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9.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Al lago di Giacopiane

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"

È difficile poter sostenere con dimostrazioni valide l’asserzione ripetuta da molti circa l’esistenza di un porto a Carasco. I sei chilometri di fondo valle ricolmati dalle alluvioni, per quanto possiamo ritenere queste copiosissime e rapide, ci porterebbero indietro di millenni, inoltrandoci nella preistoria. Quando leggiamo quindi che Carasco era anticamente scalo principale delle merci per la Lombardia, dobbiamo essere alquanto scettici. Possiamo invece accettare, non fosse che per ragioni sentimentali, la definizione di “Golfo di S. Salvatore” data all’alveo in cui scorre l’Entella, tra Chiavari e Lavagna. La bellissima Basilica iniziata da Innocenzo IV e finita da Adriano V, i due papi Fieschi, nel loro nido di S. Salvatore, è infatti l’opera più notevole lasciata da questa grande famiglia di feudatari liguri e il loro palazzo, di cui ora s’è intrapreso il diligente restauro, s’affaccia ancora con le sei maestose quadrifore, sulla vallata, dal poggetto che è ben degno di darle il nome, dominandola insieme tutta sino alla foce.
Il ponte della Maddalena, eretta nel 1210 al posto di quello in legno esistente sin dal 1164, ci rievoca il passaggio di Dante e i versi che quaggiù troviamo anche in bocca ai contadini:

Intra Sestri e Chiaveri s’adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.

Nell’antica dimora dei Conti di Lavagna, tra le finestre laterali cieche o mutilate dove, negli interstizi, crescono e vegetano persino piante da fusto, si poteva, or non è molto, vedere ancora affacciarsi qualche vecchia contadina che ripeteva con orgoglio: “Questa era la casa di Innocenzo”, mentre carezzava una pianta di rosmarino pendula e aggiustava sui rami di un pesco cresciuto sul davanzale, al secondo piano, i calzoncini del nipote messi ad asciugare.
Nei prati che fiancheggiano l’Entella, due capannoni per dirigibili, mai utilizzati, pare sonnecchino tra i seminati verdi con le loro grosse gobbe. Intorno osserviamo Curlo, Costa, Panexi, Chiappa, villaggi e casolari che, come Paggi, ricordano anche nel nome antiche cellule di comunità primitive, che trovarono terreno di sviluppo nella zona.[1]
Seguìta l’ansa del fiume e ritornati a Carasco, riprendiamo finalmente l’escursione prefissaci, dopo la necessaria divagazione.[2] La strada si biforca, per cui, abbandonata quella che si inoltra nella Fontanabuona e per Cicagna, Gattorna e Uscio discende a Recco ritornando al mare, prendiamo l’altra che s’interna nell’Appennino ligure e ci avvicina maggiormente alle nostre più alte montagne.
S. Pellegrino, Terrarossa, sono i primi nuclei di abitati, sulla via o poco lungi; Vignolo, su un poggetto ridente, ha un castelluccio che si leva sul cocuzzolo e guarda i declivi pretensioso come una sentinella di passo medioevale.[3] Mezzanego, piccolo centro diviso in due gruppi di case, si schiera sulla strada con quiete ville e sale sulla collina; segue Borgonuovo, dove la via si divide nuovamente. Lasciamo la strada che ci condurrebbe a San Siro la foce, o meglio, la forca, dal ricordo di certo strumento austriaco eretto nei paraggi, giacché non vi è la foce di alcun torrente, essendo ormai tra le montagne, e ci avvierebbe poi a Borgotaro, e proseguiamo per raggiungere Borzonasca.
Questo borgo è il più ragguardevole della vallata. Se l’escursione non ci costringesse a proseguire, potremmo soffermarci a lungo su l’Abbazia che ha dato origine al paese, eretta nel 1184 da Ugone della Volta ove sorgeva un antico monastero, indugiare sotto il campanile romanico–gotico, monumento nazionale tra i più notevoli di questa regione, o affacciarsi sull’ampio ponte in pietra a un solo arco, eretto nel 1000. Da Borzonasca si possono effettuare notevoli ascensioni ai monti soprastanti e raggiungere villaggi lontani ove la antica pronuncia genovese è ancora intatta, per cui alle nostre orecchie appare stridente con i suoi “ra vacca, rò so…”, abituati alle leziose cadenze di Portoria.[4]
Dopo Borzonasca la strada mantenutasi pianeggiante, prende a salire senza interruzione. Il torrente Sturla scorre in basso ma, pur salendo notevolmente, lo scenario non si estende molto essendo le colline come pigiate le une su le altre e non offrendo la strada, anche nelle frequenti svolte, altane aeree dalle quali ci si possa sporgere e godere l’esteso panorama. Brizzolara, Tigliolo, Reisasca, Stibiveri, Temossi, sono villaggi che ora appaiono disseminati sui declivii, ora, come l’ultimo, innalzati su culmini di alture soprastanti ad animare il paesaggio di case.[5]
La Villa delle Rose ci fa sostare qualche minuto attorno al suo parco cintato, per guardare il terrazzo e osservare la felice positura che le dà il privilegio di un romitaggio sereno e fiorito e le conferisce, per chi ne prova ancora le seduzioni, un’aria romantica specie quando si scopre, poco sotto, nel torrente, una diga che chiude la valletta formando un piccolo lago suggestivo. L’acqua ha una cupezza verde-blu; le molte piante che si curvano ai margini fanno pensare a nascondigli silvestri creati per favorire giochi a deità boscherecce. Chi ha chiuso il corso all’acqua per utilizzarne l’energia, certo non pensò che formando una conca capricciosa tra le rupi e le piante, questa sarebbe divenuta un motivo di poesia in questo paesaggio montano che ne è povero. Una volta tanto l’industrializzazione non ha diminuito, ma accresciuto la bellezza della natura.
Molte teleferiche, alcune delle quali di più chilometri, mostrano in questa regione come il contadino sappia intelligentemente usare i mezzi più moderni per lo smercio e la valorizzazione dei suoi prodotti.
Bertigaro è il punto di sosta. Le alture sovente, anche nella migliore stagione, si avvolgono in una nebbia umida e uggiosa che vela e nasconde irrimediabilmente ogni prospetto lontano. Nell’osteria del villaggio, col cattivo tempo, si sosta per ripararci dal lento piovigginare sotto un pergolato di glicine, attorno ad un tavolo in lavagna, e si consuma tranquillamente una colazione campagnola.
Latticini, salame, pane casalingo… Intorno sono i maggiorenti del paesetto, quattro o cinque, che si lagnano, nell’ozio domenicale, del cattivo tempo, che però non fa male ai castagneti, i quali sorgono poco lungi, nella nebbia. Viene una carovana di muli dalla montagna e smonta proprio all’osteria. Ci si accorge subito che sono carbonai e alle prime domande si conosce anche di che regione sono.
– Siete della Val di Bure?
– Oh, che c’è stato?
– Si vede bene dall’alto campanile della cattedrale di Pistoia che domina sulla città. È il miglior punto di osservazione per ammirare le vostre colline e orientarci sulla via pratese, la faentina, la pisana…
Come l’uomo diventa subito amico quando gli ricordate, anche vagamente, il suo paese, che magari odierà, che avrà rifuggito per la miseria o per le cattiverie altrui, ma che, appena lontano, sente di desiderare sopra ogni altra cosa!
Vagabondando sulle colline e sulle montagne liguri, i carbonai pistoiesi ci sarà facile incontrarli in molti punti: in quel di Torriglia, sul monte Pu, sul Gottero, ecc. Costruiscono le loro capannucce di tela e vegliano sui coni fumosi, vivendo per mesi e mesi lontani da ogni villaggio, segregati in una solitudine pressoché assoluta. Nessuna sorpresa quindi di trovarli anche su l’Ajona. Un giovane, il più affabile, si attarda a narrar particolari della loro esistenza. Sono saliti in varie squadre, disseminati in località diverse dall’appaltatore, e si sono impegnati per un certo tonnellaggio. Qualcuno ha portato con sé tutta la famiglia per diminuire i disagi della solitudine. A Bertigaro sono discesi i giovani per le provviste settimanali e ci si accorge ben presto che per loro questo è realmente un giorno festivo.
Si offrono di accompagnarci, ma l’indugio che fanno per godere il più possibile la sosta in paese ci induce a prendere la mulattiera, indifferenti agli spruzzi e alla nebbia, sperando che da un attimo a l’altro si schiarisca l’orizzonte. Speranza inutile purtroppo. La mulattiera sale, ora ripida ora piana, svolta frequentemente, ma pochi metri innanzi o indietro sfuma. Le colline si intravvedono solo vagamente e quando si è così innanzi che la loro massa oscura incupisce la foschia. Si cammina così per oltre un’ora con qualche dubbio su l’esattezza della strada.[6] Quando già si pensa di esserci smarriti, ecco finalmente in alto un solido muraglione. Non è la diga di sbarramento, ma un muro arginale all’estremità opposta. La pioggia ha cessato e la nebbia, meno folta, ci consente appena in alto di vedere una distesa d’acqua di un verde sbiadito, con profili irregolari, dilungarsi per un chilometro tra anse, darsene e piccoli promontori. Appare strano, nel silenzio, un canto spensierato di uccelli sulla riva opposta; in talune zone lontane tre o quattrocento metri, l’acqua si fa opaca e il fondo giallo del terriccio che attenua il verde alla riva, non traspare, lasciando alla massa riflessi azzurri.
La nebbia ha formato una volta afona su l’acqua appena marezzata: coppa di cinque milioni di metri cubi sospesa a mille metri sul mare per rifletterci le nubi e le procellarie. Poche piante intorno; già ai margini la vegetazione lacustre comincia timidamente ad apparire, per mutare in pochi decenni totalmente l’aspetto dell’antica valletta di Giacopiane, quasi sempre brulla e deserta.
Ci affacciamo al parapetto della diga in muratura, al centro della quale, una specie di tempietto senza segni votivi s’innalza a proteggere le saracinesche. L’acqua del Penna arrestata nel bacino scende in condotte forzate a Caroso per quattrocento metri e per altrettanti a Caregli, generando nelle varie centrali elettriche energia per decine di migliaia di HP. Baracche, case, centrali, impianti varii, sono disseminati nei paraggi, ma non è possibile spingerci all’altro serbatoio nel pian di Sapeto, né salire al lago delle Lame per veder le morene glaciali.[7] La pioggia riprende e la nebbia nasconde ogni cosa costringendoci a cercar rifugio nei capannoni degli operai in attesa di ritornare indietro.[8]




[1] “Panexi” sta per “Panesi”, frazione di Cogorno, da non confondere con Pannesi - frazione di Lumarzo – citata nel capitolo “Al Santuario della Madonna del Bosco”.
[2] “Seguìta” è accentato nel testo originale.
[3] “San Pellegrino” era un altro toponimo riferito alla frazione di Santa Maria di Sturla, comune di Carasco.
[4] “la antica pronuncia” compare nel testo originale.
[5] “declivii” è scritto con due “i” nel testo originale.
[6] “intravvedono” compare nel testo originale.
[7] Nel testo originale è scritto “Carosio” invece di “Caroso”. “varii” compare nell’originale.
[8] Descalzo annotò nel suo diario, alla data 22 maggio 1932:

“Siamo partiti in due per il lago artificiale di Giacopiane. Ogni tanto uno spruzzo di pioggia ci innaffiava ma abbiamo proceduto ugualmente. A 600 metri, dopo 32 chilometri di strada fatta alla meglio, in biciclettta o a piedi, abbiamo fatto una saporosa colazione. Il tempo minacciava sempre ma abbiamo attaccato ugualmente la mulattiera. Sarebbe stato bello sostare e poi avviarci coi carbonai della Val di Bure che vengono ogni anno sulle nostre montagne ed erano scesi per le provviste settimanali, ma per non fare tardi siamo andati soli. Pioggia e nebbia. Non si scorgeva dieci metri innanzi. Dopo un’ora di salita, a caso, eravamo ormai certi d’esserci smarriti. Tirando ancora innanzi nella foschia abbiamo finalmente scorto la diga. Il lago è degno di certi laghi alpini, colmi di solitudine e non contaminati da ville e opere umane. S’udiva un gorgheggio d’usignoli all’altra sponda per cui la nebbia, che per qualche istante si diradò, trasmise echi musicali di una suggestione affatto nuova. Eravamo a mille e più metri. Lo sviluppo del lago è vario; piccole penisolette, calanche, dirupi. L’acqua era di un verde sbiadito che confinava col blu. Piovve ancora. Ci riparammo presso i laboratori tra gli operai che vivono per mesi sulla montagna al lavoro della centrale elettrica e poi discendemmo sotto la pioggia rassegnati alla nebbia che ci impedì sempre di vedere le ampie vallate che avevamo innanzi. Rotolammo in bicicletta sulla discesa tornando a casa prestissimo. Presso il Caffè, il direttore didattico e il segretario comunale mi hanno presentato al podestà, un vecchio generale napoletano. Gli elogi, oltre ad urtare me, hanno seccato anche questo militare, abituato soprattutto a sentirli al suo indirizzo, e con una certa diffidenza mi ha rivolto varie domande alle quali ho risposto evasivamente per deluderlo sempre di più. Dovrò fargli omaggio dell’unica pubblicazione e mi hanno già soffiato nelle orecchie la dedica; su questo però non accetto consigli”.

Cfr. De Nicola Francesco, op. cit., pp. 59 - 60.



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