Una lettrice di vecchi romanzi inglesi, di quelle che non saprebbero trovare interessante un libro non mascherato sotto il nome di autore impronunciabile, mi ha portato uno dei suoi capolavori preferiti dicendomi con un sorrisetto malizioso:
– Leggete, leggete, c’è qualcosa che incuriosirà voi pure.
È meglio non parlare né dell’autore né della sua ottocentesca “Tragedia di Monteron” alla quale appena le lettrici della buona Carolina potrebbero dedicare un paio d’ore. Il passo che doveva incuriosirmi però c’era realmente. Manco a dirlo, la vicenda si svolgeva ai tempi delle diligenze e, per risparmiarsi la descrizione del paesaggio scozzese dove mandava a spasso i suoi personaggi, l’autore di quei luoghi: “quasi belli come il tratto di regione italiana che da Sestri Levante, per il valico del Bracco, arriva alla Spezia…”.
Che la bellezza di questa nostra regione montana e costiera ce la decantassero proprio gli stranieri è naturale, essendo un po’ loro gli scopritori delle cose che, avendo tutti i giorni sotto gli occhi, finiscono per apparirci comuni. Già che il caso ce l’ha fatta considerare nel suo eccezionale valore, torniamo ora un po’ anche noi a ripercorrere la famosa strada, salendo da Trigoso che per una residua assonanza del nome e per la positura, rammenta l’antichissima Tigullia intus delle prime descrizioni geografiche liguri, quella che battezzò lo stupendo golfo levantino.
Poco al di sopra di Trigoso, verso Macallè (non è di oggi la denominazione africana ma del tempo di Galliano!) il paesaggio ha tale snodatura che bisogna far sosta ad ammirare la piana di Sestri con la lunata baia recinta dalla penisoletta e dal colle di S. Anna. Il golfo romito di Riva, spartito dallo scenario di una collinetta su cui vanno in processione file di esili cipressi, confina con un vallone che preannuncia, con la sua assenza di casolari, tutta una zona vergine, occultata da una lunga dorsale folta di pinastri.
Ripresa la strada sul versante del torrente Petronio, la campagna si fa popolosa di villaggi e casolari che, ad ogni svolta, s’accrescono di numero, più le pieghe delle colline opposte si schiudono allo sguardo. S. Bernardo, Loto, Montedomenico a mezza costa; S. Margherita, S. Vittoria, Casarza in basso; Verici, Cardini, Tassani, fontane di quel vino che tiene testa al Cinque Terre; Masso, Massasco, Bargone e San Pietro di Frascati, Castiglione, Velva; l’erto oratorio di San Rocco, l’erta chiesina di Loreto, il Santuario della Guardia al valico per Varese Ligure; non si finisce di numerare e tutto si discopre in un plastico morbido e vasto quanto la vallata, il cui dominio dura finché, con una nuova svolta, la strada alla Casa Bianca ritorna alta sul mare.
Siamo ormai al Bracco e per meglio godere l’abbagliante vista di Moneglia adagiata alla riva tra un impazzir di riverberi e come custodita dai poggi che la nascondono recingendola, conviene andare a passo lento. Ecco Monilia, monile, grazia e armonia che si può comprendere appieno solo da questo stradale il quale aderisce alle curve della montagna e sale quasi per rivelare i villaggi e le cascine, da Lemeglio a S. Saturnino, sulla loro estatica positura.
Il Bracco, nelle leggende fantasiose d’un tempo, era la località del facile brigantaggio. Oggi, e da molti decenni, è la stazione della sana allegria campagnola, per villeggianti ed escursionisti, ma soprattutto per i cacciatori che si partono da Genova due o tre ore prima dell’alba e vengono a dargli la scalata dalla groppa più ripida. Come faccia l’osteria a ricoverare comitive, associazioni e famiglie ogni domenica, senza esaurire le provviste, nei due o tre turni che si avvicendano dietro i rustici tavoli, è un mistero. Fatto è che non manca mai l’occorrente per smorzare gli appetiti più stuzzicati.
Peccato siano scomparse dal salone a pianterreno le belle stampe, un po’ affumicate se vogliamo, con le scene agresti di caccia, che, incidendo il rame, un valente artista aveva messo in commercio mezzo secolo fa! Qualche amatore egoista ha fatto il colpo, forse persuadendo il padrone che per il credito del locale conveniva l’imbiancatura a calce, garanzia di nettezza. Sul piazzale, al fresco dei grandi alberi, sostano talvolta ancora le leggere di passaggio. Il vecchio Davidin aveva costume di mettere loro davanti minestre e pane in abbondanza. Ricordo che un giorno, uno dei mendicanti, ignorando di essere ospite convitato, chiese un quartino.
– Ah, no! Anche il vino poi non posso offrirvelo! – mormorò il vecchietto tentennando il capo con contrarietà mentre la leggera stava accorgendosi in ritardo d’esser stata imprudente.
Dopo il Tagliamento – da un taglio netto nella parete del monte – al Baracchino, l’aspetto della natura muta completamente; alle convalli idilliache succedono ciglioni selvaggi, aspri, che anche nei nomi rivelano la diversità del luogo. Pian del Lupo è ben appropriato. Irte le Pietre di Vasca, scagliose le lavine, pietrosi i rivi e solo qualche villaggio tra le rocce e le rade zone verdi si sperde in fondo, come Mezzema.
La strada che pianeggia in alto, allontanandosi ormai dal mare prima di scendere alla baracca e infossarsi a Mattarana, consente una lunga contemplazione sopra un tratto di Liguria veramente arsa e petrigna tra i più suggestivi, nell’apparente desolazione, che sia dato incontrare nelle nostre montagne. Ed è questo forse il tratto che s’è fissato dopo i mutevoli aspetti intravvisti nella fantasia del romanziere inglese consentendogli a distanza un comodo e chissà quanto appropriato parallelo.
Raggiunta Mattarana tra un aprirsi di vallette verdi, di castagneti, pinete e vigneti stesi sulle coste soleggiate, la zona più caratteristica è ormai oltrepassata. Nei saliscendi, nei falsopiani, lungo i corsi d’acqua a fianco dei borghi, la strada perde la sua attrattiva per rifarsi pratica e utilitaria.
Una bucatura nella mia ultima escursione immobilizzò la bicicletta proprio quando avrei dovuto affrettarmi. La consueta imprevidenza m’aveva lasciato sprovvisto di accessori, ma pensarono i militi della forestale, cortesissimi, a far la riparazione facendosi lume con una lampada a petrolio. C’è nel villaggio vicino un parroco di antica conoscenza il quale, specie nella sera, non permette mai agli errabondi imprudenti d’avventurarsi sulle strade troppo lontane dai centri quando gironzolano con inadeguati mezzi di fortuna. E fu forza sostare.
Il vagabondaggio ebbe in tal modo la conclusione più cordiale che ci si potesse attendere tra i meandri delle vallette. A veglia del parroco giunsero i massari. Venivano a provare i cori, ma più che altro a farsi compagnia. Quelli del mio incontro recarono grossi messali ingialliti; volevano provare il passio e assisi attorno al tavolo, visto che l’ospite non metteva soggezione, distribuirono le parti cominciando un canto latino con le cadenze millenarie che hanno perduto ogni musicalità, ma conservano profondi echi, ora osannanti, ora lamentosi, più adatti d’ogni commento lirico ad imprimere suggestione alla liturgia.
Il più grave, che pareva il direttore del coro, guidava accennando, accentuando le cadenze, scandendo le battute, richiamando ad innalzare o abbassare il tono chi doveva rispondere. Nessuna parola del lungo canto era nota nel suo significato, ma la consuetudine faceva loro pronunciare con l’uso comune il latino deformato e incomprensibile: – Baraabba! – Tuonò ad un tratto il ripetitore, –deve suonare così: Baraaabbaà –
Certo nelle case vicine del villaggio ormai addormentato qualcuno stava in ascolto. Alla fine del passio il più vivace si assentò per tornare con un’anfora di vino. “Ha la grana… ma forse non è cattivo”. Ed era infatti ottimo.
Salendo alla stanza preparatami dall’ospite affettuoso, prima di prendere sonno sentii ancora ripetere il grave coro e tuonare, questa volta, soddisfacendo tutti, dei poderosi: Baraaabbba! mentre dileguavano le visioni godute sul lontano stradale ormai immerso nel buio.
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