Al bivio della via Aurelia, dove si stacca l’arteria che per il passo di Velva s’avvia a Centocroci e a Parma, c’è una località detta Lapide.(1) Nessuno o quasi s’era prima d’ora soffermato a guardare il muro cascante su cui stava incastrata la lapide di materiale grommoso, transitandovi. Dacché le sistemazioni compiute dall’Azienda Autonoma Statale della Strada hanno fatto convergere in quel punto il nuovo tronco per l’eliminazione del passaggio a livello di Sestri Levante, non pochi sostano incuriositi. La lapide è stata trasferita sopra una specie di edicola dall’aria quasi monumentale; rimessa in piena luce e aggiustata, invita alla lettura anche gli sfaccendati che non s’erano mai nemmeno resi conto della sua esistenza.
“Regi Carolo Alberto (continuiamo in italiano!) perché, mediante suo ordine, il sentiero Sestri-Varese fu trasformato in ampia via, coperta di ghiaia e munita di ripari. Gli abitanti di Sestri, Casarza, Castiglione, Maissana, Varese, per aver conseguito il beneficio di più libere comunicazioni, l’anno 1834, essendo Ministro degli Interni Antonio Tonduto Conte Scarenensi”.(2)
Siamo dunque invitati, anche dai nuovi lavori, a commemorare il centenario, da poco scoccato, di una strada, invito sempre gradevole al nostro gusto zingaresco. L’ampia via, coperta di ghiaia e munita di ripari è ora uno stradone asfaltato che incanala gran parte del traffico di profonde vallate interne dell’Appennino ligure-emiliano. Se segue il corso dell’antica mulattiera lungo la quale giungevano al mare i prodotti di Parma, non s'è certo fermata alla funzione primitiva e si deve alla sua trasformazione la rinascita e il rifiorire, in un secolo, d’industrie agricole, lo sviluppo di centri montani e le bonifiche di ampie zone interne delle quali ha favorito l’arricchimento.
La vallata del Petronio, torrente dall’alveo petroso che ogni tanto straripa portandosi via argini e appezzati di terreni, capanne e pollai e travolgendo anche i ponti di Casarza e di Riva, è la prima che si spalanca appena ci inoltriamo oltre il bivio. La ritroveremo quale Valle delle Pesche. Presagio di primavera in essa, sui rami degli estesi frutteti è il lucido preannuncio delle fioriture che faranno in poche settimane un mareggio di sfarfallii rosa, tutta una festa primaverile che inonda di giocondità casolari e villaggi destandoli dal sopore invernale.
Casarza Ligure è il primo comune che s’incontra, il paese, tra l’altro, dai dolcissimi fichi sciroppati, rarità locale specie se conservati ed estratti nelle mense natalizie. Si trovano lungo la strada le poche osterie ov’è possibile bere il Verici autentico prima che subisca contraffazioni e soprusi giacché la collina famosa che lo produce e la consorella di Cardini, degradano sul suo versante.
Al Bargonasco le Trafilerie e Laminatoi di Metalli deviano le immagini dall’aspetto rustico e villereccio. La valletta che s’apre al Bargonasco ha qualche cosa di prezioso da rammentare: è la protagonista di “Gente e scene di campagna” il libro ove sono le più profonde e calde pagine di Umberto Fracchia.(3) L’indimenticabile artista su a Bargone aveva eletto di vivere e lavorare quando la raggiunta maturità stava per consentirgli la creazione di quelle opere che il valore delle anticipate prometteva sostanziose e durature. L’immatura scomparsa che si ripercosse nella corrente più sensibile del nostro mondo letterario, lo ha lasciato vivo tra i monti della sua fanciullezza dove presto tornerà per goderne l’intera pace entro la cappella solitaria che l’attende sul poggio da lui prediletto.
La vallata si restringe, si fa a volte angusta e diruta. Masso, Massasco, Battilana, il rio Acquafredda e sopra un cocuzzolo la cappella di Casareggio rompono la solitudine quasi rupestre.(4) Campegli delle gaie sagre domenicali, S. Pietro di Frascati giocondo sull’elevata collina sulla quale domina col suo agile campanile dal mare al valico, ci si fanno incontro ai Casali fra gli uliveti che accompagnano il viandante.
Castiglione Chiavarese, per chi ignora la sua esistenza, appare quasi d’improvviso a uno svolto, tutto in mostra, spiegato lungo lo stradale, al sole, come una distesa di lindi panni variopinti. Castel Leonis? La maschia etimologia che qualcuno ci ha suggerito non ci distrae dall’ammirare la campagna, coltivata come un giardino e dove i vigneti degradano regolari rivelando l’operosità ammirevole di tutto il contado.
Si sale alla quota dei castagni, i quali, a boschi, ci vengono ormai incontro prima ancora di giungere a Missano che si assiepa intorno alla chiesa e se ne sta quasi in disparte a sorvegliare la vita vegetativa e le vicende stagionali dei pasteni e delle macchie.(5) Fuori mano per i gitanti pigri è il Santuario del Conio che si apparta sonnacchioso. Quasi nessuno vi sale appunto perché la strada lo ha evitato, la strada che ha dispensato a suo capriccio fervore di attività e di sviluppo.
Ci si incunea nel castagneto in fondo alla valle dove una primitiva officina riparava un tempo le monumentali bare che salivano lente trainate da file di cavalli. È raro ora se qualche autocarro vi fa sosta, con la fretta che hanno i nuovi veicoli e l’invito della bella strada recentemente ancor ampliata, corretta ed arricchita di ponti che eliminano gran parte delle curve d’un tempo.
I boschi di castagni non ci lasciano che a Velva, il borgo più singolare del percorso che si presenta con la sua ingorgata e complessa architettura ad archi, terrazzi, sdruccioli, fenditure scoscese, in un miscuglio di ovili e di abitazioni che dànno a tutto il nucleo originale un aspetto primitivo.(6)
Possiamo far sosta, prima di avviarci al valico, alla ricerca di qualcuno di quei vecchi i quali ancora tre lustri or sono parlavano con nostalgia di un grande sogno che la nuova generazione ha dimenticato. Tra i loro discorsi ricorreva spesso l’aspirazione a vivere tanto da assistere alla costruzione di una ferrovia. Come s’immaginassero di poterla far salire sino al loro borgo, o anche farla passare ai suoi piedi per congiungersi a Borgotaro, non so. Quando vennero le prime corriere furono concordemente diffidenti. Quei rimbombi, quei fetori di essenze bruciate, così diversi dall’odor di fienile, quella facilità ad incendiarsi e a ruzzolare – fama dalla quale i vetturini le facevano precedere vedendosi con angoscia tolti i clienti – li inducevano ad usare prudentemente le rebellee, nonostante la loro sete di progresso.(7) Dietro l’esempio dei forestieri che se ne servivano con disinvoltura specie per salire a villeggiare, però la popolazione cominciò presto a capire che la ferrovia tanto sospirata, e più comoda ancora, era giunta a loro insaputa, e per servirli proprio da casa loro, personalmente, tre quattro volte al giorno secondo le stagioni.
Tra i vecchi d’allora – e forse tuttora vegeto come gli auguriamo – un bel tipo affermava di aver scoperto la… semente dei funghi. Lo diceva furbescamente lasciando correre con malizia la fantasia di chi s’impuntava o rideva, e a dimostrazione, nel bel mezzo dell’estate e quando non pioveva da un mese, compariva con qualche raro esemplare fresco più che sufficiente a sorprendere gli ingenui.
Era il custode del laghetto destinato alla sempre inerte centrale elettrica installata ai piedi del Vasca. Ogni tanto faceva deviare l’acqua dell’esiguo serbatoio sotto i castagni, allagando prati fungaioli e lasciava che il caldo fermentasse l’umidità consentendogli di sbalordire i suoi ingenui ascoltatori.
Ma il tipo più singolare di vecchio s’incontrava a Chiama. La strada di cui siamo saliti a commemorare il centenario giunse dapprima sino al valico di Velva a dominio del quale, con l’obolo generoso dei fedeli di Genova, i valligiani eressero il Santuario della Guardia ove convengono da oltre quarant’anni folle di pellegrini e di gitanti. Chiama è un villaggio del versante opposto da dove si vede scendere l’arteria a Torza per avviarsi a Varese e Centocroci. Il nostro vecchio, piegato a squadra dal cumulo di fatiche compiute nella lunga vita, chiamava il tronco Velva-Varese, la strada nuova. Ricordava ancora la mulattiera per la quale giovinetto si recava a piedi ogni anno in Lombardia alla sfogliatura del gelso. Nel ritorno una volta da Pavia a Borgotaro si caricò di una balla di canapa per un mercante, così voluminosa che non riuscì a traversare una delle caratteristiche strade di Parma, e il trasporto gli fruttò quattro fazzoletti da naso! Tempi dunque preistorici davvero, che l’avvento della strada ha lasciato solo nella memoria dei centenari.
Note:
1 - Descalzo utilizza talvolta “Centocroci” invece del nome corretto “Cento Croci”.
2 - Il testo della lapide è:
“Regi Carolo Alberto/ quod eius auctoritate/ semita a Sigestro ad Varisium via facta est/ et glarea constrata est stipitibus septa/ vicani/ Segestri Casartiae Castilionis Maissanae Varisii/ liberiorum commeatuum beneficium consequuti/ anno MDCCCXXXIIII/ summo praefecto negotiis regni interioribus/ Antonio Tonduto Scarenensi comite”.
Descalzo riporta erroneamente “Fearenensi” invece di “Scarenensi”.
3 - Fracchia Umberto, “Gente e scene di campagna”, Milano, Mondadori, 1931. Fracchia (Lucca 1889 - Roma 1930) fu direttore della rivista “Fiera Letteraria” nel 1925 - 1926.
4 - Nel testo originale compare “Caravaggio” invece del più probabile Casareggio, dove sorge una cappella dedicata a San Francesco.
5 - Un “pastene” o “pastine” in dialetto genovese è un vigneto.
6 - “Dànno” nel testo originale è scritto accentato in questa occorrenza ed in altre successive non segnalate in nota.
7 - “Rebellea” in dialetto genovese significa carrozza.
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