Certe imprudenze in viaggio non bisognerebbe commetterle.
Nella corriera che sale a Varese Ligure attraverso al passo di Velva, i passeggeri domenicali non sono tutti della zona. Professionisti che lavorano a Genova si mescolano ai piccoli commercianti, ai contadini, e si disperdono, per una giornata di respiro o per qualche affare, lungo le vallate.
– C’è molto da Torza a Maissana?
Un tipo grassottello e loquace fa un breve computo movendo le dita e poi mi risponde:
– Due ore, due ore e mezza.
Si continua a salire. Un vicino, dopo essere rimasto un po’ sopra pensiero, si sovviene di una sua faccenduola:
– Andate a Maissana? Dite un po’ au sciu Perasso che le arance di Palermo gliele manderò presto. Non mi sono ancora arrivate.
Certo, u sciu Perasso dev’essere una personalità. Prometto di far l’ambasciata. Un altro vicino mi sbircia. Aspetta una curva che mi comprima su di lui per ripetermi la stessa domanda. È un tipo da scagno, con una barbetta che potrebbe farlo apparire uno spedizioniere della Borsa Vecchia, ma non ci sarebbe da stupire se fosse un medico o un avvocato.
– Ho scritto già due lettere al segretario comunale mettendo i francobolli per la risposta. Che sistemi sono?… – Frena la sua indignazione a stento ma la voglia di sfogarsi gli si legge anche sul naso divenuto paonazzo. – Dategli il mio biglietto da visita. Aspetto che si muovano; non s’è mai visto… – Capisce che non potrò andare ad attaccar lite col segretario per lui e si trattiene.
Speriamo che non arrivino altre incombenze prima di Torza. Il tipo grassottello mi traccia l’itinerario e conclude:
– Sarete lassù al tocco, l’ho fatta varie volte.
L’ultima dichiarazione mi tranquillizza. Le sue gambette proporzionate al torso, i suoi occhiali cerchiati d’oro, non lo rivelano certo escursionista. Avrò almeno un’ora di vantaggio sulle sue previsioni.
Torza, sotto il colle di Velva che raggruppa intorno al Santuario della Guardia, alberghi e case di villeggiatura, è un paesetto di poca entità. Si anima tutto in certe stagioni, specie in quella dei funghi, quando le annate sono buone. Allora gli incettatori vi calano e le contrattazioni sono incessanti perché i funghi vengono raccolti a tonnellate nei foltissimi castagneti che ricoprono i dintorni, quasi senza sentieri. Mentre una parte del prodotto viene avviato alla Riviera, un’altra va a Varese Ligure dove le Clarisse, nella loro clausura laboriosa, continuano l’industria dei funghi secchi che le ha rese giustamente famose.
Da Torza una strada rotabile dove le carreggiate profonde, da anni non hanno avuto ghiaione e livellatore, attacca la collina. Il paese che vi è in alto m’aveva richiamato per il suo nome l’artista Tavarone. Qualche lavoro del Tavarone, di cui avevo sentito parlare qua e là per la Liguria, mi aveva fatto supporre che il piccolo villaggio omonimo ne sapesse qualche cosa di più.
Le prime case, all’ultima svolta della strada, si presentano pulite. La chiesa un po’ staccata sul rialzo della collina, guarda su due versanti dando le spalle a un boschetto di lecci che spicca verde tra le piante a foglie caduche circondanti forse il piazzale del ballo campestre.
Nessuna nuova del Tavarone o, per lo meno, più nessun ricordo.
La mulattiera scende a un mulino fragoroso e ritorna sulla rotabile dove si scorgono ogni tanto gruppi di carbonai che trasportano sacchi o camminano lenti dietro ai carri. La valle sembra chiusa a tutte le svolte tanto è incassata. Un rumor d’acque ci accompagna cadenzando i passi che la discesa rende più svelti.
Si delinea in fondo, alto sopra un crinale, un compatto ammasso di case. Il grassottello aveva dunque ragione. Stavo rendendogli giustizia quando un contadino con due fiaschi di latte appesi a un bastone, mi ferma:
– Andate a S. Maria?
– No, a Maissana.
– Allora ci siete.
– Per arrivare lassù non basterà un’ora alle mie gambe…
Maissana è in dentro. Dopo la svolta, vicino al casone, tirate in su.
Forse c’era un’altra commissione in vista per S. Maria. Non mi stupisce più questo sistema confidenziale ormai, dopo una decina di interrogazioni. Tra questi contadini vi è un tono cortese e un’aria di affabilità e gentilezza che non è sempre facile trovare.
Alla svolta, la rotabile finisce con un ponte. Archi slabbrati sui rivi se ne incontrano ovunque, ma i secoli pare non abbiano intaccato che i parapetti, perché resistono solidamente. S’apre la vallata del Borsa e finalmente s’avvista Maissana a pochi minuti.
L’ammasso di case per cui tutto il villaggio appare collegato in un’unica costruzione a bugno, labirintica, propria dei paesini montani in questo borgo è compatto. Gallerie, terrazzi, passaggi aerei, altane, anditi, passi angusti che conducono in cantine e stalle o creano imprevisti collegamenti fra chiassetti e viottole interne, si susseguono intersecandosi ovunque. Una volta dentro, ci si aggira alla ventura.
– Dove abita Perasso?
– Qui lo siamo tutti Perasso – risponde alla mia domanda una donna.
– Anche Balilla allora era di Maissana?
– Ci sono, e come, i Balilla!
Non ha inteso bene. Mi stupisce che qualche erudito locale non si sia ancora provato a rivendicare al borgo la gloria di aver dato i natali ai parenti del monello portoriano.
– Ma, u sciu Perasso…
– Ah, u sciu Perasso?
Sono a tiro. Un ragazzetto mi guida perché non sarebbe facile servirsi di indicazioni vaghe. Noto la casa ma continuo a farmi guidare al municipio avendo anticipato più del previsto.
Una casina poco pretenziosa con una loggetta, una sala, un cartello: “La legge è uguale per tutti”, un avvisetto sopra un uscio: “Visite brevi”; ci siamo. Il podestà m’assicura che non c’è proprio nulla di storico a Maissana.
– Ci sarebbe la strada, quella benedetta strada, di cui si parla da cinquant’anni. Se non ci si metterà il Fascismo, sarà sempre un mito.
Prima di congedarmi porgo il famoso biglietto da visita al segretario che bofonchia a mezza voce:
– …voltura catastale…
Appena fuori ecco due enormi lapidi: “Su quest’alpe impervia – cercando alle segrete convalli – la giusta traccia – dell’attesa strada rigeneratrice – il Marchese Giorgio d’Oria – ebbe tronca da morte fulminea – l’opera e la vita – Il Consiglio Provinciale di Genova – che lo ebbe tra i migliori – qui ne perpetua il ricordo – 20 maggio 1922”.1
Risparmio la seconda. La famosa strada aveva dunque un suo tenace assertore caduto proprio lungo il percorso. Il tracciato è fatto: gli studiosi hanno compiuto la loro opera. Speriamo che una ferma volontà spinga presto i lavori innanzi, per cui da Chiavari, lungo il tronco di Graveglia già a buon punto, si formi il sospirato collegamento che valorizzerà il lavoro di tutta una vasta zona, ancora ferma ai sistemi primitivi di produzione, per l’impossibilità di avviare i suoi prodotti su buone strade.
L’incontro del giovane parroco che non mostra nessuna diffidenza, e con rara cortesia mi permette di dare uno sguardo all’archivio parrocchiale, completa le mie visite ufficiali.
Maissana: quanta ironia su questo nome si fa nei dintorni! Tentiamone la spiegazione: mais-sano. È semplice; lungo il torrente, tutte le piane irrigabili sono colme di gambussi; il granoturco è sempre una delle principali culture locali. C’è poi una spiegazione etimologica più complicata che saltiamo senz’altro. Dunque, appena scomposto, il significato del nome è rovesciato.
Non saliamo alla “Fontana Sacra” sulla cresta del colle ove la leggenda dice si abbeverasse San Prospero, venerato a Camogli, né tentiamo di indagare sul culto di molti santi, non indigeni e comuni, che si pratica nei dintorni. Ci aspetta u sciù Perasso che ormai sappiamo essere il magnate delle iniziative locali, dalle religiose alle civili. È un vecchio vegeto che non smentisce certo le nostre parole sulla cortesia di questi abitanti. Ci pone innanzi qualche sua specialità e non sfugge alla nostra curiosità indiscreta. Cinquant’anni di America, a riparare ceste e vender frutta e verdura, non gli hanno corrotta la parlata locale. I suoi ottantatré anni non lo rendono sedentario e inerte: in tutte le iniziative spesso è il promotore, sempre il benefattore.
La mulattiera, piana e ben tracciata che si avvia al ponte sulla strada di Varese, appena ridiscesi, segue il Borsa non molto capriccioso. Si potrebbe chiamarla via dei mulini tante sono le macine che si vedono ai margini e le ruote su cui schiuma la cateratta limpida. In questa freschezza di elementi puri il passo si fa svelto e l’escursione si conclude con gaiezza.
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