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10.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Nella culla dei Paganini

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Sino ad alcuni anni fa, non erano pochi i braccianti, soprattutto zappatori, che partivano dalle nostre colline e nelle stagioni delle semine cercavano occupazione altrove. Scendevano anche nei poderi della riviera per i lavori più faticosi, per maggiore economia dormivano nelle capanne, e sapendo vivere molto parcamente, ritornavano a casa a piedi con tutto il guadagno che in realtà non era una ricchezza.
Baciccia di Castello era una mia conoscenza antica come i miei più antichi ricordi. A sera tarda, terminato ogni lavoro, per sentire le sue fole mi arrampicavo nel fienile restando appollaiato nella zona illuminata dalla luna e lo pregavo di parlarmi del suo paese.
– Carro, Castello, Ziona, u Trau – tuttu zu a ca’ du diau... –
Le sue narrazioni finivano invariabilmente con questo ritornello, sicché io credevo realmente che abitasse ai confini del mondo, giacché non riuscivo a immaginare altrove la casa del diavolo; pur non avendo l’animo di interrogarlo su quel personaggio, così pauroso nella fanciullezza, avevo per Baciccia, che doveva conoscerlo bene se abitava dalle sue parti, una ammirazione non priva di timore.(1)
I proverbi non sono purtroppo le cose più sagge, sebbene ce li gabellino per tali, e tutti ne facciamo ogni giorno esperienza; tanto meno poi possiamo fidarci dei ritornelli maligni che nascono tra paese e paese, e deformano continuamente il volto delle cose travisandone l’aspetto. È vero che, proprio per Carro, la Repubblica genovese promulgò qualche volta leggi speciali (molti secoli fa), le quali dicevano per esempio: “…ordina, comanda e proibisce di portar armi d’ogni genere, di non ballare la domenica (in determinate epoche) e di denunziare i delitti rimasti occultati e impuniti”, perché gli abitanti di questa podesteria non erano i più docili e mansueti, ma da questi difetti a creare una fama diabolica, ci corre troppo.
Potremmo giovarci forse ancora oggi di una descrizione dei confini di Carro fatta dal podestà nel 1601; conviene però, per avere qualche visione più recente, avviarci sulla corriera che da Sestri Levante porta a Borgotaro. Con più facilità ci si potrebbe giovare di quella che parte dalla Spezia, ma l’interesse del paesaggio è minore.
Nell’autobus c’è qualcuno che chiede dove si trova Maissana.
Un meridionale, acclimato tra queste colline, che non può più tenersela, fa una descrizione sommaria del lontano comune e poi conclude:
– U sindico, un giorno che andò a prendere u treno, arrivò in retardo. Visto che partiva s’è messo a gridare: Fermatelu che sunu u sindico de Maissan…
Contento del successo, si astrae poi in letture di documenti importanti, senza avvedersi che la vettura oltrepassa Velva, in modo che gli succede come al sindaco ricordato, senonché Boero, l’autista bonario che conosce gli usi e gli umori di tutti i suoi passeggeri, meno rigido del capotreno, lo cala fuori stazione.
A Velva c’è appunto la carrozzella per Carro, ma siccome potrebbe ancora accadere che al passo della Mola i passeggeri dovessero scendere e attaccarsi alle funi perché il vento non la ribalti, come accadeva per le ormai leggendarie rebellee del Caia, conviene avviarci a piedi. Oltre questo passo sempre ventoso, gola spalancata su due vallate deserte a 600 m., troviamo presto la Mola.
Su l’altura, una visione alpina con prospetti variatissimi e illimitati di colline e di monti dai profili più varii, ci è innanzi, oltre le vallate nelle quali vediamo finalmente Castello allineato a mezza costa, Agnola, Ziona, Cerro, Cerreta, Pavareto, Travo che, da posizioni diverse, circondano la collina allungata come un promontorio nel declivio, su cui sorge Carro, paesello davvero gaio e ridente.(2) Proseguendo sul crinale, fino a raggiungere l’antica via Aurelia, la visione si amplifica sempre più, sino ad estendersi, in giornate terse, sulle Alpi Marittime da un lato e sulle Apuane dall’altro.
Alla Mola vi è un’unica casa; dietro abbiamo lasciato il Santuario di Velva e il villaggio di Chiama.
Nelle vicinanze esiste una capanna detta, chissà perché, di Napoleone. Essendo a mezza strada con altri villaggi, un maestrina un giorno vi dette appuntamento a una sua collega, ma l’incontro non avvenne perché all’amica nessun contadino seppe indicare la capanna Bonaparte… Ironia della gloria universale.
Dalla Mola, per rapide scorciatoie tracciate in boschi di pinastri, si raggiunge presto il bivio Pavareto-marmi. In questa località e in qualche altra adiacente, si trovano cave del noto marmo rosso di Levanto e già si conosce l’ubicazione di altri giacimenti del prezioso Fior di pesco, rarissimo, per l’estrazione del quale industriali carraresi contano riprendere i lavori.
Certi casolari si scorgono con intorno ciuffi verdi di lecci, su scoscendimenti che verso la valle dirupano brulli, mostrando pietre sulle quali è traccia di calcopirite e manganese. Nessuna miniera però esiste nei dintorni, essendo i filoni limitati e poveri. La strada divenuta piana ci guida presto al paese che porge il suo primo saluto col cippo dedicato ai Caduti.
Il primo incontro coi Paganini lo facciamo appunto nella lapide dove sono in numero considerevole. Le stradette sulle quali si affacciano le case, sono acciottolate alla campagnola ma pulite; da esse osserviamo lungo tutto il percorso, graste caratteristiche, ricavate da ceppi di castagni o ulivi svuotati e divenuti vaso, nelle quali fiori e rampicanti vegetano adornando le finestre che ci appaiono perciò ingentilite.
Sul sagrato, lecci ombrosi; nella chiesa, di ordine corinzio un po’ imbarocchito, si ammirano due tele pregevoli, una di scuola fiamminga, l’altra di scuola genovese.
Le origini di Carro si fanno risalire al 302 a.v. Edificata dai romani, dopo soggiogati i briniati (da cui Brugnato) si chiamò prima Garus, quindi Cari e poi Carro. Fu soggetta al vescovo di Piacenza, ai Fieschi, a Manfredo da Passano che ne ricevette l’investitura da Arrigo II e dal 1440 al 1693, cacciati i signorotti, fu comune sotto la Repubblica di Genova, che vi istituì anche un archivio. Il podestà però risiedeva un anno a Carro e un anno a Castello, borgo che, col capoluogo, ha comune lo sviluppo e l’importanza.
Il nome di pagus, ossia villaggio, diede origine probabilmente al cognome Paganini. Il celebre violinista non è nativo di Carro ma ne sono oriundi i suoi genitori. Nel ceppo originario, la passione per la musica fu sempre vivissima, per cui vi si annoverano compositori e stampatori di musica, esecutori noti anche assai oltre la zona e persino organisti e riparatori di strumenti, essendo la vocazione a quest’arte ereditata e trasmessa di generazione in generazione.
Vi nacquero P. Ferrari Faustino, morto in concetto di santità e P. De Mattei, morto vescovo in Cina, ma il maggior figlio di questa terricciola è il Beato Antonio Maria Gianelli, il primo che fu posto sugli altari nell’anno santo 1925.
Continuando ad aggirarci nel paese possiamo vederne i due aspetti più caratteristici: quello a tramontana che offre in estate una invidiabile frescura, godendo le ventilazioni del monte Panighe e quello a mezzogiorno, luminoso come una altana riparata da ogni corrente e tutta esposta al sole, che nessuna altura le può togliere. Due piccoli torrenti, l’Agnola e il Travo, scorrono ai lati.
Un’opera che ci rivela come l’esempio della scuola fascista abbia ovunque dato buoni frutti, è quella dell’acquedotto inaugurato nel 1928. Grazie ad esso, Carro si avvia a diventare un centro di villeggiatura sempre più apprezzato e ricercato. L’opera fu condotta col lavoro e con i sussidi dei soli cittadini, senza chiedere l’aiuto né del Comune né dello Stato. Gli scavi, le lunghe condutture, le sistemazioni di presa, ogni particolare, fu curato con mezzi provvisti da chi volle dotare il paese della sua massima ricchezza, e quanti concorsero con maggiori mezzi, in proporzione degli altri, circa quaranta famiglie, poterono giovarsi dell’acqua anche nelle proprie case. Le copiose fontanelle pubbliche, comunque, provvedono quantitativi superiori al fabbisogno di tutti gli abitanti.
Allontanandoci verso la strada di S. Margherita, o meglio tuttu zu a ca’ du diau, come voleva il ritornello del vecchio zappatore, possiamo riammirare il paese che si fa più civettuolo più si osserva da lungi, finché la strada non si chiude tra due gole selvagge, popolate di eriche e di quercioli, sul torrente rumoroso che va a morire nel Vara.


Note:

1 - La frase di Baciccia significa “Carro, Castello, Ziona, Travo – tutto giù a casa del diavolo”.

2 - Nel testo originale compare “Cereta” invece di “Cerreta”; nelle successive occorrenze la correzione non è stata segnalata.


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