Pages

10.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Santi e briganti in Val di Vara

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Tra i fantasiosi battezzatori di paesi, che appioppano ad ogni borgo o casolare, magari immaginario, un nome antico il più possibile, molto spesso con la sola scorta di qualche lontana e ipotetica similitudine toponomastica, vi fu chi ritenne Sesta Godano addirittura Segesta Tigulliorum. Anche il Dellepiane, fedele raccoglitore di ogni minuta voce e annotatore di tutte le opinioni, mette appunto: – Vuolsi sia la Segesta Tigulliorum… – appoggiando quindi con una certa autorità una fantasia che cadrebbe con la sola lettura di un antico itinerario marittimo.
La Sesta, con molta probabilità, trae il nome dalla sesta pietra miliare in partenza da Brugnato, centro più importante della zona, come Sestri Ponente, dal sesto miglio dopo Genova. L’assurdità di chi la ritenne l’antica Segesta viene dimostrata non appena constatiamo che rimane a 45 chilometri dalla Spezia e a 40 da Sestri Levante, alquanto lontana da chi costeggia la riviera…
Un doppio servizio di autobus, in partenza appunto dalla Spezia e da Sestri Levante, ci conduce al piccolo altopiano dove sorge il borgo, elevato appena 235 m., bagnato da vari torrenti che irrigano la piana fertilizzandola.
Come tutti gli altopiani, anche quello di Sesta Godano ha origine dal riempimento di un lago. Se noi volessimo stabilire quando l’acqua scomparve però dovremmo andare a ritroso per parecchi millenni, e forse arrivare assai vicini all’epoca terziaria. Si comincia ad avere qualche notizia di questa località riandando alle lotte della Serenissima contro i feudatari che ricacciava sempre più nell’interno per avere la padronanza assoluta del mare. Oberto Spinola, nel 1273 si concentrava con un esercito alla Corvara ed espugnava il castello di Godano, tenuto allora da Alberto Fieschi, ribelle a Genova.(1)
Risalendo la via Aurelia dalla Spezia, e da Sestri Levante oltrepassato il Passo del Bracco in un tronco stradale fra i più incantevoli della riviera, si raggiunge Carrodano. Di qui un’unica strada, fiancheggiando il Vara che scorre in basso e dà con le sue acque rumorose una freschezza alpina al paesaggio, ci conduce alla meta della nostra escursione.
Oggi la Sesta è un fiorente centro agricolo che l’apertura del traffico verso Varese Ligure rende sempre più importante. Vi convergono le attività di Chiusola, Scogna, Rio, Antessio, Pignona, Bergassana, Airola, Valledoro, Cornice, Santa Maria e Godano, villaggi sparsi attorno in una vastissima zona collinosa nella quale vive una popolazione attiva soprattutto nell’agricoltura. L’ultimo casolare nominato, che unisce il nome al capoluogo, fu per molto tempo il centro, anche perché sulla sua altura, nella posizione più solatìa, sorgeva il castello feudale dei Malaspina, i signori di quasi tutta la Lunigiana e zone limitrofe.(2)
Tutto il bene che dice Dante di questa famiglia non è ancora riuscito, in gran parte della estrema Liguria orientale, a far mutare opinione agli ex-vassalli sui suoi discendenti, tanto meno ai pronipoti dei servi della gleba. Le brutalità e le tirannie dei signorotti degenerati dall’antica nobiltà a un potere assoluto ed esoso sono ancora nel ricordo; il ripetersi delle leggende che li circondavano, mantiene contro di loro un sentimento di esecrazione che soltanto l’ingiustizia e la barbarie assoluta può generare.
Se ci avviamo nel Fivizzanese, al castello di Verrucola, a Bagnone e quasi dovunque i vari Malaspina signoreggiavano, conosceremo anche dalla voce popolare le più inique scelleratezze. Leonardo Malaspina con un branco di bravi, assediò una notte il castello di Verrucola, uccise il marchese di Fivizzano, la moglie incinta di pochi mesi, un vecchio ottantenne e i servi, risparmiando soltanto la figlia che costrinse a sposare il fratello dopo che si dichiarò signore del luogo usurpato.(3)
Nel castello del Treschietto, sopra Bagnone, si oscurarono le gesta dei Borgia. Giovanni Gasparo Malaspina, che già a Parma era stato condannato al taglio della testa per aver violato coi suoi uomini un convento onde avere due vergini, e aver commessi altri delitti, con lo stesso scopo, vi si era insediato prendendo subito l’appellativo di mostro. La domenica mattina girava nei villaggi con i suoi scherani e invitava le più graziose vassalle a feste notturne nel castello. Una volta alla settimana si ballava, e le invitate dovevano accorrere sotto pena di guai in famiglia. In quelle serate si ripetevano i balli delle Lacedemoni innanzi all’altare di Diana…, il famoso gioco delle castagne che tanto aveva divertito i Borgia a Roma, e peggio.(4) Un contadino che si ribellò all’invito di mandare una sera le sue tre figliole, per punizione fu buttato nel profondo ossario di una cappella e lasciato tra i feretri. Gli sgherri, dopo qualche giorno, fingendo salvarlo, gli calarono una pertica alla quale lo sciagurato si aggrappò, ma appena riapparso alla luce, gli fu spaccato il cranio e venne abbandonato nella fossa tra i cadaveri.
I Malaspina di Godano avevano anch’essi lo stesso sangue ed i medesimi istinti. Non solo a fine di taglieggiare i contadini e riscuotere maggiori tributi, ma soprattutto per brama di gozzoviglia, esercitavano l’jus primae noctis ripetendo come i loro congeneri rapine, violazioni e stupri. Come non bastasse la tradizione orale che ci ripete storie e leggende facilmente riassumibili, anche qualche documento resta a memoria di quelle età. Su uno si può leggere: “I sudditi tiranneggiati ed implacabili per l’arrogante privilegio del primiero possesso della sposa, fecero ricorso a Milano contro l’epicureo senza ottenere alcuna riparazione. Permise l’Altissimo che radunatisi gli abitanti del marchesato in un terreno attiguo al castello, anche al presente appellato Mal consiglio, meditassero di fare uno scempio dell’immorale sovrano. Avvenne che uscendo dal castello fu affrontato da quei popolani muniti di sacchetti d’arena, coi quali ridussero il forsennato bertone a svenire sulla strada…”. Era questo Alessandro Malaspina, figlio di Antonio II che terminò le avventure tagliato a pezzi nel suo letto dal fidanzato e dai parenti di una ragazza da lui deflorata.
Se abbandoniamo i castelli medioevali e le paurose storie che ci tramandano e veniamo a tempi più recenti e meno torbidi, proprio in quelli che secondo certuni hanno posto fine ai beati e ai santi, in questa stessa zona, ritroviamo i ricordi sereni di una di quelle figure umane che per aver teso al divino con tutte le forze dello spirito, ha lasciato attorno alla sua memoria echi destinati a suscitare nell’animo dei semplici sempre nuova fede e nuova poesia.
Bisogna avviarci sulle colline opposte a Godano. Lasciata la Sesta al bivio di S. Margherita prendiamo la strada di Carro. Il ponte sul torrente è una delle opere più ardite e pittoresche della regione. Si specchia con l’arco ampio in un laghetto verde-azzurro ove le acque cessano di tumultuare.
Attingere direttamente dal popolo credo sia la miglior cosa che si possa fare per conoscere insieme con le leggende, la suggestione che esse lasciano nelle menti. L’arciprete di Carro, don Bacigalupo, ci offre un fascicoletto con la storia di Antonio Maria Gianelli, su cui vogliamo intrattenerci, ma conviene ascoltarla da un contadino, avviandoci a Cerreta, dove il Beato nacque nell’aprile del 1789.(5)
“È nato quasi in una capanna come Gesù. La sua casetta è tra le più povere”, ci informa subito il buon villico. “Da ragazzo era chiamato il predicatore perché sapeva ripetere bene il panegirico sentito in chiesa. Per studiare non aveva né lume né quaderni. Quando il prevosto di Castello dal quale andava a scuola, facendo tanti chilometri ogni giorno, lo rimproverava perché scriveva male e riempiva il margine bianco dei libri, di segni, lui si giustificava dicendo che per mancanza di carta doveva aggiustarsi a quel modo e che la fiamma incerta del camino gli impediva di scrivere meglio”.
L’informatore è uno di quei montanari semplici che non sanno inventare ma che nel ripetere ciò che hanno imparato dai vecchi sono diligenti e scrupolosi.
“Ora che è Santo ogni tanto fa dei miracoli. Un ragazzo già moribondo, fu disteso nel suo letto e guarì. Nella nostra parrocchia sono cinque o sei i giovani seminaristi che si faranno sacerdoti e tutti sono stati chiamati da Lui. Anche un carabiniere appena congedato ha voluto diventare prete. Dicono che quando faceva temporale Lui andasse a pascolare lo stesso e che tornasse a casa col suo fascetto di legna asciutto come non fosse piovuto…”.
Il villanello di Cerreta, incoraggiato da qualcuno che scoperse in Lui doti eccezionali, fu inviato al seminario. Quando Napoleone si preparava alla guerra del 1809, il decreto di leva poneva il Gianelli tra i coscritti ma, nell’avviarsi a Genova, sostando a Rapallo in una chiesa, trovò un giovane che si offerse di sostituirlo.
Venne consacrato a ventitré anni Già con i voti semplici, per l’eloquenza che possedeva, aveva compiuto predicazioni in S. Lorenzo e nelle maggiori chiese liguri. Fu poi destinato a S. Matteo ma, sentendosi soprattutto predicatore, istituì le missioni rurali di cui divenne superiore generale.
A Chiavari, dove svolse gran parte del suo apostolato prima di essere eletto Vescovo di Bobbio, il Beato Gianelli fondò le Figlie di Maria dell’Orto, ordine che il popolino battezzò “delle Giannelline” e che si è diffuso prodigiosamente.(6) Rimase celebre il miracolo nell’anno della peste 1835. Il morbo decimava le popolazioni dei dintorni. Fu indetta una processione nel pomeriggio del 25 agosto e dopo le preghiere del Pastore, fatte col popolo in piazza, si videro le rondini, assenti nell’afosa estate di quell’anno lugubre, volare a sciami intorno al Crocifisso, segno manifesto della grazia.(7)
Divenuto vescovo di Bobbio, diocesi in piena decadenza, ove tutto era da riformare e da rifare, l’opera del Beato Gianelli si dimostrò profonda e illuminata tanto più che il suo esempio valeva a spronare gli altri sulla via del sacrificio. Da Chiavari era partito donando tutti i suoi averi ai poveri e prendendo a prestito il necessario per l’ingresso nella sua diocesi. Le predicazioni lasciavano nelle popolazioni grande commozione. Non bastandogli le chiese per le folle che lo seguivano, eleggeva le piazze e, particolarmente i nostri piccoli centri rurali, beneficiarono della sua parola.
La beatificazione fu la prima dell’anno santo 1925. A Betlemme, nella chiesa “Hortus conclusus” furono celebrate per la festa del Beato, sessanta messe; non fece poca meraviglia vedere dei turchi portare olio per la lampada del nuovo Santo, l’opera del quale, grazie anche all’estensione degli istituti da Lui fondati, va continuando ovunque, specie nelle Americhe, e a preferenza sempre nei centri rurali, come a continuazione dell’umile vita condotta nell’infanzia e a ricordo dell’umilissimo casolare che gli diede i natali.


Note:

1 - Il testo originale riporta “Corbara” invece del più probabile Corvara, nel comune di Beverino.

2 - “solatìa” è accentato nel testo originale, dove compare “Bregassana” invece di “Bergassana”.

3 - Il testo originale riporta “Verucola” invece di “Verrucola”.

4 - Descalzo annotò nei suoi diari, alla data 9 dicembre 1932:

“Il direttore della fabbrica aveva distribuito “gratificazioni” a destra e a sinistra… di quelle di suo conio […] quando fui chiamato a mia volta. Mi aspettavo qualche bega, ma non ero preoccupato. […] Comunque sbalordii quando, melato e mellifluo, mi chiese: “In che cosa consiste il famoso gioco delle castagne che tanto aveva divertito i Borgia?”. Il caro direttore e la carissima direttrice leggono i miei articoli. Che degnazione! Però che proprio non vi sia stato mai di meglio del “Gioco delle castagne”? Si vede che la signora, stuzzicata dalla frase precedente – “Nel castello dei Malaspina si ripetevano i balli delle Lacedemoni innanzi all’altare di Diana” – voleva sapere precisamente a quali altre porcherie si dedicavano i signorotti. Il discorso poi è stato lungo per cui gli orecchioni dei colleghi rimasero dietro la porta a sentire che razza di discussioni potevamo avere.”

Cfr. De Nicola Francesco, "Giovanni Descalzo - Pagine di Diario (1930 - 1932)", Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2000, pp. 98-99.

5 - Antonio Maria Gianelli nacque a Cerreta (frazione di Carro) il 12 aprile 1789; dal 1807 frequentò il seminario di Genova, dove fu ordinato sacerdote nel 1812. Dal 1826 fu arciprete di Chiavari e vicario della Val di Vara. Nel 1829 fondò le Figlie di Maria Santissima dell’Orto, note come gianelline. Nel 1837 fu nominato vescovo di Bobbio; morì a Piacenza il 7 giugno 1846 e nel 1951 fu canonizzato da papa Pio XII.
Don Armando Bacigalupo fu arciprete di San Lorenzo Martire a Carro dal 1909 al 1934.

6 - “Giannelline” è scritto con due “n” nel testo originale.

7 - Non si trattava della peste, ma del colera. Vedi Tognotti Eugenia, “Il mostro asiatico – Storia del colera in Italia”, Laterza, Bari, 2000, pp. 53-56.


Delicious
Bookmark this on Delicious

0 comments: