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11.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Gente del mare

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


“Il promontorio che serra il Golfo della Spezia da ponente, al tempo dei tempi fece i figlioli: prima la Palmaria, poi il Tino e poi il Tinetto. O meglio, il promontorio fece la Palmaria, questa fece il Tino e questo il Tinetto.
La faccenda, nel corso dei secoli interessò volta a volta gli eremiti, i pescatori, i pirati, i corsari ed i costruttori delle piazzeforti della Spezia. Per gli stretti bracci di mare che dividono la figliolanza passano i modesti velieri che vanno e vengono dai porti e dalle rive di Liguria ai porti e alle rive di Toscana, piccolo traffico assai animato, che deve fare i conti col maestrale e col libeccio. E in queste acque sanno bene arrangiarsi i sardellari”.(1)
C’è gusto ad andare avanti ma non è disonesto? Perché queste cose sebbene le vediamo anche coi nostri occhi, ce le mette innanzi con la sua fluida parlata marinara Ugo Cuesta; così che vien voglia di saccheggiarlo, ma più che altro per orientare il lettore e il compratore di libri se una volta tanto volesse finalmente conoscere un sano e autentico scrittore marinaro.
Aprite a caso, non importa a quale pagina, “Uomini sul Mare”, se avete gusto a godere l’elemento vitale della nostra regione e vi piace passare qualche ora in buona compagnia con chi si sente a disagio soltanto in terra.
“Il brigantino a palo rolla ampiamente sull’onda lunga, navigando a gran lasco. A bordo tutto bene; sul cassero il capitano armeggia coi suoi ingredienti da fotografo, fischiettano i canarini e il cuoco, molto unto, prepara una zuppa di piselli secchi; fra maestra e mezzana il nostromo taglia e i marinai cuciono una vela nuova di gabbia, perché i paraggi del maltempo sono vicini. Le vecchie vele nerastre rappezzate avranno riposo giù nel gavone, e comincerà la tribolazione della gente”.(2)
Non vi sentite a bordo? Si va da un capo all’altro, da l’una all’altra isola. Quanti sono i compagni coi quali c’è sempre modo di scambiare un mugugno, una risata, un bicchierotto o una burla? Questa che ci raccontano all’isola del Giglio ove ci sentiamo ormeggiati anche noi tra golette e tartane in attesa del carico di granito o d’uva dolcissima, mentre la cucina dell’osteria è in fermento, proprio non possiamo tenercela.
“Un tempo i portercolesi la domenica magari si davano una bella mutata, ma le scarpe non c’era verso che se le mettessero, sicché andavano alla Messa scalzi. Allora i santostefanesi sparsero sul pavimento della chiesa una mezza coffa di granchi. Quelli entrano, a piedi nudi, e cominciano a sentir pinzare. E dicevano: E che de’? Corpo di Chiesù, son nati li granchi in chiesa. Ce li abbin portati li santistefanari? Devin esser stati loro.
Andò a finire che quelli di Santo Stefano dovettero scappare sulle barche, e da terra venivano certe sassate da ammazzare la gente”. (3)
Si rischia questa volta d’andar proprio fuori rotta e la colpa è tutta di Ugo Cuesta che ci ha succhiati i motivi nostri, casalinghi, quelli di cui ci compiacciamo maggiormente, venendosene proprio dove abbiamo quasi costituito il nostro feudo artistico e insinuandosi addirittura a Portovenere dove intendevamo continuare la nostra illustrazione del Golfo dei Poeti. Sentite:
“Passa un po’ di vita, così, fra gozzi, leudi e bilancelle, un po’ di vita refrigerata dal salmastro e dai ricordi di vecchie avventure.
Qualche nome di compagni non più veduti affiora, vivido come un occhio di sole o velato come la costa che la calura sfuma: dove diavolo sarà “Spezia”, quello che legò la padella delle patate alla coda del cane?
Gran cuciniere, egli era, unto, sì, ma succolento, e tutti a bordo lo canzonavano perché parlava spezzino, e gli domandavano:
– A parlà cuscì, chi ti voeu che te capisce? O che te pà de parlà italian?”(4)
Questi “Uomini sul Mare”, col loro viziaccio di vagabondi, proprio ci han condotti fuori rotta ed è giocoforza seguirli, dare ascolto ai loro discorsi, distrarci alle loro storie, che sono poi le nostre e per questo non ci dispiace, ed è certamente anche per ciò che ci mostriamo tanto deboli. Sentite se questa non vi par di saperla, voi di San Terenzo e Val di Magra:
“Quando S. Mamiliano, che faceva l’eremita a Montecristo, sentì d’essere prossimo alla morte, disse ai gigliesi e ai campesi che del suo trapasso sarebbero rimasti avvertiti da una fiammata accesa sull’isola. E tutti, a Campo e al Giglio stavano attenti per correre a prendere il corpo del santo. Difatti ecco il fuoco; via con tutte le barche. I campesi arrivarono prima, ma di poco, sopraggiunti i gigliesi si misero a litigare:
– Corpo di Ghiesù – dicevano i campesi – l’amo pigliato noi e il santo è nostro.
– Giureddie – dicevano i gigliesi – invece è nosso.
Quelli l’afferrano alla vita, questi per una mano, e tira tu che tiro io, i gigliesi ebbero un braccio e gli altri tutto il resto”.(5)
Sembra la storia di San Terenzo, il pio vescovo scozzese, ucciso mentre era di passaggio in Lunigiana da due suoi beneficati, e sepolto all’Avenza in luogo ignoto. Una forte luce, splendente nella notte, avrebbe richiamato sul posto popolo e clero, con a capo il vescovo Gualtiero. A chi spetta il sacro corpo tra pareri tanto discordi e così accese gelosie medioevali? Quale deve essere la sua sepoltura e dove, visto che il popolo lo reclama per averne beneficio di favori divini e protezioni in tempi sempre calamitosi. La scelta è affidata alla sorte. La sacra salma viene caricata sopra un carro nuovo cui si aggiogano due giovenchi indomiti. Vuole la leggenda che il carro si fermasse presso una villa vescovile. E il nome intanto consacra qualche villaggio che dedica la chiesetta al culto del santo e ne perpetua la memoria anche se non può custodirne le spoglie.
C’eravamo proposti di muovere i passi in quel di Lerici e Portovenere e continuare a narrare cose antiche e nuove, care alla nostra fantasia di rivieraschi innamorati della Liguria e del suo mare. Doveva essere punto di partenza il castello poderoso e severo che domina l’antica terra di Lerici disputata da conti, vescovi, pisani e genovesi; si voleva assistere alle partenze delle preistoriche feluche noleggiabili con sei zecchini, nelle quali era possibile cacciar dentro carrozze, cavalli, scorte ed equipaggiamenti per arrivare a Genova senza rischiare il passo malfamato del Bracco e le insidie delle strade montane a rompicollo, e invece eccoci tra le mani il libro del Cuesta che ci trascina fuori di rotta coi suoi più freschi racconti, degni d’aver la precedenza sulle istorie che possono ancora attendere senza menomarsi, con la pazienza accettata in secoli di silenzio.
Umanissimo mondo, cordiale, tutto mare, aperto alla bontà che fa così ricco il povero, mondo che troviamo tanto di rado nella letteratura e che solo pochi artisti sanno rivelare e far vivere con la loro intatta semplicità, magari in frantumi e brevi immagini, in piccole scaglie, in appunti da Zibaldoncino ad uso e consumo di chi ama i naviganti e la loro vita come conviene in “Uomini sul Mare” Ugo Cuesta senza schiume letterarie, con una voce che sembra a volte rauca e d’osteria ed è invece casalinga e profonda come quella del mare, ci trae ad ascoltarlo, compie il miracolo di commuoverci, intenerirci e lo fa con tanta maggior grazia in quanto non v’è né studio né malizia ma paesana spontaneità.
Come ci faremo perdonare il saccheggio compiuto? Vi sono a Lerici e a Portovenere – chissà mai perché se n’è dimenticato – certe osterie oggi persino troppo abbellite, ove si cucina una zuppa di datteri unica al mondo. Ci sembra quel mangiare, il punto di congiunzione tra i suoi caciucchi e i nostri ciupin.(6) V’è in un celliere, per chi non ha viso troppo foresto, ancora qualche riserva di Sciacchetrà, di quello degli anni in cui le Cinque Terre non erano essicate dalla filossera. Salderemo dunque la partita da buoni amici al primo incontro.


Note:

1 - La citazione è tratta da Cuesta Ugo, “Uomini sul mare”, Casa Ed. Ceschina, Milano, 1938, p. 43.
2 - Ibidem, p. 85.
3 - Ibidem, p. 153.
4 - Ibidem, p. 47. “succolento” compare nel testo originale.
5 - Ibidem, pp. 154-155.
6 - Il “ciupin”, tradizionale alimento popolare, è una zuppa di pesce misto.


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