All’entrata di ogni borgo, specie nei mattini festivi, vi è sempre qualche “osservatore” che pare non abbia altro compito che numerare gli avvenimenti della giornata e precorrerli con ardite o mature deduzioni. La strada che sale nella valle dello Sturla, tra villaggi e casolari, giunge quasi incassata tra le colline a Borzonasca, da dove prosegue per La Squazza, Rezzoaglio ecc.; attraversa il paese per tutta la sua ampiezza, per cui i curiosi, come i dazieri di non felice memoria, che si appostano in basso, riescono a rendersi conto di tutte le novità che avvengono in paese e immaginare quelle che avverranno, conoscendo anche ben presto il movimento dei forestieri e dei bighelloni.[1]
A costoro basta dare una sbirciata attraverso i vetri della corriera che sale da Chiavari per sapere subito se Tizio è tornato, se Caio è disceso, se i figli di Sempronio sono in vacanza, e maggiori indiscrezioni. Gli autocarri, mentre rallentano, sono esaminati attentamente, sicché si viene a conoscere subito che il farmacista ha mutato il mobilio, che al merciaio sono giunte nuove mercanzie, che il movimento del bestiame è notevole. Le automobili fuggenti verso Rezzoaglio, consentono di fare il computo dei villeggianti. Questi osservatori, diligenti collezionisti di pettegolezzi, sono generalmente degli “americani”, messi in ozio dal denaro già guadagnato, i quali si sentirebbero menomati a riprendere l’attività primitiva; proponendoci di illustrare la zona, si potrebbe limitare il lavoro a una intervista e si avrebbero informazioni ideali.
– Dove si passa per andare a Borzone?
– Prendete su per la valletta a destra; ci sarà un ponte…
– Vi è un vecchio campanile, non è vero?
– Quanto a vecchio lo è senza dubbio, e nessuno lo può più toccare, nonostante sia mezzo spaccato. Non è certo come quello di Borgonuovo…
Passando da Borgonuovo si può notare infatti una chiesa senza campanile, con al fianco un cumolo di sassi calcinosi che ricordano certi franamenti da zone terremotate.[2] Il castello delle campane, in legno, è addossato a uno dei lati, per cui il rimbombo è senza risonanze, e pare sorga dal basso e incupisca nelle volte delle stesse campane. Si potrebbe ascoltare la malignità dell’interpellato che rifà la storia della torre franata improvvisamente, a pochi anni dalla costruzione, e sentire quanto è vissuta, quanta calce fu adoperata, ecc. ma conviene cercare per proprio conto qualche particolare meno indiscreto.
Prima di avviarci a Borzone non è fuor di proposito attraversare il bel ponte a un solo arco, antico di alcuni secoli, e a naso in aria dare una sbirciata a Borzonasca. Qualche bassorilievo in lavagna ci fa sostare un tantino; màcine butterate ci richiamano ai fragori dei mulini; la popolazione non è villereccia, anzi, nella piazza municipale, in faccia alla colonna con la maschera di Garibaldi e al porticato del palazzo comunale, ci sono numerosi capannelli di borghesi che con l’aria molto domenicale discorrono gravemente sfogliando i giornali[3]. Nella chiesa esistono buoni affreschi: un senso di attività e quasi di agiatezza ovunque, per le varie industrie e il traffico agricolo, ci rivela l’importanza di questo piccolo centro.
Seguendo le prime indicazioni ci avviamo poi nella valletta rumorosa d’acque, anzi, fragorosa. Ci si stupirebbe se un edificio che ci costringe ad osservarlo in ogni parte, non eruttasse da bocche che paiono scavate nelle sue fondamenta, una cascata ampia e regolare. Ecco una centrale elettrica che non è in disarmonia col paesaggio. La sua architettura moderna, ma non a cubo bucherellato, suggerisce lì per lì l’idea di una villa. Ben presto però attraverso alle vetrate, il luccichio di macchine varie ci fa pensare alle dinamo e ai delicati ordigni elettrici che trasformano in energia l’acqua del lago di Giacopiane, costretta a precipitare entro tubi robusti che rigano a coppie la montagna, scendendo rettilinei per centinaia di metri.
Iniziando la salita per la mulattiera, lentamente, ogni abitazione scompare e si prosegue tra vigneti e castagneti inoltrandoci sempre per canali che sono come le rughe delle colline, lungo i quali l’operoso contadino scava ripiani e pasteni per farvi crescere frumento e ortaggi. In alto, ancora in una valletta, appare ad un certo punto un ciuffo cupo di cipressi che cingono il sagrato impedendoci di ammirare Abbazia e campanile. Possiamo scorgere appena una trifora della torre occhieggiare in alto, tra i pinnacoli verdi, e una parete di finestre cieche, a ogiva, in uno dei lati della chiesetta.
Sul sagrato, contadini in gruppo fanno cerchio intorno a un Tizio che non ha per nulla l’aria d’istrione da campagna. Parla con voce piana, suadente, con parole semplici, di cose elementari e primitive: della malattia della vite, come si combatte coi solfati; del vino, come si conserva in tutte le stagioni, travasandolo ed eliminando i fondi torbidi; dei castagni, come si innestano perché fruttifichino bene; del frumento… È un professore della cattedra ambulante di agricoltura, l’istituto che il fascismo ha valorizzato al massimo, affidandogli il più grande tesoro: la terra.
I cipressi non ci impediscono più ormai di ammirare la superba torre romanico-gotica, rivestita di ruvide bozze di arenaria, oscure e grommose, che danno all’edificio un carattere di massiccia solidità. Il reverendo abate M. Bracco, è ben lieto di esserci guida. Ci fa girare attorno al campanile e allora, purtroppo, scopriamo una larga fenditura longitudinale che lo squarcia e divide in due parti. Per quanto inchiavardata con robusti tiranti, la torre, quando ci inerpichiamo sulle scalette interne, ci appare in piedi per un miracolo di equilibrio. Sotto l’orologio, in alto, due cipressi si sono radicati in una fenditura e vegetano, per cui, fra qualche decennio, agiteranno la loro vetta verde-cupa al posto della cuspide che si vuole esistesse prima, mozzata per diminuire il peso ed eliminare al massimo la minaccia di franamento.
Il castello di Varese Ligure col suo frassino svettante, il campanile delle Grazie col pino, la dimora dei Fieschi a San Salvatore col pesco sul davanzale e i molti altri edifici su cui vegetano alberi, hanno in questo campanile un confratello, che alimenta la pianta più severa dei nostri giardini. L’abate ci è buona guida attorno ai muri della chiesa dove l’armonia dello stile romanico, nelle strette finestre ad archi leggermente ogivali, dona all’edificio tutta la sua grazia non diminuita da elementi di decorazione bizantina, riscontrabili negli ornati in laterizio che corrono orizzontalmente a spina di pesce. L’interno non ha più l’austerità che gli diede Gherardo di Cogorno, il IV abate, quando fece erigere la chiesa nel 1244, certo con gli aiuti di Innocenzo IV che fondava nel contempo la basilica di San Salvatore, e dell’Arcivescovo di Genova, Giovanni da Cogorno, entrambi dei conti di Lavagna.
La deturpazione avvenne nel sec. XVI con l’apertura di finestre a croce greca al posto delle primitive, e l’ultimo rifacimento risale al 1834. In quella data si alzò il tetto e si creò l’abside nel quale ora troviamo in buona luce il pregevole polittico del 1484 di cui s’ignora l’autore.
Studioso appassionato della propria Abbazia, il rev. M. Bracco ci consente di seguire con le sue note, ordinate e lineari, la storia dell’antichissimo monastero, assai meglio di quanto non sia possibile sul ponderoso volume di G. Brizzolara, la cui diligenza nell’elencare ogni benché minima nota, è andata a detrimento della chiarezza.[4] Si può riportare al mille l’epoca della fondazione del monastero, dovuto certamente ai monaci di Bobbio, ma soltanto nel 1184 fu eretto in Abbazia da Ugone della Volta, arcivescovo di Genova, che la donò ai frati di Chaise Dieu di Clermont.[5] La larga rinomanza che godette l’Abbazia si può dedurre dal numero infinito di documenti nei quali ritroviamo i nomi degli abati, che ebbero in ogni tempo incarichi delicatissimi.
Furono i monaci di Borzone i fondatori della chiesa di Santa Maria del Taro, benché in territorio di Bedonia, e trionfarono di ogni obbiezione mossa dal vescovo di Piacenza[6]. Già nel 1201 Innocenzo III dava incarico a un abate, insieme al Magiscola di San Lorenzo in Genova, di comporre un dissidio tra l’arciprete di Rapallo e quello di Sant’Ambrogio, e da allora, incombenze di questa natura, toccarono sempre agli abati ogni qualvolta sorgeva qualche differenza ecclesiastica o civile nelle zone vicine. Il papa si rivolgeva agli abati come ai vescovi, invitandoli a vigilare sopra il gregge a lui affidato coll’estirpare i vizi e piantar le virtù, poiché la loro influenza era molto estesa, ed essi erano chiamati a comporre le liti e proscrivevano anche chi commetteva delitti.
Quasi tutti gli abati provenivano dalla famiglia dei Conti di Lavagna, Ravaschieri, Cogorno, ecc., e possiamo immaginare un caso di nepotismo, comune a quei tempi, specie in certe famiglie, notando la sostituzione di Fra’Francesco Descalzi, eletto abate da Giulio II nel 1505 e sostituito dopo appena un anno da un Ravaschieri.
In qualche periodo l’Abbazia rimase deserta, ma i monaci si radunavano ugualmente in San Giovanni a Chiavari. Nel periodo fortunoso delle discordie intestine, quando Pietro di Campo Fregoso per muover guerra ai francesi, che erano in Genova, si unì a Giov. Filippo Fieschi e marciò contro la città della quale fu dichiarato nemico, e poi, per rappresaglia, occupò l’isola e la fortezza di Sestri, Portofino e Chiavari, l’Abbazia rimase deserta a causa delle scorrerie che avvenivano nelle valli.
I monaci l’ebbero in possesso sino al 1535 dopo di che fu eretta in commenda e venne conferita ad abati residenti o data ai cardinali, (di questi, il più celebre, fu Michele Ghisleri, eletto papa col nome di Pio V, ora S. Pio V) o ad arcivescovi, finché, dopo il risorgimento italiano, fu conferita ad abati parroci residenti.
Ridiscendendo a Borzonasca, ci accompagniamo con qualcuno di quelli che sono saliti per sentire la lezione di agricoltura. Quando si avvista la centrale elettrica e si parla dei lunghi lavori eseguiti per gli impianti, il buon contadino ricorda i foresti che avevano invaso le valli e le diverse famiglie ingannate, e ricorda quel periodo quasi come un’era di incertezze e di angustie essendo, da vero rurale, amante del lavoro quieto e tranquillo della terra, mercé il quale è stato possibile, per un millennio, vivere sotto la tutela dei Benedettini e di altri religiosi che con la preghiera e l’operosità saggiamente mantenevano intemerati i costumi e salde le tradizioni.
[1] Nel testo originale compare “della Sturla” invece di “dello Sturla”, “la Squazza” invece di “La Squazza”.
[2] “cumolo” compare nel testo originale.
[3] “màcine” è accentato nel testo originale.
[4] Descalzo cita Brizzolara don Giovanni, “Storia dell'Abbazia di S. Andrea di Borzone”, Salesiana, San Pier D’Arena, 1891.
[5] Nel testo originale compare “Chaixe de Dieu” invece di “Chaise Dieu”. La Chaise Dieu era una congregazione dell’ordine benedettino fondata nel 1043 da san Robert di Turlande.
[6] “obbiezione” è scritto con due “b” nel testo originale.
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