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8.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - La Cervara senza monaci

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Chi saliva alla Cervara nella passeggiata domenicale S. Margherita – Paraggi – Portofino, dopo aver scampanellato al convento, quando chiedeva al frate portinaio di poter visitare la prigione di Francesco I, era facile che si sentisse rispondere:
– Pas le dimanche.
Se ignaro della storia dell’Abadia, il visitatore rimaneva sorpreso a riflettere su quella risposta, mentre il monaco silenziosamente richiudeva il portone e tornava insieme ai confratelli, nella chiesetta che mandava l’eco delle preghiere a spegnersi nel quieto sagrato.(1)
La prima volta che potei affacciarmi dalla maestosa altana della Cervara che si spalanca sul Golfo Tigullio, per aver facile l’entrata profittai di una gita delle scolaresche, ridiventando per l’occasione un monello un po’… cresciuto. Le maestre che accompagnavano i ragazzi, come in tutti i conventi, furono escluse dalla visita, sicché per la circostanza mi sostituii loro.
Mentre sostavamo nel chiostro in attesa della guida, alcuni frati sparsi intorno, presero a far domande:
– Venite da Sestri Levante? Si vede bene il vostro paese dal terrazzo; è proprio di fronte, in fondo al golfo e sembra una parentesi che lo chiuda. Però se il tempo non è chiaro, sembra tutt’uno con la punta che gli è dietro e nessuno s’immagina che sia una penisola. Avete anche laggiù un convento di frati, vero? Non andate mai a far dispetti?
– Macché, vi pare? Noi non ci prendiamo di questi divertimenti.
Ed aggiunsi forse qualche assicurazione più categorica sulla nostra buona educazione. Non avevo però notato bene con chi ragionavamo. Dietro a un pilastro, insieme ai certosini vestiti di bianco, un cappuccino col saio ben diverso mi aveva sbirciato per qualche istante e con un’ironia bonaria che mi sarà difficile dimenticare, aveva ribattuto subito:
– Tu vai soltanto a tirare il campanello la sera del Giovedì Santo…!
Il colpo era tirato giusto. I ragazzi mi guardarono senza ben capire, gli altri monaci sorrisero. Fissai il cappuccino e rivissi in un attimo una scena che mi pareva d’altri secoli, tanto era lontana dalla mia memoria, sconfinata nella fanciullezza.
Il Giovedì Santo, giorno di festa e di monellerie. S’andava a visitare i Santi Sepolcri burlandoci della folla villereccia che divallava variopinta dalle frazioni. Limun, più sguaiato e bravaccio del solito quando s’era in brigata, ne aveva fatte delle cattive. Tra l’altro, tirata una pedata di sorpresa ad un cesto di lupini, aveva fatto ruzzolare i frutti dorati lungo la discesa delle monache, provocando uno scandalo.
Ai cappuccini s’era giunti di notte. Nella chiesetta, in quell’incanto di luci ove tutti rimanevano abbagliati e commossi a guardare Cristo morto, avevamo sostato più che altrove. Con occhi pieni di stupore avevamo guardato il tappeto che il Pittorello rifà ogni anno setacciando foglioline d’erica, farina, cruschello e polvere di colori, rarità non collezionabile perché la scopa cancella ogni cosa in tre passate. Ero rimasto ultimo ad uscire per riammirare tutti i particolari. Appena fuori, nel buio, una scampanellata sacrilega mi riportò alla realtà.
Limun fuggiva dietro alla mandra e anch’io me la svignai.(2) Padre Lasagna, il buon laico ex Caravana, ancora in gamba, guai se mi avesse acciuffato. Lo svantaggio del ritardo quella volta mi tradì. Un passo agilissimo, non impacciato dalla sottana, risuonò dietro; mi sentii agguantare alle spalle, curvai la testa per parare i ceffoni che mi pareva già di sentir fioccare a grandinata, ed invece un monaco mi fece voltare di scatto per costringermi a guardarlo:
– Ti conosco – ammonì severo, e mi lasciò, stupito di non aver ricevuto nemmeno una tirata d’orecchie.
Nel chiostro della Cervara, la scena mi riapparve tale e quale. L’eccezionale fisionomista che mi aveva riconosciuto sul serio, dopo parecchi anni, e in buone circostanze per aver la rivincita, rideva burlandosi insieme ai confratelli del mio stupore e della confusione.


***


Dal nome della località Cervaria o Sylvaria, possiamo dedurre che i boschi di cui era rivestito il promontorio di Portofino abbiano dato il nome al convento sin da quando nel 1340 il terreno fu comprato dai certosini di Cornigliano.
Fu Lanfranco d’Ottone, cappellano della chiesa di S. Stefano a Genova che, allettato dalla bellezza del luogo, lo acquistò nel 1361 per fondarvi un convento di Benedettini. Guido Scetten, Arcivescovo di Genova, insigne letterato che fu anche amico del Petrarca, appoggiò l’iniziativa e subito nello stesso anno l’Abate di S. Siro benedisse la prima pietra.(3)
Priore venne eletto Giovanni d’Orio da Mantova e l’inaugurazione solenne rivide lo Scetten che, sedotto dalla bellezza della natura, poco dopo abdicò l’arcivescovado per ritirarsi alla Cervara e morirvi piamente.
La visita che subito accrebbe rinomanza al convento fu quella fortunata e fortunosa di Papa Gregorio XI, l’ultimo d’Avignone, allorché tornava in Italia incitato dalle lettere della Vergine di Fontebranda, Santa Caterina da Siena. Forse l’Autrice delle lettere ispirate da Dio soggiornò anch’essa tra queste mura, se possiamo bene interpretare alcuni scritti indirizzati da Lei al priore e ai monaci della Cervara.
Gregorio XI s’era imbarcato a Marsiglia, ma una violenta tempesta lo costrinse a riparare a Genova. Ripartito, un altro temporale fece appoggiare la nave a Portofino e fu di là che il Papa risalì al convento, dove fece il pontificale l’Ognissanti del 1376. Al suo seguito era quegli che divenne poi Urbano VI e l’altro che fu Pietro di Luna, detto Benedetto XIII, papa di Avignone nel tempo del grande scisma.
Nel 1410 fu istituito Priore perpetuo Manfredo Spinola. Non potendo sopportare le soverchie ingerenze dell’Arcivescovo negli affari della comunità, questo rampollo di patrizi ricorse al papa il quale sottomise la Cervara direttamente alla Santa Sede. Verso il 1420, da semplice priorato il convento divenne centro e casa generalizia di una congregazione di Benedettini che si chiamò di San Gerolamo della Cervara. Importanti donazioni venivano intanto fatte alla chiesa; ben degna di nota quella di Vincenzo Sauli Bandinelli che si incaricò delle spese di un quadro della Madonna, attribuito al Dürer, passato poi a Genova.
Quando Francesco I di Francia, vinto a Pavia, fu imbarcato a Genova per essere condotto in Ispagna, accadde alla squadra che lo teneva prigioniero, quello che avvenne alla flotta papale. Una tempesta costrinse le navi a cercar rifugio in Portofino, per cui l’illustre prigioniero fu condotto con buona scorta al convento. La stanza in cui soggiornò è sulle rocce a picco che strapiombano sul lido e dalle due finestre la vista spazia sul Golfo Tigullio e oltre. Questa solida stanza è oggi la meta di quanti sono ammessi alla visita della Cervara e non pochi taccuini riproducono con qualche smorfia i quattro versi… lapidari… che immortalano alla meglio l’avvenimento di cui fu testimone:

Quivi stette prigionier Francesco primo
quando di sua fortuna cadde all’imo,
quando, vinto da Carlo imperatore,
tutto, disse, io perdei, fuorché l’onore.

La torre destinata a difendere i religiosi dalle incursioni barbaresche, frequenti in quei tempi, venne ultimata nel 1564, quando il Priorato fu eretto in Badia. In quel tempo un altro avvenimento accrebbe la rinomanza del centro religioso con la visita di Giovanni d’Austria, il vincitore di Lepanto.
La rivoluzione francese, dando luogo al sorgere di un governo rivoluzionario in Genova che inaugurò il suo potere decretando la soppressione dei monasteri, fece decadere la Cervara. La maggior parte dei beni confiscati passò alle chiese di Portofino e Nozarego. A quest’ultima rimasero anche preziosi reliquari e la pianeta di cui si servì Gregorio XI.
Proprietà della Repubblica, il monastero rimase deserto finché nel 1804 vi furono per poco tempo i Cistercensi, ma subito dopo vi si trasferirono i Trappisti francesi esiliati, erranti per la Germania, l’Austria e la Russia, i quali l’ebbero a patto che si assumessero l’insegnamento delle arti e delle scienze e raccogliessero gli orfani.
Venuto Napoleone sulla scena, il priore Francesco di Sales Burdel gli indirizzò una supplica che l’imperatore accolse non solo ma invitò il monaco presso di sé e gli chiese alcuni frati per fondare un ospizio sul Monte Ginevra, promettendo assegni di una larghezza imprevista. Quando richiese il giuramento di fedeltà, i monaci lo diedero, non sembrando loro discorde con gli insegnamenti della fede cattolica, ma una lettera dell’Abate della Trappa, Agostino di Lestranges dalle prigioni di Bordeaux, li ammonì in tal modo che fecero subito pubblica ritrattazione.
Le conseguenze di quest’atto coraggioso furono terribili. Napoleone soppresse tutti i conventi trappisti e ne confiscò i beni; mise in istato di arresto i religiosi e sottopose il priore a una corte marziale. La condanna di fucilazione fu commutata in undici anni di fortezza in Corsica e i monaci furono inviati a Capraia.
La Cervara da allora rimase deserta e cadde in tale rovina che don Luxardo scriveva nel 1850: “…altro non rinvieni che pietre e mattoni ammonticchiati, smattonato il pavimento, distrutti i sepolcri, vedi le ossa dei morti confuse coi rottami degli altari…”. La sua rinascita è dovuta ai somaschi che dal vicino collegio di Rapallo ne presero cura. Quando verso il 1900 le leggi di persecuzione obbligarono nuovamente i religiosi di Francia a cercare asilo all’estero, l’antica Badia riaccolse i Certosini esuli di Mongéres e di Montrieux.
Dai primitivi Certosini di Rivarolo vediamo così alternarsi sull’ardito sperone che domina uno stupendo scenario sul Tigullio, ombreggiato da una selva ricresciuta su l’antica che gli diede il nome, Benedettini, Cistercensi, Trappisti, Somaschi, per ritornare ai Certosini. Ed ecco perché l’avvertimento che la domenica non erano ammessi visitatori, ci veniva dato in francese.
Nuovi avvenimenti sono sopravvenuti in questi ultimi tempi alla Cervara. C’è chi allarmatissimo parlava di una futura trasformazione in un ambiente profano: albergo? casino da gioco?(4) Ci siamo rifiutati di credere e siamo tornati a rivedere il sacro luogo in tempo per assistere al commiato dei vecchissimi monaci, giunti da trentacinque e più anni. I Certosini se ne sono tornati in Francia. Ci tranquillizzano però sulla futura sorte della Cervara. Se non sarà più il luogo sacro che tutti gli abitanti e i frequentatori del Golfo Tigullio hanno visitato, attratti dalla suggestione dei suoi ricordi e del suo paradisiaco silenzio, ci si assicura che non sarà profanato essendo stata fatta la cessione a un signore che la destinerà a sua villa privata.
Avremmo visto comunque più volentieri, mentre i Certosini rimpatriavano da un esilio, oggi che altri monaci vanno esuli per il mondo, entrarvi quelli di qualche comunità smembrata e dispersa dalle nuove bufere, per ridare all’asilo di pace la sua autentica funzione e scongiurare il pericolo – sempre incombente quando il luogo è assediato dalla mondanità come è il promontorio di Portofino – di vederlo profanato.


Note:

1 - In questa occorrenza Descalzo scrive “Abadia”, mentre in altri capitoli compare “abbadia”.

2 - “Mandra” compare nel testo originale.

3 - Il testo originale indica erroneamente “1364” come data dell’acquisto del terreno sul quale sarebbe sorta l’abbazia della Cervara; in realtà la prima pietra fu posta il 26 agosto 1361. Cfr. Dioli Franco, Leali Rizzi Tina, “Un monastero, una storia: San Fruttuoso di Capodimonte dalle origini al XV secolo”, Microarts, Recco, 1985, p. 51.

4 - “casino” è scritto senza accento nel testo originale.




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