La vallata in cui scende il Lavagna, che corre nell’interno, per un certo tratto, quasi parallela alla Riviera, ha nome di Fontanabuona. Vi è in alto, molto in alto, anche Vallebuona: si pensa quindi che tutto debba essere sereno, idilliaco, quasi felice, nella quiete delle colline e degli abitati industriosi. In realtà, se facciamo eccezione per qualche zona dove un po’ troppo spesso si ricorre ai tribunali, tutta la vallata può accordarsi col nome per la tranquilla laboriosità. Però, quando nel 1800 la valle insorse contro il governo di Massena, tenendo testa ai soldati francesi in guerra d’imboscata, si prese il nome di Fontana del Diavolo giacché nella guerriglia ai galli toccava sempre la peggio, e con questo appellativo non è difficile sentirla nominare dai suoi abitanti quando sono in vena di reminiscenze eroiche.
Il Lavagna s’incontra a Carasco con altri torrenti per divenire Entella e sfociare tra le due città di Chiavari e Lavagna, già unite, ma non ancora disposte a legarsi. Lasciamo la dantesca Fiumana bella e proprio da Carasco seguiamo la via che ci conduce vicino al passo della Scoffera. L’ampliamento stradale, le opere di muratura e di sistemazione compiute sul vecchio tronco, dimostrano come il proposito di trasformare la tranquilla strada rurale in un’arteria di intenso traffico, sia in effetto.[1]
Ci impressiona un po’ al bivio per Borgonovo, da dove si può raggiungere Borgotaro, un mastodontico cippo indicatore, sullo stile dei variopinti monumenti-pompe per la benzina. Se la pubblicità di questi può far tollerare, specie agli automobilisti, l’aria di rosei pupazzi beati che assumono nei crocicchi e nei passi obbligati, il diffondersi di un gusto di questo genere comincia a impressionare i malinconici esteti che si ostinano ancora a circolare, magari in bicicletta, per ammirare meno confusamente la bellezza del passeggio e dei casolari.
La strada per lungo tratto è piuttosto monotona. Presso la cancellata di una villetta, alcune ragazze si fanno fotografare da un giovincello alle prime armi e ai primi tentativi di conquista. La Kodak con la quale avrà armeggiato a lungo seducendo la vanità delle ragazze, non è ben ferma nelle sue mani, e la negativa sarà certo sfocata. L’emozione, le prime emozioni, si sa… Il mio compagno smetterebbe di pedalare volentieri per salvarlo, ma è difficile dar consigli in certe circostanze. A me premerebbe di più avvertirlo di un altro brutto scherzo, perché le belle, con le sbarre del cancello per fondo, appariranno in gabbia, se la fotografia andrà a salvamento.
Lasciamo le distrazioni di passaggio per ammirare i boschetti di noccioli, i depositi di lavagne, le poche cose che la vallata espone alla vista del passeggero. A Monleone c’è un bivio tentatore. La strada va su per pochi chilometri a Favale di Malvaro, proprio a Favale. Se esistono ancora dei lettori di Anton Giulio Barrili, questo nome richiamerà alla memoria qualche cosa che oggi appare molto lontana da noi, come l’intreccio di una favola fanciullesca udita da bambini. Al pari delle favole che ci hanno dato vero diletto, le avventure del Merlo Bianco ci sono care e non sarebbe fuori luogo una capatina lungo i sentieri del cacciatore distratto, se non ci fossimo proposti altra mèta[2]. Presso Favale inoltre, vi è un’altra di quelle curiosità, rare per le nostre colline, che meriterebbe d’essere illustrata: l’esistenza, nel paesucolo di Castello, di un nucleo in completo dissolvimento di valdesi.
Cicagna è il centro più notevole della Fontanabuona. Il nuovo ponte unisce le due parti del borgo che si estende al di là del torrente, profittando di una dilatazione della vallata. Tra i molti paesi che si disputano i parenti di Cristoforo Colombo, è anche Terrarossa, uno dei tanti villaggi di questo nome, che troviamo allineato sulla strada, poco dopo.
A Gattorna case e villette hanno un’aria sveglia, come di costruzioni d’avanguardia. Il borghetto è preparato a far da nodo stradale. La vecchia via sale a Uscio; un piccolo tronco s’inerpica a Neirone e quella che è divenuta la più importante, s’inoltra nella valle, quasi a cercarne le origini.
Parlando del Santuario del Bosco, c’eravamo intrattenuti su Lumarzo, dove nacque Teresa Schenone, la salvatrice di Garibaldi quando l’Eroe fu condannato a morte; ora proseguiamo per le Ferriere. La strada a questo punto s’interrompe. Terreni sossopra, tra i quali serpeggia un viottolo, segnano l’inizio del nuovo tronco di allacciamento.
Pedrin, il mio compagno di corsa, al tempo della prima escursione si fidò di uno di quei viandanti che hanno sempre da dispensare consigli, il quale ci aveva accompagnati ed eruditi per qualche tratto:
– Si può già salire in bicicletta, su buona parte della strada nuova. In due ore s’arriva a Torriglia…
L’indicazione aveva raddoppiate le forze dei nostri garretti. Non badando alle prime difficoltà, sul terreno sossopra, spingevamo la macchina caricandocela ogni tanto sulle spalle. La mota, colmando i parafanghi immobilizzava le ruote ogni cento metri, costringendoci a un lavoro dannato. Sarebbe bastata la presenza di Gustin, il prudente temperatore di entusiasmi lungo le altre esplorazioni, a farci abbandonare l’impresa ciclistica, ma Pedrin si sentiva diminuito a proporre vie facili…
Alla mota successe il pietrisco e per pietà verso le gomme, bisognò mettere giudizio. Il villaggio di Ferriere era ormai sotto. La vallata, meno angusta, apriva innanzi declivi boscosi e lasciava scorgere, in alto, Boasi. Tutti i dieci chilometri di strada allora in costruzione e ora in perfetto esercizio, si delinearono lungo le curve imposte dal terreno coi piccoli ponti e le murature già ultimate, sino alla galleria che traversa in alto la collina per circa duecento metri e unisce la nuova strada a quella che sale dal Bisagno.
Tra le opere nuove che l’anno XII trovò da inaugurare e inserire nel vasto patrimonio di quelle che il fascismo dissemina lungo tutta la Penisola, questa non fu tra le meno utili, specialmente per la Liguria orientale[3]. Con tale allacciamento il percorso dei veicoli da e per la Lombardia e il Piemonte, viene raccorciato di trentacinque chilometri. Ne risulta inoltre una economia di due ore, poiché viene evitato il lungo tratto litoraneo della via Aurelia sempre ingorgato dal traffico rivierasco e il passaggio attraverso Genova. Col compimento della camionale, innestandosi a Voghera nella nuova arteria, la strada migliora lo sviluppo della già estesa rete che al rifiorire del nostro traffico prepara vie sempre più pratiche e perfette.
Le baracche di alcuni lavoratori nella nostra escursione ci furono provvidenziali. Convenne lasciare le biciclette per attaccarci alla mulattiera. La strada sale leggermente con un pendio del quattro per cento ma i pedoni preferiscono le scorciatoie. Il Lavagna, sotto a Boasi è ancora un ruscello. Dalle pendici del Lavagnola dove nasce al punto d’incrocio in cui s’amplia accogliendo altri rivi, l’alta Fontanabuona si prospetta in tutta la sua vastità, dalla nuova strada che sale dominando il paesaggio fattosi più vario.
Attraverso la galleria si sbocca finalmente nella valle del Bisagno. La Scoffera è silenziosa. La poca neve indurita entro i recinti delle ville chiuse, si sfalda in aiole rugose. Tutte le case paiono disabitate e deserte, anche quelle dove vivono i pochi abitanti che non fuggono con l’inverno. Dopo il passo, verso Laccio, ciuffi d’elci e d’abeti si stringono come macchie nere intorno ai castelletti che ostentano arie vetuste sull’isolamento dei poggetti. Nelle ville dei genovesi, chiuse ermeticamente, risuonano soltanto i fruscii che il gelo in disfacimento genera sul mondo vegetale da cui sono circondate.
Si può rievocare senza sforzo, in questo apparente abbandono, l’eroismo di Pier Maria Canevari che alla Scoffera sgominò gli Austriaci nel maggio del 1758, alla testa dei montanari, e cadde per mano di un croato. Il passo anticamente segnava il confine tra la Repubblica e i feudi, sicché le case dei due versanti davano rifugio ai proscritti sfuggiti da l’uno a l’altro territorio, accrescendo l’importanza del luogo.
La pioggia che in montagna non è facile prevedere, pone fine al nostro vagabondaggio. A Boasi, Pedrin ha cercato la via della canonica ed ha ottenuto un sacco dalla vecchietta del parroco che ha assistito sgomenta a un’operazione spiccia destinata a dividere la iuta in due mantelline. Gli operai della baracchetta dove giungiamo fradici, ci rifugiano nella cucina improvvisata e preparano altre mantelline della stessa tela, coi sacchi unti in cui trasportano le “teste” quando scendono al macello per far provvista di carne a buon mercato.
Dopo una fumata fraterna, questi esiliati del lavoro si sporgono a salutarci un po’ increduli: “Di carnevale ogni scherzo vale” osserviamo noi ridendo. La nostra tenuta infatti può sembrare carnevalesca ai contadini che ci vedono filare di corsa sotto la pioggia ostinata, lungo la Fontanabuona, divenuta anche per noi, Fontana del Diavolo!
[1] Il testo originale riporta “una arteria” invece di “un’arteria”.
[2] “Mèta” è accentato nel testo originale. La citazione riguarda Barrili Anton Giulio, “Il merlo bianco : avventure di terra e di mare narrate da capitan Dodero”, Treves, Milano, 1890.
[3] Il dodicesimo anno dell’era fascista durò dal 29 ottobre 1933 al 28 ottobre 1934, anniversario della marcia su Roma (28 ottobre 1922).
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