Ciò che il tempo ha compiuto contro questo castello, enorme ancora, nonostante sia una sola rovina invasa dalla vegetazione, con muraglioni, terrazzi, pasteni, e ponti sbrindellati, spiega l’avversione degli abitanti del pontremolese contro di esso.
A tutto si pensa infatti, meno che a una magione di grande splendore, ed è perciò che il primo contadino che incontrate e al quale osate chiedere nuove dell’antico maniero dei Conti di Lunigiana, vi dirà con un certo disprezzo:
– Mulazzo, mulo ti trovo e mulo ti lascio, così ha detto Dante…
Povero Alighieri, quanti cattivi versi gli ha attribuito la posterità per giustificare le sue antipatie e mettere sopra un piano indiscutibile i suoi livori.
È vero che i signori Malaspina non meritavano molti rimpianti, stando almeno a quanto tradizioni e leggende lunigiane ci hanno tramandato. I nomi dei conti bastano infatti da soli a dirci in che fama vivessero: Mala-spina – Pela-vicino – Ribaldo – Mala-parte, ecc. nobilitati in Pallavicini, Rubaldo, ecc. e quasi sempre di professione publici aggressores viarum.
Pare che quella professione però fosse l’unica redditizia nei tempi in cui i marchesi si spartivano le terre nel modo più spiccio possibile, e parlavano da l’alto delle loro rocche con la voce arrogante di un branco di scherani. La preda, non la guerra, covavano le fortezze e ne seppe qualche cosa anche l’abate di Cluny nel 1134. Mentre tornava con molti prelati dal concilio di Pisa, convocato da Innocenzo II, nonostante fosse accompagnato dal vescovo di Luni, subì un’imboscata dalla quale uscì depredato d’ogni suo avere. La vendetta apostolica invocata anche contro il vescovo non gli evitò, dieci anni più tardi, di cadere di nuovo nelle grinfie malaspiniane, ma questa seconda volta Obizzo Malaspina fu costretto da qualcuno più forte, il Comune di Piacenza, a risarcirlo dei danni.
L’arrivo o il passaggio dei nuovi conquistatori o usurpatori, trovava i fondi lugubri dei castelli popolati di ostaggi trattenuti per riscattare taglie. Le truppe imperiali, per restare ancora col predatore dell’abate di Cluny, liberarono nel 1155 anche un magnate greco trattenuto per taglieggiarlo. Sottoposti a giudizio, i signori confessarono candidamente di dover vivere di rapina essendo i loro paesi troppo poveri per arricchire altrimenti.
Se compissimo una rapida rassegna dei castelli, potremmo conoscere cose ben dure sui tempi trascorsi e sulla feroce rapacità dei feudatari. È facile capire che il loro opportunismo arrivava sovente alla vigliaccheria. Basterebbe l’episodio che riguarda Federico II, di passaggio, ossequiato con un dono ironico, perché tanto era uno sconfitto: il più vecchio ronzino, magro, macilento e di tristissimo aspetto, accettato dal sovrano con molto spirito anche perché, in realtà, poteva ben considerarsi il simbolo vivo dei signori.
A rovinare presto le ricchezze e disperdere gli averi, era il sistema delle ereditarietà che frantumava e polverizzava i possessi, giacché fu adottato in ritardo il diritto di primogenitura. Gustosa l’osservazione che un bello spirito poté fare con salace ironia, meravigliando “di vedere nella Lunigiana trenta marchesi ad un tratto sopra una pianta di fico per sfamarsi”. Lo stesso vescovo di Luni, dapprima autentico signore e sovrano di quelle terre, era ridotto a girare con la mula spellata, e poco più florida della brenna malaspiniana.
Non indaghiamo sulle peggiori ribalderie né vogliamo scorgere ad ogni costo soltanto brutalità e miserie giacché, testimone Dante, tra i Malaspina vi furono anche grandi e generosi signori. La rocca di Oramala infatti pur essendo dimora di predoni, ospitò donne gentili e fu rifugio di trovatori provenzali.
Anche nei canti però troviamo traccia di quei temperamenti tempestosi. Tra i poeti, Gherardo di Boneille indirizzò a Morello una canzone invocandone la liberalità, giacché era strettissimo di borsa. Degli stessi conti qualcuno fu valente poeta in provenzale e tra questi Alberto, che fu però ben altro che gentil cavaliere, se dobbiamo credere a Arnaldo Daniello. Si conosce infatti che Alberto levò gran rumore per il ratto di Saldina, sorella dei genovesi Nicolò e Lanfranco De Mari, amata da Bosone d’Anguillara, che trasportò e chiuse nell’inaccessibile castello del Solaro, poi liberata dal marchese Bonifazio. La sua figura di verseggiatore ha risalto per la sfida col trovatore Rambaldo di Vaqueiras. Dopo accuse e insolenze reciproche, il competitore finiva con l’affermare:
Albert marques, tug:li vostre guerrier
an tal pavor de vos e tal doptansa,
ch’il vos clamon lo Marques putanier,
deseredat, bestial, ses fiansa…
Se dal castello di Oramala ove realmente fiorì la poesia trovadorica, passiamo a quello di Mulazzo che ci siamo proposti di vedere avremo di che disseppellire qualche cantata di Lanfranco Cicala, in morte di Berlenda.(1) In questo castello, ancora nel XIV sec. continuava il convegno di poeti ed esuli illustri essendo asilo sicuro ai profughi di parte bianca scappati da Firenze dopo l’avventura di Carlo di Valois.
Le cronache ci parlano di Cino da Pistoia, di Sennuccio del Bene che vi trovò “Cortesia di signor – beltà di donne” e godé l’ospitalità di Franceschino Malaspina quando, bandito con Dante, vi sostò prima di raggiungere la Provenza. Da l’esilio poi inviava una canzone che finiva appunto:
E prima che tu passi Lunigiana
Ritroverai Marchese Franceschino
E con dolce latino
Gli dì che alquanto in lui spero
E come lontananza mi confonde,
Priegal che sappi ciò che ti risponde.
Dante rimase al castello dall’autunno 1306 alla primavera successiva. Un tronco di torre viene additato ancora ai passanti col suo nome. Sebbene siano molti i castelli di Lunigiana ove si afferma abbia soggiornato, in realtà forse soltanto a Mulazzo è possibile stabilire che sostasse veramente e a lungo. Il castello era ben guardato e sfuggì a molte depredazioni, oltreché per l’accortezza dei signori, anche per la posizione strategica, essendo al di là della strada romea. Molti ritengono inesatta la notizia del soggiorno dell’Alighieri a Fosdinovo, attribuendo la costruzione del castello a Spinetta Malaspina, nel 1340, e riducono a una visita di missione il soggiorno a Castelnuovo ove il Poeta si recò nell’ottobre del 1306, investito di ampia procura dai Malaspina per celebrare la memorabile pace col vescovo Antonio.
Fra tutti i rami malaspiniani, quello di Mulazzo poté mantenere l’unità avendo istituito la primogenitura col consenso imperiale e grazie a una intesa tra gli eredi, per cui il potere venne esercitato alternativamente di anno in anno mediante i primogeniti.
Non è priva d’interesse l’ultima pagina di storia di questo nido di conti, uno dei più cospicui tra quanti ve n’erano sparsi nella regione.
Giunto decrepito alle soglie della rivoluzione francese, il sistema feudale in Lunigiana si sfaldò alla prima folata rivoluzionaria. Dopo Napoleone il territorio fu annesso al ducato di Modena e lo spegnimento della famiglia avvenne per il celibato dei tre ultimi fratelli: Azzo-Giacinto, Luigi e Alessandro. Non si spensero miseramente. Azzo, primogenito, abbracciato il liberalismo dette la costituzione. Arrestato a Firenze fu trasportato nelle carceri di Venezia dagli Austriaci e se ne perse la memoria. Alessandro, divenuto ammiraglio nella Spagna compì grandi viaggi d’esplorazione e di studi sulle coste dell’America meridionale e settentrionale e sul Pacifico. Tali viaggi dettero risultati notevoli per la geografia e le scienze naturali, ma caduto in disgrazia per intrighi di cortigiani, fu cacciato in carcere e dopo tre anni tornò in pratica a spegnersi; figura di grande rilievo fra i maggiori navigatori. Il terzo, capitano di cavalleria alla corte borbonica, dopo i rivolgimenti rivoluzionari si ritirò a Pontremoli, dimenticando del tutto il castello avito già in rovina e disfacimento.
Note:
1 - Gherardo di Boneille è probabilmente il trovatore provenzale Giraldo di Borneil (noto anche come Giraut o Guiraut de Bornelh), della seconda metà del dodicesimo secolo, citato da Dante nel ventiseiesimo canto del Purgatorio.
Arnaldo Daniello e Rambaldo di Vaqueiras (nel testo originale scritto “Vaquieras”) furono trovatori provenzali vissuti fra i sec. dodicesimo e tredicesimo. Daniello è citato da Dante nel sedicesimo canto del Purgatorio, fra i lussuriosi.
Lanfranco Cicala fu un trovatore genovese del XIII secolo.
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