Fra le tradizioni alle quali ha dato luogo questo Santuario, uno dei più recenti fondati in Liguria, notevoli sono le scampagnate, più che i frequenti pellegrinaggi, che vengono fatte dalle popolazioni della riviera di levante e dei paesi vicini.
Nel mese particolarmente dedicato a Maria, il cui culto in Liguria, come altrove, è vivissimo, comitive di gitanti si danno appuntamento al passo di Velva, convenendo da più punti a piedi o con mezzi meccanici. La posizione della chiesa è in località felicissima, a 550 metri sul livello del mare e si offre di lassù alla vista, in ogni primavera, un riposante mareggiare di verdi foglie tenere per i boschi di castagni e di faggi che l’attorniano. A mezzogiorno e a tramontana degradano le valli con pendii lievi; nessuna zona brulla di montagna, ma un continuo alternarsi di colline e, sparsi tra il verde, gruppi di case con campanili emergenti al di là dei poggi, a indicare più lontani villaggi e casolari.
L’aria salubre che aereggia di continuo la località tra i due versanti richiama, soprattutto l’estate, i villeggianti in cerca di frescura, per cui presso il Santuario vi è sempre una vita varia e animata.
La stagione più tipica delle scampagnate è però l’autunno. Vere turbe di gitanti, specie dal litorale, si uniscono insieme e salgono, spesso a piedi, lungo la provinciale o le scorciatoie, percorrendo i 20 chilometri di strada col carico della colazione abbondante, nel sacco, e raggiungono cantando la Chiesa sui prati della quale consumano il loro pasto nell’allegria più gioconda. È l’addio alla buona stagione, al tempo benigno, e non c’è di meglio che darlo salendo al Santuario. A volte qualche acquazzone disperde i gruppi tra i boschi o nei casolari, ma, uniti o sparpagliati, si ritrovano poi tutti al luogo di convegno.
Queste processioni…profane, sono il terrore dei contadini, che le sentono avvicinarsi come sentono i temporali e montano la guardia particolarmente alle viti cariche di grappoli maturi, perché un assalto di quelle turbe potrebbe anticipare la vendemmia ed essere una mezza rovina, ma è raro che i gitanti si mutino in predoni, perché sono spessissimo riunioni di famiglia sulle quali domina sempre l’autorità degli adulti.
Se è raro che avvenga il furtarello alla vigna e ai frutteti, non manca però mai il canto beffardo e la strofetta mordace:
Alla barba del contadino
ho mangiato l’uva bianca,
se mi coglie sulla pianta
bastonate mi darà!
Siam marinai
evviva il mar…
Nel ritorno, la sera, prima di rientrare in paese, i gitanti, tra i quali lungo il cammino si sono escogitati i giochi più vari, fanno l’ultima cerimonia, quella del matrimonio. Vengono unite coppie possibili… e coppie buffe e assurde, con una procedura sommaria. Incoronate di frasche di castagni, pungenti per i cardi (simbolo forse del matrimonio) queste coppie precedono il corteo che entra trionfalmente in paese, facendone il giro prima di sbandarsi e rientrare alle proprie case. Qualche volta può accadere che le coppie effimere tornino l’anno dopo al Santuario unite definitivamente.
Nessun miracolo popolare ha dato origine al Santuario della Guardia al passo di Velva, ma si può chiamare miracoloso il modo come poté sorgere.
Velva è un grazioso paesello montano, eretto sullo schienale di una collina, digradante dolcemente verso la valle, circondato da vigneti e da boschi di castagni. Come molti altri paeselli liguri, l’agglomerato delle case, che costituisce il centro, offre la visione di archi arditi, di passaggi oscuri, di bizzarre sovrapposizioni di costruzioni, di brevi gallerie grigie che ora danno in un ovile, ora in una cantina o sfociano in qualche aia o in un cortile. Tra la buona popolazione del paese il quale ora ha già propaggini sulla provinciale e tende a svilupparsi in posizione più comoda, in alto, sorse l’idea di una chiesetta al passo, ove la strada discende a Varese Ligure per raggiungere poi, oltre il valico di Centocroci, Borgotaro e Parma.
Nel pensiero dei contadini, la cappella avrebbe dovuto forse servire, col suo porticato, di rifugio ai viandanti ed ai pastori, qualche volta costretti a cercare un luogo protetto per il sopravvenire di burrasche. Avvenne che un sacerdote, tutto dedito alle opere della fede, Monsignor Vincenzo Persoglio, rettore della parrocchia di San Torpete in Genova, capitasse a Velva per ragioni di salute. Conosciuto il desiderio del popolo, si prefisse di assecondarlo e non a parole. Mutò l’idea di un tempietto in quella di un vero e proprio Santuario facendosi tracciare il disegno dall’ing. Maurizio Dufour, e mentre in Velva una commissione di maggiorenti del paese con a capo il prevosto prendeva accordi per il terreno, il materiale da costruzione e la mano d’opera, l’insigne prelato genovese cominciò a provvedere i fondi occorrenti.
Il modo davvero miracoloso come questi fondi furono raccolti, è quanto mai degno di nota. Il sacrestano di S. Torpete, domestico del rettore, certo Rosa Giovanni, volle offrire la statua della Madonna, lavoro dello scultore Antonio Canepa. Non essendo possibile mandarla alla Chiesa destinata, essendo questa appena in progetto, fu collocata provvisoriamente nella Collegiata di N. S. delle Vigne in Genova. Pur non essendo stata concessa la collocazione di una cassetta per elemosine, ai piedi della Madonna, e precisamente nel cappello del beato Pareto scolpito in orazione presso la Vergine, furono ben presto deposte cospicue offerte in denaro e oggetti preziosi.
La statua passò poi a S. Torpete e di là, mercé le oblazioni generose e continue dei fedeli, fu possibile non solo erigere la chiesa, che è di m. 27 per 17, ma adornarla di altari, costruire un porticato e la casa per il custode.
Tra il 1892 in cui nacque l’idea e il 1895 in cui l’edificio, già a buon punto, fu inagurato, la Madonna della Guardia di Velva acquistò popolarità, tanto che fu con vivo rincrescimento che i fedeli di S. Torpete videro partire la statua, oggetto già del loro culto e delle loro preghiere. La popolazione di Velva in questa opera diede tutto il suo appoggio spontaneamente, al punto che ogni domenica gli uomini e le donne valide si adoperarono a trasportare pietre e sabbione dalle cave lontane e a prestare il loro lavoro in quelle contingenze che si mostravano utili, agevolando con la loro operosità il compito dei muratori e diminuendo considerevolmente le spese.
Quando la statua da Genova passò a Velva, sopra un carro giunto dal paese, un piccolo episodio che non mancò certo di suscitare commenti salaci, avvenne alla barriera daziaria di Sestri. Mentre presso tutti i paesi che bisognava traversare, deliziati al confine delle preistoriche barriere daziarie, nessuno aveva fatto obbiezione al transito, si ricorda che a Sestri vollero una lira. Eccesso di zelo e demagogia social-massonica di qualche funzionario di allora? Non bisogna dimenticare che si era nell’agosto del 1895 e che alla dolce Madonna ben poca riverenza era data dalle dottrine correnti.
Quale culto e quanta fede suscitò attorno a sé il Santuario può vedersi oggi nell’enorme numero di ex voti che variano, come in tutti i Santuari liguri, dalla navicella in bottiglia al cuore di stagnola. Stampelle, fucili, quadri, ricopron le pareti; non mancano epitaffi e narrazioni di sventure evitate e tutto ciò che, con fede, si attribuisce in bene, all’intervento della divina guardiana.
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