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8.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - La Basilica dei Fieschi a S. Salvatore di Lavagna

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"

La Basilica dei Fieschi è senza dubbio una delle più perfette opere d’arte che esistano in Liguria. Il suo stato di conservazione è buono nonostante si potesse esigere di meglio.
Vi si arriva da Lavagna, o da Chiavari, attraversando lo storico ponte della Maddalena, sul quale è voce comune sia passato Dante nelle sue peregrinazioni in Liguria. Si può dar credito a tale asserzione avendo il poeta cantato la Fiumana bella posta “intra Sïestri e Chiaveri”, nel narrare il suo incontro con Papa Adriano V, il continuatore della basilica.
L’Abbadia della Madonna del Ponte è in faccia a questo e fu già in migliori condizioni artistiche. Per favori e predilezioni speciali di S. M. la Regina Margherita, che talvolta vi si recava in visita, si ammira un pregevole altare del Monteverde dedicato al Beato Umberto di Savoia. Oltre questa chiesa si avanza alcuni chilometri su strada pianeggiante, fiancheggiata da vigneti, lungo la quale, a sinistra scorre l’Entella. Dal borgo di San Salvatore, sviluppato ora lungo la strada, la Basilica, nonostante sia in alto sopra un poggetto, non è visibile: emerge soltanto la cuspide della bellissima torre da che fu abbattuto un grande esemplare di eucaliptus che si slanciava con imponenti masse di rami da l’alto di un giardino pensile.
Si segue a destra un breve tratto di stradicciola in salita, ci si incunea tra case insignificanti e si sbuca ad un tratto in un piccolo piazzale quasi chiuso dalle costruzioni circostanti, in fondo al quale si prospetta in tutta la sua bellezza la massa bianco-grigia del Tempio.
Sul piazzale, negli interstizi, cresce l’erba come in un prato; su un piloncino è murato un sagittario, prima sperduto tra le pietre del muricciolo a secco. Le case intorno, tra le quali è una chiesa settecentesca, quasi in abbandono, sono umili e dimesse. Sparisce anche lo splendore del gran palazzo dei Fieschi, che fu certo maestoso, poiché sono le sue quadrifore, ora in restauro, in parte ancora cieche, murate con sordida calce o intramezzate da sbadiglianti finestrini: scempio e deturpazione senza nome!
Attrae l’attenzione tutta a sé la rosa luminosa del frontone coi rabeschi di marmi dalla gromma dorata dal sole di molti secoli, le colonnine varie, convergenti in leggero arco acuto, del portale, i fascioni bianchi e neri di marmo e lavagna con qualche mensola corrosa, e in alto la nota aerea del campanile.
– Urna di silenzio! – la definì un filosofo, però assai più poeta anche nei suoi scritti, e una fine esecutrice di musica, una delicata concertista tutta pervasa dalle vibrazioni della sua arte, in un attimo di raccoglimento assoluto, percependo il fruscio di una locusta tra le erbe, disse:
– Le armonie di Beethoven evocate qui dovrebbero lasciare nell’aria una eco sempre percepibile…!
L’interno, come quello di molte chiese trecentesche, ha colonne di pietra ad ampi archi. La solennità è rotta a quando a quando da alcune stonature: un organo barocco, qualche eccessiva lucentezza di marmo, qualche fastosa suppellettile sacra, ma conserva ancora tutta la sua suggestione – soprattutto per le poderose colonne multiple che sorreggono la torre, vera curiosità di questo monumento, eretta come cupola innanzi all’abside e che si slancia non già di fianco come i comuni campanili, ma in mezzo alle tre navate, in fondo alla maggiore.
L’ampia cella campanaria, con i due ordini di finestre a colonnine abbinate, guardano dal poggio sui pendii delle colline vicine. Aggiungono grazia al campanile pinnacoli laterali che pare aiutino nello slancio la guglia maggiore, acuta ed agile, nonostante l’ampiezza della base. Sugli spioventi pendono gramignacce e verdeggiano licheni, dando al tetto un’impronta di sonnolenta benignità più che di trascuratezza.
Fra i tesori del Tempio vi è un frammento della Santa Croce, uno tra i maggiori esistenti, che fu la croce pastorale di Innocenzo IV, quella che portava sul petto nel concilio di Lione quando lanciava la scomunica contro Federico II. Molti privilegi furono elargiti alla Basilica prima dai due papi Fieschi e in seguito da altri, tanto che godette di assoluta autonomia, dipendendo direttamente da l’autorità pontificia. È aperta al culto pubblico solo da che, dietro istanza della comunità del borgo, gli ultimi eredi della famiglia Fieschi accondiscesero a farla sede parrocchiale.
Fondatore della Basilica fu Innocenzo IV, al secolo Sinibaldo Fieschi, della famiglia appunto dei Conti di Lavagna che furono tra i maggiori feudatari liguri. Da Tedisio Fieschi, già prima del mille signore di Lavagna, la grande famiglia si estese con tutta la più sagace abilità diplomatica oltre che guerresca, con maritaggi e nepotismi, insidie e congiure, tanto che molti membri della famiglia salirono ai più alti gradi in tutte le gerarchie.
Basterebbe, in quella ecclesiastica, il novero di due papi, quattordici cardinali, trecento prelati, tre patriarchi, arcivescovi e vescovi, per dare un’idea dell’importanza assunta da questo casato tra il 1000 e il 1400, dopo di che, fallita la congiura di Gian Luigi contro i Doria per il possesso di Genova, la famiglia cominciò a decadere, dividendosi nei due rami di Savignone e Lavagna, ora pressoché estinti.
Tra le più nobili figure della famiglia Fieschi, primeggia Santa Caterina da Genova, e alla nostra fantasia risorge Alagia, la buona di Dante, la sola anima su cui Adriano V contasse per il suo suffragio.(1)
La costruzione della Basilica fu iniziata nel 1244, poco dopo l’elezione a Papa di Sinibaldo Fieschi. Però le questioni sorte tra il papato e Federico II, ne rallentarono l’esecuzione, ed anzi, per vendetta di quest’ultimo, fu devastata al suo sorgere insieme ai ricchi palazzi che nella culla dei Fieschi già erano eretti.
È noto come Innocenzo IV, perseguitato dal superbo imperatore avesse dovuto riparare a Civitavecchia e fuggire a Genova per poi passare a Lione ad aprire il concilio ecumenico al quale Federico II non volle partecipare che con uno dei suoi legati. Il concilio, presenti centoquaranta tra vescovi patriarchi e imperatori, esaminata la causa di Federico II, lo scomunicò prosciogliendo i sudditi dalla fedeltà e dando licenza agli elettori di nominargli il successore.
Il cappello rosso cardinalizio ebbe origine da questo concilio a simbolo del dovere di offrire il sangue per la libertà dei principi cristiani e fu Innocenzo IV che lo fece usare, passando da Genova, nel 1251, quando morto il suo nemico ritornò in Italia.
Ripassando nei possedimenti della sua famiglia e vedendo quale distruzione avevan recato le soldatesche imperiali, dette ordine che tutto si riedificasse con maggior ricchezza e splendore per cui si può considerare tale data come quella in cui risorse anche la Basilica.
Tra le biografie di Innocenzo IV, il fondatore, è notevole quella uscita postuma del Prof. Can. Ferdinando Podestà, con prefazione di Giovanni Casati, dovuta all’affettuoso ricordo dei discepoli verso il rettore del Seminario di Sarzana, che ne fecero curare l’edizione.(2)
Ottobono Fieschi, nipote di Innocenzo IV, eletto papa nel 1276 col nome di Adriano V, nonostante la taccia di avaro inflittagli da Dante, per le opere erette a sua cura in molti punti della penisola è un benemerito anche nel campo dell’arte. Si deve a questo Papa se la Basilica all’esterno fu finita riccamente e adornata con artistici marmi.
Se non temessimo dilungarci, altro materiale storico si potrebbe riesumare e citare altri fatti e altre cronache di avvenimenti che si avvicendano intorno a questo insigne monumento, dall’incursione turca del 1567 che finì di distruggere i superbi palazzi vicini, alle feste e alle tradizioni locali, ma conviene arrestarci a queste poche citazioni. Più di tutta la storia, delle leggende e dei dati cronologici vale una visita per gustarne l’insieme così armonico e puro da rasentare il divino.
Per chi ama sostare a godersi in piena solitudine le cose perfette e musicali nella loro pura armonia, che si rivela solo col raccoglimento e con la contemplazione, è un bene che di questa opera non facciano cenno nemmeno le guide, i compilatori delle quali, quando non sono uggiosissimi pedanti, si affrettano su macchine veloci, lungo le strade comuni, senza varcarne l’argine, e notano solo tutto ciò che è in vista e alla superficie. Sarebbe quasi penosa l’invadenza dei turisti curiosi e profani con gli stridori dei loro passi sull’acciottolato del piazzale e i discorsi insulsi. La profanazione recherebbe a chi indugia a gustarne la silenziosa bellezza, vera sofferenza.


Note:

1 - Alagia Fieschi, nipote di Adriano V (Ottobono Fieschi) è citata da quest’ultimo nel diciannovesimo canto del Purgatorio.

2 - Podesta, Ferdinando, “Papa Innocenzo 4”, G. Agnelli, Milano, 1928.


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