Scendendo da Masone, di ritorno da Vallechiara dove si ritira ad ogni vacanza uno degli scrittori più vicini e aderenti alla nostra natura, mi trovai a far la strada con un venditore ambulante.
– V’è una fontana nelle vicinanze, che sappiate?
– Alla seconda svolta. Mi fermerò anch’io.
Il compagno, carico delle sue cassette, aveva un viso da montanaro perfettamente intonato al paesaggio. Quando ci sedemmo presso la fontana notai con sorpresa che anziché sguazzare e rinfrescarsi nell’acqua limpida, aperse i tiretti per esporre le sue mercanzie come fosse alla fiera.
– Non vi manca nulla?
Fatto un rapido esame delle mie necessità pratiche immediate, dovetti accorgermi con rammarico che era tutto a posto.
– Proprio nulla, ora che ho bevuto e posso riposare al fresco.
Fissando le scarpe il compagno cominciò a constatare che mentivo.
– Avete una stringa rotta, – e tanto fece che me affibbiò due paia decantandomene la robustezza.1 Finì poi che, di cianfrusaglia in cianfrusaglia, mi riempii le tasche di aggeggi per barba, ingredienti da scrittoio, trappole da banchiere: bottoni, ecc.
Per vendicarmi allora gli feci subire un’intervista in piena regola.
– Sono pontremolese. Da noi ogni borgo ha le sue specialità. Quelli di Chioso, Rossano, Montereggio, vendono libri; quei di Mulazzo vendono stampe e oleografie; quelli di Montelungo pietre d’affilare e c’è poi chi, come faccio io, carica su minuterie da merciaio e va in giro…
Eccoci. Quante volte gli amici bibliomani non mi han parlato dei pontremolesi per i loro fortunati acquisti? E quanti non sono i librai, anche a Genova, specie quelli che trattano roba vecchia; che non sappiano dov’è Mulazzo, Grondola, Arpiola, Villafranca? È nato da quell’incontro, ora piuttosto lontano, il desiderio di cacciare il naso nell’aria di Pontremoli.
Sarebbe opportuno, per ammirare le caratteristiche della Lunigiana avviarci per via di monti: comparire una mattina sulle alture di Zeri e intrattenerci con quegli ostinati montanari che godono della terribile fama di Biassa; avviarci a Mignegno per assaggiare il duro e colloso testerò; passare da Bratto e da Braia per vedere le donne in costume offrir ricotta; dare insomma una scorsa ai castelli e capire un po’ bene questa regione che non è più né Liguria, né Emilia, né Toscana.
Pontremoli, della zona che conobbe l’unghia dei Mala-spina (di spino secco e di spino verde) si può dire la capitale.
Decaduto Luni, la regione mancò di un centro cittadino e le vicissitudini dei tempi ne impedirono la formazione. I signorotti riusciti a infeudarsi di una valle, di una collina, di un passo, di una bassura, tenevano duro. Reggendosi ora ai vescovi capitani che ebbero a lungo il potere temporale e mantennero ordinamenti civili e romani alla regione, ora agli avversari di passaggio, ai gaglioffi e agli imperatori che straripavano con eserciti nella Penisola, s’eran venuti creando guarentigie e privilegi, diplomi e investiture da far ammattire tutti i legulei. Finiva il più delle volte, col sciogliere il nodo gordiano delle ereditarietà e dei lasciti, l’intervento armato del più forte che eliminava i contendenti soppiantandoli, ma passate le burrasche, con scartoffie alla mano, riapparivano sulla scena i pronipoti e, grida e briga, ritornavano negli antichi e nidi e guai a non sopportarli.
Questa regione-cuscinetto “Ligure nido – di longobardi conti” ha una delle più torbide storie che possano concepirsi, ma per non divagare eccessivamente converrà limitarci ad accenni e dare uno sguardo d’insieme all’unico centro ragguardevole che contro le gelosie dei feudatari riuscisse a reggersi in comune e qualche volta ad avere il predominio sulla zona, emulato in ciò soltanto da Sarzana che aveva per suo conto però tali guai, da non trovar tempo d’essere geloso.
L’apparizione nelle cronache per la prima volta di Pontremoli, la troviamo nel 990, giacché non possiamo far credito alla leggenda di Apua, capitale degli apuani inesistenti, così cara a Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Si trova nell’itinerario di Sigerio, arcivescovo di Canterbury e già era grosso borgo, importante perché rappresentava la porta delle valli montane della Cisa e del Badone, tra la Lombardia e la Toscana.
L’origine dei signori che si fissarono nella regione è longobarda, giacché Oberto, primo conte di Luni nel 940, è bavarese. La costituzione e l’affermazione dei marchesati in Liguria fu una necessità comprensibile col bisogno di difendersi contro i saraceni insediati in Corsica, Sardegna e Provenza, periodicamente spinti ad invaderla anche dopo la spedizione navale di Luni dell’806 e quella di Adalberto nel 1406, contro il re moro Mughahid cacciato da Luni saccheggiata per l’ennesima volta, facendo prigioniera la regina, ed inseguito nei suoi possessi insulari.
Trascuriamo la lotta tra la feudalità laica e quella ecclesiastica, sebbene Pontremoli ci appaia ancora sommariamente spartita tra i castelli del Piagnaro, Cacciaguerra e Castelnuovo che conservano i ricordi di Castruccio Castracani. Guelfi e ghibellini, nelle sue strade lunghe e strette ebbero modo di attizzare cotidianamente gli odii, di provvedere a molestarsi vicendevolmente, ad asserragliarsi nelle proprie torri, aggredirsi e togliersi la tranquillità. In tempi meno lontani poterono continuare le loro avversioni inconciliabili anche con le due mairies, quella del Verde e quella della Magra, i due torrenti che si fondono nel suo territorio e sui quali la città stende gli archi agili dei suoi molti ponti.
Allontaniamoci un tantino da tanti frastuoni. La giornata ideale per calarci a Pontremoli è la domenica, quando, attratti dalle verdi campagne, dal mare o da altri più suggestivi miraggi, i suoi abitanti emigrano e svuotano la cittadina.
Chi arriva in treno stupisce di scorgere d’improvviso, dopo paesaggi incerti e buie gallerie, l’aprirsi di una vallata pianeggiante. Subito dopo sfilano lunghe linee di case affacciate su greti quasi asciutti, invasi da giunchi e da orti. Gli orti, veniamo presto a sapere che non hanno padrone. Ad ogni scemare delle acque, col loro apparire, acquistano nuovi proprietari in chi se ne impossessa per primo, finché le alluvioni invernali non tornano a livellarli e a stendere nell’alveo ghiaia e limo.2
Le spalliere di abitazioni che guardano sui torrenti, appena ci sporgiamo dagli alti parapetti, ci narrano subito lunghe storie di piccoli proprietari dai molti gusti e dai diversi mezzi. Catapecchie incrostate a terrazze e altane ariose; archi, mensole e volte del rinascimento, gomito a gomito con muri rabberciati e cascanti. In talune parti se il torrente regalasse qualche riflesso alle abitazioni che vorrebbero specchiarsi, ci sembrerebbe addirittura d’essere in uno dei cari lungarni e persino, perché no, con tanti ponti, su qualche canàeto.
Pure illusioni, s’intende. Però, quanto al pittoresco è paese tutto da scoprire. Da una porta gotica avanziamo nelle lunghe strade selciate. Portali e decorazioni grigie, palazzi austeri e cortili maestosi intravvisti di sfuggita, ci fanno ammirare senza sdegno, anzi, con qualche compiacenza, un sobrio barocco che, in questo ambiente, arricchisce lo squallore di certi tratti.
È sensibile un mormorio sotterraneo d’acque, un sordo mover di ruote da mulino, qualche volta ci investono grevi folate d’aria umida che da vicoli angusti pare vogliano incanalarsi lungo il declivio della via più libera.
Ecco una caratteristica paesana: gli sdrucioli. C’inerpichiamo lungo il più impervio che sale al castello dall’aria ormai dimessa, fisso in contemplazione sonnacchiosa dell’abitato che si allunga nella valle circondato in ogni punto da colline alberate. Ridiscesi al centro, posiamo sotto i portici delle due piazze, in uno dei tranquilli caffè da cui si può ammirare cupole e campanili e avanzi di torri emergenti da tetti grommosi. Una scorsa alla Cattedrale, una visita alla Madonna di Duccio, al San Francesco del Cignaroli, alla Crocifissione del Procaccino.3 D’un tratto, in una vetrina, ecco la fotografia di un tempietto bellissimo.
– Dov’è questa chiesina?
– All’Annunziata, fuori città, – ci risponde un passante.
La gita si rende necessaria.
Alla periferia c’è modo intanto di incontrare i pontremolesi al passeggio. Un lungo filare di piante ci guida al sobborgo dove, appena giunti, sostiamo sorpresi innanzi a un chiesone dei maestri comacini, con la facciata in arenaria ormai corrosa. E il tempietto? Appena entrati, eccoci innanzi all’opera meravigliosa. Lucca, Firenze, dove abbiamo già visto questo miracolo del Rinascimento?
Interrompe il nostro stupore ammirativo uno dei consueti dotti locali.
– È opera del Sansovino! – Non importa di chi, è il più bel dono che ci ha fatto Pontremoli.
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