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12.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - L’Isola di Sestri

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Tra gli undici e i quindici anni ho posseduto una delle più belle ville della Riviera. Avevo così piena coscienza del possesso che, quando dovetti rinunciarvi, rimasi a lungo risentito della privazione e mi parve sempre d’aver subito un sopruso. Ecco forse perché, quanto avvenne più tardi in quella mia porzione di paradiso, di mutamenti, di variazioni e trasformazioni, mi trovò accanito denigratore, critico feroce, avversario inconciliabile.
Il mio possesso era pressoché assoluto. La villa, per tre quarti cinta dal mare, sulla penisoletta di Sestri Levante che chiude a oriente il Golfo Tigullio con la parentesi perfetta dell’istmo su cui stende una delle sue marine, era sempre disabitata. I Marchesi Piuma venivano sì e no qualche mese d’estate, proprio nella stagione in cui lo stupendo parco non attraeva, perché le scogliere nel solleone erano il regno preferito.
Il miracolo di questo meraviglioso possesso avveniva nel modo più semplice. Come garzone di Angiolino, figlio del vecchio fattore dei Marchesi, compiuto il dovere di spazzare la piccola libreria e di imparare a racappezzarmi nelle cose della minuscola tipografia, acquistavo il diritto, o meglio, il privilegio, di avere in tasca la chiave di una certa porticina di servizio attraverso la quale entravo nella Villa Piuma più comodamente che dalla cancellata, evitando perfino le occhiatacce del Valle – l’unico colono – il quale mi scambiava volentieri coi monelli invadenti, da prendere a sassate.
Mi godevo solo il possesso favoloso. Quando a marzo l’erica è tutta una fiammata e spande un intenso profumo di mandorlo-miele, m’adagiavo a guardare stupito il boschetto intersecato di viali oziosi, tanto più meravigliato inquantoché soltanto là questa pianta è lasciata crescere spontanea sino ad altezze imprevedute, e riempie il cielo di fronde compatte che negano la luce e la visione del mare alle basse erbe, rassegnate e tisicuzze. V’era un pino contorto sopra la rupe della Latina che il vento frustrandolo aveva fatto aderire alla roccia scoscesa.(1) Sui suoi rami, per amore di vertigine, era bello far l’altalena. La Torretta – semaforo, nel cocuzzolo più alto della collina ove Marconi piazzò poi le rastrelliere contro le quali si impigliano anche le onde cortissime, sperimentando le ultime realizzazioni del suo genio – era vuota e umida.(2) Sopra un tavolo, in una specie di conca da bucato, v’era un numero inverosimile di biglietti da visita con i nomi più ostrogoti che abbia mai letto, taluni dei quali poi, allo scoppiare della guerra, divennero esecrati a molti orecchi latini. Sotto a una certa lavagna, posta ai piedi della Torretta, – piccolo segreto – esisteva un bicchiere che consentiva di attingere acqua alla cisternina, dono che gli amici, ammessi ogni tanto, dopo ore di corse, gradivano più di qualsiasi nuova meraviglia.
A proposito dei compagni, un po’ per vanità, un po’ per non farli crepare di invidia, finivo ogni tanto per condurveli, imponendo discipline severissime che però non venivano sempre osservate. L’attrattiva maggiore degli amici, inutile indagare perché, era il Forte, nel quale speravano sempre scoprire qualche vecchio cannone. Questo fortino del ’500, piantato a vigilare l’isola, quando forse era ancora tale, smessa l’aria protettrice, s’era addormentato quieto quieto nella sua veste rossiccia, colle sue scolte e i suoi pinnacoli decorativi, indifferente persino al concerto dei ranocchi moltiplicatisi entro il cisternone che custodiva nel ventre. Fu proprio contro i suoi muri insensibili che Perassitto un giorno scaricò un pistolone rubato al nonno antiquario, facendoci scappare per due ore e allarmando tutti i “preposti” di vigilanza sul litorale.(3)
Bando alle nostalgie. L’ex Villa Piuma un giorno si svegliò messa a soqquadro da alcune centinaia di operai che la frugarono in tutti i cantucci. Chi demolì – e il bel fortino che pompeggia ancora come torre minore nello stemma del paese, fu la prima vittima – chi trapanò la roccia, chi scavò, chi eresse e tornò a demolire per innalzare ancora… Fu per qualche anno un cafarnao incomprensibile. Il genio o il demone, o uno e l’altro insieme (difficile distinguere!) del denaro, dopo avere scoperto d’improvviso il tesoro di bellezza semi ignorato, s’incapricciò di aumentarne il fascino, di accrescerne le attrattive, di moltiplicarne le suggestioni.(4)
Gru gigantesche issarono dalla strada sottostante, colonne, capitelli, stipiti, archi, d’ogni materia, d’ogni stile, d’ogni età. Sorgevano muri arcigni che poi ricadevano per risorgere diversi, entro i quali, mosaico incomparabile di raffinatezze e di anacronismi insieme, venivano provati, adattati e poi chiusi definitivamente, gioielli provenienti da badie cristiane o conventi buddisti, da fortilizi medioevali o edifici bizantini, da scavi egiziani o babilonesi.
L’antica fortezza genovese, posta come l’acropoli a dominio del borgo e vigilata dai morti come molte ancora delle fortezze liguri ridotte a cimitero, vide emigrare le tombe che ne avevano variata la fisionomia. Il mastio, nella scorza ruvida, scavato e sventrato, divenne sala da concerti, mentre lungo la linea delle mura ancora intatte che cingevano la cittadella e il suo tempio romanico, sede di antiche leggende, sorgevano manieri possenti, le cui forme e le cui grazie talora stupiscono per il prodigio di armonia raggiunto e non di rado indignano apparendo la natura più spesso domata che compresa.
Lo scoglio vivo fu sventrato onde aprire il varco alle acque marine ed immetterle in un bacino, diremo privato, per raggiungere il quale la collina fu trapanata e traversata da ascensori. Ci si domanda a volte se chi volle tutto ciò aveva nel cuore sogni da imperatore decadente o vanità da Gog (per richiamarci a un personaggio contemporaneo che non è prodotto di pura fantasia papiniana).(5)
Tesori su tesori si accumularono entro la villa bellissima, quasi sempre chiusa e deserta.
Ai vialetti oziosi sono state aggiunte passerelle pensili, terrazze aeree, passaggi su ciglioni vertiginosi. Disseminati ovunque, sarcofaghi, sfingi, idoli esotici, cariatidi enigmatiche, semicerchi di colonne, giare solenni su capitelli rovesciati, danno ogni tanto al paesaggio sul quale si fissano, un sapore di composta classicità e spesso di eterogenea e confusa profusione di sfarzo.
I due castelli racchiudono, fissati nei muri, perfettissimi esemplari di tutte le arti. Aggirarsi nei vasti saloni che aprono finestre di una grazia incomparabile sul più bel paesaggio ligure, nelle camere, nei passaggi, affacciarsi alle scalee, avanzarsi alle finestrelle, sporgersi dalle balaustrate, indugiarsi sotto le absidi che si scoprono d’improvviso e rivelano a volte, in alto, cantorìe sospese su fughe di ogive, vuol dire passare in rassegna secoli e secoli di armoniosi sogni umani, cullati da razze diverse, ora volubili, ora solenni, ora pacati, ora erompenti come cori, per la continuità dei quali sembrano appunto costruite queste case che rinunciano a un loro stile.(6) Peccato che tutto ciò, anziché ricreare sempre, sovente stanchi, perché ogni angoluccio, ogni particolare, è bello, ma chiudendo gli occhi ci avviene di rivederlo bellissimo ov’era in origine, in armonia con ciò che esprimeva quando fu eretto.


Note:

1 - La “Latina” è uno scoglio di forma triangolare (come appunto le vele latine) che degrada verso il mare sul lato più esterno della penisola di Sestri Levante, idealmente in asse con l’istmo.

2 - Descalzo cita le ricerche di Guglielmo Marconi che culminarono nel primo esperimento riuscito di navigazione cieca guidata da radiofari, compiuto il 30 luglio 1934 con lo yacht “Elettra” nella Baia delle Favole di Sestri Levante.
Cfr Poli Pietro, “L’opera tecnico-scientifica di Guglielmo Marconi”, C&C edizioni radioelettroniche, Faenza, 1985, pp. 178-181.

3 - “Perassitto” era il soprannome di Achille Perazzo (1903 - 1993).

4 - Descalzo fa riferimento all’edificazione dei “Castelli Gualino” ad opera dell’imprenditore Riccardo Gualino (1879 - 1964).

5 - Papini Giovanni, “Gog”, Vallecchi, Firenze, 1931.

6 - “cantorìe” è accentato nel testo originale.


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