Per comprendere le caratteristiche di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale” di Giovanni Descalzo è illuminante la “giustificazione” posta dall’autore come premessa al testo.
In essa lo scrittore avverte che si tratta di una raccolta di articoli illustrativi, pubblicati per la maggior parte nel “Giornale di Genova” e da lui lasciati intatti nell’originale spontaneità con cui erano stati scritti nella prima stesura. Raccolta quindi volutamente non omogenea, ma antologica, di elzeviri dedicati a località e a santuari della Liguria orientale, dal Golfo del Tigullio a quello di La Spezia. Il libro, pubblicato nel 1941, è costituito da articoli scritti nel decennio precedente, con “abbondanza minuziosa di particolari, carattere di cronaca e scorrevolezza discorsiva”.
Descalzo, con l’umiltà e lo spirito di autocritica che sempre lo contraddistinguono, ci presenta con tali parole gli aspetti salienti del volume.
“Abbondanza minuziosa di particolari”: egli si sofferma sulle località e sulle chiese descritte, accompagnando il lettore come una guida attenta e scrupolosa, facendolo orientare e soffermare fra strade, ciottoli, boschi, baie e insenature, alla ricerca di luoghi che accendano la fantasia e la curiosità.
“Carattere di cronaca”: gli articoli raccolti sono “cronache” di passeggiate dell’autore nella sua Liguria, nelle sue vallate. Anche i fatti narrati non possono evidentemente assumere le dimensioni e lo spessore di un discorso storico e scientifico, ma sono chiari e semplici cronache, la cui lettura non può essere appesantita da discorsi troppo eruditi e complessi.
“Scorrevolezza discorsiva”: proprio perché si rivolge al pubblico eterogeneo dei lettori di giornali, di livelli culturali diversi, lo scrittore usa un linguaggio piano, discorsivo e facilmente comprensibile.
Descalzo ha quindi avvertito i lettori dei limiti intrinseci ad una raccolta di questo genere. E, ripeto, lo ha fatto con grande umiltà.
Sta a noi cogliere la perizia artistica e la poesia insita in molti di questi brani.
Ad esempio, nelle pagine iniziali dedicate alla sua Sestri Levante, la prosa ha un afflato lirico ed una icasticità di linguaggio degna dei migliori elzeviristi del tempo (Baldini, Cecchi, Ometti, ecc.). Si coglie chiaramente l’intensità emotiva del poeta che si trasfonde in periodi di pregevole “prosa d’arte”.
È la “prosa d’arte” tipica degli scrittori appartenenti alla rivista letteraria “La ronda”, alla “Fiera letteraria” di Umberto Fracchia. Una prosa raffinata, quasi rarefatta, che in poche nitide pagine raccoglie l’ispirazione lirica. È quella “prosa d’arte” che dai detrattori, a partire da Borgese nel 1922, fu definita “calligrafica”, cioè più attenta alla nitidezza della forma che al contenuto.
Noi, che viviamo nella civiltà dell’immagine e dell’ipercomunicazione, abituati ad una prosa asciutta ed essenziale, che non ha più il compito di far vedere figure e di far sentire suoni al lettore, all’inizio possiamo avvertire un po’ stucchevole e pleonastica tale prosa, ma, se riflettiamo sulle funzioni che per i lettori di allora avevano gli articoli di giornale raccolti in questo libro, ne possiamo apprezzare la ricchezza di immagini e di suoni.
Possiamo dire che tutto il libro è scritto in una prosa che a tratti si avvicina al calligrafismo, alla “bella pagina”. Tuttavia non possiamo valutarlo secondo i canoni contenutistici, che pongono al centro di ogni scritto soltanto i rapporti tra letteratura e società. Questo rapporto naturalmente varia da individuo a individuo e cambia a seconda delle impostazioni ideologiche.
In realtà in queste belle pagine vibrano la coscienza morale e la fisionomia artistica di Giovanni Descalzo, i suoi sentimenti e affetti. Si può capire l’uomo e la sua arte, leggendone lo stile, e, nello stile, si ritrova l’uomo. Un uomo ricco di sensibilità, in cui palpitano i profondi nessi tra arte e vita.
Bene ha fatto quindi l’Associazione del Genovesato a proporre una ristampa di questo libro, in cui ritroviamo i colori, i profumi, i suoni della nostra terra e la grande sensibilità di uno scrittore che li ha saputi interpretare e comunicare.
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