9.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Il paese della Chiappa e dei Chiappe

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Cogorno, oltre l’interesse che offre la sua zona per le innumerevoli cave di lavagna, circa trecento, ormai purtroppo, da molti anni quasi tutte inoperose, ebbe sempre per me un’attrattiva particolare a causa di una leggenda udita da bambino: l’eredità dei Chiappe, favolosa, antica di qualche secolo, sentita ricordare una volta dal nonno, anche lui un Chiappe, ma di cui m’erano sfuggiti i particolari.
Si sale sulla bella collina da Lavagna tra folti uliveti, lungo una crosa agevole, lastricata di ardesie. Il nome di ardesia veramente, stando all’etimologia che la fa derivare da Ardes, terra francese in cui si scavano, come quassù, tali pietre, dovrebbe da noi essere bandito come esotico. Diremo dunque che le lavagne, lungo tutte le mulattiere tracciate sul Monte Capenardo e sul San Giacomo, formano il più perfetto pavimento che strada montana possegga, rendendo ogni escursione una facile passeggiata.
Alla mulattiera ora sta unendosi la rotabile che s’inerpica già per buon tratto. Il lavoro per compiere quest’opera tanto utile per la maggiore valorizzazione della zona che attraversa, si spera sia sempre meglio esteso e completato poiché le fertili colline hanno necessità di migliori mezzi per fare con celerità lo scambio dei copiosi prodotti.
Lungo la strada, a una prima domanda prudente, azzardata coi villici, veniamo a sapere che la leggenda accennata non è opera di pura fantasia.
– I piloncini della Via Crucis che troverete in alto – ci viene detto – ormai quasi tutti diroccati, si devono appunto a Bartolomeo Chiappe, quello che ha lasciato l’eredità…
Si incontrano infatti ogni tanto edicolette rozze, slabbrate e informi, dove il bassorilievo in lavagna è ormai scomparso, finché non s’arriva a una cappelletta che ha un bel sagrato coperto.
Uno spiritoso imbecille ha fissato sulla facciata, al di sopra di alcune lapidi, il cartellone di latta di una macchina da cucire, con lo stesso senso estetico di quelli che hanno posto lungo la Riviera, a prospetto dei migliori panorami, le innumerevoli chiassose pubblicità.
È la chiesetta innalzata dall’Epulone. Riusciamo finalmente a farci narrare da qualcuno nuovi particolari.
– …certi maligni dicono che aveva vinto una cifra fantastica al lotto, con un sistema, per quei tempi, genialissimo. Non esistendo ancora né ferrovie né telegrafi, era possibile nei paesi giocare anche al sabato sino a tarda sera, poiché i bollettari partivano soltanto l’indomani mattina con la diligenza, nell’unica corsa giornaliera. Avendo addestrato dei piccioni viaggiatori, il nostro Chiappe, un bel giorno, appena avvenuta l’estrazione, fece partire i colombi con i numeri usciti e nessuno conobbe mai il sistema che avrebbe potuto far fallire il banco in poche settimane…
“Raccontano che salissero a Cogorno vere carovane di muli con sulla groppa sacchi di marenghi. C’è chi aggiunge che taluni appostavano i mulattieri per bucare di nascosto i sacchi del tesoro e far piovere sul cammino piogge d’oro benefiche a tutti. Il testamento, per certi legati e alcune particolarità, dicono che somigliasse a quello di quel Fasce che, tra l’altro, prescriveva di chiuderlo nella cassa con l’enorme chiave del cancello tra le mani, per averla pronta quando fosse stato necessario aprir la porta del paradiso agli amici.
Tutti i Chiappe, primogeniti naturalmente, dovevano fruire della eredità, e non è facile immaginare quanti sarebbero oggi, dopo alcuni secoli, se la sostanza si fosse conservata”.
– Bisognerebbe avvertire Monsieur Chiappe… – osservò qualcuno. Ma l’ex capo della polizia parigina forse non avrebbe più i titoli in regola avendo i suoi antenati tralignato troppo, allontanandosi…[1]
C’è chi fa derivare la famiglia di Giuseppe Mazzini da Cogorno e basterebbe uno sguardo alla lapide dei Caduti per convincersi con quanta verosimiglianza si può ritenere oriundo di questa collina il grande Pensatore, poiché insieme ai molti Chiappe, figurano altrettanti Mazzino.
Proseguendo l’escursione, si raggiunge l’oratorio di S. Giovanni Battista dal sagrato del quale, come già dalla Madonna della Neve, scorgiamo buona parte del Golfo Tigullio. La chiesa parrocchiale, situata a mezza costa tra la pianura e il crinale della collina, ha una sua particolarissima caratteristica. L’affusto enorme del campanile si eleva per una sessantina di metri torreggiando su tutta la zona, ben visibile anche da Chiavari e Lavagna per la sua mole imponente.
Il Prevosto De Paoli, al quale non possiamo trattenerci dal chiedere qualche particolare sulla maestosa costruzione, non esita a fornirci ogni ragguaglio, avendo con intelligente cura provveduto a raccogliere tutti i dati più importanti sulla sua terra e a pubblicarli nel bollettino parrocchiale, che appare in tal modo insolitamente corredato di note storiche, non meno importanti e utili dei sermoncini consueti di cui son zeppe queste pubblicazioni.
Apprendiamo in tal modo che quest’opera, eseguita nel 1625, costò complessivamente lire genovesi 1214 e 17 soldi. Il progettista, Mastro Lucco, che lavorava come muratore, percepiva 28 soldi genovesi al giorno, appena 4 in più degli altri aiutanti; per trasporto materiali si spesero appena 50 lire. Se pensiamo che la chiesa, costruita a fianco nel 1723 non costò che 12.000 lire genovesi, dobbiamo veramente ammirare la saggezza amministrativa dei fabbricieri e l’abnegazione del popolo che si prodigò nell’offrire opera e materiali con tanta generosità. La chiesa, riccamente decorata, è assai vasta e contiene un pregevole polittico attribuito al Boccaccino.
Tornando alle Lavagne di Cogorno, ecco come il buon Giustiniani ne parlava: “È in questo territorio una lapidicina, ossia una vena di pietra nera, e qual si trova in pochi altri paesi e la pietra, prima che sia veduta da l’aria e dal sole è di una natura molto tenera, è facile a tagliare quasi come un melone, et una rapa, et al modo che si schiappano in Parigi le legna di quercia, nata all’ombra, e se ne fanno tra le altre cose lastre di tre palmi in quadro, sottili quanto una crosta di coltello, nominati dai genovesi albaini, delli quali coprono le case loro ed è questa copertura bellissima al vedere, ma ancora molto utile perché dura lungo tempo; se ne fanno ancora di questa pietra lastre per fare selciati, colonnette, fregi, architravi, cornici e ornamenti di porte e di molti altri edifici, la pietra come ho detto, è molto abile a lavorare e paziente allo scalpello eziandio, dopo che l’aria e il sole l’hanno toccata”.[2]
Ognuno vede quanto sia ingenuo circa la malleabilità delle lavagne prima di vedere la luce, facili a tagliarsi come un melone et una rapa…; però le informazioni ci sono utili per comprendere quanto fu sempre pregiata questa pietra che diede origine anche a un’arte delicatissima, puramente ligure, esempi della quale, sia pure corrosi e mal conservati, ci è dato trovar dovunque nelle due riviere, da Savona, dove il Municipio provvide anche a proteggerli opportunamente, a Chiavari e Sestri Levante per non dire a Genova.
L’olio aromato che gli uliveti ricchissimi di S. Giulia di Centaura, nella collina adiacente, producono, trovò olle e orci ideali fatti con tale pietra; lastroni di essa li troviamo persino a reggere filari di viti lungo la Fontanabuona, per cui non è facile conoscere a quante applicazioni si prestò in ogni tempo la lavagna. Ogni tanto troviamo lapidi, e non è raro incontrar dipinti ben conservati, anche di grandi maestri, giacché il Piola, il Castello, i Cambiaso e altri pittori trovarono nelle lavagne tavole ideali per la loro arte.
Difficile stabilire con esattezza quando si iniziarono gli scavi e in quale epoca si introdusse e diffuse l’uso della lavagna, però, pur non affermando nulla di assoluto, possiamo con una certa approssimazione ritenere che si cominciò a scavarla nel mille. La più antica scultura fatta su lavagna porta la data del 1133 e si rinvenne a San Michele di Pagana; in essa si accenna a una costruzione di chiesa o canonica. Già nel 1176 i consoli di Savona accordavano agli uomini di Recco privilegi di immunità perché avevano concorso con le chiappe a coprire la loro Cattedrale e da ciò è facile arguire come l’uso ormai fosse invalso e si propagasse.
Se passiamo a conoscere con quali mezzi primitivi si compivano gli scavi, ci troviamo di fronte a maggiori difficoltà. Sappiamo che l’estrazione dell’acqua dai pozzi si faceva con norie e che i frequenti allagamenti furono la principale causa per cui si abbandonarono gran parte dei filoni ancora ricchi. Nicolò Della Torre, che lasciò una “Guida alle cave di Lavagna” stampata per conto della Soc. Economica di Chiavari nel 1838, ci dà qualche utile informazione. Gli operai erano muniti di un lumicino a olio e non avevano che un piccone e un palaferro, (da cui forse derivò la barramina), dei cunei e una squadra.[3] Essendo le buche generalmente strette, fu necessario lavorare con una sola mano in modo che gli operai si distinguevano in ambidestri e sinistri. La laminazione veniva fatta da operai specializzati i quali riducevano i ceppi in fogli uguali e sottilissimi: gli abaini.
Il trasporto era fatto dalle donne e quando dovevano portare lastroni grevi e lunghi, reggevano il carico persino in sei, a coppie; nel ritorno, per non restare in ozio, salivano filando. Il compenso per il trasporto era di cinquanta soldi per cento abaini. Se si considera che le più robuste potevano reggerne appena venti e che dato il cammino, non era possibile compiere più di due viaggi, si ha il guadagno di una lira di Genova al giorno!…
I cavatori erano pagati a rate o cuinti, le cui scadenze erano sette, fissate nelle feste principali dell’anno. Gli abaini venivano pagati lire 20 al cento e i cavatori dovevano procurarsi l’olio per i lumi. Per avere degli anticipi le mogli recavano ai negozianti tavolette incise (le lavagnette), con sopra segnato il quantitativo già raggiunto, specie di cambiale primitiva che consentiva ogni acquisto. Per consuetudine accettata da tutti, le contestazioni venivano risolte dai vecchi esperti senza intervento di avvocati e di tribunali.
Tutto ciò per noi oggi ha valore di curiosità. Le cave del San Giacomo sono ormai inattive e soltanto in altre zone si continua la estrazione delle lavagne. Su questo monte le erbacce vanno ora coprendo i detriti franosi, le caverne si rivestono di rampicanti, le buche si ricolmano, i centinaia di camminamenti oscuri si ostruiscono, nascosti e dimenticati per l’operosità diversa dei contadini che amano ormai vivere alla superficie e coltivare la terra o, non di rado, emigrare.


[1] Jean Chiappe (3/05/1878 - 27/11/1940), originario di Ajaccio, fu alto funzionario della sicurezza in Francia negli anni Venti e Trenta.
[2] “Lavagne” è scritto maiuscolo nel testo originale.
[3] Il “palaferro” era una barra di ferro con punta curva, usata come leva; la “barramina” una barra d’acciaio con punta a scalpello per realizzare fori da mina.



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