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10.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Il borgo delle fiere campagnole

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Borgotaro, divenuto non si sa bene perché, Borgo Val di Taro, per cui il più breve nome s’è sostituito in tutte le insegne senza però causare confusioni di sorta, è il paese ove la vita borghigiana continua immutabilmente, e dove ogni manifestazione ha origine da antichissime tradizioni e conserverà sempre la sua colorita impronta rurale. Le macchine potranno accelerare il ritmo delle sue attività, i nuovi apporti della civiltà meccanica indubbiamente recheranno note diverse, ma tutto si livellerà presto alle esigenze del suo traffico e avranno sempre il sopravvento i bisogni elementari dei lavoratori della terra per i quali ogni evoluzione si compie lentissimamente e tutto, oggi come da millenni, è semplice e primitivo.
Vorrei trascinare alla “fiera dei morosi” strapaesani e stracittadini, artisti e borghesi per trasportarli un’ora fuori del mondo loro, ché, comunque sia, rozzo o raffinato, ne troveranno uno diverso e vario per la multiforme concorrenza di popolo che vi converge. È questa forse una delle maggiori che si tenga nel Borgo, ed avviene il domani della Pentecoste. Altre innumerevoli hanno luogo in ogni stagione, e tutti i lunedì vi è mercato, ma la “Fiera dei morosi” riassume per concorso e varietà di popolo tutta l’attività paesana di questo importante centro.(1)
Il Borgo è sul Taro, come il nome indica; sebbene la robusta cerchia di mura che lo cingeva più non sussista che in parte, facilmente comprendiamo con quale studio sia stata scelta la località e come, nei tempi fortunosi che ebbe vita importantissima, poteva facilmente essere difeso e resistere anche a lunghi assedi. Dalla Liguria vi si può giungere per ferrovia partendo da La Spezia, ma per avere una chiara idea della sua importanza conviene giovarsi del servizio automobilistico. Per sessanta e più chilometri la corriera ci trasporta attraverso a tutto l’Appennino ligure e dal mare, lasciato Sestri Levante risaliamo prima al passo di Velva e quindi a quello di Cento Croci sorpassando i mille metri e osservando agevolmente il sistema di colline e le montagne che ci dividono dall’Emilia.
Quando la vettura, da Varese Ligure comincia a scalare l’ultima e più lunga salita, ci si presenta una zona che giustamente sta per diventare famosa. Troviamo sobborghi al Poggio prima e, verso i mille metri ne incontriamo altri che consentono riposi estivi come nelle migliori regioni alpine. Non ci sorprende più il nome di Centocroci se ci affacciamo da l’ampio terrazzo dell’albergo Alpino e accettiamo la più facile etimologia dei valligiani; infatti su valli e pendii, su creste, crinali, sono forse cento e più le vette dei campanili che emergono a indicare casolari e villaggi in uno scenario alpestre che ci trasporta assai lontani dalla Liguria stipata sul litorale che comprime negli imbuti nelle valli i suoi piccoli centri.
Oltre il passo di Centocroci, la vallata del Taro si dilata digradando dolcemente sino al fondo valle del nostro Borgo, che ha attorno a sé quasi un altopiano ove non solo trova posto un campo di fortuna per aeroplani ma offre a industrie e culture vasti terreni regolari ai lati del fiume sempre ricco di acque. Verso Tarsogno, troviamo l’albergo Miramonti il quale, come i precedenti, rispecchia anche nel nome la località dove sorge.(2)
Appena s’entra in paese, sorpassati ampi edifici dove hanno sede le scuole, e le case nuove che estendono il borgo assai oltre l’antica cerchia, s’incontra subito l’ampio piazzale alberato dei mercati. Bestiame e bestiame ovunque; grida, urlii, grugniti e belati, mugghi e nitriti; nella moltitudine villereccia che contratta e si fa largo, l’odor di stallime stagna con quello del fieno che ne tempera coi suoi profumi silvestri l’intensità. Cavalli che s’impennano, buoi che s’adombrano, porcellini che recalcitrano strillando, trattenuti per la coda attorcigliata, e sforzano quasi volessero strapparla…
Da intenditori, i valligiani venuti dai dintorni di Bedonia, Pontremoli, Albareto o Valmozzola palpano, interrogano, pungono di sorpresa i garretti, sempre diffidenti.(3)
La fiera invade vivace tutto il Borgo. Le file regolari di casa, hanno facciate barocche, lo stile che trionfa ovunque, e nelle vie selciate si circola a mala pena. Col già famoso mercoledì di “Campo dei fiori” a Roma, possiamo annoverare anche questa invadente moltitudine campagnola. La varietà è minore, non vi è, per i bibliomani una “piazzetta del paradiso” perché il libro qui s’ignora, ma i mille aggeggi di fattoria, lucidi o rugginosi, gli infiniti ammenicoli delle case rurali, i grotteschi soprammobili dei salotti contadini, stipano bancarelle e negozi affacciandosi seducenti allo sguardo di chi è disceso col gruzzolo.
Un cartolaio ha la radio in funzione e presso la vetrina ecco sostare prima una contadina incartapecorita che chiama, sbracciandosi, la sua comitiva, mentre uno zappatore ingobbito tarantella su l’aria gargarizzata dall’altoparlante, dando lievi urtoni alla folla distratta. C’è ancora chi s’incanta davanti alla radio e ciò è ben degno della nostra meraviglia. Ascoltando qualche esclamazione possiamo già intuire i lunghi discorsi che saran fatti ai rimasti, quelli che scendono al borgo di rado o hanno finito il tempo delle loro sagre.
Non è da consigliarsi un pasto a casaccio in quel giorno, nella prima trattoria. Tra la salsa avariata e il vino inacidito c’è da intossicarci. Conviene spingersi allora oltre il bel ponte sul Taro e cercare al largo qualche onesta osteriola anche per evitare la musica gastronomica delle fisarmoniche.
Ma bisognerebbe parlare dei “morosi” giacché ci siamo proposti di recarci alla loro fiera. Il maggio birbone li ha risvegliati tutti, adolescenti e maturi, illusi e disillusi… Già sulla corriera se ne adocchiano degli eleganti ma è tra la folla, con la finta indifferenza dei bighelloni, che si sorprendono in fazione. Le forosette vanno a comitive; si consultano, ridono di sottecchi, sbirciano con occhiate rettilinee come razzi, richiamano, ostentano disprezzo, il gioco consueto insomma trasportato su una scacchiera dove la confusione è propizia ai tentennanti ed agli incerti ed è la galeotta che crea le occasioni.(4)
Le cittadine passano con una certa alterigia, con un certo disdegno, esse conoscono il flirt più raffinato, e non hanno bisogno di fiere per i fidanzamenti e per gli approcci. Pare anzi che assistano, fiancheggiate dagli zerbinotti, allo spettacolo senza parteciparvi, ostentando la superiorità del loro rango sui sempliciotti, e ridacchiano ogni volta che, superate le difficoltà più dure, qualche ardito contadino è riuscito a vincere la ritrosa e la trascina per mano quasi strappandola al crocchio che vorrebbe sequestrarla e negargliela.
Discesi quasi ancora estranei, i giovani ritornano alle loro case nelle valli o sulle colline con la certezza di aver compiuto un gesto decisivo. Gli acquisti sono stati molti, i doni, una volta tanto, generosi. Continuano a parlar della fiera per avere un tema inesauribile, in attesa di poter parlare liberamente d’amore.
Qualche poeta vernacolo, nel dialetto che non è quasi più ligure e non è ancora emiliano, traccia ogni tanto i suoi quadretti di colore sul foglio locale che esce quando può: “Su e zù pr’al Burgu”

I zuvnoti e le fiole – pian pianen, a vön a vön
con la scusa d’-le viöle – i sin van duv’n’ghè nissön
gh’è chi bala la munfreina – gh’è chi sbraia…

Borgotaro non fu però sempre un borgo di pacifici commerci, di onesti traffici. Nel medio evo vide tra le sue mura frequentissime discordie e assistette a tragedie le cui rievocazioni ci riempiono d’orrore. Sebbene con l’attuale nome non compaia che nel XIII secolo, sappiamo che fu l’erede di Torresana, centro importante che si crede scomparso in seguito a una paurosa frana. Nell’età dei comuni si resse indipendente sebbene Piacenza riuscisse spesso a sottometterlo. Vide il passaggio di Enrico VI di Svevia, di Federico II, e, quello che lasciò più traccia di sé, di Elisabetta Farnese, quando, per la politica del cardinale Alberoni fu sposata per procura a Filippo V di Borbone, la quale sostò nel Borgo prima di raggiungere il marito in Ispagna.(5)
La dominazione pontificia, avvenuta nel 1322, diede luogo frequentemente nei continui mutamenti dovuti a conquiste, cessioni o offerte spontanee, a controversie con gli imperatori, degenerando anche in una lunghissima contestazione sulla qualità feudale e originando una lotta diplomatica così che le scartoffie di infiniti archivi furono spolverate per anni dai più occhialuti giuristi. Vi fecero buon governo i Fieschi cui fra l’altro si deve lo statutum deliberato dal consiglio dei cittadini nel 1468, ma fallita la congiura di Gian Luigi, il borgo passò ai Farnese ai quali rimase poi quasi sempre soggetto.
Nei vari mutamenti di governo, vi fu un tempo che la richiesta dei diritti di signoria da parte dell’antica famiglia Platoni, diede origine all’avversione violenta dei Costerbosa i quali si opposero minacciando, e in un consiglio, estratti i pugnali, uccisero cinque degli avversari. Ciò che avvenne in seguito a quell’eccidio, dovette essere ben grave se un raccoglitore di notizie, lo Scarabelli, ci ha lasciato scritto: “…divisi i parenti non vi erano crudeltà che loro non commettessero. Furono visti alcuni bere il sangue del nemico ucciso, altri mangiare crude e cotte le viscere; tigri, non uomini. La guerra del Borgo s’allargò nel territorio, le case vennero rotte e disfatte, violate e tagliate in viso le donne, ammazzati i bambini…”.
Il passaggio di Elisabetta Farnese è ricordato con un obelisco barocco che i borghigiani chiamano ridendo “la machina” tanto è barocco e macchinoso. Il borgo non ha più sentore dei lieviti di odio passati e si estende ogni giorno, centro di opere e di commerci per la pace, la vita e la ricchezza di tutti quanti lavorano la terra che lo circonda.


Note:

1 - Descalzo annotò nei suoi diari, alla data 16 maggio 1932:

“Scontento, con la malinconia pesante. In fabbrica, profittando che l’indomani della Pentecoste, è quasi festa, non si lavora. Per me c’è il buono d’entrata ma dopo un’ora non ho saputo restarvi. La corriera al lunedì va sino a Borgotaro. Mi ci sono installato per rivedere Centocroci [sic] e il borgo sul Taro. Lentamente, nell’isolamento creato dal viaggio, ho ricuperato un po’ di serenità e sono disceso a mezzogiorno senza pentirmi delle quattro ore di cammino dopo aver risalito i 1060 metri. Ho visto la confusa “fiera dei morosi”. Tutti a coppie e in procinto di esserlo. I contadini di chilometri e chilometri oltre il borgo sono discesi al convegno fieraiolo e le fogge degli abiti e lo sfarzo delle rozze eleganza non erano certo privi di vanità. Maggio ha risvegliato i suoi fermenti; il vocio, i lazzi, i corteggiamenti s’incrociavano nel tanfo di stallume e di polvere, di mercanzie e di cibi irritanti, di sudore e di profumi. Non ho potuto non ricordare D’Annunzio nel Trionfo della morte. Nel ritorno pochi minuti al passo di Centocroci [sic] mi hanno compensato anche dell’orribile pranzo che ho dovuto consumare nella calca. Vallate e vallate su vari pendii. Un silenzio e uno stupore di cose da alta montagna. A San Pietro Vara la sorella della moglie di un amico mi ha consegnato una lettera da recapitare e ho dovuto accettar l’invito per la serata. Famiglia compita ma borghese irrimediabilmente. Unico compenso le grazie per fortuna non leziose della padrona di casa, che mi hanno concesso di non sperdermi sempre in noiosi e pesanti ragionamenti”.

Cfr. De Nicola Francesco, op. cit., pp. 57 - 58.

2 - Nel testo originale è “Torsogno” invece di “Tarsogno”.

3 - Nel testo originale è scritto “polpano” invece di “palpano”.

4 - “forosette” significa contadinelle.

5 - Elisabetta Farnese fu a Borgotaro fra il 23 ed il 25 settembre 1714; era partita il 16 settembre da Parma diretta a Genova, dove arrivò il 30 settembre con una galea partita da Sestri Levante. Da qui proseguì via terra per la Spagna; raggiunse Filippo V solo il 24 dicembre di quell’anno.



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