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11.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - L’ambrato tesoro di Verici

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


La celebrità, ben giustificata, dei vini delle Cinque Terre, ha oscurato alquanto altri vini, non meno degni di fama, che la stessa Liguria orientale produce. Infatti ci si ferma quasi sempre sulle particolarità dei primi, anche perché le aspre terre ove sorgono i vigneti, arsicce e quasi pregne di salmastro, tanto le ruvide colline degradano sul mare qua e là a strapiombo, rendendo difficilissimo il tracciato di qualunque strada, creano attorno alla Vernaccia una cornice pittoresca che mette le sue qualità in bella mostra. Ma se, scendendo dalle linee generali colle quali si suole tracciare una affrettata e sintetica carta dei prodotti nazionali, indugiamo ai particolari regionali, non possiamo né dimenticare né mettere in seconda linea altre località che un po’ per il quantitativo minore e molto per l’inerzia degli abitanti, non estendono la conoscenza di ciò che producono oltre la ristretta cerchia direi quasi comunale.
Il “Verici” però non è del tutto ignoto. Lo troviamo in apparizioni quasi circospette, a fine di pranzo nei conviti particolari, in casa di molti buongustai liguri, che lo ostentano quasi sempre come una rarità, scoperta da loro, la sorpresa finale insomma. Dopo aver raccomandato di centellinarlo a dovere, chiedono i vari pareri, non mai discordi e poi accennano, quasi misteriosamente, a una certa località dove una collina privilegiata a ridosso dei venti del nord, esposta a tutto il sole, nutre col suo terreno saturo, dicono, di succhi minerali, quella rarità. È la bottiglia di rito nei battesimi dei “leûdi”, ora rarissimi, quando scendono nel Golfo Tigullio, rotta a poppa con un colpo deciso, per far scendere il liquido augurale in una striatura ambrata, lungo il bordo, ed anche il dono che qualche forestiero porta con sé per documentare la scoperta.
Non è raro però, che come tutte le cose di un certo pregio, anche il “Verici” subisca contraffazioni e potrebbe accadere a qualcun altro quello che avvenne a un professore toscano che dopo aver bevuto il genuino in una certa osteria, posta sotto la collina sulla strada nazionale, ove campeggiava appunto il sacramentale cartello: “Vino di Verici – produzione propria”, entusiasmatosi, ne ordinò qualche bottiglia per gli amici buongustai fiorentini, senza supporre di portar loro della volgare vinaccia e scontare col ridicolo la… sfortunata scoperta.
Verici, anticamente “Velazo”, ha una piccola chiesa a due navate, isolata, sul versante del rio Battana sopra Casarza Ligure. È rettoria dipendente dalla diocesi di Luni: un suo parroco, verso il 1500, fu eletto vescovo di Noli. La posizione della chiesa è, rispetto al paese, alquanto scomoda, ma essendo questo frazionato in tanti casolari disseminati sopra una zona molto vasta, viene ad essere giustificata. Una delle viottole di accesso al paese, anzi, la mulattiera più battuta, scende sulla provinciale in prossimità di Casarza Ligure, capoluogo del Comune, sopra il torrente Petronio.
Se il colle di Verici prospiciente il mare è ben piccola cosa e si ha ragione di diffidare quando si parla del quantitativo di vino che può fornire, avviandoci a tale località e percorrendola in tutta la sua estensione, si scorge poi che è assai più vasta di quanto si prevedeva. Infatti a chi volesse giungervi salendo da Santa Vittoria di Libiola per Rovereto, Tassani e Cardini, e si trovasse a chiedere dove ci si avvia per andare a Verici, si potrebbe sentir dire, pochi passi oltre l’ultima borgata, che già si è in quel territorio. Senonché, percorso qualche chilometro di strada campagnola, tra continui vigneti e scarsi ulivi, al margine di pinete ora fitte ora rade, si troverebbe sempre nel territorio di Verici, avendo solo incontrato sparse casupole, isolate fattorie con cantine e rari gruppi di abitazioni.
Non è certo di là però che si giunge facilmente a Verici. La strada per cui è possibile tramutare la visita al paese in una delle più belle gite pomeridiane sulle colline liguri, la troviamo poco prima del bivio sulla via Aurelia donde parte il tronco che attraverso al passo di Cento Croci va nell’Emilia e quello che dal passo del Bracco raggiunge La Spezia, nel sobborgo di Pila sul Gromolo.(1)
Si sale, dopo aver percorso un breve tratto di pianura, alla chiesina di S. Margherita di Fossa Lupara. È questa una delle più belle tra le chiese della plaga, oltre il tempio romanico di S. Nicolò e la Collegiata, e vanta gioielli come la plebana di S. Stefano del Ponte e il Santuario di S. Bartolomeo della Ginestra. Ciò che rende preziosa la chiesina sono le pitture recenti del Cisterna che la decorano riccamente, i migliori fra tutti gli affreschi che hanno ricoperto le pareti delle chiese vicine in questi ultimi anni.(2)
Dal piazzale della chiesa si ha già un anticipo del vasto panorama che si godrà da Verici. La canonica annessa offre la visita a numerosi alveari razionalmente curati dall’arciprete, appassionatissimo di apicultura che, inoltre, alleva insieme con alcune varietà di uccelli una prospera famiglia di fagiani reali.
Si prosegue attraverso un fitto bosco di lecci, residuo del “lucus” sacro, del quale anche qui, come in altre località, si favoleggia, ed ecco presto il casolare Fossa lupara. Questo nome evoca epoche selvagge, brughiere ove i lupi scorrazzavano liberi ed è giustificato dalla profonda valle priva di abitazioni, selvosa e quasi senza coltivati, che si estende a sinistra alimentando il Rio della Valletta.
Cominciano tratti di vigneti, ma all’inizio predomina ancora l’ulivo. Quando si esce in una pineta, scendendo lievemente prima di riprendere la salita, scomparsa la vista del mare, ci troviamo in un paesaggio imprevisto, del tutto nuovo, che ha molti punti di contatto con certi altri dei Giovi.
Continuando, incontriamo una edicoletta con una graziosa statuina della Madonna. In mezzo alla pineta questo segno di fede par messo a consacrare le piante e a suggerire una breve sosta prima di riprendere. Usciti dalla pineta ecco un po’ di radura e finalmente la località Bruschi. Siamo già a Verici. Brusco è infatti un cognome tutto proprio di questa località e si chiamano così gran parte degli abitatori.
Quello che ci accoglie, proprio sul limitare del paese, ove hanno inizio i filari della famosa albarola, dalla quale si spreme il nettare tanto prelibato, è appunto un Brusco, un po’ spaesato però, che tiene la sua casa chiusa per gran parte dell’anno e vi sale ad arieggiarla soltanto di quando in quando, curandosi naturalmente di preferenza della cantina, ben provvista come ogni rispettabile cantina paesana. Da questa prima casa si apre innanzi uno dei panorami più belli della nostra riviera, per molti aspetti paragonabile a quello superbo che si gode dal piazzale di S. Ambrogio sulle alture di Rapallo. In fondo, nell’apertura del Golfo Tigullio, la parentesi che lo circoscrive è formata dall’arco di una delle spiagge di Sestri Levante; poi la piana, e su di essa gli abitati; l’altura del Monte Telegrafo e, verso Riva, l’antico casolare di Ginestra che forma quasi un cespuglio grigio emergente dagli ulivi. Per quattro diverse anse, fra le colline, lo sguardo spazia sul mare scorgendo ora rive nude, ora gru possenti attorno ai cantieri, ora barche e casupole da pescatori. Chiese e campanili si innalzano intorno, tra zone verdi, fino alle parrocchie più lontane e l’alveo di due torrenti, il Gromolo e il Petronio, si segue sino alla foce. Trigoso, S. Bartolomeo, S. Margherita e altre frazioni che dal basso ci appaiono su piccole alture, quasi spariscono ai piedi.
Sulla piccola aia è già una comitiva che protesta per le eccessive insistenze del proprietario che non limita l’offerta al consueto litro, ma insiste con altre bottiglie. Qualcuno dei villici osserva che se ne possono bere circa settanta bicchieri… altri affermano d’averne sopportato tre fiaschi. È ben noto invece lo scherzetto che gioca normalmente il “Verici”; ogni comitiva, di qualunque località vicina, può narrarne una. Vi fu un’intera brigata che, ragionando allegramente, sbagliò strada nella discesa e anziché infilare quella giusta, si smarrì nella Fossa lupara. Colti dal buio, a tentoni, ognuno per proprio conto, a seconda delle superstiti forze e capacità orizzontatrici, si dispersero a caso e chi passò la notte all’addiaccio, chi sconfinò a S. Vittoria e chi, più fortunato, trovò riposo sulla paglia di qualche capanna. Un tizio divenne celebre per avere ad un tratto abbracciato solidamente un grosso pino e aver passato la notte ragionando con quello circa le leggi di equilibrio dimenticate e l’instabilità della strada che gli sfuggiva inspiegabilmente sotto i piedi, serpeggiando. Il pino, unica cosa rigida, dando affidamento di stabilità, sopportò il lungo amplesso e vegliò il duro sonno. Il “Verici”, fine e apparentemente leggero, gioca i suoi tiri migliori quasi direi di preferenza a chi si vanta di sopportarne di più e a chi si ritiene collaudato contro le sbornie, per cui sono appunto i beoni che ne restano sconfitti.
Qualche decennio fa, il personaggio più importante di Verici era il “Melan”, rimasto famoso anche per il suo cane, un can barbogio passato ai posteri per essergli stato sempre implacabilmente alle costole, tanto che non si sarebbe potuto immaginare il “Melan” senza il cane, proprio come S. Rocco. Costui aveva saputo far così buona propaganda ai suoi vini che era divenuto fornitore della Real Casa, e si fregiava pomposamente del titolo come ogni regio fornitore, giacché mandava annualmente una certa quantità di “Verici” particolare a Re Umberto. Il suo albergo, poiché ne possedeva uno al piano, che gli consentiva di attivare meglio la propaganda, godeva di un’ottima clientela, ed aveva buon credito specie per il “Verici” inalterato. Molti ricordano ancora bene quando il “Melan”, personaggio d’ogni riguardo, saliva sulla collina con un cavallo bianco a macchie rossicce, il primo che sia mai riuscito a scalarla e forse l’unico, se nessuna strada salirà a far conoscere meglio e a valorizzare degnamente questa plaga privilegiata, ma troppo poco nota.


Note:

1 - Il testo originale riporta “la Spezia” invece di “La Spezia”

2 - Eugenio Cisterna (1863 - 1933), decoratore di origine romana.

3 - Sull’identità di “Melan” ulteriori informazioni possono essere reperite in un dattiloscritto del sacerdote sestrese Giovanni Stagnaro (1883 - 1962):

“Brusco Nicola fu Francesco, detto il Melan, aveva una pensione - ristorante nel negozio ora Raffo annesso alla Piazzetta S. Antonio (allora convento dei Frati conventuali dei quali era la Chiesa).
Un uomo intelligente ed attivo che sceso da Verici […] s’era fatto un nome nell’industrializzazione del vino di Verici, a Chiavari ed anche a Genova notai un bar “qui si vende il Vino di Verici””.

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