Sulle paurose leggende di Cento Croci, il cui nome ha già fatto almanaccare parecchi, bisognerebbe attingere a un antico manoscritto che tratta “Dell’origine e successi della terra di Varese”, steso nel 1558 da Antonio Cesena. Gli eruditi locali, tra diffidenti e superstiziosi, se lo hanno o sanno dove pescarlo, si guardano bene dal permetterne la lettura.(1)
– L’aveva il parroco Tale… L’ha ricopiato Tizio… Ne ha una copia il segretario comunale…
Il cercatore riceve sempre di queste risposte. Se poi lo richiedete a l’ultimo personaggio, presentando le credenziali di rito e garantendone la restituzione, vi dirà sicuramente:
– L’ho imprestato a Caio, vedrete, vedrete, ve lo manderò domani.
Dopo le inutili attese, conviene fare a meno dei famosi documenti che ormai le lunghe esperienze ci hanno insegnato a considerare un po’ come le pignatte di certi contadini furbi, esposte nelle credenze come mani familiari e ritenute preziose rarità perché un intenditore di passaggio ha detto un giorno al bisavolo, magari per burla:
– Che belle forme hanno quelle pentole, oggi è raro trovarne di simili…
Cento Croci d’altronde interessa assai più per i suoi prati verdi, per le sue acque cristalline e leggere, per la visione alpina che offre dall’alto dei suoi greppi, e lo sanno i villeggianti che cominciano ad affluirvi sfuggendo al caldo e certi amatori di sci che hanno cominciato a farne meta d’escursione in inverno, attratti dai monti bianchi e dai leggeri pendii che offre.
Un piccolo borgo a destra di chi sale ci attrae per l’esposizione del suo campanile alto alcune decine di metri, isolato sopra un poggetto a dominar la vallata con l’eco delle sue campane. È il più vicino alla nostra località.
La rotabile rurale, pianeggiante, opera di contadini locali saggiamente guidati e sorretti da chi ha saputo farne comprendere l’utilità, s’avvia al villaggio con un’ampia curva. Un pastore che ci guarda da un folto di ginepri, ci sembra il personaggio più adatto ad interloquire sul nostro soggetto. Pare non si sorprenda della confidenza con la quale, accesa la pipa, ci sediamo sopra un sasso vicino a lui.
– Che diavolo vi ha preso quando avete battezzato Cento Croci il monte? Vi pare un buon augurio? Non era più bello Lamba, il nome antico?
– Pensate che si sia battezzato noi? Bisogna saperlo che cosa successe laggiù nei secoli passati! Quando non c’erano ancora le strade e non si conosceva il treno e le automobili, chi veniva da Parma doveva passare per di là, non c’era altra via.
D’inverno, ancora adesso, in certe giornate non c’è chi si arrischia a passare. Vento, neve, nebbia; è dura la brutta stagione quassù. Chi era sulla strada però, e il tempo non sapeva prevedere, era forza che andasse avanti, ché da una casa all’altra c’era un giorno di cammino. Ogni burrasca faceva qualche vittima e il numero delle croci seminate nei dintorni dai pastori che seppellirono i morti per pietà era tale che per far più presto cominciarono a dire:
– Ci saranno Cento Croci!
– Mi pare però che ci sia stato qualche altra cosa, dopo.
– Eh sì, c’è dell’altro, ma son tutte vecchie storie; le raccontano sempre però, e sono persino scritte.
La paura di trovarmi nuovamente innanzi al vecchio problema del manoscritto, mi fece incalzare:
– Voi non le conoscete dunque.
L’attenzione prestata con tutta la possibile credulità, lusingò il narratore.
– Altroché. Ma chissà se saranno vere. Tra quelli di Varese, i nostri di Caranza, perché anch’io sono di Caranza, e gli altri di Valditaro, si misero d’accordo per fondare un ospizio di rifugio. C’era un monaco – non un frate – che aveva l’incarico di aiutare i pellegrini, ma era un’anima dannata. Pare che scavasse un pozzo lontano dalla strada e a quanti viandanti capitavano all’ospizio, se s’accorgeva che avevano soldi, nella notte faceva la festa cacciandoli nel pozzo con l’aiuto di altri assassini.
“Si dice che il cane di un pastore continuasse ad abbaiare sull’orlo di questo pozzo ogni volta che passava nelle vicinanze e che il padrone, nel levarlo di là sentisse il puzzo e denunciasse i delitti. Il monaco, coi suoi aiutanti, scappò su per le montagne del Gottero in una notte da lupi. Per ripararsi un po’ andarono a finire in una caverna con un terrore addosso che già si credevano essere nelle mani del demonio, e proprio i lupi, peggio dei diavoli, se li sbranarono”.
A proposito di lupi, pare appunto che una ingenua tradizione volesse erette contro i felini le prime mura di Varese. C’è un Passo del Lupo nei dintorni, a 1260 m. e in altre fantasie popolari la fiera fa le sue feroci comparse come nel racconto del nostro pastore.
A Caranza ci avviamo dal parroco. Nella sacristia un progetto di tempio a croce latina, con cupola sulla crociera, ci incuriosisce.(2)
– È la nuova chiesa, spiega il sacerdote. Questa è troppo misera. Per buttar via i denari in semplici restauri, conviene fare un bel lavoro.
Il pensiero non è certo cattivo, ma i mezzi? Il giovane parroco, all’uscita nel guidarci ove il tempio sta per essere ultimato, ci spiega:
– È questione di fede e di volontà. Dopo Vespro, ogni domenica, tutti i validi vengono con me al bosco o alla cava. Abbiamo scavato un forno primordiale e la calce la prepariamo noi.
Osserviamo una teleferica rozza ma robusta che traversa la valle. Le opere sono dunque predisposte con saggezza. Caranza avrà sì e no alcune decine di fuochi, compresi gli sparsi, e, con questi fermi propositi, sta per avere la più decorosa chiesa dei dintorni, che potranno invidiarle anche i borghi dieci volte più importanti.
Una delle maggiori ragioni per cui ci siamo spinti a Caranza è costituita da un fenomeno di abrasione degno d’essere osservato in tutto il suo sviluppo. Appena ci affacciamo al pendio, verso il Gottero, ci si distende innanzi una zona lunga circa due chilometri che va lentamente abbassandosi, per una larghezza spesso superiore ai cinquecento metri.
Le acque, raccolte dal torrente Stora, convogliate poi nel fiume Vara, finiscono per riversarsi nel Magra. Chi ha presente Bocca di Magra? L’interramento continuo e preoccupante che spesso ostruisce la foce caratteristica, folta di navicelli e di bragozzi pittoreschi, è causato in modo particolare dal fenomeno che constatiamo quassù. Fenomeno quanto mai semplice a comprendersi e forse quanto mai difficile ad arrestare. In alto vi è un Monte del Laghetto. La nomenclatura anche qui ci aiuta a capire. I piccoli altopiani conservano ancora i nomi che ogni contadino ripete: Lago Verde, Lago Secco, e persino Lago Mare. Vi sono ancora terreni paludosi ed autentici laghetti.
Le alluvioni hanno dunque ricolmato questa zona di laghi montani ostruiti allo sbocco da sbarramenti fragili: terra, radici, alberi. L’erosione, logorati gli sbarramenti naturali con gelo e piogge, fa sì che i piccoli altopiani formati dai laghi ricolmi si sfaldino e vengano disgregati dagli stessi elementi che l’hanno composti. Alcune case affondano: il terreno è ovunque spugnoso, pregno d’acque. I contadini, con sgomento vedono sparire la loro terra e interrogano muti gli ingegneri che si propongono di imbrigliarla non già perché non sfugga ai suoi antichi proprietari, ma perché non vada a impaludare la piana lunense.
Non si può lasciare Caranza senza conoscere il Cav. Biasotti. Visita di prammatica e quasi direi d’obbligo perché il vecchio avvocato, Giudice conciliatore, presidente, segretario dei molti comitati benefici, factotum insomma della regione, è anche, come ogni buon leguleio, uno scrigno, per lo meno, di originali ricordi.
Nella sua casetta, dove al comune gusto borghese è unita una certa aria campagnola confortevole, l’ospite non si trova a disagio. Scartoffie ovunque, naturalmente e, se non si manovra bene, si finisce per cascare in ragionamenti di sentenze, processi, ed articoli di legge: ma un buon bicchiere e qualche fetta di ottima torta, evitano il pericolo sollevando a più dolci sfere gli argomenti.
– Cavaliere, ditemi un po’ voi finalmente qualche cosa di sicuro sul soggiorno di Foscolo a Varese Ligure. C’è poi stato davvero il Capitano Ugo, o son frottole?
– Scia vedde, scia vedde – è il suo intercalare – c’è stato davvero. E come! nel palazzo Ferrari. Un mese almeno.(3) Era caduto da cavallo – lui questa volta, non l’amica – ma però un’amica, si sa, ce l’aveva anche qui, e lo curava, lo curava bene. Nel palazzo c’è un caminetto di marmo dove è tradizione abbia poetato.
“A me che i tempi ed il desìo d’onore”
Pare impossibile che certi versi scappino fuori quando meno ci si aspetta. L’avvocato gira largo dalle citazioni però, perché la memoria non lo assiste sempre bene su certi particolari, ma ciò che ricorda è sufficiente.
C’è un pianoforte inoperoso in un angolo.
– Un po’ di musica ogni tanto, purché non sia della radio dei vicini, fa sempre piacere, vero?
Abbiamo toccato un tasto delicato. Al buon vecchio l’unico figlio è morto in guerra e forse era lui, con la madre anch’essa scomparsa, che amava la musica. Dopo questo accenno la casa ora ci sembra un po’ vuota e deserta, piena soltanto di memorie e del culto di esse.
Si ritorna al Passo di Cento Croci per distenderci al sole su campi di pratoline fitte come l’ordito di un tappeto fantasioso e godere l’aria montana in attesa della corriera. Giornata serena. Una comitiva di contadini, ritorna cantando dalla sagra di un villaggio lontano.
Note:
1 - Probabilmente si tratta di Cesena Antonio, “Relatione dell'origine et successi della terra di Varese / descritta dal r.p. Antonio Cesena l'anno 1558”, ristampato dall’Accademia Lunigianese di scienze Giovanni Capellini La Spezia, 1993.
2 - In quegli anni, i parroci di San Lorenzo Martire a Caranza erano don Giuseppe Gandolfo (dal 1930 al 1932); don G.B. Pardini (1932 - 1938) - in seguito vescovo di Iesi - e don Natale De Vincenzi (1938 - 1943).
3 - “Scia vedde” significa “lei vede”.
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