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12.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - La città bimare nel golfo Tigullio

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


“Sestri Levante è una delle più belle spiagge del mondo”.
Se fossimo noi a dirlo potremmo giustamente essere accusati di campanilismo. Ma perché non valerci di una definizione – facendo per la prima volta i modesti tanto fuori luogo – quando ci giunge fresca fresca da l’alto, firmata da quel giramondo che conosce certo Mestieraccio come pochi altri e ha fatto perno proprio a Sestri per il suo vademecum gastronomico ligure? Non si potrà rimproverare a Paolo Monelli di aver dato una semplice occhiata ai punti cardinali più importanti del globo, quindi teniamoci l’affermazione come vera e difendiamola, tanto più che siamo pienamente d’accordo.(1)
“Il bello di Sestri è questo: che sulla riva accanto ai bagnanti stanno i pescatori; e stanno in secco gozzi e latini e i belli e grandi leûdi, velieri d’alto bordo, bravi a prendere l’altomare con ogni vento, che vanno per vini a l’Elba (a Ischia, in Sicilia e in Grecia) e per formaggi in Sardegna, e, non sono molti anni, bordeggiavano per acciughe sulle coste d’Africa. Barche di lusso, paiono, tanto sono lucide, di bei colori, ben tenute, sì che animano pittorescamente la spiaggia senza darle quell’aria meschina di altre rive peschereccie. E basta levi il maestrale, o giunga annuncio d’affari o d’avventura, ecco i leûdi gettati a mare partire per l’alto con la grande vela, scoppiante; e al ritorno sono racconti concitati, di corse, d’incontri, di buone e cattive fortune”.(2)
Proprio così; il bello di Sestri sta appunto nella sua capacità di conciliare sulle sue rive antichi palazzi patrizi e tuguri di pescatori, grandi alberghi, villette borghesi, giardini e pavesate di reti d’ogni sorta sui muricciuoli, lungo i viali, tra le barche e le case, ovunque è possibile trovare spazio, senza che il quadro, sempre vario e mutevole, perda armonia, colore e vita.
Chi sente parlare di Sestri però spesso immagina una rada ingombra di capannoni, irta di montacarichi, di gru, di staccionate, rumorosa per l’incessante rotar di macchine, tamburellar di ribattitrici, martellar di magli. Qualche superba mole di transatlantico, vertebra con vertebra in quei cantieri, con trabeazioni metalliche gigantesche, simboleggia l’operosità incessante delle officine, e soltanto chi conosce la Riviera sa ben distinguere tra questa Sestri e l’altra, la minore e nostra, la riposante e serena, adagiata in fondo al Golfo Tigullio per chiuderlo con l’arco perfetto della sua spiaggia di ponente; e ne conserva ben altro ricordo.
Sestri Ponente, ormai parte di Genova, prende il nome dalla sesta pietra miliare oltre la Superba. Sestri Levante, ultimo mandamento della stessa provincia e il più vasto Comune dopo il capoluogo, è l’antica Segesta Tigulliorum. Come il tempo abbia deformato il bel nome di Segesta in quello dubbio di Sestri è difficile stabilirlo con esattezza. Dante nel diciannovesimo canto del Purgatorio fa dire a Ottobuono Fieschi, divenuto Papa Adriano V:

Intra Siestri e Chiavari s’adima
Una fiumana bella, e del suo nome
Lo titol del mio sangue fa sua cima.

Siestri la nomina ancora il Petrarca e l’aggiunta di Levante fu necessaria dopo, quando da Sextum sorse l’altra Sestri.
La nostra Segesta Tigulliorum conserva nel nome il ricordo della antichissima Tigullia, città che, come molte altre le quali non ebbero nella storia importanza capitale, dopo la decadenza dovuta forse a invasioni, scomparve lasciando incerti anche gli studiosi su l’esatta ubicazione. Alcuni storici antichi la indicano a cinquanta miglia tra Lerici e Genova per cui si può sostenere l’ipotesi che sorgesse sul colle di Trigoso – ove non mancano tracce nel terreno e nel nome – sopra Riva Trigoso, operoso borgo industriale del Comune di Sestri Levante, per il quale vale la descrizione di cantieri, gru e scali, chiuso dalle due punte di Manara e delle Baffe, e che si vorrebbe sempre sonante di ribattitrici e di macchine in moto come nei tempi più fiorenti.(3) Una carta del 1430 alla Laurenziana di Firenze, segna Tigullia appunto presso quella zona.
Il nome di Segesta col quale viene indicata Sestri Levante da Plinio il giovane e da Strabone, ricorda la Segesta sicula di cui restano ora soltanto le meravigliose vestigia, facendo pensare a una emigrazione forse dopo che Siracusa la distrusse; e a ciò induce anche il nome di Lerici per l’identità etimologica della montagna che sovrasta Trapani, presso Segesta, e accomuna le due città nell’origine.
A chi giunge da Genova, uscito dalla galleria di S. Anna, la penisoletta di Sestri Levante appare come un’antica nave favolosa tenuta all’ormeggio dal breve istmo. Il mare la circuisce ancora quasi per intero e viene a lambire le due rive sabbiose, mollemente, placando ogni furia contro le scogliere che proteggono i golfi.
Le case si spingono dalla piana dell’ampia valle, sul mare, tra i giardini, e si susseguono lungo l’istmo risalendo alla penisoletta in una varietà pittoresca. Su questa, oltre il nucleo dell’antico borgo e delle nuove costruzioni, tutto è levità: l’ex villa dei marchesi Piuma, cui si sono aggiunti i celebri castelli, già Gualino, tra meandri verdi, boschetti, labirinti, viottoli pensili tra gli elci, le eriche ed i ginepri; una indescrivibilmente ricca varietà d’aspetti cui la presenza costante dell’azzurro marino che tutto circonda, dà riflessi, luci e riverberi di fata morgana e di irreali trasparenze, la caratterizza. S. Nicolò, in alto, la chiesina romanica, alza la lancia della sua cuspide come una nota acuta, simbolo aereo di questa piccola terra che in giornate di maestrale pare appunto sospesa sullo smeraldo delle onde. È in questa chiesina, allora isolana, che è sorta la narrata leggenda del S. Cristo, polena sacra condotta a riva dal risucchio e venerata dal popolo che prepara ogni anno con solennità, tra l’agosto e il settembre, la sagra di devozione.
Ancora visibile, se pur molto trasformata, è la fortezza che la repubblica genovese eresse nel 1200 a protezione della cittadella, dalla quale scendevano le alte mura in cui erano aperte le tre porte tutt’ora in piedi, e che ospitò fino a pochi anni or sono, il vecchio cimitero. Chi ricorda il bel fortino rossiccio affacciato con aria ormai sonnacchiosa e indulgente sul golfo maggiore, non può che rimpiangerne l’inconsulta distruzione.
I due golfetti formati dall’istmo alluvionale, hanno aspetti e caratteristiche diverse. Quello di levante è un po’ “La baia del silenzio”. È come un cratere etrusco, con l’ansa dentellata di scogliere: le case si specchiano nel cobalto, nessuna via rumorosa corre lungo la riva sabbiosa ove le barche contendono lo spazio ai bagnanti d’estate e dove in inverno le onde sono signore. La mole della Punta Manara avanza nel Tirreno con dirupar di scogliere varie, di grotte, punte e calanchette, coperta sul dorso dalla più profumata flora mediterranea. Una strada sale alla chiesetta dei Cappuccini che ha innanzi un’altana dalla quale tutto il Golfo Tigullio si spiega nella sua ampiezza. Questo luogo di raccoglimento e di contemplazione amato da Byron è mèta di poeti e di pittori che ogni giorno vi si recano a rinnovare e ritemprare le loro ispirazioni.
Il golfo di ponente è quello che già descrivemmo con parole di altri. Dalla strada che raggiunge il molo, venendo verso il caseggiato, appaiono la spaziosa piazza della chiesa e la vasta marina. Chi conosce la località, quando conduce in visita un amico, ha cura di recarlo in questo punto per procurargli una sorpresa. Dopo avergli fatto osservare attentamente il Golfo Tigullio, dal simo di Portofino che lo chiude a ponente giù giù a Paraggi, S. Margherita, Rapallo, Zoagli, Chiavari, Lavagna e Cavi, sino alle rocce a strapiombo di S. Anna, ordina un dietro-front improvviso. Il visitatore che ha ancora negli occhi la visione del mare nell’esteso golfo, tra una casa e l’altra lo rivede scintillare a pochi passi e non può trattenere un moto di meraviglia.
Da qui la sera, alla partenza per la pesca, è uno sciamare di vele latine in tutte le direzioni. Sul viale i palmizi sventagliano come fontane vegetali, riuniti al parco, il più ricco della riviera levantina. Dalle terrazze marine e dagli alberghi, dalle case dei patrizi e dai ritrovi mondani, tra il verde, si spandono musiche che con mollezza estiva carezzano chi passeggia e ama fondere per la gioia e il riposo serale, richiami d’arte e bellezza di paesaggio.


Note:

1 - Il riferimento è a Monelli Paolo, “Questo mestieraccio”, Fratelli Treves, Milano, 1930.
Descalzo usa la scrittura analitica delle preposizioni articolate (“da l’alto” invece di “dall’alto”) in varie occorrenze in seguito non segnalate.

2 - I gozzi sono piccole barche a remi da pesca o da diporto, sui quali è possibile armare una vela.
I leudi sono imbarcazioni a vela latina dall’albero inclinato in avanti, di lunghezza massima intorno ai quindici metri. I tre tipi più diffusi erano impiegati per il trasporto del vino (“vinacceri”), della sabbia (in dialetto genovese “sorairi”) e del formaggio (“formaggiai”). Date le dimensioni contenute, il leudo poteva essere issato sulla spiaggia a braccia o con l’argano.
Descalzo usa alternativamente le grafie “leûdo” e “leudo”, ed il sinonimo “liuto”.
Il “latino” è un’imbarcazione a vela latina (triangolare) di dimensioni intermedie fra quelle dei gozzi e quelle dei leudi; non esiste una tipologia ben definita.

3 - Il testo originale riporta “traccie” invece di tracce. Di seguito ho sostituito “spiagge” “frecce”, “piogge”, “marce”, “rinunce”, “gocce” agli originali “spaggie”, “freccie”, “pioggie”, “marcie”, “rinuncie”, “goccie”.



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