Pages

8.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - A S. Nicolò di Capodimonte

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Quando da Genova ci avviciniamo al promontorio di Portofino, se tentiamo di cogliere qualche fugacissima visione dal treno che appare e scompare di continuo su valli e calanche con la sua fretta rumorosa, riusciamo a scorgere al di sopra di Camogli tutta una zona punteggiata di case e di verde, staccata dal mare, sopra un declivio, che ci dà l’impressione di una città-giardino.
È Ruta, la meta delle scampagnate dei nostri bisavoli. La galleria che unisce le due vallate senza costringere la strada a passare il valico sulla sommità, fu scavata nel 1815 e parve a quei tempi un’opera d’ingegneria miracolosa. Oggi il miracolo è invece nelle innumerevoli ville, negli alberghi, nei collegi e nei conventi che si sono annidati entro gli uliveti trasformandoli in giardini, adornandoli di palmizi, erigendovi altane per godere la più estesa visione del Golfo di Genova e ammirare più a lungo i tramonti sulla dentiera delle prealpi marittime schiarite all’orizzonte ogni giorno dal lento cammino del sole.
Sul crinale, staccati dalla suggestione di questa opulenza moderna, andiamo a trovare la Chiesa vecchia. È un tempietto romanico, con l’abside in pietra ben conservato e un campanile monco. Gode tutto solo, da molti secoli, questo trionfo di luce che si perpetua rinnovato ad ogni stagione. Fin dal 1239 la Chiesa fu Collegiata, e sede parrocchiale sino al 1627. Verso il 1770 si cessò di celebrarvi e le truppe francesi ne accrebbero la decadenza, manomettendola nel 1780. Da allora rimase in abbandono finché qualcuno, con amore, ne tentò il ripristino e le prodigò qualche cura perché non franasse e sparisse del tutto.
Ne riparleremo più avanti con la leggenda di Giovanni l’eremita; ora conviene lasciarla e dopo aver sogguardato San Michele, tra le casupole della vecchia Ruta, andare alla ricerca di un altro tempietto più antico e ritrovare, sulla traccia dei ricordi, impronte di vita ligure scomparse o in trasformazione.
Evitiamo la vetta di Portofino troppo sfarzosa per le umili cose che ci ripromettiamo di avvicinare e non tentiamo di raggiungere nemmeno il belvedere del Paradiso, nome non improprio, ma che quassù spetterebbe anche a molti altri poggi. Tra crose, sassaie, scalinate, ligie che discendono a Camogli, raggiungiamo la stradetta di S. Rocco per avviarci al paesino che si gode, senza ostentazioni sgargianti, la visione della riviera sul rialzo della collina da cui sorveglia il via vai dei pescatori senza partecipare alla loro vita.(1)
La viottola che dopo San Rocco ci guida alla Chiappa è tra le più pittoresche del promontorio. Per buona fortuna non è ancora una rotabile anche se la minaccia della strada è ormai prossima, per cui si può andare innanzi un po’ trasognati, senza importuni strombettii, fetori di essenze bruciate e di asfalto e, meglio ancora, senza la preoccupazione di rotolare tra le ruote di qualche frettoloso ammiratore come può accadere sulla via di Portofino a mare.
Su questo versante la natura non è stata certo meno generosa. Prima di sostare all’Abbazia di San Nicolò, proseguiamo per la Chiappa spingendoci sui duecento metri di molo naturale in puddinga che proteggono la Foce, uno dei nidi pescherecci più tipici esistenti in Liguria, dove la tonnara, fra aprile e settembre, può essere stesa con profitto.
Il tonno si fa vivo nelle nostre acque all’epoca degli amori e viene alla superficie in aprile per offrire calore ai suoi nati. Gli sbarramenti vengono fatti con reti fisse, calate sino oltre i trenta metri, per incanalare i pesci nella principale e spingerli nelle camere dalle quali viene fatto passare nell’ultima, della morte. La mattanza, quando si solleva la rete circondandola con le barche, è uno degli spettacoli più impressionanti che possa offrire il mestiere del pescatore. I tonni, imprigionati, sempre più stretti, guizzano, scattano con balzi violenti e se i delfini – che hanno guidato la mandra nel sacco, quasi coadiuvando intelligentemente i marinai – vi rimangono prigionieri, impazziti, saltano, si cacciano contro la rete robusta e la squarciano, il più delle volte riuscendo a fuggire, mentre i pescatori con raffi e fiocine compiono la strage.(2)
Alla Chiappa approdano spesso comitive per le classiche lasagnate, venendo da Genova su vaporetti o rimorchiatori. Sulla punta l’edicoletta della Stella Maris ha visto nel 1924 una sagra marina tra le più solenni che si tengano ancora sulle nostre rive, con una lunga processione di barche accorse a festeggiare l’avvenimento persino dalla Superba. Se dall’estremità, volte le spalle all’acqua, guardiamo il promontorio, subito dopo l’ex convento divenuto alberghetto, scorgiamo uno di quegli scenari sui quali le fantasie di tutti i popoli annidano fole e leggende.
I pochi abitanti, tutti dediti al mare, in questa zona non hanno creato tali intrecci fantasiosi da fondere con la drammaticità degli episodi, l’aspetto arcigno e qualche volta spettrale di queste rocce. Si è sempre favoleggiato di vulcani perché la loro composizione formata da un calcestruzzo che amalgama pietrisco vario, fa pensare a colate di lava, ma non vi è traccia di essi. Nella puddinga allignano erbe rare e il “Non ti scordar di me” ha trapiantato anche in questi dirupi la sua poetica leggenda, la cui originalità però è compromessa dalle troppe montagne che se l’attribuiscono.
Vi è “buco dei corvi” e la “grotta del romito” e su questi due nomi si può tessere parecchio, raccogliendo dal popolino narrazioni di vecchie storie tramandate dalla voce e qua e là raccolte. Gli innumerevoli gabbiani, indisturbati nella Cala dell’oro, hanno a che fare con il primo nome, e la leggenda di Giovanni l’eremita trova la sua località nel secondo.
Durante la grande leva napoleonica i non pochi disertori che intendevano sottrarsi all’arruolamento, trovarono in questa zona di difficile accesso – perché priva anche di sentieri – nascondigli sicuri. Sulla loro vita di proscritti rimasero ricordi non tutti sereni, ma ci richiama alla “grotta del romito”, una leggenda antichissima che possiamo ricostruire oltreché attraverso tradizione, da un passo dell’annalista genovese Schiaffino. Egli ci ricorda che “l’anno dell’umana salute 334, nelle solitudini di Capodimonte, passò al Signore un certo uomo chiamato Giovanni, grande amico di Dio, che quivi menava vita santa e disagevole in continua penitenza e lungi dalle cure del mondo attendeva alle celesti contemplazioni”. I pescatori gli portavano da mangiare per limosina finché morì e fu dimenticato. Viandanti e marinai, dopo la sua sparizione, videro spesso calare e oscillare luci sul monte. Fu scavato il terreno e ritrovato il corpo, le cui ossa spiravano soave odore e vi fu data sepoltura nella Chiesa vecchia di Ruta dalla quale passò in quella di San Michele dopo la rovina.
Lasciata la Chiappa, torniamo verso Camogli per soffermarci a San Nicolò e discendere alla Foce. La chiesetta, che giudiziosi restauri hanno rimesso in onore, è una delle più antiche badie del promontorio, consacrata, vuole la tradizione, nel 345 da San Romolo vescovo di Genova. È un tempietto romanico con due torri, una delle quali monca, a croce latina, con la linea inclinata leggermente, secondo l’interpretazione evangelica e contiene anche marmi orientali intagliati, e preziosi affreschi purtroppo pressoché rovinati dalle ripetute coperture di calce.
Una pittura che miracolosamente s’è conservata e che ha riveduto la luce dopo secoli di oscurità, è quella della “Stella Maris”. È di fattura primitiva; sembra il modello ideale di tutti i più ingenui e religiosi ex voto marinari dei nostri santuari. Raffigura una caravella in burrasca su cui a poppa è seduta la Vergine col Bambino proteso verso una figura implorante.
La Badia abbandonata dai monaci di San Rufo ai quali appartenne in origine, passò in commenda agli abati secolari. Nel lungo elenco di essi troviamo frequentemente il nome dei Fieschi, i Conti di Lavagna, come in quella di Borzone e ovunque, nella contea, vi erano cariche notevoli da ricoprire. Venne poi il decadimento e la chiesa fu trasformata in abitazione per i pescatori, sinché ogni cosa passò nelle mani di Andrea Bozzo che la riscattò. Dal 1874 al 1890 vi furono i Padri Minori i quali la ridiedero al culto e Giacomo Bozzo, figlio del donatore, intraprese i lavori di restauro.
Tra i pescatori che abitavano nell’abbadia ò Moù, ò Guerrin e Beneitin da Cavena, campato sino a 103 anni, possono dirsi i campioni del gruppo annidato sopra la Foce, piccola calanchetta ritorta come un amo, incuneata sul fondo di una buca scavata nella puddinga.
In quest’antro tutta la vita peschereccia dei nostri litorali è riassunta nell’armeggio incessante e nell’esposizione di arnesi: palàmiti, manaite, tramagli, nasse, rezzole, bogare, ecc.(3) L’aria è pregna di salsedine, di pesciame, di arziglio.(4) Sul bordo dei gozzi, presso i cespi di lisca o di ginestra, o accoccolati sugli scogli, i pescatori ragionano di stagioni, di annate, di mesté. L’uso delle lampare, introdotto appunto dai marinai di questa zona, li ha costretti a cambiare ò mesté (insieme, arredo di reti) poiché le vecchie manaite non potevano essere utilizzate sempre con vantaggio.
Ovunque, alla rinfusa, paglioli, fiocine, remi, buglioli, paranchi e, annidate tra gli arnesi, rammendatrici che riparano gli strappi dei delfini, quelle stesse che prima dell’alba attendono che dal mare giunga la voce nota per correre coi lanternini e con le ceste a preparare la salagione. Sebbene su ogni punta qualche palazzetto sdegnoso si isoli macchiando col cubo di calce la scogliera con una nota vivace, spesso stonata, questo nucleo di aborigeni, attaccati ai loro arnesi e alla loro chiesetta millenaria, continuerà a vivere forse sempre così, fra onda e scoglio, la vita sana e primitiva, senza sogni di ricchezza, conquistando il pane ogni giorno nella dura fatica marina.

Note:

1 - Il termine “ligia” in genovese indica una balza, un dirupo, una pendenza ripida ed anche una frana.

2 - “mandra” compare nel testo originale.

3 - Il palamito (scritto accentato nel testo originale) è una lunga corda sostenuta da boe, alle quali si attaccano tramite cordicelle numerosi ami. Il tramaglio è una rete verticale formata da tre teli sovrapposti. La nassa è una sorta di cesta, nella quale il pesce resta intrappolato. La rezzola era un tipo di rete di medie dimensioni, che si calava a semicerchio da una barca ed era poi tirata da terra da due o più persone. La bogara era una rete per la pesca delle boghe alle foci dei fiumi.

4 - L’“arziglio” è il sapore dei prodotti marini.


Delicious
Bookmark this on Delicious

0 comments: