Avaria. La fusione di un cuscinetto del motore ci aveva lasciati in balìa del vento proprio a mezzo miglio dalla Bocca Stretta.(1) Lo scenario di rupi offerto dal promontorio e dall’isola Palmaria non ebbe più nessun interesse.
– Alziamo la vela, bisogna appoggiare.
L’interruzione del viaggio contrariava tutti. La Grotta Arpaia o di Byron, ergeva la zanna dirupata sulle scogliere; la recente frana ha tolto notevole interesse a questo richiamo per i turisti domenicali, caro ai monelli che si attaccano ai panni dei forestieri per far da guida. Sulla punta, la chiesina di San Pietro col campaniletto gotico aveva mutato aspetto.
– L’hanno rifatta nuova finalmente, a quanto pare…
L’osservazione non fece nemmeno alzare gli sguardi dei compagni, seccati per il guasto e per il conseguente ritardo, con la mente già occupata a spedir telegrammi per sospendere o rimandare impegni, e col pensiero intento a far nuove congetture.
Al posto dell’antichissima chiesina ritta sull’estremo sperone del promontorio, c’è chi fa sorgere con l’ala della fantasia un tempio alla Dea Venere, per opera del console Lucio Porcio, nel 563 di Roma. Da qui il Forum Veneris e quindi Portovenere. Chi si azzardasse, come qualcuno ha tentato, di supporre un’etimologia meno mitologica e più elementare, risalendo a S. Venerio, l’eremita dell’isolotto del Tino poco discosto, certo si troverebbe contro tutta la schiera degli eruditi profondissimi, pronti a mettere in ballo Tolomeo, l’imperatore Antonio Augusto, forse anche gli immancabili Plinio e Strabone.
Sta di fatto però che si comincia a sapere qualche cosa di sicuro su questa terra proprio nel sesto secolo, quando i religiosi, solerti pionieri in tutte le nostre colline, vi stabilirono un’abbazia. Si fa risalire una prima devastazione al cartaginese Magone quando il villaggio era un piccolo agglomerato di pescatori, e una seconda a Rhotari; il feroce longobardo che ha lasciato memoria di sé in tutte le leggende locali come distruttore.(2)
Il lêudo, imboccato lo stretto, sfilò presto innanzi alla parete di case tipicamente liguri: nucleo pittoresco di abitazioni irregolari con poggioli, terrazzi, lucernari, altane, intersecate in tutti i sensi. Il tono della pietra tende al grigio e quella sera il grigiore degli umori le incupiva per noi maggiormente.
Gettammo l’àncora a venti metri dalla banchina ammainando. Il rumore delle carrucole nel porticciolo silenzioso echeggiò come un suono di nacchere. Che fare nell’attesa? Col primo che si diresse a terra saltai sul molo e infilai l’erta, passando sotto l’arco del portale che anticamente chiudeva le mura della cittadella.
Torrette a bugne, merlate, con stemmi e ciuffi di gramigne, interrompono la linea dei robusti muri bucherellati di feritoie sino alla grande fortezza. Genova alla sua vedetta avanzata aveva dato la maggior sicurezza che nei secoli scorsi si potesse richiedere. C’è ancora in tutti questi sassi l’impronta di una volontà severa e di una potestà sicura. I signorotti con la repubblica non avevano buon gioco, tanto più quando si trattava di dominar l’orizzonte per vigilare sulle acque e mantenere la sicurezza del mare.
I caruggetti, i viottoli in ascesa tra le fila delle case, sono puliti e cheti. Il forestiero, specialmente nei giorni feriali, vi si può aggirare indisturbato, respirando un’aria di antica pace che ha qualche cosa in comune con S. Gimignano dalle belle torri e con S. Marino.(3)
Lo spettacolo però è più singolare. Mare aperto su un vasto orizzonte tirreno: isole poco discoste, baie, golfetti, borghi marini e, lungi, visioni di alte montagne. Salendo, delle case scorgiamo ogni particolare, ci affacciamo sui tetti, sogguardiamo nei cortili, scopriamo ogni segno di vita.
Eccoci innanzi a S. Lorenzo. Il mare è quasi scomparso e nel sagrato siamo soli ad ammirare il martire sul portale. Di questa chiesa si ha notizia sin dal 1098. Pare la consacrasse Innocenzo II, nel 1130, ospite di passaggio in uno di quei fortunosi viaggi che i pontefici di un tempo non mancavano di compiere per via di mare, e di cui troviamo frequenti notizie nelle antiche cronache della Riviera.
Le artiglierie dell’armata del Re di Napoli nel 1494 la danneggiarono e in seguito la sua struttura fu modificata, per cui al gotico primitivo si sovrapposero altri stili. La tassa d’ancoraggio, consentita come privilegio della repubblica, fornì i proventi per le riparazioni. Attualmente provvidi lavori, per i quali il Duce nella sua visita del 1931 ha dato approvazione e aiuti, le han ridato l’antico decoro.
L’uscita di una vecchia devota che in quest’ora è l’unica fedele presente, ci fa ricordare un’antica stampa sotto la quale un giorno leggemmo: “Vero ritratto della Miracolofa Immagine della Madonna Bianca, che fi venera nella Chiefa Paorchiale di San Lorenzo in Porto Venere Colonia di Genua”.
– Perché chiamate Bianca la vostra Madonna, buona vecchietta?
– È un miracolo, un miracolo di molti anni fa. C’è stato un tempo in cui tutti erano cattivi e nessuno credeva più. Un santo uomo, da solo, pregava per i peccatori nella sua casa, stando davanti a una immagine della Madonna che forse il fumo e il tempo avevano annerita e più non si conosceva.
“In una sera d’estate, quando quasi tutti i marinai erano assenti, mentre compiva con più fervore le sue preghiere, s’accorse ad un tratto che l’immagine prima quasi irriconoscibile, s’era fatta bianca e celeste e così rimaneva. Vide anche la Madonna alzare la mano sinistra con cui reggeva il bambino e congiungerla con la destra per pregare il suo Figliolo Divino insieme al santo uomo. Gesù ha esaudito la Madre e da allora sono avvenuti molti miracoli nella nostra terra…”.
Il popolo oltre due secoli fa ne volle l’incoronazione e la comunità di Portovenere la preparò con ogni pompa nel settembre del 1725. Le tradizioni religiose di questa terra sono numerosissime. Oltre il già ricordato S. Venerio che visse a lungo su l’isolotto del Tino da eremita, nella Palmaria subì il martirio S. Anastasia con una moltitudine di cristiani, e vi morì il Pontefice S. Silverio che vi era stato confinato. Portovenere ebbe inoltre la visita del Pontefice Alessandro III, del Papa Innocenzo IV, di S. Urbano V, di Benedetto XIII, che accrebbero di privilegi la chiesa.
Non minori sono le tradizioni di audacia e di combattività. Sebbene il borgo a quanto pare conservasse statuti propri, la sua dipendenza da Genova non venne quasi mai a cessare. Subì l’incendio delle truppe imperiali e pisane nel 1242 e nel 1436 cacciò gli aragonesi. In altre circostanze ricordammo degli episodi di questi avvenimenti che dimostrano l’ardire e illustrano l’eroismo dei suoi abitanti.
Portovenere dette i natali agli ammiragli Simonino Cavalleri e Francesco Barbavara. Ospitò a lungo il grande naturalista Lazzaro Spallanzani che vi compì importanti esperienze e scoperte e il geologo senatore Giovanni Capellini, oriundo di questa terra.(4) Giuseppe Garibaldi nel 1849 vi approdava, tornando profugo dalle spiagge di Follonica, con la barca di padron Azzarini di San Terenzo e il popolino ricorda, come avvenimenti d’ieri, il passaggio di Dante e di Petrarca, il quale ultimo scrisse nell’Africa: “Ecco l’Isola e il porto che a Venere piace scoprirsi a’marinai…”, accomunandoli alla moltitudine degli altri poeti che in ogni tempo vi dimorarono, da Byron a Shelley. Vi parla delle nuotate del primo e delle crociere del secondo con una familiarità che non ha nulla di presuntoso.(5)
Dopo la rapida rassegna nei campi della leggenda e della storia, dei fatti e delle fantasie, conviene ricordarci del nostro leudo. Da l’alto della fortezza lo si vede immobile tra le barche minori, all’àncora, e un certo tramestìo presso la camera fa pensare che la cena sia pronta. L’avarìa forse anche a bordo è già stata dimenticata e conviene raggiungerlo.(6)
Note:
1 - “balìa” è scritto accentato nel testo originale in questa occorrenza ed in altre successive non segnalate in nota.
2 - Descalzo usa alternativamente le grafie “Rhotari” e “Rotari”.
3 - Nel testo originale compare “San Gemignano” invece di “San Gimignano”.
4 - Il testo originale riporta “Cappellini” invece di “Capellini”. Giovanni Capellini (1833 - 1922), originario di La Spezia, fu il fondatore del Museo Geologico Giovanni Capellini di Bologna.
Lazzaro Spallanzani (1729 - 1799) fu professore di storia naturale all’università di Pavia e ricercatore sperimentale.
5 - Nel testo originale compare “Santerenzo” invece di “San Terenzo”.
6 - “àncora”, “tramestìo” ed “avarìa” sono scritti accentati nel testo originale.
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