Nella vallata della Fontanabuona, la strada che segue tutte le sinuosità del corso d’acqua e gira infinite volte salendo appena percettibilmente, procede monotona senza altra varietà d’aspetti che quelli offerti dalle culture della terra. Boschi di noccioli, frequentemente, ricoprono le colline che digradano limitando il paesaggio da ogni parte. Raramente, lungo canali laterali, la visione si amplia, si estende libera in una zona vasta: tutto è circoscritto all’intorno, per cui si va innanzi cercando con desiderio qualche motivo nuovo per ricreare la fantasia e liberare l’immaginazione che si assopisce nella sonnolenza.
Due carri di zingari, miserevoli, che procedono lentamente, divengono oggetto della massima attenzione. Il primo è guidato da un uomo maturo, magro e gialliccio, che va a piedi al passo del cavallo piuttosto bolso, il secondo vien dietro docilmente. Le coperture arcuate dei carri, coi tralicci chiusi, non lasciano intravvedere nulla. Una tenda cela l’arco oltre il quale la famiglia annidata nel poco spazio forse dorme, forse attende semisveglia un cenno per far sosta e iniziare qualche attività.
Alla prima svolta della vallata si scorge in alto una chiesa e un gruppetto di case. Improvvisamente sul crinale, nella piena luce del giorno, si innalzano razzi scoppiettanti che appendono nell’azzurro nuvolette bianche abbandonandole ciondoloni al vento. L’eco dei mortaretti si ripercuote immediato e allora si vedono i due carri sostare come a un cenno convenuto. Il guidatore li trascina in uno spiazzo verso la montagna mentre dallo sporto si affaccia una zingara. Uomo e donna si guardano un attimo senza dir parola. Dopo pochi minuti, mentre le vetture-casa hanno trovato l’angolo adatto per la sosta e l’uomo stacca i cavalli per avvicinarli a un prato poco lontano, scendono una ragazza e una vecchia, in costumi variopinti, con cianfrusaglie luccicanti al collo, ai polsi, alle orecchie, e si avviano alla ricerca del sentiero per salire.
Noi avremmo chiesto anzitutto che villaggio era quello in festa, per quale sagra innalzava i fuochi in quell’ora, e cento altre preoccupazioni ci avrebbero fatto indugiare, avendo bisogno la nostra curiosità di appagarsi in precisazioni senza le quali non avremmo avuto interesse per l’avvenimento, ma agli zingari nulla occorre. Non rassomiglia alla loro dunque la nostra sete di vagabondaggi liberi e di sapere. Né la strada monotona importa loro, né la natura della sagra, né il nome di quella parte del mondo presso la quale si sono arrestati. Il caso avverte il loro istinto che vi è una possibilità di vita favorevole ad essi; piantano allora il focolare in terra, foraggiano gli animali con l’erba della prima proda e cercano il pane presso la prima capanna, senza guardare se vi sono lutti o gioie, senza fraternità umana.
Quando si arriva a Gattorna la monotonia è rotta da un quadrivio. Gli zingari non esiterebbero a procedere a caso ma il nostro cammino è ben definito. Attraverso un ponte il tronco principale si arrampica a Uscio per discendere a Recco, strada resa nota per le interruzioni frequenti causate dalle frane lungo la via Aurelia. A destra si sale a Neirone; proseguendo nella valle invece, lasciamo a Lagomarsino il tronco delle Ferriere che si avvia verso Bargagli e raggiungiamo Lumarzo per arrivare al Santuario, meta della nostra escursione.
Se ci fidassimo dei nomi di queste località, come certe leggi toponomastiche esigono, quello di Ferriere potrebbero trarci in inganno come già il buon Giustiniani il quale affermava che nei dintorni esistevano delle importanti miniere. Filippo Terrile, studioso appassionato di cose nostre, opina che possa esservi stata confusione tra Bargagli e Bargone, sopra Sestri Levante, dove tutta la zona è ricca di minerali; solo con ciò si può giustificare l’asserzione dell’Annalista Genovese poiché non v’è zona povera di giacimenti.
La strada che ci conduce a Lumarzo è assai erta ma in compenso ci offre un dilatarsi sempre più ampio di valli confluenti nella maggiore, e ci mostra villaggi pittoreschi che dal basso non era possibile ammirare. I contadini coi quali si conserva hanno quassù un accento portoriano che qualche volta, quando coi forestieri nascondono le risonanze villerecce e i termini montanari loro proprii, traggono in inganno, facendo pensare a dei genovesi de Zena autentici, in villeggiatura.(1)
Non ci dobbiamo sorprendere poiché, se invece di percorrere la Fontanabuona partendo da Chiavari, fossimo saliti da Pieve di Sori o da Recco e ci fossimo incamminati verso Uscio, ci saremmo accorti di essere assai vicini alla Superba. Una mulattiera piana, da quest’ultima località verso il colle Terrile, conduce infatti agevolmente al Santuario del Bosco permettendo di raggiungerlo in assai breve tempo; esso si può considerare alle spalle di Nervi.
Pannesi, da cui dipende la Madonna del Bosco, lo avvistiamo soltanto quando abbiamo lasciato Lumarzo, dopo una svolta della collina. È il villaggio più alto, tutto raccolto in un nucleo di abitati, come i paesi alpini. Il Santuario soltanto se ne stacca ed appare in mezzo a una macchia foltissima di verde, sul pendio del Monte Becco che raggiunge quasi i novecento metri.
Quando attraverso alla boscaglia folta, intricata, che offre ombra e frescura in una quiete armonizzata da fruscii acquei e da richiami di uccelli, raggiungiamo la chiesa sparita appena inoltrati nel folto, un sereno senso di pace ci conforta di ogni fatica durata lungo il cammino. Presso al sagrato degli sterratori appianano il terreno montuoso, erigono argini, riempiono avvallamenti, preparano un piazzale più ampio e accogliente alla folla dei pellegrini che aumenta di continuo. Sono dei contadini volenterosi che prestano gran parte della loro opera gratuitamente e che, specie nei giorni festivi, si alternano alla fatica per abbellire sempre maggiormente la chiesa che ebbe in ogni tempo le cure dei loro padri.
Un giovane sacerdote consiglia i lavoratori e li indirizza perché ogni cosa procede regolarmente e offre ad ogni forestiere il benvenuto con una cordialità che permette subito lo scambio di domande e di informazioni. Li conduce nella chiesetta linda, chiara, la cui luminosità non appannata da tende anziché contrastare col sentimento mistico cui paion care solo le penombre, ci ricrea illuminando ogni cosa con chiarezza. Non mancano, anche in questo Santuario montano, ex voto marinareschi, recati da Nervi, S. Ilario, Sturla, Quinto, Recco e Sori, ma sono i meno. L’altare che più se ne adorna è quello della navata sinistra, l’altare del miracolo, come ci spiega la guida, sorto dove fu innalzata la prima cappelletta.
Aggirandoci lentamente nel Tempio disadorno ne apprendiamo la storia, semplice, come la tradizione l’ha tramandata:
“Un giovinetto sordo-muto, un giorno forse dell’anno 1500, andava pascolando e raccogliendo funghi e castagne nel bosco. Ad un tratto i suoi occhi restano colpiti da una viva luce, in mezzo alla quale scorge una bella Signora che gli si avvicina e gli dice: – Mi daresti una delle tue pecore? Il giovinetto, acquistata miracolosamente la parola e l’udito, risponde subito: – Aspettate o buona Signora, ch’io vada a casa per domandarlo a mia madre. E mentre la Madonna gli guarda il gregge, corre a casa e giunto a distanza da poter essere visto comincia a chiamare la madre. Piena di meraviglia essa, a sentir parlare il suo figliolo, lo interroga su l’avvenuto e intuendo subito che l’apparsa è la Madre di Dio, gli dice di offrirle tutto l’armento.
Il fanciullo, ritornato di corsa nel bosco ritrovò la celeste Signora e le offerse le sue pecore, ma essa anziché accettarle, lo incaricò di raccomandare a tutti di santificare le feste e gli suggerì di edificare una cappella. Prese poi alcuni bastoncelli di nocciolo e piantatili sul terreno diede con essi il disegno della chiesetta da edificarsi. Quando il pastorello confessò avvilito la sua povertà, gli disse: – Non temere, chiama in aiuto gli abitanti dei paesi vicini e tutti ti assisteranno. E per acquistargli credenza gli lasciò sul capo il segno miracoloso della sua mano, segno che forse rappresentava il nome di Maria, e gli raccomandò di tenere come prova le castagne che aveva raccolte assicurandolo che sarebbero rimaste fresche per molto tempo. I muratori nell’iniziare la costruzione, pare variassero il disegno dato dalla Madonna, ma ogni notte i muri costruiti nella giornata franavano, finché fu ripreso il disegno preciso”.
La tradizione ci narra questo e dai documenti possiamo trarre assai poco anche perché un incendio provocato dalle truppe napoleoniche distrusse l’archivio. Una leggenda che ci ricorda quella del Santuario di Vernazza, dove si accenna al rinvenimento di un’olla nascosta in tempi fortunosi, fa pensare che esistessero delle utili documentazioni. Nella casa che fu di Felice Olcese, il miracolato, dovendosi un giorno demolire un muro, si rinvennero, dietro uno stipite che portava una sigla sacra, sacchetti d’incenso con cartoncini scritti in latino. La nuova proprietaria, mal consigliata da quei messaggeri importuni che parlano di superstizioni e stregonerie per ciò che della fede non comprendono, distrusse ogni cosa, cancellando forse parole che ci avrebbero avvicinato a quanto la tradizione ha conservato.
Il giovane custode, riprendendo una costumanza in uso nella nostra regione, ha costruito un presepio che arricchisce ogni tanto di applicazioni geniali, ora utilizzando cascatelle d’acqua, ora pile, ora riflessi, per accrescerne la coreografia. Anche fuori stagione, si indugia con qualche diletto ad osservare il paziente lavoro di chi vive quasi da eremita, attendendo le folle dei pellegrini che sovente sciamano nel bosco e sostano talvolta più giorni, per ammirare da uno dei punti più elevati l’estesa Fontanabuona e godere ore di riposo in assoluta tranquillità.
Note:
1 - “proprii” compare nel testo originale.
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