travo che, da posizioni diverse, circondano la collina allungata come un promontorio nel declivio, su cui sorge Carro, paesello davvero gaio e ridente.[2] Proseguendo sul crinale, fino a raggiungere l’antica via Aurelia, la visione si amplifica sempre più, sino ad estendersi, in giornate terse, sulle Alpi Marittime da un lato e sulle Apuane dall’altro.
Alla Mola vi è un’unica casa; dietro abbiamo lasciato il Santuario di Velva e il villaggio di Chiama.
Nelle vicinanze esiste una capanna detta, chissà perché, di Napoleone. Essendo a mezza strada con altri villaggi, un maestrina un giorno vi dette appuntamento a una sua collega, ma l’incontro non avvenne perché all’amica nessun contadino seppe indicare la capanna Bonaparte… Ironia della gloria universale.
Dalla Mola, per rapide scorciatoie tracciate in boschi di pinastri, si raggiunge presto il bivio Pavareto-marmi. In questa località e in qualche altra adiacente, si trovano cave del noto marmo rosso di Levanto e già si conosce l’ubicazione di altri giacimenti del prezioso Fior di pesco, rarissimo, per l’estrazione del quale industriali carraresi contano riprendere i lavori.
Certi casolari si scorgono con intorno ciuffi verdi di lecci, su scoscendimenti che verso la valle dirupano brulli, mostrando pietre sulle quali è traccia di calcopirite e manganese. Nessuna miniera però esiste nei dintorni, essendo i filoni limitati e poveri. La strada divenuta piana ci guida presto al paese che porge il suo primo saluto col cippo dedicato ai Caduti.
Il primo incontro coi Paganini lo facciamo appunto nella lapide dove sono in numero considerevole. Le stradette sulle quali si affacciano le case, sono acciottolate alla campagnola ma pulite; da esse osserviamo lungo tutto il percorso, graste caratteristiche, ricavate da ceppi di castagni o ulivi svuotati e divenuti vaso, nelle quali fiori e rampicanti vegetano adornando le finestre che ci appaiono perciò ingentilite.
Sul sagrato, lecci ombrosi; nella chiesa, di ordine corinzio un po’ imbarocchito, si ammirano due tele pregevoli, una di scuola fiamminga, l’altra di scuola genovese.
Le origini di Carro si fanno risalire al 302 a.v. Edificata dai romani, dopo soggiogati i briniati (da cui Brugnato) si chiamò prima Garus, quindi Cari e poi Carro. Fu soggetta al vescovo di Piacenza, ai Fieschi, a Manfredo da Passano che ne ricevette l’investitura da Arrigo II e dal 1440 al 1693, cacciati i signorotti, fu comune sotto la Repubblica di Genova, che vi istituì anche un archivio. Il podestà però risiedeva un anno a Carro e un anno a Castello, borgo che, col capoluogo, ha comune lo sviluppo e l’importanza.
Il nome di pagus, ossia villaggio, diede origine probabilmente al cognome Paganini. Il celebre violinista non è nativo di Carro ma ne sono oriundi i suoi genitori. Nel ceppo originario, la passione per la musica fu sempre vivissima, per cui vi si annoverano compositori e stampatori di musica, esecutori noti anche assai oltre la zona e persino organisti e riparatori di strumenti, essendo la vocazione a quest’arte ereditata e trasmessa di generazione in generazione.
Vi nacquero P. Ferrari Faustino, morto in concetto di santità e P. De Mattei, morto vescovo in Cina, ma il maggior figlio di questa terricciola è il Beato Antonio Maria Gianelli, il primo che fu posto sugli altari nell’anno santo 1925.
Continuando ad aggirarci nel paese possiamo vederne i due aspetti più caratteristici: quello a tramontana che offre in estate una invidiabile frescura, godendo le ventilazioni del monte Panighe e quello a mezzogiorno, luminoso come una altana riparata da ogni corrente e tutta esposta al sole, che nessuna altura le può togliere. Due piccoli torrenti, l’Agnola e il Travo, scorrono ai lati.
Un’opera che ci rivela come l’esempio della scuola fascista abbia ovunque dato buoni frutti, è quella dell’acquedotto inaugurato nel 1928. Grazie ad esso, Carro si avvia a diventare un centro di villeggiatura sempre più apprezzato e ricercato. L’opera fu condotta col lavoro e con i sussidi dei soli cittadini, senza chiedere l’aiuto né del Comune né dello Stato. Gli scavi, le lunghe condutture, le sistemazioni di presa, ogni particolare, fu curato con mezzi provvisti da chi volle dotare il paese della sua massima ricchezza, e quanti concorsero con maggiori mezzi, in proporzione degli altri, circa quaranta famiglie, poterono giovarsi dell’acqua anche nelle proprie case. Le copiose fontanelle pubbliche, comunque, provvedono quantitativi superiori al fabbisogno di tutti gli abitanti.
Allontanandoci verso la strada di S. Margherita, o meglio tuttu zu a ca’ du diau, come voleva il ritornello del vecchio zappatore, possiamo riammirare il paese che si fa più civettuolo più si osserva da lungi, finché la strada non si chiude tra due gole selvagge, popolate di eriche e di quercioli, sul torrente rumoroso che va a morire nel Vara.
[1] La frase di Baciccia significa “Carro, Castello, Ziona, Travo – tutto giù a casa del diavolo”.
[2] Nel testo originale compare “Cereta” invece di “Cerreta”; nelle successive occorrenze la correzione non è stata segnalata.
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Tra i fantasiosi battezzatori di paesi, che appioppano ad ogni borgo o casolare, magari immaginario, un nome antico il più possibile, molto spesso con la sola scorta di qualche lontana e ipotetica similitudine toponomastica, vi fu chi ritenne Sesta Godano addirittura Segesta Tigulliorum. Anche il Dellepiane, fedele raccoglitore di ogni minuta voce e annotatore di tutte le opinioni, mette appunto: – Vuolsi sia la Segesta Tigulliorum… – appoggiando quindi con una certa autorità una fantasia che cadrebbe con la sola lettura di un antico itinerario marittimo.
La Sesta, con molta probabilità, trae il nome dalla sesta pietra miliare in partenza da Brugnato, centro più importante della zona, come Sestri Ponente, dal sesto miglio dopo Genova. L’assurdità di chi la ritenne l’antica Segesta viene dimostrata non appena constatiamo che rimane a 45 chilometri dalla Spezia e a 40 da Sestri Levante, alquanto lontana da chi costeggia la riviera…
Un doppio servizio di autobus, in partenza appunto dalla Spezia e da Sestri Levante, ci conduce al piccolo altopiano dove sorge il borgo, elevato appena 235 m., bagnato da vari torrenti che irrigano la piana fertilizzandola.
Come tutti gli altopiani, anche quello di Sesta Godano ha origine dal riempimento di un lago. Se noi volessimo stabilire quando l’acqua scomparve però dovremmo andare a ritroso per parecchi millenni, e forse arrivare assai vicini all’epoca terziaria. Si comincia ad avere qualche notizia di questa località riandando alle lotte della Serenissima contro i feudatari che ricacciava sempre più nell’interno per avere la padronanza assoluta del mare. Oberto Spinola, nel 1273 si concentrava con un esercito alla Corvara ed espugnava il castello di Godano, tenuto allora da Alberto Fieschi, ribelle a Genova.[1]
Risalendo la via Aurelia dalla Spezia, e da Sestri Levante oltrepassato il Passo del Bracco in un tronco stradale fra i più incantevoli della riviera, si raggiunge Carrodano. Di qui un’unica strada, fiancheggiando il Vara che scorre in basso e dà con le sue acque rumorose una freschezza alpina al paesaggio, ci conduce alla meta della nostra escursione.
Oggi la Sesta è un fiorente centro agricolo che l’apertura del traffico verso Varese Ligure rende sempre più importante. Vi convergono le attività di Chiusola, Scogna, Rio, Antessio, Pignona, Bergassana, Airola, Valledoro, Cornice, Santa Maria e Godano, villaggi sparsi attorno in una vastissima zona collinosa nella quale vive una popolazione attiva soprattutto nell’agricoltura. L’ultimo casolare nominato, che unisce il nome al capoluogo, fu per molto tempo il centro, anche perché sulla sua altura, nella posizione più solatìa, sorgeva il castello feudale dei Malaspina, i signori di quasi tutta la Lunigiana e zone limitrofe.[2]
Tutto il bene che dice Dante di questa famiglia non è ancora riuscito, in gran parte della estrema Liguria orientale, a far mutare opinione agli ex-vassalli sui suoi discendenti, tanto meno ai pronipoti dei servi della gleba. Le brutalità e le tirannie dei signorotti degenerati dall’antica nobiltà a un potere assoluto ed esoso sono ancora nel ricordo; il ripetersi delle leggende che li circondavano, mantiene contro di loro un sentimento di esecrazione che soltanto l’ingiustizia e la barbarie assoluta può generare.
Se ci avviamo nel Fivizzanese, al castello di Verrucola, a Bagnone e quasi dovunque i vari Malaspina signoreggiavano, conosceremo anche dalla voce popolare le più inique scelleratezze. Leonardo Malaspina con un branco di bravi, assediò una notte il castello di Verrucola, uccise il marchese di Fivizzano, la moglie incinta di pochi mesi, un vecchio ottantenne e i servi, risparmiando soltanto la figlia che costrinse a sposare il fratello dopo che si dichiarò signore del luogo usurpato.[3]
Nel castello del Treschietto, sopra Bagnone, si oscurarono le gesta dei Borgia. Giovanni Gasparo Malaspina, che già a Parma era stato condannato al taglio della testa per aver violato coi suoi uomini un convento onde avere due vergini, e aver commessi altri delitti, con lo stesso scopo, vi si era insediato prendendo subito l’appellativo di mostro. La domenica mattina girava nei villaggi con i suoi scherani e invitava le più graziose vassalle a feste notturne nel castello. Una volta alla settimana si ballava, e le invitate dovevano accorrere sotto pena di guai in famiglia. In quelle serate si ripetevano i balli delle Lacedemoni innanzi all’altare di Diana…, il famoso gioco delle castagne che tanto aveva divertito i Borgia a Roma, e peggio.[4] Un contadino che si ribellò all’invito di mandare una sera le sue tre figliole, per punizione fu buttato nel profondo ossario di una cappella e lasciato tra i feretri. Gli sgherri, dopo qualche giorno, fingendo salvarlo, gli calarono una pertica alla quale lo sciagurato si aggrappò, ma appena riapparso alla luce, gli fu spaccato il cranio e venne abbandonato nella fossa tra i cadaveri.
I Malaspina di Godano avevano anch’essi lo stesso sangue ed i medesimi istinti. Non solo a fine di taglieggiare i contadini e riscuotere maggiori tributi, ma soprattutto per brama di gozzoviglia, esercitavano l’jus primae noctis ripetendo come i loro congeneri rapine, violazioni e stupri. Come non bastasse la tradizione orale che ci ripete storie e leggende facilmente riassumibili, anche qualche documento resta a memoria di quelle età. Su uno si può leggere: “I sudditi tiranneggiati ed implacabili per l’arrogante privilegio del primiero possesso della sposa, fecero ricorso a Milano contro l’epicureo senza ottenere alcuna riparazione. Permise l’Altissimo che radunatisi gli abitanti del marchesato in un terreno attiguo al castello, anche al presente appellato Mal consiglio, meditassero di fare uno scempio dell’immorale sovrano. Avvenne che uscendo dal castello fu affrontato da quei popolani muniti di sacchetti d’arena, coi quali ridussero il forsennato bertone a svenire sulla strada…”. Era questo Alessandro Malaspina, figlio di Antonio II che terminò le avventure tagliato a pezzi nel suo letto dal fidanzato e dai parenti di una ragazza da lui deflorata.
Se abbandoniamo i castelli medioevali e le paurose storie che ci tramandano e veniamo a tempi più recenti e meno torbidi, proprio in quelli che secondo certuni hanno posto fine ai beati e ai santi, in questa stessa zona, ritroviamo i ricordi sereni di una di quelle figure umane che per aver teso al divino con tutte le forze dello spirito, ha lasciato attorno alla sua memoria echi destinati a suscitare nell’animo dei semplici sempre nuova fede e nuova poesia.
Bisogna avviarci sulle colline opposte a Godano. Lasciata la Sesta al bivio di S. Margherita prendiamo la strada di Carro. Il ponte sul torrente è una delle opere più ardite e pittoresche della regione. Si specchia con l’arco ampio in un laghetto verde-azzurro ove le acque cessano di tumultuare.
Attingere direttamente dal popolo credo sia la miglior cosa che si possa fare per conoscere insieme con le leggende, la suggestione che esse lasciano nelle menti. L’arciprete di Carro, don Bacigalupo, ci offre un fascicoletto con la storia di Antonio Maria Gianelli, su cui vogliamo intrattenerci, ma conviene ascoltarla da un contadino, avviandoci a Cerreta, dove il Beato nacque nell’aprile del 1789.[5]
“È nato quasi in una capanna come Gesù. La sua casetta è tra le più povere”, ci informa subito il buon villico. “Da ragazzo era chiamato il predicatore perché sapeva ripetere bene il panegirico sentito in chiesa. Per studiare non aveva né lume né quaderni. Quando il prevosto di Castello dal quale andava a scuola, facendo tanti chilometri ogni giorno, lo rimproverava perché scriveva male e riempiva il margine bianco dei libri, di segni, lui si giustificava dicendo che per mancanza di carta doveva aggiustarsi a quel modo e che la fiamma incerta del camino gli impediva di scrivere meglio”.
L’informatore è uno di quei montanari semplici che non sanno inventare ma che nel ripetere ciò che hanno imparato dai vecchi sono diligenti e scrupolosi.
“Ora che è Santo ogni tanto fa dei miracoli. Un ragazzo già moribondo, fu disteso nel suo letto e guarì. Nella nostra parrocchia sono cinque o sei i giovani seminaristi che si faranno sacerdoti e tutti sono stati chiamati da Lui. Anche un carabiniere appena congedato ha voluto diventare prete. Dicono che quando faceva temporale Lui andasse a pascolare lo stesso e che tornasse a casa col suo fascetto di legna asciutto come non fosse piovuto…”.
Il villanello di Cerreta, incoraggiato da qualcuno che scoperse in Lui doti eccezionali, fu inviato al seminario. Quando Napoleone si preparava alla guerra del 1809, il decreto di leva poneva il Gianelli tra i coscritti ma, nell’avviarsi a Genova, sostando a Rapallo in una chiesa, trovò un giovane che si offerse di sostituirlo.
Venne consacrato a ventitré anni Già con i voti semplici, per l’eloquenza che possedeva, aveva compiuto predicazioni in S. Lorenzo e nelle maggiori chiese liguri. Fu poi destinato a S. Matteo ma, sentendosi soprattutto predicatore, istituì le missioni rurali di cui divenne superiore generale.
A Chiavari, dove svolse gran parte del suo apostolato prima di essere eletto Vescovo di Bobbio, il Beato Gianelli fondò le Figlie di Maria dell’Orto, ordine che il popolino battezzò “delle Giannelline” e che si è diffuso prodigiosamente.[6] Rimase celebre il miracolo nell’anno della peste 1835. Il morbo decimava le popolazioni dei dintorni. Fu indetta una processione nel pomeriggio del 25 agosto e dopo le preghiere del Pastore, fatte col popolo in piazza, si videro le rondini, assenti nell’afosa estate di quell’anno lugubre, volare a sciami intorno al Crocifisso, segno manifesto della grazia.[7]
Divenuto vescovo di Bobbio, diocesi in piena decadenza, ove tutto era da riformare e da rifare, l’opera del Beato Gianelli si dimostrò profonda e illuminata tanto più che il suo esempio valeva a spronare gli altri sulla via del sacrificio. Da Chiavari era partito donando tutti i suoi averi ai poveri e prendendo a prestito il necessario per l’ingresso nella sua diocesi. Le predicazioni lasciavano nelle popolazioni grande commozione. Non bastandogli le chiese per le folle che lo seguivano, eleggeva le piazze e, particolarmente i nostri piccoli centri rurali, beneficiarono della sua parola.
La beatificazione fu la prima dell’anno santo 1925. A Betlemme, nella chiesa “Hortus conclusus” furono celebrate per la festa del Beato, sessanta messe; non fece poca meraviglia vedere dei turchi portare olio per la lampada del nuovo Santo, l’opera del quale, grazie anche all’estensione degli istituti da Lui fondati, va continuando ovunque, specie nelle Americhe, e a preferenza sempre nei centri rurali, come a continuazione dell’umile vita condotta nell’infanzia e a ricordo dell’umilissimo casolare che gli diede i natali.
[1] Il testo originale riporta “Corbara” invece del più probabile Corvara, nel comune di Beverino.
[2] “solatìa” è accentato nel testo originale, dove compare “Bregassana” invece di “Bergassana”.
[3] Il testo originale riporta “Verucola” invece di “Verrucola”.
[4] Descalzo annotò nei suoi diari, alla data 9 dicembre 1932:
“Il direttore della fabbrica aveva distribuito “gratificazioni” a destra e a sinistra… di quelle di suo conio […] quando fui chiamato a mia volta. Mi aspettavo qualche bega, ma non ero preoccupato. […] Comunque sbalordii quando, melato e mellifluo, mi chiese: “In che cosa consiste il famoso gioco delle castagne che tanto aveva divertito i Borgia?”. Il caro direttore e la carissima direttrice leggono i miei articoli. Che degnazione! Però che proprio non vi sia stato mai di meglio del “Gioco delle castagne”? Si vede che la signora, stuzzicata dalla frase precedente – “Nel castello dei Malaspina si ripetevano i balli delle Lacedemoni innanzi all’altare di Diana” – voleva sapere precisamente a quali altre porcherie si dedicavano i signorotti. Il discorso poi è stato lungo per cui gli orecchioni dei colleghi rimasero dietro la porta a sentire che razza di discussioni potevamo avere.”
Cfr. De Nicola Francesco, "Giovanni Descalzo - Pagine di Diario (1930 - 1932)", Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2000, pp. 98-99.
[5] Antonio Maria Gianelli nacque a Cerreta (frazione di Carro) il 12 aprile 1789; dal 1807 frequentò il seminario di Genova, dove fu ordinato sacerdote nel 1812. Dal 1826 fu arciprete di Chiavari e vicario della Val di Vara. Nel 1829 fondò le Figlie di Maria Santissima dell’Orto, note come gianelline. Nel 1837 fu nominato vescovo di Bobbio; morì a Piacenza il 7 giugno 1846 e nel 1951 fu canonizzato da papa Pio XII.
Don Armando Bacigalupo fu arciprete di San Lorenzo Martire a Carro dal 1909 al 1934.
[6] “Giannelline” è scritto con due “n” nel testo originale.
[7] Non si trattava della peste, ma del colera. Vedi Tognotti Eugenia, “Il mostro asiatico – Storia del colera in Italia”, Laterza, Bari, 2000, pp. 53-56.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Certe imprudenze in viaggio non bisognerebbe commetterle.
Nella corriera che sale a Varese Ligure attraverso al passo di Velva, i passeggeri domenicali non sono tutti della zona. Professionisti che lavorano a Genova si mescolano ai piccoli commercianti, ai contadini, e si disperdono, per una giornata di respiro o per qualche affare, lungo le vallate.
– C’è molto da Torza a Maissana?
Un tipo grassottello e loquace fa un breve computo movendo le dita e poi mi risponde:
– Due ore, due ore e mezza.
Si continua a salire. Un vicino, dopo essere rimasto un po’ sopra pensiero, si sovviene di una sua faccenduola:
– Andate a Maissana? Dite un po’ au sciu Perasso che le arance di Palermo gliele manderò presto. Non mi sono ancora arrivate.
Certo, u sciu Perasso dev’essere una personalità. Prometto di far l’ambasciata. Un altro vicino mi sbircia. Aspetta una curva che mi comprima su di lui per ripetermi la stessa domanda. È un tipo da scagno, con una barbetta che potrebbe farlo apparire uno spedizioniere della Borsa Vecchia, ma non ci sarebbe da stupire se fosse un medico o un avvocato.
– Ho scritto già due lettere al segretario comunale mettendo i francobolli per la risposta. Che sistemi sono?… – Frena la sua indignazione a stento ma la voglia di sfogarsi gli si legge anche sul naso divenuto paonazzo. – Dategli il mio biglietto da visita. Aspetto che si muovano; non s’è mai visto… – Capisce che non potrò andare ad attaccar lite col segretario per lui e si trattiene.
Speriamo che non arrivino altre incombenze prima di Torza. Il tipo grassottello mi traccia l’itinerario e conclude:
– Sarete lassù al tocco, l’ho fatta varie volte.
L’ultima dichiarazione mi tranquillizza. Le sue gambette proporzionate al torso, i suoi occhiali cerchiati d’oro, non lo rivelano certo escursionista. Avrò almeno un’ora di vantaggio sulle sue previsioni.
Torza, sotto il colle di Velva che raggruppa intorno al Santuario della Guardia, alberghi e case di villeggiatura, è un paesetto di poca entità. Si anima tutto in certe stagioni, specie in quella dei funghi, quando le annate sono buone. Allora gli incettatori vi calano e le contrattazioni sono incessanti perché i funghi vengono raccolti a tonnellate nei foltissimi castagneti che ricoprono i dintorni, quasi senza sentieri. Mentre una parte del prodotto viene avviato alla Riviera, un’altra va a Varese Ligure dove le Clarisse, nella loro clausura laboriosa, continuano l’industria dei funghi secchi che le ha rese giustamente famose.
Da Torza una strada rotabile dove le carreggiate profonde, da anni non hanno avuto ghiaione e livellatore, attacca la collina. Il paese che vi è in alto m’aveva richiamato per il suo nome l’artista Tavarone. Qualche lavoro del Tavarone, di cui avevo sentito parlare qua e là per la Liguria, mi aveva fatto supporre che il piccolo villaggio omonimo ne sapesse qualche cosa di più.
Le prime case, all’ultima svolta della strada, si presentano pulite. La chiesa un po’ staccata sul rialzo della collina, guarda su due versanti dando le spalle a un boschetto di lecci che spicca verde tra le piante a foglie caduche circondanti forse il piazzale del ballo campestre.
Nessuna nuova del Tavarone o, per lo meno, più nessun ricordo.
La mulattiera scende a un mulino fragoroso e ritorna sulla rotabile dove si scorgono ogni tanto gruppi di carbonai che trasportano sacchi o camminano lenti dietro ai carri. La valle sembra chiusa a tutte le svolte tanto è incassata. Un rumor d’acque ci accompagna cadenzando i passi che la discesa rende più svelti.
Si delinea in fondo, alto sopra un crinale, un compatto ammasso di case. Il grassottello aveva dunque ragione. Stavo rendendogli giustizia quando un contadino con due fiaschi di latte appesi a un bastone, mi ferma:
– Andate a S. Maria?
– No, a Maissana.
– Allora ci siete.
– Per arrivare lassù non basterà un’ora alle mie gambe…
Maissana è in dentro. Dopo la svolta, vicino al casone, tirate in su.
Forse c’era un’altra commissione in vista per S. Maria. Non mi stupisce più questo sistema confidenziale ormai, dopo una decina di interrogazioni. Tra questi contadini vi è un tono cortese e un’aria di affabilità e gentilezza che non è sempre facile trovare.
Alla svolta, la rotabile finisce con un ponte. Archi slabbrati sui rivi se ne incontrano ovunque, ma i secoli pare non abbiano intaccato che i parapetti, perché resistono solidamente. S’apre la vallata del Borsa e finalmente s’avvista Maissana a pochi minuti.
L’ammasso di case per cui tutto il villaggio appare collegato in un’unica costruzione a bugno, labirintica, propria dei paesini montani in questo borgo è compatto. Gallerie, terrazzi, passaggi aerei, altane, anditi, passi angusti che conducono in cantine e stalle o creano imprevisti collegamenti fra chiassetti e viottole interne, si susseguono intersecandosi ovunque. Una volta dentro, ci si aggira alla ventura.
– Dove abita Perasso?
– Qui lo siamo tutti Perasso – risponde alla mia domanda una donna.
– Anche Balilla allora era di Maissana?
– Ci sono, e come, i Balilla!
Non ha inteso bene. Mi stupisce che qualche erudito locale non si sia ancora provato a rivendicare al borgo la gloria di aver dato i natali ai parenti del monello portoriano.
– Ma, u sciu Perasso…
– Ah, u sciu Perasso?
Sono a tiro. Un ragazzetto mi guida perché non sarebbe facile servirsi di indicazioni vaghe. Noto la casa ma continuo a farmi guidare al municipio avendo anticipato più del previsto.
Una casina poco pretenziosa con una loggetta, una sala, un cartello: “La legge è uguale per tutti”, un avvisetto sopra un uscio: “Visite brevi”; ci siamo. Il podestà m’assicura che non c’è proprio nulla di storico a Maissana.
– Ci sarebbe la strada, quella benedetta strada, di cui si parla da cinquant’anni. Se non ci si metterà il Fascismo, sarà sempre un mito.
Prima di congedarmi porgo il famoso biglietto da visita al segretario che bofonchia a mezza voce:
– …voltura catastale…
Appena fuori ecco due enormi lapidi: “Su quest’alpe impervia – cercando alle segrete convalli – la giusta traccia – dell’attesa strada rigeneratrice – il Marchese Giorgio d’Oria – ebbe tronca da morte fulminea – l’opera e la vita – Il Consiglio Provinciale di Genova – che lo ebbe tra i migliori – qui ne perpetua il ricordo – 20 maggio 1922”.[1]
Risparmio la seconda. La famosa strada aveva dunque un suo tenace assertore caduto proprio lungo il percorso. Il tracciato è fatto: gli studiosi hanno compiuto la loro opera. Speriamo che una ferma volontà spinga presto i lavori innanzi, per cui da Chiavari, lungo il tronco di Graveglia già a buon punto, si formi il sospirato collegamento che valorizzerà il lavoro di tutta una vasta zona, ancora ferma ai sistemi primitivi di produzione, per l’impossibilità di avviare i suoi prodotti su buone strade.
L’incontro del giovane parroco che non mostra nessuna diffidenza, e con rara cortesia mi permette di dare uno sguardo all’archivio parrocchiale, completa le mie visite ufficiali.
Maissana: quanta ironia su questo nome si fa nei dintorni! Tentiamone la spiegazione: mais-sano. È semplice; lungo il torrente, tutte le piane irrigabili sono colme di gambussi; il granoturco è sempre una delle principali culture locali. C’è poi una spiegazione etimologica più complicata che saltiamo senz’altro. Dunque, appena scomposto, il significato del nome è rovesciato.
Non saliamo alla “Fontana Sacra” sulla cresta del colle ove la leggenda dice si abbeverasse San Prospero, venerato a Camogli, né tentiamo di indagare sul culto di molti santi, non indigeni e comuni, che si pratica nei dintorni. Ci aspetta u sciù Perasso che ormai sappiamo essere il magnate delle iniziative locali, dalle religiose alle civili. È un vecchio vegeto che non smentisce certo le nostre parole sulla cortesia di questi abitanti. Ci pone innanzi qualche sua specialità e non sfugge alla nostra curiosità indiscreta. Cinquant’anni di America, a riparare ceste e vender frutta e verdura, non gli hanno corrotta la parlata locale. I suoi ottantatré anni non lo rendono sedentario e inerte: in tutte le iniziative spesso è il promotore, sempre il benefattore.
La mulattiera, piana e ben tracciata che si avvia al ponte sulla strada di Varese, appena ridiscesi, segue il Borsa non molto capriccioso. Si potrebbe chiamarla via dei mulini tante sono le macine che si vedono ai margini e le ruote su cui schiuma la cateratta limpida. In questa freschezza di elementi puri il passo si fa svelto e l’escursione si conclude con gaiezza.
[1] Il testo dell’altra lapide è:
“Per volontà del comune di Maissana/ qui dove subitamente/ senza il dolente commiato de’suoi/ ebbe spezzata la gagliarda vita/ sia ricordato e pianto/ l’on. marchese Giorgio D’Oria/ consigliere della provincia/ e suo nobilissimo araldo/ di nuove opere civili/ XX maggio MCMXXII – XX maggio MCMXXIII”.
Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Ancora venti anni fa gli abitanti di certe nostre vallate continuavano a lagnarsi per la mancanza di ferrovie, per l’impossibilità di fruire dei nuovi mezzi di locomozione e le difficoltà di spostarsi e avviare i loro prodotti verso centri di consumo. La ferrovia era in cima ai loro pensieri, l’intercalare dei loro discorsi e… la promessa di certi deputati per vararsi a Montecitorio. Chi ha vagabondato a lungo per le campagne scalando infaticabilmente le colline per aggirarsi negli anditi più remoti, ricorda questo desiderio espresso in tanti modi e, per quanto quasi irrealizzabile, ravvivato ad ogni nuovo progetto. Le prime automobili non persuasero: diffidenze, timori, dubbi sulla loro praticità. Il fallimento delle prime imprese, arresti a mezza strada, qualche lieve incidente esagerato dalla fantasia dei fannulloni, tenevano lontano dal nuovo mezzo i più.
Il tenace lavoro continuato con fermezza da certe società che studiando con ogni cura i loro impianti hanno dotato ora le linee in molte regioni italiane di vetture perfette, affidate a personale lungamente provato, ha finito per mutare in fiducia e in simpatia i sentimenti avversi per cui oggi molti, se non tutti, non sentono più la necessità per la quale lottavano prima e sanno opportunamente giov