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12.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Visita a una miniera di rame

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Il torrente Gromolo è tra i corsi d’acqua liguri quello che più di tutti reca al mare acque torbide, che talvolta stagnano presso la foce ingiallendo un tratto di spiaggia e depositando i sedimenti anche su alcune zone di scogliera.(1) Nell’estate, non portando abbastanza acqua da sospingere sino alla riva, forma qua e là pochi stagni che a volte divengono vere gore, ma più spesso asciuga totalmente, mostrando un greto di sassi gialli, incrostati e imbevuti di sostanze minerali. Una forte percentuale delle sabbie che reca si può attirare con la calamita.
Risalendo dalla foce per scoprire la provenienza di tali scoli sedimentosi che non consentono mai al torrente di giungere al termine con le limpidissime acque della sua fonte, troviamo prima una fabbrica che vi riversa le vasche dove si effettua il lavaggio dei metalli dopo la ricottura, e poco più oltre un altro stabilimento per l’estrazione di sostanze chimiche industriali dal legno, che a sua volta scarica le proprie lavature non meno torbide.
Però, prima che queste industrie intervenissero a rendere grame le sue acque presso la foce, e anche dopo tolti gli scoli al suo corso e convogliati nella fognatura, il Gromolo ebbe e conserverà sempre un letto rugginoso, senza acque stagnanti in estate, ma con l’alveo così rossiccio e le sabbie pregne di sostanze minerali che nessuna alluvione invernale riuscirà mai a ripulire del tutto.
Oltrepassate le fabbriche accennate, il torrente unisce il suo nome a un agglomerato di case: La Pila, distinguendole dalle molte località omonime; piega poi in un bel tratto di pianura che cooperò a formare con le sue alluvioni insieme al Petronio, il quale sfocia a Riva Trigoso, quando nei secoli scorsi, recando sassi e terriccio, ricolmò lentamente il profondo golfo. A tratti arginati, o più spesso libero, più in alto occupa a capriccio il letto della valle di S. Vittoria.
Ai piedi della Rocca Grande, monte scosceso che si innalza per 968 metri, presentando nella sua parte dirupante strati friabili di ftanite rossa, dove la montagna si unisce al Tregin sbocca da una cavità scavata dall’acqua nella sua costante erosione, una copiosa sorgente. In un isolamento totale, a due buone ore di cammino dal primo paesucolo, esiste in quella località una casetta con intorno un podere: ivi nasce il Gromolo.
Poche altre sorgenti si uniscono al rivo, ma esso scorre veloce per il pendio senza troppe dispersioni. A un tratto, una presa ne cattura una parte che, lungo la viottola, vedremo poi in un canale cementato scorrere per vari chilometri sorpassando valloncelli su piccoli ponti ed anche una collinetta, attraverso ad alcune decine di metri di galleria. Questo solco d’acqua limpida è un acquedotto che i contadini di Cardini, Tassani e Rovereto si sono costruiti per uso agricolo e che serve loro l’estate, essendo tali località in groppa a colline, lontane dalle fonti; opera meravigliosa, fatta concordemente e conservata a cura di tutti per il bene comune.
Il Gromolo ha azionato anche, in un tempo non lontano, una piccola dinamo che dava luce ad alcune case del villaggio di S. Vittoria e muove ancora dei mulini, ma soprattutto con le sue acque ha servito e serve tuttora alla miniera di Libiola, della quale, con più rivoletti, traversa i meandri uscendone pregno del terriccio rosso e rugginoso su cui scorre. Poco oltre S. Vittoria, per tutta la zona collinosa che tende a congiungersi col Monte Bianco, a Bargone, ma specie nella località di Libiola, esistono giacimenti minerali l’estrazione dei quali ha dato in varie epoche copioso lavoro ai valligiani della regione.
Trascurando le miniere di manganese di monte Zenone, inattive, in una vasta zona di questa parte della Liguria, quelle di rame vi sono innumerevoli. I filoni Monticelli, Fontanella e Masi; i giacimenti della Frana, delle Barche e quello Bonelli; gli altri della Gallinaria, di Casali e dell’Acqua Fredda o di Loreto, sono oggi abbandonati. Se caliamo in qualcuno di essi, troveremo quasi sempre pozzi inondati, budelli ostruiti da frane, ogni cosa rovinata e corrosa dall’incuria.
A Libiola le enormi concentrazioni di pirite ramifera, per cui la miniera di rame è ritenuta insieme a quella di Montecatini la più ricca d’Italia, furono rinvenute dopo che si era traforato il Monte S. Vittoria in ogni senso e a vari livelli di gallerie, e quando già si era in procinto di abbandonare l’impresa.
Sebbene solo nel 1866 avesse inizio la ricerca e il tentativo di sfruttamento, pure negli antichissimi scavi preesistenti, si rinvennero utensili di pietra che fanno pensare a lavori compiuti in epoche preromane.
Issel e altri geologi che indugiarono a lungo nello studio del suolo ligure, osservano che in certe zone della nostra miniera vi è molta irregolarità nella distribuzione del materiale, il quale può mancare anche per tratti assai estesi e per altri può essere copiosissimo, come appunto fu dimostrato a Libiola. La ganga è quarzo o roccia serpentinosa detritica ricomposta, gli ammassi sono costituiti di pirite mista a calcopirite e sono talora superficiali. La loro presenza suole essere indicata all’esterno da grandi accumulazioni di sostanze scoriacee le quali sono appunto minerale ramifero le cui proprietà migliori furono asportate dagli agenti esterni, mentre il ferro si rivela anche a noi profani con le sue incrostazioni rugginose.
Sono appunto queste escrescenze, specie di enormi tumori che pare intacchino tutta la zona mineraria, che gocciando acque gialliccie, trasportano i sedimenti acidi al torrente intorbidandolo. Vi sono rivoletti che con brevi cascate spugnose rigano tutte le vallette impedendo intorno ogni vegetazione; troviamo sovente ai margini di questi botri schiume biancastre e dense, sature del noto odore di zolfo proprio di alcune sorgenti minerali. Il quantitativo di acido solforico che è diluito nell’acqua, costantemente si deposita sulle pietre e lascia tracce della sua colorazione lungo la valle.
Dove gli scavi, per la zona ormai impoverita, sono abbandonati, troviamo franamenti i quali più che opera di uomini ci paiono lavoro strano di bruchi giganteschi che abbiano voluto annidarsi fra quelle rocce verdastre. Sprofondamenti improvvisi, enormi imbuti che ingoiano terriccio franato, trattenuto sugli orli da magri pinastri; passaggi arditi in caverne capricciose; muraglie di un solo blocco roccioso con occhi tondi di gallerie rimasti abbagliati per l’improvviso cedimento di altre pareti consimili, minate per chiudere budelli pericolanti; tutto un rovinio alla superficie che fa pensare con sgomento ai passaggi bui nei quali si aggirano i minatori.
Da alcune bocche sulla collina, veri sfiatatoi per i quali la miniera respira, esalano il loro alito solforoso aspirato da ventilatori, i pozzi profondi e innumerevoli che traversano in tutti i sensi la montagna sbucando ai fianchi, nella valle, in alto o lungo le strade. In tal modo, ripulite le caverne della maggior parte delle esalazioni, i minatori possono più facilmente compiere i loro scavi.
Tutti gli operai sono delle colline circostanti e tutti vivono nella terra; chi non possiede la sua casetta e un piccolo tratto di vigna, lo prende in affitto ma nessuno vi rinuncia, forse per una necessità di sole che li compensi delle lunghe ore buie trascorse nei pozzi. Furono appunto essi i costruttori dell’acquedotto che consente d’irrigare i piccoli orti di casa. Non potevano essere semplici contadini quelli che hanno traforato la collina per evitare all’acqua un lungo giro.
Prima che le miniere assumessero tanta importanza, il tratto di bosco piuttosto povero e gramo dove giacciono, apparteneva a un contadino rimasto celebre con un nome fattosi proverbiale nei dintorni: Franseschin di marenghi. Una società inglese che intendeva intraprendere lo sfruttamento regolare dei giacimenti, acquistò dal vecchio contadino per una cifra irrisoria quel tratto boschivo. Iniziati gli scavi e avvenuto il ritrovamento del ricco minerale in quantità insperate, il tramestio dei lavori fece pensare a ricchezze favolose. Il quarzo incrostato di piriti dei vari metalli, assumendo a volta intense colorazioni dorate, diede luogo alla leggenda del rinvenimento dell’oro. Il minerale, in quantità che raggiunsero le tremila tonnellate annue, veniva avviato con pesanti carri nella rada di Sestri Levante da dove, scaricato a braccia, passava sui latini, dimentichi anch’essi delle reti per la nuova ricchezza, e a coffe veniva poi issato sopra una nave inglese ancorata un po’ al largo, non esistendo ancora il porticciolo.
La regolarità e continuità di questo traffico fecero perdere il senno al povero vecchio cui tutti soffiavano negli orecchi cifre mirabolanti e davano ad intendere le cose più assurde.
– Con il vostro terreno gli inglesi fanno i marenghi e ne caricano delle navi.
Cose di questo genere e peggiori, ripetute di continuo, persuasero Franseschin, il quale cominciò a ritenersi ancora proprietario della montagna e ad essere lui il manipolatore della miniera. Affacciandosi dal colle che per l’apertura della valle consente di vedere il mare, ogni mattina ispezionava l’orizzonte. Non appena scorgeva il piroscafo che veniva a compiere il suo carico, scendeva a Libiola, andava dai primi carrettieri, i Balicca, e via via dagli altri, ad avvertirli perché si muovessero, e dicendo a quanti incontrava con un mezzo di trasporto qualsiasi:
– Venite a dare una mano, è arrivato il vapore, una manciata ci sarà anche per voi. Son tutti marenghi d’oro della mia miniera. Portateli in valle dell’Alpe… a belle carrate…
Al povero vecchio tutti dicevano di sì. Quanti lo incontravano, conoscendolo, gli parlavano dei marenghi e lui sempre generoso:
– Quando arriverà il vapore ce ne saranno anche per voi, per tutti. In valle dell’Alpe li porteremo a carrate…
Con questo favoloso luccichio d’oro, inconscio della propria miseria, il buon Franseschin attendeva sempre la nave dei tesori come negli antichi miti, giocondo in quella sua speranza generosa, senza fortunatamente sentire mai, nonostante amare riprove, il peso delle sue disillusioni.


Note:

1 - Il Gromolo sfocia nella Baia delle Favole a Sestri Levante; la miniera di Libiola è nel territorio del comune di Sestri Levante.

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