I pescatori e i marinai in genere, quando parlano del Promontorio di Portofino, lo chiamano semplicemente il Monte. È comune nei due tratti della Riviera sulla quale si interpone come un molo gigantesco, il proverbio sempre in uso:
Passou a Punta de Portufin
addiu bèla che sun fantin.(1)
perché sia che si volgano a levante od a ponente, spariti dietro al Monte, i naviganti si sentono staccati definitivamente dal loro borgo.
La celebrità di San Fruttuoso è tale che qualunque cosa si tenti di scoprirvi già è stata scovata, detta, scritta e ripetuta in almeno dieci lingue. La sua clientela è infatti internazionale e il soggiorno o il passaggio di sovrani, da Giulio Cesare a… Guglielmone, non viene ormai più ricordato nemmeno come un avvenimento notevole.
Esaminiamo allora soltanto le nostre impressioni ed affidiamoci alla suggestione che ha lasciato in noi sin dalla prima volta che ragazzetti abbiamo scorto il paesucolo incastrato come un dattero marino in una spaccatura della scogliera di puddinga, passando al largo sopra un latino.
Nella folla di gozzi, gozzoni, latini che assiepano la più pittoresca spiaggia peschereccia che ancora esiste nella Riviera di Levante, in fondo al Golfo Tigullio, era noto il “Porta morti”. Lugubre nome, dato ad una mezza carcassa sulla quale però si continuava ad andare alle manaite senza troppe preoccupazioni, perché sulla sua solidità non c’era nulla da temere.(2) Questo latino era stato comperato a San Fruttuoso ed era il carro funebre del paese, quello che trasportava le salme a Camogli quando il tempo non costringeva a rimandare i funerali di qualche giorno. Venezia non è quindi sola a portar per mare i suoi defunti.
All’infuori dei Doria che nell’antichissima Badia tumulavano le salme dei loro congiunti, nessuno veniva sepolto a San Fruttuoso dove ancor oggi non esiste camposanto. Un vecchietto, di cui riparleremo, ci indicava molti anni fa una “piana” dove erano state sepolte le vittime del “Cresus”, terra consacrata per necessità, ma anche quelle ossa, raccolte poi in un sarcofago, furono tolte dalla terra.(3)
Come si può arrivare a San Fruttuoso? Tutte le guide lo ripetono: con barca da Camogli o da Portofino e precisano il tempo. Accennano poi a crose che definiscono sempre malagevoli, da Ruta a Santa Margherita. Lungo il crinale dove passa la migliore e più frequentata, vi è ad un certo punto persino una scorciatoia. Ogni tanto si smarrisce nelle larghe chiazze di puddinga arida, si sperde nel folto di qualche macchia intricata, e finisce per condurre proprio su muraglioni di scogliere dall’alto dei quali con poco sforzo si potrebbero bersagliare le case incuneate nell’apertura, che bisogna raggiungere a saltelloni.
A chi volesse poi scoprire ad ogni costo qualche cosa di nuovo (se ha allenamento all’alpinismo acrobatico), c’è un punto di partenza senza dubbio il più pittoresco e meno frequentato.
Si parte dalla Chiappa, a bosco, tenendo come primo punto di riferimento il semaforo, dove già la Repubblica genovese aveva un suo posto di segnalazione. Il cammino non è agevole ma da nessuna altra località la visione delle rocce ammassate a capriccio e che creano uno scenario da fiabe col loro popolo indisturbato di gabbiani, è così superbo.
– Non c’è nessuna strada per di là – si affanneranno a dire i pochi contadini – bisogna tornare indietro e salire al semaforo.
Si prosegue lo stesso. L’arida dentiera di puddinga è davvero impressionante con le sue pareti a picco, inaccessibili, ma per fortuna l’acquedotto di Camogli che si avvia alla sorgente delle Caselle ha collocati i suoi tubi in buon punto. Attraverso una bassa galleria, si oltrepassa la chiostra che riappare al di là non meno scenografica. Il tubo continua appeso alla roccia, sicché bisogna tornare a bosco.
Siamo penetrati in una valle completamente disabitata, paese vergine perché alla Cala dell’Oro arrivano soltanto i rari raccoglitori di lisca. Quest’erba che accestisce in cespugli così alti e folti da sbarrare il passo, è caratteristica del Promontorio e ha permesso la creazione di una industria tutta locale di San Fruttuoso. I dotti la chiamano Ampelodesmus tenax e noi aggiungeremo che esprime molto bene coi suoi fili ruvidi e taglienti la natura rupestre dei luoghi ove vegeta. Una famiglia di artigiani, i soli che non si spingano in mare ogni giorno, fa incetta di lisca, la mette a macerare e la attortiglia coi bindoli primitivi per farne i caratteristici “libani”, notissime funi che i pescatori liguri prediligono.
La Cala dell’Oro fu nota nei secoli scorsi come rifugio dei pirati che vi scendevano per provvedersi di acqua e vi appostavano i navigli genovesi. Dopo che la Repubblica fece edificare la torre tra le due Cale, gli agguati cessarono e rimase sempre deserta. Troviamo il Buco dei Corvi prima di avvistare il paesetto sul quale giungiamo attraverso sentieri e passi ripidissimi, andando a finire addirittura sui terrazzi, poiché il villaggio è quasi privo di strade e per attraversarlo si passa spesso da una casa all’altra.
La piccola baia prima non aveva una spiaggia. Il mare andava a rifrangersi fin sotto gli archi, ormai quasi interrati, dell’Abbadia, ripristinata nella primitiva nobile architettura in questi anni. Le barche erano tirate su regoli o slitte ovunque fosse possibile stiparle, issandole con carrucole, e le reti spiovono sempre da funi fissate sopra robusti lecci con lunghi rami penduli sull’acqua, così che la loro durata è maggiore di quelle stese ad asciugare sulle sabbie.
Nel 1915 l’alluvione che tanto danneggiò alcuni paesi della Riviera, si riversò anche su san Fruttuoso, irruppe sulla chiesina che da allora rimase monca di un’arcata, allagando le case e facendo franare innanzi a sé ogni cosa.(4) Il pietrisco e le rovine formarono l’attuale greto sassoso sul quale ora possono trovar posto alcuni natanti.
Una decina di anni fa era possibile farsi narrare da un vecchietto ancor vegeto molte delle storie ripetute poi e spesso deformate da tutti. Dal poggetto soprastante, interrogandolo in dialetto senza aver l’aria di carpirgli segreti, ci indicava in un punto del fondo marino i resti della chiglia del “Cresus”, affondato nell’aprile dell’anno 1855.
– Avevo otto anni. Gli uomini erano tutti alla pesca perché era una giornata buona. La nave inglese col fuoco a bordo tentava di avvicinarsi a terra perché era carica di soldati che andavano in Crimea, ma urtò sul fondo e rimase piegata di fianco. Le donne, varati i vecchi gozzi rimasti in terra, cercavano di portare aiuto.
È noto l’episodio delle sorelle Avegno, una delle quali annegò. La Regina d’Inghilterra, commossa, fornì ai familiari una pensione che alcuni anni fa non era ancora estinta del tutto.
La Badia per cui fu noto San Fruttuoso ha origini antichissime. Se ne ha memoria sin dal 986, quando Adelaide, moglie di Ottone I, fece donazione al monastero delle terre di Portofino.(5) La giurisdizione dei monaci era molto estesa. Vediamo nel 1200 anche la Repubblica acquistare da loro l’allora isolotto di Sestri. L’edificio gotico, offre oggi nel cortile interno una visione di pace rustica forse non meno serena di quella monacale.
Fiocine, nasse, palàmiti, cestelli, sugheri, pendono dai balaustri.(6) Rannicchiate tra enormi cercini di reti le rammendatrici agucchiano nella penombra e salutano col capo i visitatori costretti ad attraversare quell’angusto chiostro per discendere alle tombe dei Doria, visita di prammatica.
Sin dal XIII secolo i Doria ebbero in commenda l’Abbadia e vi istituirono il loro sepolcreto. La guida ha ormai, come tutti i ciceroni del mondo, la sua chiacchierata pronta, e appena si penetra nell’umida volta che i fascioni bianco-neri delle tombe gotiche interlineano a chiaro-scuro, comincia la sua recitazione:
– Qui è sepolto Egidio Doria che nel 1284 comandava l’armata del Re di Francia alla Meloria contro i pisani…
C’è sempre tra i visitatori qualche indiscreto che punteggia il discorso o fa delle proposte assurde, ma la pescatrice imborghesita non disarma.
– Violare le tombe è sacrilegio. Anche in Egitto quelli che sono andati nel camposanto di Tutankamen sono morti subito…
È severa con chi pretenderebbe entrare in costume da bagno ma non insiste con chi va a decifrare col cero, da solo, i caratteri gotico-latini per leggervi i nomi di Guglielmo Doria, Jacopo, Nicolò, Ansaldo, Luchetto, Babilano, sepolti tra il 1275 e il 1305. Rifacciamo la scaletta per andare a rivedere, in alto sul paese, la torre quadrata che Andrea piantò quando i benedettini abbandonarono l’Abbadia minacciata dalle incursioni piratesche; e poi passiamo all’osteria. Le lasagne, dopo le tombe (spesso, anzi, soltanto esse) hanno l’ossequio di rito. Guai però a non possedere stomachi ben foderati, altrimenti c’è da augurarsi di non tornare mai più a mangiare sotto i pitosfori ombrosi. Per scendere alla marina si attraversa tutta la casa. Nella sala, telefono e radio ci fanno dimenticare ogni isolamento. I quadri alle pareti, eredità d’osteria, si finisce per vederli accecati dal barbaglio che i riverberi marini proiettano intorno.
In attesa delle lasagne si può sfogliare il volumone dei visitatori:
“Evviva la gotta, abbasso Gotta” (vorrei morire per non sentire più parlare di Gotta).
Si legge nel centro di una pagina.
Le malignità letterarie non hanno limiti, allignano anche tra gli scogli. L’Autore della “Sagra delle Vergini” ha lasciato il ritratto con dedica al fortunato lasagnaio; qualcuno che non ha potuto fare altrettanto, si è sfogato sul registro delle visite.(7)
Ogni tanto capita in cucina qualche pescatore che ha tirato su con gli ami calati nelle fosse, un pesce lucerna o qualche altra voluminosa rarità di fondo. I clienti si commuovono, le donnine strillano e vorrebbero ficcare il ditino nella bocca deformata dell’asfissiato, o premono le pinne per sentire se pungono. L’oste rigira la vittima compiaciuto e si fa fotografare mentre la solleva con gesto gladiatorio.
Le luci violente fissate da Rubaldo Merello nelle sue tele che paiono incendiarsi, danzano e si riflettono sulla baia accecando e stordendo i visitatori i quali finiscono per rannicchiarsi nell’ombra assai presto, stanchi anche della tanto cercata e pagata solitudine.(8)
Note:
1 - In italiano: “Passata la Punta di Portofino/ addio bella che sono scapolo”.
2 - Le “manaite” erano reti per la pesca delle alici, utilizzate fino ai primi anni del secondo dopoguerra.
3 - Il “Croesus” (che Descalzo definisce “Cresus”) era una pirofregata inglese partita da Genova verso la Crimea con circa 400 uomini a bordo: affondò il 24 aprile 1885 davanti a San Fruttuoso. Due sorelle, Maria e Caterina Avegno, prestarono soccorso ai naufraghi con un gozzo, ma nel corso dell’operazione Maria annegò. Cfr. AA. VV. “Il Secolo XIX 1886 - 1986”, p. 322.
4 - L’alluvione si verificò nella notte fra il 24 ed il 25 settembre 1915 e colpì anche Santa Margherita e Rapallo. A San Fruttuoso fu distrutta anche la casa delle sorelle Avegno, citate sopra. Cfr. AA. VV. “Il Secolo XIX 1886 - 1986”, p. 184.
5 - Il testo originale riporta: “Se ne ha memoria sin dal 904, quando Adelasia, moglie di Ottone II, fece donazione al monastero delle terre di Portofino”.
In realtà la donazione fu fatta nel 986 da Adelaide (non Adelasia) di Borgogna, moglie di Ottone I il Grande (912 - 973).
Il figlio di costui, Ottone II di Sassonia (955 - 983) ebbe a sua volta una figlia di nome Adelaide.
6 - “palàmiti” è accentato nel testo originale.
7 - Gotta Salvator, “La sagra delle vergini”, Baldini e Castoldi, Milano, 1928.
8 - Il genovese Rubaldo Merello (1872 - 1922) fu pittore divisionista e scultore.
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