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11.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Sul golfo dei Poeti

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Il Golfo della Spezia, ora più che mai dei poeti, dopo tante tenzoni pittorico-liriche, non ha voluto smentire la sua fama piovorna.
Mentre s’andava a zonzo lungo il viale di palme studiando agli imbarcatoi l’orario dei vaporetti per Portovenere e Lerici, ci offerse il più coreografico film della stagione. Dal monte Arsà al Passo della Foce, dal Biassa al Coregna, spedì pattuglioni di nubi a battagliare sulla città. Una scaramuccia più fragorosa che diluviale, quanto basta però a far fuggire i bighelloni e metterli al riparo in attesa del sereno sotto la prima tettoia.
Sotto questa medesima tettoia si sono rifugiati i barcaioli. Il più ardito si fa avanti:
– Portovenere?… Lerici?…
– Né l’uno né l’altro, galantuomo – osserva mezzo stizzito un compagno – dove volete andare con questo tempo?
– Che? Paura di un po’ di pioggia? Ma se a Campiglia c’è già il sole. Venite a vedere.
Il barcaiolo se ne intende. Dopo aver indicato una fenditura nella nuvolaglia in una direzione, scopre altre crepe più in là e sentenzia:
– Fra poco è spacciato… – e non abbandona la preda, si capisce. – Per i vaporetti la va ancora lunga; un’ora e mezza c’è da aspettare e noi fra un’ora siamo a Lerici. Ho già fatto un viaggio stamane…
Alle ultime gocce dell’acquazzone, mentre si esce dal rifugio, ecco nuovamente il barcaiolo.
– Ne ho trovati altri due: mi darete il prezzo del vaporetto soltanto; vi farò vedere ogni cosa. Ne pagherete poi un bicchiere, ecco tutto.
La barca, snella e leggera, è al pontile. Mette conto di deciderci.
Il marinaio, che ha dei polsi da rematore, nodosi come le caviglie degli zavorrai, attacca una voga che non è difficile riconoscere tra le più salde e costanti, e mi risparmia nello stesso tempo la parte di cicerone, indicando ai compagni punti caratteristici e località degne di nota.
– La nave che abbiamo a prua è la “Miraglia”, portaerei. Le hanno dilatato la pancia, altrimenti non reggerebbe con tutto quel peso in alto.(1) Prima era un vapore…
Passando, questo prodotto poco estetico delle nuove esigenze create dall’innesto dell’aviazione con la marina, ci smaschera la sua struttura. S’indovinano i velivoli rinchiusi nel grosso ventre, si osservano le catapulte meravigliando come, così sopraelevata, la nave possa arrischiarsi in navigazione.
Evitiamo l’arsenale e puntiamo su San Bartolomeo. I cantieri del Muggiano e le fonderie di Pertusola s’illuminano d’improvviso ad una fiammata di sole che sembra un razzo lanciato dalla Castellana, sul cocuzzolo del promontorio opposto. Tutto il golfo si trasforma. Seni, baie, scogliere, isole, dighe, natanti, mutano aspetto. Anche le casematte paiono ville e le colline, rese brulle dai forti nascosti, spiccano sul paesaggio col rosso delle loro pietre nude come elementi integrativi del rinnovato scenario.
Il mare è calmissimo e non schiumeggia nemmeno sulla lunga diga appena affiorante che sbarra il golfo. Dopo la punta di Calandrello, il marinaio addita una calanchetta sulla quale ogni tanto franano massi, come se lo sconquasso di Falconara avesse, in quella notte paurosa dello scoppio ormai quasi dimenticato, disgregata anche la roccia.(2)
– La chiamano la Spiaggia dei morti, chissà per quale fatto, ma il nome non fa paura ai bagnanti perché d’estate è sempre affollata.
A San Terenzo, il più taciturno, un pittore, emette la prima esclamazione.
Il paesino, già scoperchiato dallo scoppio della polveriera che quasi gli sovrastava, è risorto più gaio e civettuolo di prima. Le sue case, lo sfondo delle colline, la riva, dal mare costituiscono un complesso pittorico che la fantasia di luci diffuse dalle variazioni atmosferiche rende abbagliante. La memoria di Percy Shelley che lo abitò nel 1822, ritorna per ricordarci la sua serena crociera e l’imprudente ritorno lungo le rive del Tirreno, insidiose per chi lo naviga troppo da poeta e non cura i suoi capricci e le sue bizze improvvise.
Il barcaiolo non è insensibile allo stupore dei suoi ospiti e silenzioso piega rallentando sull’insenatura e punta su Lerici. Il castello poderoso e fosco domina l’antica terra, tanto contesa da conti, vescovi, pisani e genovesi. La lapide orgogliosa murata su l’unica porta della cittadella in costruzione, subito distrutta, la ricordiamo a memoria:

Stoppa bocca al zenoese
Crepacor allo portovenerese
Streppa torsello allo lucchese.(3)

È facile interpretarla conoscendo le lotte di cui fu teatro questo borgo. Genova che aveva fondato a Portovenere una sua colonia, munita di grande fortezza, non poteva veder di buon viso l’altra parte del golfo in mano a nemici e a competitori. Di qui guerra, insidie e ricatti per averla. Portovenere, la fedelissima della Repubblica, era inoltre più danneggiata da questa vicinanza che diminuiva il valore del suo punto strategico e assorbiva la maggior parte di traffico e di attività. Il lucchese poi, alleato con Firenze e Genova per battere i pisani e molestarli, aveva le sue buone ragioni per risentirsi, giacché, padrone del mare Pisa, per Lucca non c’era sbocco e le toccava rimanersene chiusa fra le sue mura e le sue colline.
Genova strappò la lapide e ne murò un’altra, ancora visibile nel castello che di tutti i guai subiti dal borgo ebbe sempre la parte maggiore. Questa fortezza, iniziata dai pisani, fu completata dai genovesi e armata e rinsaldata dall’Ufficio di San Giorgio. Quando Lerici, scelta per la sua posizione a terra neutra di trattative e di convegni di pace, vide messi imperiali, papali, e repubblicani convenire a discutere per raggiungere impossibili accordi, accolse i personaggi più illustri. Ma più spesso, restando il paese terra di contesa tra le potenze confinanti, subì assedi e rovine e si trasformò in ultimo in carcere e camera di supplizio per i condannati politici che l’inesorabile padrone inviava per tormentare e sopprimere perfino dalle lontane colonie.
La barca approda alla banchina sfiorando i trabaccoli.
Ci avviamo tra i vicoletti caratteristici, tipicamente liguri. Ecco una lapide che ci costringe a sostare. Ricorda la spedizione di Pisacane a Sapri alla quale il borgo diede otto figli, tre dei quali morirono. Garibaldi ne ebbe quattro tra i suoi Mille e Mazzini trovò in Lerici proseliti numerosissimi e diffusori della sua dottrina rivoluzionaria.
Sul lungomare, da poco ampliato, ci si ferma estatici a guardare il Tino, la Palmaria e Portovenere, moli azzurre nel crepuscolo, proiettate sull’orizzonte per dar l’illusione di lago al golfo nella sua parte più incantevole. Aulo Persio Flacco, Dante, Petrarca, Byron, Shelley, Carducci, i quasi dimenticati Severino Ferrari e Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: quanti poeti si sono soffermati quaggiù?(4) Lasciamo ora ai posteri l’arduo compito di ampliare l’elenco, quando, passati all’immortalità, le nuove istorie dovranno raccapezzarsi nel battaglione di poeti venuti all’assalto del golfo, per mantenergli la sua fama, tutt’altro che usurpata.


Note:

1 - La nave appoggio aerei “Giuseppe Miraglia” fu varata a La Spezia nel 1923 e radiata nel 1950.

2 - Il 22 settembre 1922 la polveriera contenuta nel forte di Falconara esplose, causando circa duecento morti e mille feriti. Furono danneggiate anche le fonderie Pertusola citate sopra.
Cfr. AA. VV., “Il Secolo XIX 1886 - 1986”, supplemento al Secolo XIX del 25 aprile 1986, Istituto Grafico S. Basile s.a.s. di G. Basile & C. – Genova, pp. 224-225.

3 - Il volume “Genova Genova” a cura di Guido Arata, OFSA, Casarile (MI) 1992, riporta una versione leggermente diversa:

“Stopa boca al zenoese, strepa torselo a lo lucchese, crepa cor a lo portonarese”.

L’interpretazione fornita è: tappa la bocca al genovese, strappa la merce al lucchese (alleato di Genova), spezza il cuore al portovenerese. Cfr. op. cit., p. 186.

4 - Severino Ferrari (1856 - 1905), poeta e filologo emiliano, fu allievo di Giosuè Carducci ed amico di Giovanni Pascoli; Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871 - 1919), ligure, fu poeta e giornalista.

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