Si doveva tornare nel Golfo della Spezia con Piero Marussig.(1) “Bisogna immortalare la zuppa di datteri”, aveva proposto il più esuberante degli amici artisti in tutte le occasioni. “È buona, è buona…”, s’era limitato a dire Marussig. Sempre un po’ assorto, opaco in certe ore nei discorsi, era evidente che qualche cosa quella sera contava per lui molto più della zuppa di datteri.
– Hai visto Portovenere e le isole? Paiono sollevarsi da un fuoco…
S’era rivolto, restando indietro, a chi non aveva potuto distrarsi dalla contemplazione, tant’era abbacinato da quella fantasia di luci serali sulla strada fra Lerici e San Terenzo. Partiti dalla Spezia mentre minacciava uno dei soliti temporali che deliziano con tanta predilezione la città, era rimasto grigio come il tempo fin quando il gozzo del barcaiolo non era giunto all’altezza di Pertusola. Si vogava alla lunga senza discorrere. D’un tratto, apertasi una fenditura di sole su Campiglia, i cantieri del Muggiano e le fonderie s’illuminarono. Tutto il golfo si trasformò. Seni, baie, scogliere, isole, dighe, natanti mutarono aspetto. Il mare era calmissimo. Al marinaio che faceva da cicerone più nessuno badava, intento a sorprendere il dilagare delle luci che fiammeggiavano sulle acque.
Il pittore tradì l’emozione con più d’un esclamativo che stupì i compagni. La bellezza della natura aveva vinto il suo mutismo e scossa l’apatia tanto che, rimpianta l’estate ch’era alla fine, aveva proposto senz’altro di tornare appena avesse potuto, e per soggiornarvi.
Abbiamo atteso a lungo alcuni anni il suo ritorno per venire con lui a godere e rinnovare le emozioni; ormai non possiamo che ricordarlo e rimpiangerlo. Sebbene lo avesse ammirato quasi di sfuggita, il Golfo dei Poeti ha avuto ben pochi artisti che lo abbiano subito compreso e amato come Piero Marussig.
Rieccoci ora alla Spezia sul vialone sventagliante di palme, impazienti d’uscire dalla città per ritrovarci fra i nidi marini che si nascondono tra le articolazioni dei promontori. Il vaporetto mattiniero ha dato il fischio. Perché mai non si muove e l’ultimo ormeggio non è sfilato dalla bitta di prua? C’è una signora ritardataria che il marinaio deve aiutare a cacciarsi a bordo e più in là arranca di corsa una bagarina con le ceste del pesce che fa in tempo per miracolo, si direbbe, a buttar dentro il suo carico quando già ci scostiamo.(2)
– Se non era per quella signora col cappellino mi lasciavate a terra…
– Per quella signora? – Ha dato una scrollata di spalle; non vuol nemmeno difendersi, ma dal sorriso della popolana è facile arguire che anche lei ha capito. Infatti fu soprattutto per la cliente giornaliera, avvistata in affanno sul fondo del viale coi suoi cesti, che il vaporetto s’è attardato.
Vorremmo chiedere al marinaio se è proprio di San Terenzo e come mai non ha seguìto o almeno tentato, si direbbe quasi la vocazione, più che la sorte, di molti suoi compagni.(3) A bordo, tra i naviganti, l’ansa del paesino che si affaccia lindo sulla spiaggia, rinnovato quasi del tutto dopo il tragico scoppio della polveriera di Falconara, è detta baia dei cambusieri. È un loro privilegio quasi assoluto. Provatevi a scendere da basso se avete occasione di metter piede non importa su quale transatlantico. Giù, giù, nei locali senza oblò, aerati dal termotank, giù dove si accumulano le provviste per un’intera città navigante, in mezzo a eserciti schierati di bottiglie d’ogni dimensione e provenienza su compresse rastrelliere, presso lo scagno del vigile custode, provatevi ad osservare che cosa è ben in mostra, sempre innanzi agli occhi di chi stende note.(4) Troverete immancabilmente questo scorcio di marina col rigido castello di Lerici da un lato e il confratello meno severo di San Terenzo dall’altro.
In quell’atmosfera speciale di bordo che ha un po’ del sotterraneo e del fortilizio, ove la temperatura fresca è quasi sempre costante per salvaguardare le provviste e dove si attutiscono così i fruscii dell’acqua strisciante contro i fianchi della nave come le vibrazioni delle macchine, affondati qualche metro sotto il livello marino, queste baie solatie in cartolina nella costante luce artificiale dell’ambiente, vi fanno sostare con cordialità tra chi ve le illustra e vi si fa amico se mostrate d’amarle e ricordarle quanto lui.
Sanno anche i cambusieri e i cantinieri di bordo la storia del loro paese e più d’una volta mi son fatto ripetere il racconto della fine di Percy Bysshe Shelley che ha immortalato col suo soggiorno e più con la sua poesia la ridentissima plaga.
C’è qualcuno che non la conosce? Appena il vaporetto svolta sotto il castello poco oltre l’approdo, eccola narrata in riassunto sulla lapide che ne conserva memoria sopra il porticotto di una delle case che meglio si distinguono anche dal mare:
“Da questo porto in cui si abbatteva l’antica ombra di un leccio, il luglio del 1822 Mary Goldwin e James Williams attesero con lacrimante ansia Percy Bysshe Shelley che da Livorno, su fragil legno veleggiando, era approdato per improvvisa fortuna ai silenzi delle isole elisee. – O benedette spiagge ove l’amore, la libertà, i sogni, non hanno catene!”.
Gli ultimi “Versi scritti sulla Baia di Lerici” bisognerebbe riportarli per intero per far risentire in quale intensa atmosfera di poesia trovassero modo di isolarsi gli artisti che predilessero queste rive. Stralciamo qualche brano.
Ella mi lasciò nell’ora silenziosa
in cui la luna aveva cessato di scalare
l’azzurro sentiero…
…il passato e il profumo eran dimenticati,
come se né fossero stati né sarebbero.
…Io non oso dire i miei pensieri, ma così turbato e debole
io sedetti e vidi i vascelli scivolare
sull’oceano lucente ed ampio,
come carri alati di spiriti mandati
sopra un sereno elemento
per strane e lontane visioni:
come se ad una stella Elisia
navigassero, per bevanda che sani
un dolore dolce ed amaro come il mio.
E il vento che alava il loro volo,
dalla terra veniva fresco e leggero,
e il profumo di fiori alati,
e la freschezza delle ore
della rugiada, e il dolce tepore lasciato dal giorno,
erano sparsi sopra la baia scintillante.
E il pescatore con la sua lampada
e la sua lancia intorno alle basse umide rocce
strisciava, e colpiva i pesci che venivano ad adorare
l’ingannevole fiamma…
Nella tranquilla estate del 1822 lascia gli amici sulla felice baia e con una barca a vela va incontro ad altri che l’attendono a Livorno. Impaziente di ritornare, malgrado il tempo minaccioso, riparte e naufraga ravvolto nell’oscurità di una nube temporalesca. Dieci giorni dopo le acque restituiscono il suo corpo sulla spiaggia presso Viareggio dove, tra la pineta e il mare, Byron ed altri amici gli preparano il rogo secondo il rito classico e recano poi le ceneri al cimitero di Roma. Il poema che stava componendo restò interrotto a questo verso:
“Allora, che cosa è la vita? io gridai…”. Doveva chiamarsi il “Trionfo della vita!”.
Sedotti dalla dolcezza del tema ci sarebbe facile proseguire, ed altre leggende affiorano da questo nido marino avvolto dal mare e fasciato dagli ulivi, leggende antiche e sacre che riemergono col nome stesso dei nostri borghi e ne radicano e nobilitano l’origine nel tempo, ma è necessario far punto e restare per ora in compagnia degli spiriti più vicini e quasi ancora nostri, che ci sono stati di guida nella scoperta della grazia e della bellezza di cui ci è dato lungamente godere ritornando a soggiornare nei loro approdi.
Note:
1 - Piero Marussig (1879 - 1937), pittore di origine triestina, fu esponente della Secessione.
2 - Per “bagarina” in dialetto genovese si intende una giovane.
3 - La parola “seguìto” è accentata nel testo originale.
4 - Il termotank è una cisterna riscaldata.
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