A ridosso di Capo Corvo, giunti dopo la mezzanotte, solo chi era di guardia aveva saputo fiutare l’ancoraggio tanto il buio era spesso. In coperta ci fu consultazione: “C’è mare mosso. Bisogna che sia ben chiaro per tentare il carico senza rischio. Quietiamo tutti qualche ora”. La scogliera era lontana, non si sentiva nemmeno lo sciacquio; nessun pericolo quindi correva il leudo con l’ancora bene affondata nel letto soffice della Magra prolungato sin oltre la foce. Dov’era il villaggio? Un unico lumicino s’era spento lontano forse in qualche casa di pescatore facendo ancor più buia la notte nuvolosa. Solo dopo lungo scrutare chi emerse dal boccaporto quando sentì ferma la barca, riuscì a distinguere la gobba del Corvo che ci proteggeva.
Fu una giornataccia quella per tutta la durata del carico e gli zavorrai erano in ansia continua non tanto per i finanzieri, che forse, date le piogge intermittenti, non si sarebbero presi la briga di verificare il permesso a questi ostinati trafugatori di sabbia, quanto per il pericolo che correva il leudo esposto agli strattoni del risucchio, con sotto a pochi palmi, un fondo falsissimo che minacciava di arenarlo. Quale sollievo gettare le ultime coffe di sabbia sul boccaporto ricolmo e finire quella sfacchinata anche se la pioggia ci si metteva buona ultima a completare le molestie!
Come Dio volle s’uscì dal frangente, liberi dove l’onda lunga e il fondale scuro più non inquietano. Domato il rullìo con lo spiegamento della vela, si diresse verso il Corvo per il ritorno.(1) Aperto il Golfo della Spezia, visto che le giornate di malanni non dovevano ancora aver fine, col mare imbronciato si sciolse anche uno di quei temporali classici del golfo che non consentì più di vedere nemmeno l’isola del Tino.
– Poggiamo?
– Per dove?
– Ci dev’essere una calanca a destra. Ho scorto un gruppo di case sugli scogli prima che s’abbassasse la burrasca.
– Che calanca! È Tellaro, un paese dove i polpi vanno a suonar le campane e non ha riparo nemmeno per un gozzo.
Ho dovuto rievocare la scena di bordo per giustificare la curiosità che m’ha risospinto in escursione nel Golfo dei Poeti assai dopo il tempo del tribolato viaggio con gli zavorrai, usciti naturalmente senza infortuni dalla buriana.
C’è voluto però, oltre lo stimolo sempre da appagare della curiosità, l’invito insistente di un compagno di scuola: Don Davide Dasso, divenuto ora il parroco e il rinnovatore spirituale dell’antico villaggio, per compiere finalmente la gita e trovar modo di goderne tutta la bellezza.(2)
Iniziamo la nostra escursione da Lerici, lasciandoci a destra il severo castello che la vigila sullo sperone della baia. Usciti dalle case e salito il primo piano della collina, una strada nuovissima s’inoltra tra gli ulivi. Chi fa collezione di dolci passeggiate rivierasche, inserisca ormai anche questa tra le nostre migliori, e non avrà da pentirsene, sia che conosca la riviera ponentina sia che abbia indugiato sinora sul promontorio di Portofino per le sue ore di svago e di riposo.
Avevamo sempre creduto che la collina di Santa Giulia di Centaura fosse la plaga ligure ove l’ulivo ha il suo maggior trionfo. Vi cresce infatti rigoglioso e denso come una foresta. I chiavaresi ne hanno persino esportato la fama oltre oceano, tanto che un giorno nel bel centro di Buenos Aires c’imbattemmo in una vetrina ove si vantava l’olio autentico di Santa Giulia come il più profumato prodotto per la delicata cucina dei buongustai. Appena lasciata Lerici però c’è venuto un dubbio sulla legittimità del primato.
La nuova strada che consente di godere appieno, sin quasi all’estremo punto del Corvo, l’incanto del Golfo dei Poeti, avanza in una così fitta boscaglia di ulivi dal tronco nero e sano che persino la luce è imbevuta dalla argentatura delle foglie. La mite pianta s’inchina sul pendio come un’ondata solenne di fronde obbedienti a un accordo di vento.
Tra i seni di Fiascherino e della Vittoria – e quest’ultimo ricorda uno scontro coi Corsari Saraceni dei quali v’è tanta copia di leggende nelle vecchie cronache di Lerici – la punta della Stella ci induce a scendere sulla riva per sentirci come in una beata isola di serenità. L’insigne studioso Camillo Cimati a chi interrompe le sue meditazioni è generoso di ospitalità, soprattutto se ama intrattenersi intorno alle antiche storie delle scogliere sulle quali ha stabilito il suo romitorio.(3) Da una sua memoria ci è dato apprendere le leggende dello scomparso Barbazzano, castello sul quale i genovesi estesero la giurisdizione appena ebbe qualche importanza, anche se il Vescovo di Luni ancora nel 1274 conservava il diritto di essere trasportato con una loro barca nei suoi viaggi a Genova, Pisa e Roma. Non mancarono gli animosi e gli intraprendenti, a quanto pare, nel borgo, tanto è vero che un giorno, uniti a quei di Ameglia, predarono al largo una saetta fiorentina, mettendo la Repubblica nelle grane.(4)
Ma lasciamo la parola a chi ci informa con maggior approssimazione sulla sorte dello scomparso villaggio: “Corre la leggenda, che vuolsi tradizione tellarese, che Barbazzano sia stato sorpreso e distrutto dai corsari la notte di Natale d’uno dei primi anni della seconda metà del XVI secolo e quei corsari, secondo l’accennata tradizione, sarebbero stati Mori Catalani, che negli anni dal 1438 al 1442 fecero, come risulta dalla storia del tempo, scorrerie lungo la riviera di levante, saccheggiando e distruggendo gli abitati indifesi o quasi. E siccome col nome di Mori Catalani la tradizione intende i pirati in genere, potrebbe anche darsi che distruttori di Barbazzano siano stati i Portoveneresi, già celebri ladroni e infestatori di mari; e ciò forse per gelosia di mestiere perché (come già vedemmo) anche gli uomini di Barbazzano correvano il mare pirateggiando”.
Torniamocene ora sulla strada dove gruppi di ragazze lericine e pattuglie di giovinotti cantano obbedendo alla primavera, più che mai fedeli alla nascente tradizione di gaiezza, già patrimonio delle canzoni popolari che si spingono al di là del golfo. Ancora una svolta ed eccoci a Tellaro.
Il marinaio del leudo aveva ragione da buttar via quando si sdegnò contro chi suggerì di poggiare su queste scogliere. Rocce da polpi, non c’è che dire, e la chiesa è proprio sugli scogli, metà nell’acqua, assai più a bagno di quella di Vernazza che vi poggia un piede solo.
Il giovane parroco ha intorno a sé sciami di bimbi cui distribuisce libriccini di devozione, ma non tarda a far festa all’ospite. Riusciamo a fargli narrare la storia del campanile diroccato da un fulmine e lasciato con la lucerna in bilico sulle onde, da lui – o almeno col suo aiuto personale – rimesso in sesta; riusciamo a vedere i progetti e i primi lavori della nuova chiesa, l’asilo, tutto ciò che si fa e si rinnova a Tellaro ma non c’è verso di fargli raccontare come andò che i polpi si misero a suonare le campane.
Ripercorse tutte le viuzze a gradinate del villaggio – parente stretto delle Cinque Terre e nel quale si preferirebbe come in quei cari paesi sempre maggior pulizia per il loro decoro e la valorizzazione delle singolari bellezze che posseggono – dopo aver ammirato l’incedere elegante delle donne di ritorno dalla fonte con le grandi secchie ricolme sul capo eretto, abbiamo sorpreso, sopra un terrazzo isolato, giovinetti nascosti a saggiar la prima sigaretta ed ad esercitarsi allo “scrollino” fuori tiro. Cactus pendenti a grappoli rigidi sul vuoto, viti, pergolati, agavi e balconate sul mare, altane spalancate ai venti del golfo. Finalmente ecco alcune vecchie e con loro un compare ciarliero che cede all’invito. Possiamo dunque saperne qualche cosa.
“Il campanaro Marazzano ogni tanto si sa, una bevutina se la faceva di nascosto del parroco e fu per quello che una sera lasciò pendere fuori dalla torre la corda della campana. Si levò il vento, fu burrasca grossa. La corda sbattuta qua e là sugli scogli, trovò una fessura e fu abbrancata da un polpaccio che fatta presa non intese mollare tra le ondate che lo sballottavano. Abituato a tirar sotto quanto trova, il polpo ingavona la fune nella tana e i suoi sforzi gettano l’allarme tra le case, svegliano il paese, fanno andare in bestia il campanaro che crede agli spiriti e non se la sente di salire al buio a vedere chi lo sostituisce…”.
Note:
1 - “Rullìo” è accentato nel testo originale.
2 - Don Davide Dasso, originario di Sestri Levante, fu rettore di San Giorgio di Tellaro dal 1930 al 1945.
3 - Camillo Cimati (18/06/1861 - 1/02/1945) nato a Lerici, deputato e senatore a vita, fu cultore di storia locale.
4 - Il testo originale riporta “Amelia” invece di “Ameglia”.
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