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8.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Il Santuario della Pineta

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Nell’asse centrale del Golfo Tigullio, tra Chiavari e Zoagli, entro il folto di un bosco di pini, lecci e roveri, sorge una chiesuola che si avvista da tutte le rive, romita nonostante che pochi metri al di sotto corra la provinciale, percorsa in tutti i sensi da viaggiatori e turisti frettolosi.
Da Chiavari vi si sale inerpicandoci su quella viottola che a una vecchia devota faceva dire, rivolgendosi alla padrona che parlava in lingua: – È una montata poscitese ammazzata, piena di muni e di rizzoli – rendendola celebre per la definizione.(1) Raggiunta la chiesa di Bacezza, in alto sulla città, si continua poi lungo lo stradone tra uliveti e ville arrivando al Santuario in poco più di mezz’ora.
Verso il mare l’inizio del bosco ha aspetti inconsueti. Le alte piante sul dirupo vertiginoso, a volte quasi verticale, ben radicate tra le rocce coperte di terriccio, che ogni tanto franano, si sporgono seguendo la curva del declivio e crescono folte e ombrose forzando i rami in alto come in una perpetua tensione per reggersi sul suolo. Il bosco, risparmiato dal ciclone della guerra che nelle vicinanze li ha rasi tutti lasciando per vari anni le montagne spoglie, ora rinverdite grazie all’opera della Milizia Forestale, ha dato il nome al Santuario e, gettando al vento i suoi semi, ha fatto crescere anche sul campaniletto della chiesa un pino che ritroviamo nelle stampe antiche, riproducenti l’edificio con quel tanto di rassomiglianza che avevano le incisioni primitive.
Nel Santuario si venera un’immagine sacra che “per essersi in altri tempi dimostrata graziosa, chiamavasi e chiamasi tuttora la Madonna delle Grazie”. È appunto con questo nome che il popolo denomina il Santuario dove si avvia processionalmente, recandosi alle sagre o salendo a pregare per chiedere assistenza.
Sin dal tredicesimo secolo esisteva in quella località una cappelletta, forse simile alle molte che troviamo disseminate sui passi montani, sui poggi e sulle alture più avanzate nelle nostre colline, ma la strada che diede origine al Santuario vi fu recata soltanto verso il 1400. La tradizione che fa risalire la costruzione della chiesa con ospizio ai cavalieri dell’ordine Gerosolimitano, ci narra l’origine dell’immagine con una leggenda tra le più suggestive.
“Trovandosi un capitano di nave od altro nocchiero qualsiasi in una città delle Fiandre, s’imbatté un giorno passeggiando, ad una bottega, a quanto pare, di rigattiere, dove trovavasi in vendita una graziosa statua della Santissima Vergine col bambino in braccio. Si accosta a Lei, la contempla e tanto gli piace che ferma dentro di sé di volerne fare acquisto. Ma come fu facile a proporre così fu anche facile dimenticare. Si trattenne ancora qualche tempo nella città, finché sbrigatosi di ogni sua faccenda si rimetteva in viaggio. Favorevoli spiravano i venti, gonfie erano le vele, il mare tranquillo; sicché salpate le àncore il bastimento avrebbe dovuto tosto partire. Ma la cosa fu così: la nave stette ferma al suo posto, né vi fu arte di vela o remigio che valesse a smuoverla di là un punto solo.(2)
Costernati ne erano i marinai, né sapendo indovinar la cagione di un tale avvenimento, cominciarono fra loro a pronosticare, ma inutilmente. Così stando le cose, il capitano del bastimento, ch’era uomo di gran fede, si ricorda della statua da lui veduta, e nella semplicità di essa credendo che da Lei quella resistenza provenisse, discende a terra e corre difilato alla bottega dov’ella trovasi. Non tarda ad accordarsi col venditore circa il prezzo ed avutala, la fa portare sul bastimento, il quale appena è tocco dalla benedetta Effigie, spicca incontanente dal porto ripigliando tosto cammino.(3)
E già per questi mari avviandosi, la nave era giunta rimpetto alla Cappella dove la Vergine, rinnovando il prodigio, la ferma ad un tratto ricolmando ciascuno di nuova meraviglia e grande stupore. Pronosticavano fra loro nuovamente i marinai, né potendo conoscere da qual forza invisibile fossero quivi trattenuti, facevano invano ogni sforzo per proseguire il cammino. Finalmente dal primo caso fatto accorto, il padrone prese a domandare ai marinai di altre barche che vicine passavano, qual cappelletta o chiesa fosse quella che nel mezzo della pineta vedevasi, e venendogli risposto ch’essa era una cappella dedicata alla Madonna, avvisò tostamente che fosse volontà di Dio e della Vergine ch’ei dovesse trasferire colassù la statua di cui aveva fatto acquisto.
Ordina che sia calata su di un battello, e sceso egli stesso agli scogli là dove dicono il Gruppo del sale, la fa posare a terra e recasi coi suoi marinai a collocarla fin sopra l’altare della Cappella che aveva veduto dal mare”.
Tra gli ex-voto di cui il piccolo tempio si adorna copiosamente, uno ricorda la grazia ottenuta nel 1600 dal Capitano Giovanni Fontana di Chiavari che ci riporta ai tempi in cui Algeri imponeva tributi ai naviganti che volessero libero il passo, esercitando come un diritto incontestabile la pirateria e valendosi della sua fama di invincibile per predare e spadroneggiare in quasi tutto il Mediterraneo. Costui, fatto prigioniero con la sua famiglia, dopo aver sostenuto vari anni di prigionia, con cinquanta altri cristiani riuscì a sfuggire su una nave e a liberarsi nonostante l’inseguimento a cannonate degli algerini.
Se sfogliamo le cronache raccolte accuratamente da storiografi locali, esumando vecchi documenti manoscritti e notando i fatti che hanno reso popolare il Santuario, troveremo sempre in primo luogo l’invocazione nelle calamità pubbliche e, scorrendo lo sguardo su quelle narrazioni, ci sarà facile rivedere impronte scomparse e caratteristiche regionali altrimenti disperse.
Il racconto della grazia ottenuta da un malato per il quale fu necessario un intervento chirurgico, ci riporta all’età delle rebellee e ci trascina per le strade litoranee in galoppate per quei tempi celerissime e che oggi ci paiono inverosimili. Per andare e tornare da Genova erano giornate e notti intere di cammino, con quale disagio per i sofferenti è facile capire.
Le vie del Santuario videro interminabili pellegrinaggi nel 1871. Salivano a comitive numerosissime e s’avviavano alla chiesa pregando, attratti dal miracolo che tosto s’era reso noto in tutta la regione per cui non solo i devoti consueti ma forestieri e stranieri s’avvicinavano per vedere la prodigiosa immagine che con occhi viventi affissava le turbe prostrate ai suoi piedi.
I giornali di quel tempo recano nomi e particolari ora di prelati ora di secolari e persino di artisti che, recatisi a rendere omaggio alla Vergine, avevano avuto dal suo sguardo ora pietoso ora ammonitore, la rivelazione della divinità.
Il movimento degli occhi e il cambiamento di colore della statua per cui la popolarità del Santuario divenne ad un tratto grandissima, si rinnovò or sono pochi anni, e con lo stesso fervore di fede o di curiosità anche nel 1924 moltissimi furono gli accorsi che, tornando ora incerti ora rinfrancati, conservarono comunque della chiesetta romita un ricordo sereno, rinnovando la fede e rinsaldandola nella devozione a Maria.
Il Tempio ha un singolare pregio artistico, grazie ai grandi affreschi di cui si ornava, purtroppo quasi totalmente scomparsi. A somiglianza di molte chiesine del quattro e cinquecento, le sue pareti recano tracce della passione di Cristo, narrata con arte umile e sincera da pennelli che attingevano dalla storia religiosa i motivi della propria ispirazione.
Il Santuario della Pineta, purtroppo addossato con tutta una parete alla collina ed esposto ai venti marini, per l’umidità e l’aria salmastra si è visto spogliato di un vero tesoro che per l’arte ligure sarebbe stato di gran pregio poter conservare. Teramo Piaggio, il pittore che sovente si univa ad Antonio Semino, per cui non pochi dei lavori furono compiuti in comune, nativo di Zoagli, lasciava la più ampia documentazione della sua arte in questa chiesetta, forse con tanto maggior entusiasmo decorata in quanto è vicinissima alla sua terra nativa.(4)
Allievo del nizzardo Ludovico Brea, il Piaggio fu uno dei primi pittori dell’antica scuola genovese. Molte opere furono lasciate e si ritrovarono, specie in Liguria, ma intenditori e critici sono concordi nell’affermare che soltanto nella chiesetta delle Grazie egli aveva raggiunto la maggior perfezione e che in essa si conservava la maggior perfezione e che in essa si conservava l’opera più pregevole. Non pochi proposero, quando ancora era possibile, di rilevare almeno i disegni delle grandi pitture, e tra gli altri l’Alizeri, ma nessuno assolse il compito per cui l’opera deleteria degli elementi, anche per l’incuria in cui si trovò la chiesetta in tempi fortunosi, ha finito per cancellare i tratti più cospicui e rendere impossibili i restauri.(5)
Come appare a noi oggi, arrivando ad essa, sopra un terreno che continuamente minaccia di scivolare sul fondo delle scogliere e talune case vicine si fendono e franano lungo il pendio, la chiesina a una sola navata, col tetto in legno, le pareti gonfie per l’umidità, tappezzate ai bordi delle pitture dai quadretti votivi, ci dà un senso di squallore se non proprio di abbandono. Immagini sbiadite, bracci o viluppi di membra, panneggiamenti strappati dall’intonaco cascante, sfondi incerti si rilevano qua e là. L’altare però è sempre ricco e nella nicchia la statua fiamminga di Maria si conserva pura e inalterata tra gli ori degli omaggi e il lieve profumo di incenso che stagna all’intorno.
Nei giorni lontani dalle sagre affollatissime non s’incontrano che poche fedeli e qualche viandante che sosta per raccogliere nella pace, divotamente, la sua anima, lasciando un attimo la strada maestra che corre sul litorale. Uscito dalla chiesetta egli attraversa il folto del bosco superstite e più che altro indugia sul piazzale affacciandosi al muricciuolo da dove, lungi, la penisoletta di Sestri Levante da un lato e il promontorio di Portofino da l’altro, gli sorridono specchiandosi nell’azzurro inalterabile del Golfo Tigullio che il Santuario domina liberamente, eseguendo lontane scie di navi, o incerte vene lisce di correnti marine.


Note:

1 - La traduzione è: “È una salita potessi morire ammazzata, piena di mattoni e di sassi”.

2 - “àncore” è accentato nel testo originale.

3 - “incontanente” è scritto nel testo originale.

4 - Nel testo originale è scritto “Piaggia” invece di “Piaggio”. Teramo Piaggio visse fra il XV ed il XVI secolo. Antonio Semino, esponente di una famiglia di pittori, nacque a Genova intorno al 1485 e morì intorno al 1555. Ludovico Brea nacque a Nizza intorno al 1450 e morì a Genova nel 1523 circa.

5 - Probabilmente Descalzo cita Federico Alizeri (1817 - 1882), genovese, erudito e storico dell’arte.



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