Ancora venti anni fa gli abitanti di certe nostre vallate continuavano a lagnarsi per la mancanza di ferrovie, per l’impossibilità di fruire dei nuovi mezzi di locomozione e le difficoltà di spostarsi e avviare i loro prodotti verso centri di consumo. La ferrovia era in cima ai loro pensieri, l’intercalare dei loro discorsi e… la promessa di certi deputati per vararsi a Montecitorio. Chi ha vagabondato a lungo per le campagne scalando infaticabilmente le colline per aggirarsi negli anditi più remoti, ricorda questo desiderio espresso in tanti modi e, per quanto quasi irrealizzabile, ravvivato ad ogni nuovo progetto. Le prime automobili non persuasero: diffidenze, timori, dubbi sulla loro praticità. Il fallimento delle prime imprese, arresti a mezza strada, qualche lieve incidente esagerato dalla fantasia dei fannulloni, tenevano lontano dal nuovo mezzo i più.
Il tenace lavoro continuato con fermezza da certe società che studiando con ogni cura i loro impianti hanno dotato ora le linee in molte regioni italiane di vetture perfette, affidate a personale lungamente provato, ha finito per mutare in fiducia e in simpatia i sentimenti avversi per cui oggi molti, se non tutti, non sentono più la necessità per la quale lottavano prima e sanno opportunamente giovarsi del nuovo mezzo che loro si offre per tutte le attività.
Le vetture in coincidenza coi treni da Spezia e da Genova, quando partono da Sestri Levante e al bivio lasciano la via Aurelia per avviarsi a Varese Ligure, rigurgitano d’ogni merce. Qua e là una sosta brevissima per caricare pane fresco, verdure, pesci, tutto ciò che città, pianura e spiaggia inviano alla montagna. I parafanghi sono stracarichi negli angoli divenuti ripostigli di sacchi rigonfi, il tetto ospita cesti, panieri, involti, masserizie varie che poi vengono distribuite nei paesini e nei casolari che si incontrano lungo il cammino.
Ad ogni sosta, mentre avviene lo scambio degli effetti postali, c’è chi accumula o ritira in un settore speciale della macchina qualche involto ed essa poi, grazie all’ampliamento e alla sistemazione della strada, che consente libero traffico senza inciampi e strettoie né passi pericolosi, procede celermente senza sentirsi a disagio non ostante la sua mole considerevole. Tra i passeggeri non è difficile trovare i notabili della zona. Nel gruppo in attesa del “servizio” c’è sempre un segretario comunale che riceve plichi inviati al podestà, una guardia forestale che intasca buste gialle, qualche fiduciario del Partito che attende ordini dal segretario politico lontano; tutto si svolge pacatamente e con ordine, con quell’aria di familiarità che acquistano le cose divenute consuetudinarie e rese pratiche in ogni particolare. Ora la ferrovia tanto invocata passa dall’uscio e non è sempre necessario spostarsi verso una stazione lontana né trascinarvi ciò che occorre ogni giorno; basta attendere a quelle ore e, se il rombo nella valle tarderà a farsi udire qualche minuto, si attribuirà sempre il ritardo più al treno che all’automobile.
Dopo circa trentaquattro chilometri, superati al passo di Velva i 550 metri, ridiscesi costeggiando il torrente Torza, si arriva a Varese Ligure, l’antica borgata dei Fieschi che diede alla Repubblica di Genova il senatore barone Maghella e alle galee pontificie l’ammiraglio Mottini, borgata che accentra i prodotti di buona parte della regione e ora per due strade li avvia alla Spezia e a Genova. Per quanto nel 1385 Carlo Fiesco vendesse Varese alla Repubblica di Genova e un anno dopo la cessione fosse comprata da Antoniotto Adorno per 31 mila fiorini d’oro, l’influenza dei primi feudatari e il possesso sul loro borgo praticamente non vennero mai meno.(1)
In inverno il freddo vi è assai intenso. Pur essendo nella bassura a soli 353 m., nella valle bagnata dal torrente Vara da cui probabilmente le venne il nome primitivo di Varisio, il paese risente delle nevicate che mantengono a lungo ammantati di bianco i monti che lo circondano. Il Maggiorasca si eleva a 1803 metri, il Penna a 1735 e a 1640 il Gottero. Il passo di Centocroci che proprio lo sovrasta, ove la strada sale sino ai 1053 m. per passare a Borgo Val di Taro e raggiungere Parma, in giornate di vento fa sentire la sua gelida corrente che formando ghiaccioli in tutte le polle e nei rivoletti, orna di pendagli trasparenti e bizzarri le sponde dei corsi d’acqua dai quali Varese è quasi circondato.
Si spiega come questa località sia scelta da molti villeggianti per i loro riposi estivi giacché, nei boschi di faggi e nei castagneti, e soprattutto lungo la strada sino a Centocroci, la fresca aereazione non consente all’arsura di incombere come altrove.
Discesi nella piazza principale ci troviamo innanzi l’antico castello dei feudatari, solido e torreggiante come una valida opera di difesa medioevale, tutto irto sul bastione inferiore d’un groviglio di arbusti assiepati e fitti come un argine selvoso: annerito dal tempo, svetta con un ardito frassino erto e vegeto sul torrione. La vegetazione pare abbia assediato e conquistato questo maniero sede di leggende antiche e di… contese moderne, giacché assai recentemente fu causa di una di quelle questioni che basterebbero altrove a dar fama imperitura a un edificio e a una località.
Lungo le strade, quasi sempre ben selciate e pulite, aratri, zappe, zoccoli da montanari, scarpe e scarpe solidissime, arnesi da contadini, tutto un arsenale di oggetti rurali solidi e rustici come si convengono a chi deve soprattutto lavorare la terra. Nei giorni festivi la fiera domenicale attira dalle molte frazioni tutto il contado. Le contrattazioni e gli scambi durano sovente sino al termine della Messa grande celebrata nella bella chiesa parrocchiale; i capannelli non si sciolgono per andare a pranzo se non quando il corteo dei devoti raggiunge la piazza e si sparpaglia nelle abitazioni con l’ultimo scambio di saluti e di notizie.
Nella fila delle case principali della piazza spiccano tra le altre parecchie finestre protette da tramogge. Nessuna divisione tra gli edifici, una continuità anzi che fa pensare fosse impossibile, così addossate le une alle altre possano esistere abitazioni tanto dissimili.
Quelle tramogge limitano lo spazio di un convento di monache Clarisse le quali osservano la clausura. Non soltanto in paese sono noti i pasticcini preparati dalle suore e ben lungi vanno i funghi da esse preparati con cure minuziosissime perché l’aroma non si sperda e si mantengano intatti. Con questa sua piccola industria il convento vive così, stretto alle case del borgo e pure isolato, circuito dalle abitazioni di chi perpetua la vita lavorando e lottando, e pur piccolo mondo a sé di anime ascetiche che cercano nelle rinunce la felicità.
Se ci si accosta al portone, nel quale è la ruota cieca per cui avvengono gli scambi necessari alla vita, senza mai sporgersi a vedere volto estraneo, la custode ci guida nella chiesina ariosa e linda ove pare sosti un’eco di salmodie malinconiche.
Nell’albergo, rifugiandoci dopo il continuo curiosare, troveremo il podestà, il farmacista, il dottore, qualche impiegato, qualche borghese di passaggio, dei possidenti discesi per la fiera e persino qualche ricco “americano” che, tornato col gruzzolo, non sa rimanersene nella sua bicocca isolata e sente il bisogno di stare in società. Una ampia stufa in terra cotta nella sala; lista identica per tutti. Qualche ritardatario intabarrato entra rabbrividendo, saluta familiarmente, e:
– A Caranza è disceso a quindici sotto zero!
Solite esagerazioni. Molti non credono ma tanto il tema è dato e tra un tavolo e l’altro si discute rammentando e commentando particolari sulle stagioni e sul tempo.
Al caffè, chi potrebbe mai supporlo? Un siciliano. Sa attirare a sé tutti i clienti possibili con ogni arte. Ricorda i mandorli fioriti sulla riviera di Taormina con un altro isolano, ma senza nostalgia. Intorno alla stufa i primi hanno scelto i posti migliori e resistono a conservarli. Tutti giovani, parlano di caccia finché s’insinua una critica.
– Hanno detto che le lepri mandate per il ripopolamento della nostra zona dall’associazione venatoria le avete gettate male. Bisognava distribuirle in varie parti, con più giustizia…
Un interessato non accetta l’insinuazione e si difende:
– Avremmo dovuto lasciarle nel bosco di quel tale… vero? Oppure dargliele che le allevasse!
A lungo si discute ma vi è una partita di calcio da ascoltare alla radio e non mancano gli appassionati che escono dietro a uno che cerca di portare con la massima disinvoltura il basco, non accorgendosi che tra i copricapo più acclimati di quell’ambiente è proprio in disarmonia.
Se indotti a conoscere da l’alto la regione, scaliamo in un punto qualsiasi le colline e ci addentriamo nelle vallate, raggiungendo per esempio uno dei tanti paesini lontani, La Pera, abbracciando dal versante verso Salino in modo completo tutti gli aspetti, ci appariranno ancora poche e limitate le strade secondarie di accesso ai piccoli centri, per cui vaste zone di terreni che potrebbero essere fertilizzate rimangono boschive mancando la possibilità di sviluppare maggiormente il lavoro agricolo, ed è questa una necessità alla quale deve dedicarsi ogni sforzo.
Note:
1 - Nel testo originale è scritto "34 mila fiorini" invece di 31 mila; la cifra corretta è quest'ultima.
Cfr. Tomaini Placido, "Varese Ligure: insigne borgo ed antica pieve", A.C. Grafiche, Città di Castello, 1978, p. 21.
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