Questo riprodursi di istituzioni che trasportate in valli diversi assumono poi aspetti proprii e generano tradizioni, leggende e fantasie nuove, le quali abbelliscono la vita intima del nostro popolo, e una delle più belle e singolari virtù, che rivela aspetti di gentilezza altrimenti ignorati e che perpetua col culto più soave del cristianesimo, costumanze le quali si smarrirebbero togliendo alla popolazione umile il più facile approdo alla fede e alla poesia.
Rapallo per il suo Santuario ha veramente compiuto ogni sforzo perché non sia secondo ad altri e da esso trae non poca, almeno nelle valli liguri, della simpatica fama che gode. Molti che non si partirebbero per vedere una parata nel golfo e assistere a feste sacre o profane, vi arrivano invece per recarsi a Montallegro. Quelli che provengono da levante spesso, anziché portarsi a Rapallo, da dove in breve tempo, per una crosa sassosa e ripida, per la rotabile e meglio ancora con la funivia, è possibile raggiungere la meta, preferiscono salire sulle alture di Chiavari e Zoagli, raggiungere S. Andrea di Rovereto e seguire la bellissima mulattiera che tra poggi e monti, assai agevolmente, conduce alla chiesa.
Lungo il cammino s’incontrano cappellette romite con piazzali ombreggiati da qualche pino, affacciate sulla marina; ai valichi, dalle vette e soprattutto dal Monte Castello, il Golfo Tigullio si mostra con riflessi e suggestioni nuove; casupole sparse tra boschi, paesini su l’opposto versante, echi di sagre che salgono nei giorni festivi con scampanii o sparatorie (giacché l’uso dei mortaretti sulle nostre colline è costante) e poi un folto di lecci e di roveri e infine l’apparizione del Santuario.
Il campaniletto grigio non emerge molto, ma aguzzo come uno squillo improvviso trafigge il verde della macchia e guida al sagrato ampio come una piazza, da dove la chiesa, con una ricchezza di marmi ancor lucidi che ci fanno risovvenire le facciate di Santa Croce e Santa Maria del Fiore di Firenze, spazia sulla valle che nell’apertura in fondo espone, con Rapallo, la parte più ricca e nota del promontorio di Portofino.
Se il Santuario è deserto, ciò che accade di rado, aggirarci nell’unica navata tra il lusso degli affreschi e l’addobbo vario degli “ex voto” di cui le pareti sono tappezzate, vuole dire scorrere con poco sforzo la storia della chiesa, meta dei pellegrini che non solo domandarono un’ora di sosta serena lungi dalle lotte di ogni giorno, ma un ausilio per superare dolori e angustie, non negato se la fede ha saputo essere semplice e salda.
Anche qui come in tutti i santuari liguri gli ex voto ci parlano del mare, questo essenziale elemento di vita per la nostra razza, su cui, insieme con la ricchezza, sovente giunge la sventura. Impossibile soffermarci anche ai più significativi, ma qualche cosa tra essi ci attrae particolarmente, perché attuale, nuovo ancora fra tutti quelli che i secoli scorsi hanno accumulato: l’ex voto della madre di un aviatore che si trovava a pregare nel tempio quando il figlio partiva per la spedizione di soccorso al Latham.
Sotto l’altare la fontanella è sempre aperta per chi vuol dissetarsi all’acqua lustrale che Maria fece scaturire su l’arido monte prima sacro alla morte e quindi ribattezzato Allegro per la Sua apparizione.
L’abside ha un arioso affresco del Maragliano; non mancano in tutti gli angoli vere opere d’arte. Una guida sempre cortese non esiterà a scoprirvi la sacra Immagine, racchiusa in una celletta al centro dell’altare, illuminandovela perché possiate in qualche modo ammirarne la prodigiosa freschezza di tinte e l’inalterata bellezza del disegno che non smentisce la sua origine bizantina. Vi narrerà poi, con semplicità di cuore, la storia leggendaria del ritrovamento:
“Un vecchio contadino della Fontanabuona, certo Chichixola, devotissimo, il quale attendeva sovente ai lavori del bosco di questa località, un giorno dell’anno 1557, stanco e sudato si pose all’ombra di una capannuccia per riposare e si addormentò. Dopo qualche tempo nel sonno gli parve di essere chiamato, si destò e quale non fu la sua meraviglia quando si vide innanzi la Madonna che sorridendo gli additava una immagine sacra e gli commetteva il compito di annunciare agli altri la sua comparsa.
Il vecchietto, sorpreso e ancora tutto pieno di sacro stupore, rivelò a tutti quanto aveva veduto e fu allora da Rapallo un accorrere di devoti alla buona novella, stupiti e ammirati innanzi all’immagine che rimaneva a testimoniare l’apparizione.
Il quadretto fu in processione recato a Rapallo nella chiesa, dove si intendeva conservarlo gelosamente, ma esso tornò per virtù miracolosa sul monte. Ritolto, fu riportato ancora a Rapallo e custodito con maggior cura e precauzione temendosi qualche inganno, ma senza che nessuno avesse contezza del modo che avveniva, l’immagine fu ritrovata nel luogo dell’apparizione. Ciò essendo stata giudicata volontà divina, si pose subito mano a erigere il tempio con l’opera e il concorso di tutto il popolo.
Avvenne nel 1574 che una nave dalmata passando presso il Capo Mesco, di fronte a Monterosso, si trovasse in difficoltà per il sopravvenire di una tempesta. Il comandante Nicolò Deallegretis e tutto l’equipaggio fecero voto di recarsi a piedi nudi al primo santuario incontrato al loro approdo per rendere grazie a Maria qualora fosse stato loro possibile salvarsi. Il fortunale trascinò la nave nel Golfo Tigullio dove trovò la calma presso Rapallo. Informatisi sul santuario più prossimo i naviganti si avviarono a piedi nudi a Montallegro per rendere omaggio alla Vergine.
Impossibile dire lo stupore dei marinai quando riconobbero nel quadretto la stessa immagine che per vari secoli i loro padri avevano venerato a Ragusa, da dove era misteriosamente scomparsa pochi anni prima, e che si favoleggiava proveniente da Bisanzio fin dai tempi in cui gli iconoclasti distruggevano ogni immagine sacra per ordine di Leone l’Isaurico. Finite le preghiere chiesero di riavere il quadro dicendo che loro spettava e tanto fecero presso il Senato genovese che la repubblica, forse per non avere noie maggiori, acconsentì imponendo la restituzione.
Il disappunto del popolo fu notevole e il rammarico profondo. Il quadretto, a bordo della nave straniera stava per abbandonare definitivamente la Liguria; già erano alzate le vele e la barca staccata da terra, ma prima che lasciassero il golfo i marinai udirono un suonare a distesa di campane che li stupì. Fatte molte congetture su quella improvvisa allegrezza, tanto meno giustificata in quanto in paese molti erano quelli che avrebbero voluto opporsi ad ogni costo alla consegna dell’immagine, pensarono di guardare nella tuga dove essa era stata riposta e con dolorosa sorpresa non la rinvennero.
Il fatto nuovo ed evidente li umiliò al punto che, non solo discesero a far le scuse ma ritornati al Santuario lasciarono un solenne attestato del fatto miracoloso più nulla sospettando di equivoco e losco”.
Il racconto ci riavvicina a molte leggende sacre della nostra terra e ci piace ascoltarlo con tanta maggiore attenzione in quanto elementi di serena poesia, legata alla fede, traspaiono in esso.
Se indagassimo sulle ricchezze lasciate in donazione alla chiesa da generosi di ogni tempo, dal patrizio Giuseppe Spinola al Cardinale Lambruschini; sulle visite di insigni prelati e di grandi propagatori della fede, da S. Francesco di Sales alla fondatrice delle Orsoline, la venerabile Brigida di Gesù; sui prodigi che il popolo rammenta, sui pellegrinaggi che anche recentemente richiamavano sul monte comitive di stranieri d’ogni nazione dirette a Roma, sulle spogliazioni subite in età fortunose, ecc. dovremmo lungamente sostare sulla storia di questo Santuario. Fu anche degnamente cantato da alcuni poeti in varie lingue, ultimo, in ordine di tempo, F. A. Castello che in versi dialettali ne fissa l’immagine, così che ci piace concludere con le sue parole:
…odoa i pin
e lazzu in fondo canta e luxe o mà.(1)
Note:
1 - Probabilmente Descalzo cita Castello, Filippo A., “Zena a Liguria e o so folcrorismo / Filippo A. Castello; disegni originali di Margherita Oberti”, Genova : Casa editice nazionale, 1930.
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