Sui cinquanta e più Castiglioni d’Italia ci sarebbe da passare una ben pittoresca rivista. Non parliamo poi dei Castelli. Questo nome è rimasto ad almeno un centinaio di borghi, villaggi e casolari per cui ogni regione li conta a dozzine. La necessità di distinguere tra loro ha dato origine ad aggiunte che, d’improvviso, nel sentire il nome, ricordano subito riviere, promontori, laghi tranquilli, radure e colline, magari intravviste fuggevolmente e che solo grazie al nome riappaiono alla nostra mente: Castiglione d’Adda, dei Pepoli, della Pescaia, delle Stiviere, Intelvi, Castiglion Fosco, Castiglione Messer Raimondo, della Valle, del Bosco, Castiglione del Lago…
Per arrivare a Castiglione Chiavarese non si passa da Chiavari ma si sale da Sestri Levante, lungo la valle del Petronio.
Il nostro ultimo arrivo nel borgo avvenne una notte di vento e pioggia, quando l’inverno non aveva ancora ceduto ai tepori della primavera che stentava a mostrarsi, intimidita dalle sue prepotenze. Una chiamata dell’Aero Club che aveva sollecitato il Comando della Milizia perché provvedesse a soccorrere per tutta una vasta zona montana un idrovolante sperdutosi sull’imbrunire nella nebbia del monte Zenone o Porcile.
Il comandante, provviste in fretta torce e lanterne, insieme a due subalterni era corso lungo la vallata. Subito a Casarza si erano formate le prime pattuglie per battere la località di Bargone, ma fu a Castiglione Chiavarese che lo sforzo massimo venne compiuto.
Notte minacciosa e fredda; all’arrivo dell’auto, una vettura pubblica il cui autista si era offerto subito rinunciando ad impegni e riposo, nell’ora insolita, molte finestre s’erano aperte e voci nel buio interrogavano:
– Che c’è?
– È caduto un idrovolante sulla montagna…!
In pochi minuti la strada si era affollata di giovani e di uomini maturi. Ricordavano un’altra sciagura in quel di Salino, e tutti erano già pronti. Anche un giovane dottore, ferri e medicazioni nella cassetta, era sbucato da chissà dove cacciando il primo sonno, e chiedeva di unirsi alla prima pattuglia. Gli accordi per l’intesa tra i cercatori, furono immediati: un colpo di fucile per segnalarsi, due di seguito per il ritrovamento dell’apparecchio. Quaranta uomini si sparsero nella nuvolaglia notturna, sotto la pioggia bucata appena dal raggio delle lanterne.
Per battere le viottole a loro non occorrevano piante tipografiche.
A Velva, dove al passo infuriava quasi la tormenta, altri, ancora con lo stesso slancio, si erano svegliati, e quando uno che non era della comitiva dei montanari, intimidito dall’uragano osò obbiettare:
– Anche se gli passiamo accanto, con la nebbia non riusciremo a scorgerlo; – si sentì rispondere da Bertulun, mentre il Comandante della Milizia affermava che i suoi uomini sarebbero partiti lo stesso:
– Se chiama o si lamenta, lo sentiremo!(1)
È bene rivedere in questa luce generosa i nostri valligiani, quei contadini ora scontrosi, ora rissosi che troviamo diffidenti nei mercati dei borghi, pronti a mugugnare sui tempi avari e sulla vita dura, ma più pronti ancora a farsi innanzi e a dare senza essere richiesti quando qualcuno ha bisogno della loro opera.
Castiglione Chiavarese di giorno si fa ammirare sopra un poggio al dominio di una valle coltivata come un giardino. In faccia, le rigide cuspidi della Pietra di Vasca dànno al paesaggio un aspetto montano che, senza l’avanzare di una collina che sbarra la valle e impedisce la vista del mare, sarebbe diminuito dalla breve distanza con la marina. Inoltriamoci tra le case linde, disposte in fila ad ampii gradini per non togliersi né luce né visuale, e lasciare allo stradone la sua aria di terrazzo affacciato sulla riposante conca verde.
Subito allo svolto, oltre la piazzetta ombrata di lecci, la valle si amplia, e Velva, il Santuario del Conio sopra Missano e l’altro più grande della Guardia, compaiono a ridare ai luoghi aspetti di quiete serena. Giù tra le vigne s’ode un corno rauco, insistente, e non vi sono mandrie da richiamare al pascolo né annunci di grandinate da trasmettere da un poggio all’altro.
– Si sposa un vedovo, lassù nelle case alte, – interviene a spiegarci sorridendo un vecchio. – È l’uso…
La jazz band non è una invenzione dei negri e l’abitudine, buona o cattiva che sia, di intonare marce a suon di latte e di coperchi, con accompagnamento di corni e di lazzi, in certi avvenimenti, sarà difficile sradicarla, soprattutto nei borghi.
Il parroco ci accoglie con affabilità nel suo salotto-laboratorio.
Vi sono su ogni seggiola, tra i libri, su mensolette, sul comò, ovunque, rotelle, quadranti, sfere, molle, pinze, lancette, piccole incudini, cacciaviti, morsetti, cose luccicanti, minuscoli ordigni che oscillano, tutto un mondo meccanico con le nervature scoperte, col mistero delle sue pulsazioni svelato, come organismi divenuti ad un tratto trasparenti.
Bisognerebbe interrogare il sacerdote sulla storia del Santuario del Conio, sulle leggende locali, sulle tradizioni proprie dei suoi parrocchiani, ma invece ci lasciamo sedurre dal microscopio e cacciamo lo sguardo sui minuscoli rubini che reggono ancore e bilancieri e ci svelano il mistero degli orologi, non meno attratti che dalle fantasie umane. Chiediamo perdono ai lettori se, una volta tanto, ci siamo lasciati distrarre da un mondo meccanico, scoperto per caso dove meno era possibile pensarlo. Il buon sacerdote però ci narra ugualmente l’origine del Santuario che per essere simile a quella già narrata per i confratelli maggiori non ripeteremo. Vi è in più una complicazione di lasciti, di ingiustizie e di riparazioni, per i titoli prima negati poi concessi; le buone Suore Brignoline sono legate in qualche modo alla storia del Santuario il quale, col campanile quasi sempre silenzioso, si erge sopra la strada che si reca a Velva, troppo discosto però perché i viandanti lo scorgano in tempo e deviino per sostare un’ora sul suo piazzaletto erboso.
Castiglione, ci viene spiegato, deriva da Castel Leonis. Lasciamo all’immaginazione del lettore le deduzioni. L’antica pieve è dedicata a S. Antonino, il martire della legione Tebana le cui reliquie furono rinvenute a Piacenza fra il 375 e il 396. L’affacciarsi dei possessi piacentini sino in vista del mare, le vie che serpeggiavano lungo le valli a raggiungere l’Emilia, spiegano anche la comunanza dei santi titolari delle nostre antiche pievi. Quella di Castiglione si vorrebbe farla risalire al V secolo, vale a dire, proprio all’origine delle pievi, ma le prime notizie sicure si iniziano verso il 1100, coi documenti di decime e frutti ecclesiastici. Dalla località Miliario possiamo dedurre facilmente che fosse lungo una delle grandi strade, con pietra miliare tra Sestri e Borgotaro.
Il Segretario comunale, al quale ci rivolgiamo in una seconda visita per altre ragioni, è in imbarazzo e non sa rispondere a una nostra domanda, insospettito da chissà che cosa.
– Si può intervistare la vecchia contadina alla quale il Duce ha mandato mille lire?
Ci annusa, interroga cauto, è seccato insomma. Promette, promette, basta che ci si levi dai piedi. Per pietà del suo imbarazzo tacciamo a meno delle promesse notizie, né insistiamo a sollecitare la risposta.
In un casolare lontano si può rintracciare una vecchia contadina che, chissà con quali sacrifici, era riuscita a possedere un bel bigliettone da mille. Lo aveva nascosto, lo covava gelosamente riguardandolo forse ogni tanto al lume della lucernetta, quand’era ben certa che nessuno la potesse vedere. Un giorno ebbe bisogno, assoluto bisogno di cambiare il favoloso biglietto: certi debitucci che continuavano a crescere. La vita s’era fatta dura e difficile. Lo cavò fuori ma quando si presentò per il cambio, sentì annunciarsi, con terrore, che non valeva più, che era fuori corso. La miseria ormai; pensò e ripensò a lungo: “Il Duce, dicono tutti che è tanto buono, che è così generoso coi poveri…”. I suoi pensieri si fissarono, con tutte le sue speranze, proprio su di Lui, e pregò uno di quei signori che sanno scrivere così bene di mandarglielo a dire al Duce, che lei, senza quel denaro, non avrebbe potuto più vivere. Aspettò a lungo, non mai sfiduciata, e un giorno vennero a dirle: “Il Duce non può cambiare la legge e vi rimanda il vostro biglietto ormai fuori corso, ma però, avendo saputo che siete povera, ha preso mille lire dal fondo di beneficenza e il denaro ve lo spedisce lo stesso…”. Domani anche questo diventerà leggenda.
All’uscir di paese, avvicinandoci a San Pietro Frascati per battere la strada più pittoresca, entriamo in un vialetto alberato. Una colonnina infranta porta questa scritta: Parco della Rimembranza. Dono di Zappettini Giulia.
Chissà perché ci siamo ricordati subito del donatore della lapide ai Caduti di Cassana che fece fare in alto un incavo per collocarvi il suo ritratto! Associazione d’idee, forse, null’altro…
Note:
1 - “Bertulun” in dialetto genovese significa sprovveduto.
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2 comments:
Bello leggere un pezzo sul proprio paese su di un blog, ma Bertulun non sta per tonto ma è un cognome piuttosto diffuso nel comune e ancor di più a Velva
Bertolone
Non so, è vero quello che dici, però Descalzo non era uno sprovveduto. Può darsi che la parola "Bertulun" significasse anche tonto ai suoi tempi.
Sul dizionario genovese - italiano che ho in casa non c'è.
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