La giornata non è delle più adatte, ma la comitiva è abbastanza ardimentosa per non temere troppo gli acquazzoni che si direbbero soltanto temporaleschi, a giudicarli dal mare. Da Lavagna, lungo la vallata dell’Entella, ci troviamo ben presto in vista della storica Basilica di San Salvatore la cui guglia acuta, incappucciata di nebbie e grigia più del consueto, rinforza i cattivi pronostici. Né il ponte che unisce la strada di destra a l’altra, conducendo a Carasco e nella Fontanabuona, né Graveglia, ci attraggono. Non è un vagabondaggio a casaccio il nostro, eppure, intravvedendo Ne in alto, ripensiamo al suo desidero, mai più soddisfatto, di chiamarsi Garibaldo[1]. Non è questa la vallata dei Garibaldi? Si perderà dunque il nome proprio qui dove era così ben radicato? Il piccolo Comune attende ancora, dal 1861, che la sua istanza abbia una risposta. Perché non fare un sollecito ora che il momento è buono e il Fascismo non ha i timori e le incertezze di chi forse ha messo a giacere la pratica, come irrealizzabile e importuna quando si aveva ancora paura del Liberatore?
La valle ristretta entro la quale, tra macigni e dirupi s’ingolfa il torrente Graveglia prima di unirsi al Lavagna per formare la Fiumana Bella, è oppressa dalla bruma acquosa che vela ulivi, vigne e castagneti. È limitato l’orizzonte ed è inutile pensare ad escursioni dispersive al castello di Zerli, a Pian Palermo dove confluiva, recata a dorso di mulo, la ganga delle innumerevoli miniere del Porcile, al vecchio ponte di Nascio sull’orrido della vallata o all’antica torre di Cassagna. Oltrepassiamo anche Conscenti e Pian di Fieno, senza nemmeno una sosta nelle osteriole affumicate e rallentiamo solo dove una ruina di blocchi del bel marmo oscuro le cui ricche cave, troppo in alto, non ci è dato vedere, attende l’autocarro per raggiungere le segherie della piana.
Un cancello sbarra la via; siamo giunti al limite della vecchia strada. Da Rivo-Orti a Reppia, per circa 5200 metri, ora proseguiamo lungo il nuovo tronco, ormai ultimato. Da ciglio a ciglio la strada sale con dislivelli minimi, spaziosa, larga cinque metri e mezzo, razionalmente studiata e costruita, liscia e linda, coi contrafforti orlati di robinie per rinsaldarli. Ci sembra di esserci inoltrati oltre la vallata, dove la vecchia corre serpeggiando di continuo a volte augusta, a volte con aspetti di stradetta rurale. Incontriamo due grandi ponti, uno a tre arcate massicce, in pietrame, larghe dodici metri, l’altro ad un’unica campata maestosa, con trentacinque metri di luce, snello ed elegante, alto trentadue metri sul prospetto del vallone, costruito in cemento armato.
La costruzione di questo breve tronco è troppo presto arrestata dal vicino limite appena giungiamo a Reppia.
Non si va oltre – per ora. – La pioggia non ha voluto abbandonarci ed è giocoforza rassegnarci a subirla.
– Quando metterete mano ai nuovi lavori?
– Quali?
La domanda ottimista, ha fatto lampeggiare gli occhi a due operai forestieri occupati nell’impresa e che a ridosso del sagrato pensano malinconicamente forse alle loro case lontane, forse alle nuove possibilità di lavoro senza sentire il tedio domenicale.
– Non si sa ancora nulla, manca persino il tracciato – ci dicono – e per ora pare non si vada oltre.
Proseguiamo noi allora. Intabarrati come se ci fosse mezzo di ripararci dalla pioggia costante in montagna, cerchiamo la mulattiera di Arzeno, sperando sempre che Giove Pluvio si faccia clemente. È con noi un sacerdote, vecchio e vegeto, che alla nostra invocazione pagana non si scandalizza; dà il buon esempio per il primo e si mette guida. I suoi settantadue anni non lo impacciano; ogni tanto si volta per ricordare bene, ad ogni bivio cerca di orientarsi perché non ci smarriamo e soprattutto procura di non perdere il senso dell’altezza a cui si arriva per potersi fare un’idea chiara del come dovrà bene, un giorno o l’altro, proseguire la strada rotabile che gli sta a cuore da almeno cinquant’anni.
– Quante ore occorrono per arrivare a Statale?
– Eh, ci vorranno tre ore! – ha risposto una ragazzetta a Reppia.
– In un’ora e mezza ci arrivate! – ha assicurato poco dopo un contadino in vista delle case di Prato.
Sempre d’accordo; ma forse hanno ragione tutti e due. In una momentanea chiarìa, da un balzo fuori del folto castagneto, possiamo goderci il verde superbo della vallata che ha ancora – nel suo isolamento – una sana rusticità con qualche cosa di vergine e selvaggio, dominata da cime che oltrepassano i 1500 metri e ne fanno un soggiorno di riposo ancora ignoto.
Ad Arzeno il sacerdote-guida che non dà alcun segno di stanchezza, insensibile allo stillicidio della sua sottana già inzuppata nonostante l’illusoria protezione dell’ombrello, suggerisce una pausa. C’è un’osteriola rigurgitante di villici. Nella saletta riserbata, a due o tre tavoli coperti da un finto tappeto verde, si fanno scoponi e briscole[2]. C’è un forte odore di spuntature e di toscano ed è per questo forse che il falso Verici è reso sopportabile. Spiegamento di carte per saggiare il percorso fatto e da fare, e interrogazioni ancora sulla strada.
– Ma la faranno?
Che cosa rispondere? Speriamo non ci credano una commissione ufficiale, come altra volta in quel di Cassana ove un mugnaio corse ad offrirsi imprenditore.
– La provincia di Genova, per esaurire il suo compito – ci spiegano gli attenti contadini che hanno sospeso briscole e scopone per interessarsi ai discorsi dei forestieri – deve arrivare almeno sin qui. Ancora alcuni chilometri, poi tocca a La Spezia, e allora saran guai peggiori…
La puntata pessimistica bisogna lasciarla senza risposta; si potrebbe arguirne chissà che. L’oste offre un parapioggia e ci accompagna sin fuori del paese dove la mulattiera diventa una viottola e s’inerpica sulla collina sino a valicarne la sella che vediamo annebbiata in alto.
Tra l’erica fiorita che ha perduto tutto il suo incanto, allo scoperto, rischiamo più volte di smarrire il sentiero sperduto nei cespugli. Il paesaggio è plumbeo; a un tentativo di accendere la pipa, tabacco e fiammiferi, a bagno nella tasca fradicia, si rifiutano di obbedire. In basso, sopra un bricco dal quale si riesce a vedere la piega della collina verso la valle, il vecchio sacerdote indica al più competente della comitiva come dovrebbe svolgersi il trattato futuro.
Si cammina ora con l’acqua alla pelle, l’impermeabile bagnato dentro e fuori, la borsa gonfia; ogni riparo è inutile, tanto vale esporsi alla slavata monotona, incessante, che intende farci giungere a Statale in condizioni di naufraghi. Annotta; le tre ore della ragazzetta sono quasi superate. Con una strada, il percorso in vettura richiederebbe dieci minuti. Per fortuna a Statale abita Don Scannavino.[3] Tra le preoccupazioni della strada e il fastidio della pioggia ce ne eravamo dimenticati.
– Giù, animo, sono di mia fabbricazione. – I liquori che il buon parroco versa nei bicchierini sono un vero ristoro.
– Ora andate ad asciugarvi, vi aspetto più tardi per le bruciate. Ho ancora una certa provvista di castagne dell’anno scorso… (Ehi, ci son già le primizie; per quale miracolo le vecchie hanno resistito dodici mesi fresche?).
All’osteria prendiamo possesso della cucina. La borsa, aperta avidamente per pescarci qualche indumento asciutto, risulta piena d’acqua. Pazienza. Chiuso l’uscio per escludere i curiosi e accesa la fiammata ci spogliamo come sulla spiaggia, facendo ballare sul fuoco calzoni, mutande, maglie, calze, camicie, per illuderci di riaverle asciutte e difenderci dal viscido contatto dell’umidità.
Rifocillati e rasciugati alla meglio intorno al braciere, rianimati dal salame nostrano e dal vinello rubesto, troviamo l’ardire di tornare in canonica avidi di riassaggiare quei bicchierotti di liquido ambrato che hanno un mordente sapore valligiano, e sgranocchiare castagne.
– Potete darci la ricetta, reverendo?
– E perché no? – Enumera semi, erbe, fiori, corimbi vari di siepe, uvette selvatiche, dieci o quindici generi di cosucce che purtroppo noi non riusciremo mai a individuare, non solo nella selva dove lui va a sceglierle, ma nemmeno se le avessimo in un erbario.
Vengono in tavola le bruciate, cotte non già nella padella traforata, ma fra testi di mattone, saporosissime, morbide, farinose.
– Speriamo che voi abbiate degli allievi! – Vorremmo dire: che non si porti con sé il segreto, ma i suoi settantotto anni non ci autorizzano a destar bui sospetti, così vegeto e giovanile come si mantiene grazie anche alla sua scienza medica. Don Scannavino, sin dall’Esposizione Colombiana di una trentina d’anni fa è noto assai oltre le sue vallate per un procedimento personale che gli consente di conservare le castagne, fresche come fossero colte dalla pianta, da un anno all’altro. Quelle che mangiamo non sembrano davvero di dodici mesi.
– Il segreto è molto semplice… Cura ci vuole e buon senso; non crediate che possegga un miracoloso preparato speciale. È necessario fare la scelta accurata del prodotto da conservare, rivederlo ogni mese, proteggerlo da tutti gli eccessi di caldo, di freddo, di umido e di secco… – Dopo l’istruzione, comprendiamo che non saremo mai dei suoi concorrenti.
– Fateci un po’ vedere le vostre medaglie. Dovreste averne un secchio!
– Le medaglie? Con quelle d’oro e d’argento ho fatto il tabernacolo alla mia chiesetta, le altre chissà dove saranno.
Se l’umido rimasto sugli scarsi indumenti raccattati per la visita, non ci costringesse ad andare a letto, vorremmo restarcene un po’ più a lungo col geniale parroco, ma per ora è prudente rifugiarsi tra le lenzuola asciutte.
***
Ci siamo ripromessi di percorrere tutto il tracciato della futura strada che da Reppia si vorrebbe veder salire su su, sino al valico Porcile – Bocco di Bargone, scendere a Maissana, sfiorare le parrocchie che si affacciano sul Vara dagli speroni delle colline ben ravviate di culture e scendere presso Varese Ligure, ma il nostro risveglio a Statale, in una osteriola ove un pappagallo grosso come un cappone canta raucamente canzoni inglesi, è piuttosto bigio. Piove. Il sacerdote della comitiva non intende arrendersi. Né i suoi settantadue anni, né gli strapazzi precedenti per arrivare sin quassù lo hanno sfiduciato. Arriva coi suoi scarponi e il viso giovanile di valligiano per nulla reso anemico dal lungo soggiorno in città e ci fa cacciare il naso fuori.
– Il Porcile è scoperto: sul Monte Zatta c’è già il sole. Riusciremo a scapolarla.
– Accettiamo di partire soltanto se voi inforcate una mula; le nostre gambe reggono sempre bene, e anche le vostre, ma con tante primavere, sapete…
– Accettato. Chiederò la cavalcatura al parroco.
Don Scannavino, il saggio dottore di sé stesso e dei suoi parrocchiani, giunto a ottanta anni con un aspetto così gioviale da far venir voglia di chiedergli il segreto di tanta vitalità, ci offre altri liquori di personale distillazione, quelli che crede più adatti alla buona conservazione dello spirito e del corpo nelle ore mattinali.
– Entrando in chiesa, reverendo, m’è parso di aver visto la statua di un Santo con un certo coltellaccio in mano…
– Niente paura. Si tratta di San Bartolomeo. Non è forse stato scorticato? È poi anche un buon simbolo perché per la festa si fanno le torte e allora è uno strumento necessario.
Esce con noi per avviarsi dal mulattiere che gli fornisce la cavalcatura sulla quale viene poggiata una sella robusta.
– È vero che prima percorrevate le vallate con una cavallina bianca e riuscivate abbastanza presto a fare le vostre escursioni nei centri più lontani? – È una indiscrezione come quella delle castagne conservate fresche di cui mantiene il segreto, dei liquori e della scienza medica. I ventidue chilometri di strada montana: crose impervie, viottole malandate, mulattiere e sassaje, che dividono Statale da quello che era il capoluogo valligiano, non lo impauriscono nemmeno adesso e metterebbe conto di fargli raccontare certe sue apparizioni nella lontanissima capitale del mandamento sopra la cavallina.[4]
All’ombra della torre fiescolana, mentre tutte le autorità locali (una volta) si malignavano assise ai tavolini dei due caffè antagonisti, spunta il parroco di Statale.
– Reverendo – l’apostrofano finalmente concordi in qualche cosa – non vi fa onore. Pensate che N. S. Gesù Cristo arrivò a Gerusalemme sopra un asino.
– Questione di tempi – rispose l’arguto prete, giocando ingegnosamente sopra una requisizione di asini e muli operata da poco giacché si era in tempo di guerra – ora quelli sono tutti al servizio dello Stato… Senza offendere i Signori!
Vorremmo anche conoscere il nome di quell’avvocato che incontrandolo in città lo circondava di lusinghe per indurlo a far riprendere una certa lite a una poveretta, già abbondantemente spogliata. Per levarselo dai piedi lo condusse in un negozio di ferramenta e chiese delle lime. Dopo averne esaminate di tutti i tipi e dimensioni, al commesso desolato di non poterlo servire, spiegò:
– Mi occorre una lima per spianare i denti di certi avvocati che li hanno troppo lunghi.
Don Scannavino non vuol sentire più queste storie. A raccoglierle tutte ce ne sarebbe da fare un volume e il Redi non arrossirebbe trovandosi a fianco questo parroco-dottore non meno pepato di lui. Se i buoni pronostici della guida non fossero per avverarsi e il sole, sceso anche a Statale, non ci inducesse a compiere il nostro lungo cammino, condurremmo il lettore a indagare nei segreti di questo vegliardo che ricorda ancora quando fu militare in Sicilia e conserva la Summa di San Tommaso che gli teneva compagnia anche nelle caserme, per sorprendere la fonte della sua inalterabile serenità.
Le pendici del Porcile, folte d’erica che spande al sole giunto dopo le piogge notturne, un sapore di miele, non impongono al mulo un passo troppo lesto. Dietro la guida, sostando a contemplare il paesaggio alpino che dal Biscia al Zatta si dilata sempre più, giungiamo a un ricovero franato dei minatori che lavoravano alle cave, abbandonate perché troppo dispendioso il trasporto, riaperte ora grazie alla provvidenziale battaglia per l’autarchia, e ci portiamo sulla sella.
Mentre qualcuno accenna alla necessità di gallerie per abbreviare la strada e indica le dorsali che in tal modo verrebbero superate, pensiamo già al futuro, possibile, allacciamento del tronco di Bargone, qui sul valico, grazie al quale anche i levantini amatori della montagna, un giorno potrebbero trovare qualche campicello di sci poco lontano da casa loro.
Scendiamo a Disconesi. Un giorno capitammo nel villaggio incuneato nella valle rossiccia di manganese, avidi di ricotta.
– Non ne abbiamo pronta, ma metto su il calderone e ve la preparo subito – ci disse la brava contadina. Stanchi di bighellonare tra le cinque case, c’eravamo rifugiati nella cucina fumosa per assistere alla fabbricazione della ricotta. Fosse il paiolo nero, il fumo e la caligine che vi spioveva dentro, le mani oscure e il mestolo bigio, o chissà quale altra cosa, fatto è che, appena la ricotta venne schiumata nessuno si sentì il coraggio di mangiarne e fu portata generosamente intatta sulle foglie di cavolo ai più pigri, rimasti ad attenderci al passo, sul quale ora sono stati tolti anche i residui cascanti della teleferica appartenente alle miniere.
Il mulo è stato rimandato, la guida, lieta per l’avverarsi dei buoni pronostici, ci fa compiere proprio a Disconesi uno spuntino a base di salame nostrano e frutta. Al passaggio del vecchio sacerdote, il paese si è schierato per salutare; due o tre persone hanno fatto in tempo a bisbigliare raccomandazioni, a ricordare faccende che le tengono in pena, a supplicare almeno con lo sguardo un interessamento a questioni che il buon uomo deve conoscere bene perché quasi di sfuggita assicura e tranquilizza.
Da Disconesi a Maissana la strada con pochi ritocchi potrebbe seguire quella campagnola e di ciò anche la comitiva si rallegra perché è pianeggiante e corre tra i coltivati e tra i boschi varia, offrendo imponenti masse di verde alla visita.
A Maissana siamo già stati: è il paese dei Perasso.
Qualcuno ci ricorda un’escursione del Consiglio Provinciale e già parlammo dell’Ing. D’Oria che, venuto con la commissione a percorrere il tracciato della sospirata arteria, fu colpito in paese da un malore che lo lasciò esanime. Due lapidi lo ricordano e non sarà male intitolare a lui, quando i lavori saranno compiuti, il tronco che dovrà attraversare il capoluogo.[5]
A Santa Maria il giovane parroco stura una certa bottiglia che rinsalderebbe a dovere le forze se fossero fiaccate.
– Avete delle memorie parrocchiali, reverendo?
Certa curiosità professionale ci rende quasi importuni. In un grosso fascicolo manoscritto leggiamo una sola notizia dolorosamente importante per noi: nel 1908 il censimento dava 298 anime, ma soltanto 182 erano in paese, le altre 116 erano all’estero – e certo non erano emigrati i vecchi, i fanciulli e gli invalidi! La statistica della piccola parrocchia vale, quassù, per tutte le altre. Il Comune aveva 3133 abitanti nel 1890 e solo 2334 nel 1911. La montagna si spopola e il fenomeno per questa regione, si spiega molto facilmente: manca una strada!
Traversiamo zone bellissime, coltivati, boschi, culture fiorenti, ma quanto si vede appare opera del tempo più che degli uomini. La viva impronta della calce fresca sui nuovi fabbricati che dicono al passeggero come la vita si propaghi, si estenda, si perpetui e moltiplichi, è quasi ignorata in questi villaggi. Sono le vecchie case dei padri, forse dei nonni: poche, troppo poche sono le nuove e i paesi hanno per tale ragione un’aria triste e sonnacchiosa, una fisionomia grigia e pigra, un odore di stantìo e di stallime troppo stagnante, che l’aria viva della montagna non riesce a scuotere perché soltanto i vecchi rimangono a vegetare e i più, tutti quelli che possono, vanno a vivere e a cercar lavoro ove il prodotto della loro fatica può essere almeno valorizzato.[6] Qui si va ancora a dorso di mulo o a schiena d’uomo: troppo lentamente, troppo faticosamente, e i prodotti della terra non possono essere né valorizzati né goduti, e anziché la ricchezza, dànno a chi li produce, la miseria.
A Campore ci aspetta – un po’ tardi, ma per questo più saporoso – un vero e proprio pranzo. Ogni Santo qui ha il simbolo del suo martirio effigiato in modo eloquente: scopriamo un S. Lorenzo che ha in mano una vera e propria graticola per bracioline. Sul sagrato una lunga antenna – la più lunga forse che si sia sviluppata nel territorio parrocchiale – sventaglia un disseccato residuo di vilucchi messi in alto come ciuffo bersaglieresco. È il ricordo di un calendimaggio paesano: rimarrà là sino alla prossima primavera, quando i giovani trarranno dalla selva la nuova pianta per recarla al suo posto.
Da Campore a Ossegna, alla Croce, a Cembrano, sino al Ponte del Rollino tra Varese Ligure e San Pietro Vara, il passo si fa sempre più svelto temendo le ombre della sera ormai prossime.
A ogni villaggio, come già a Disconesi, c’è qualcuno che s’avvicina alla nostra guida e nessuno se ne parte senza un consiglio o un’assicurazione. L’apostolo della strada – possiamo ben definirlo così tanto la concepisce come una missione – è un apostolo di bontà, vera provvidenza dei più umili tra i suoi conterranei. Speriamo che la sua sana vecchiaia abbia il premio più ambito: la possibilità di giungere nelle sue vallate non più in uno o due giorni, ma in una o due ore, sopra una buona automobile.
[1] Nel testo originale compare “Nè” invec di “Ne”.
[2] “riserbata” compare nel testo originale.
[3] Don G.B. Scannavino fu parroco di san Bartolomeo a Statale dal 1882 al 1937.
[4] “Sassaje” compare nel testo originale.
[5] Nel testo originale compare “Doria” invece di “D’Oria” come riportato in precedenza.
[6] “stantìo” è accentato nel testo originale.


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