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9.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - La pineta tragica

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"

Per raggiungere le vallate interne che sfociano nel Vara e da un punto qualsiasi attraversare le colline e discendere sulla Riviera per cogliere gli aspetti più pittoreschi della Liguria orientale interna, occorre partire dalla Spezia. La corriera che risale la via Aurelia, si avvia di buon mattino sicché dopo le innumerevoli giravolte e il lento faticoso salire, ci porta alla Foce consentendoci di contemplare il golfo dei Poeti nell’ora migliore. Le navi alla fonda son divenute punti o lineette, i paesi che dai due versanti si bagnano o si specchiano nel golfo, sono zone bianche tra il verde; arsenale e cantieri divengono prospetti geometrici su una immensa carta topografica. Le luci e le ombre da Portovenere sino alle isole, da Lerici a Maralunga e a Monte Marcello, tracciano scie di riflessi e zone opache che presto dimentichiamo addentrandoci nella valle e lasciando definitivamente il profondo golfo.
Uno dei primi incontri è S. Benedetto. Per i geologi questa zona è una delle più attraenti per la varietà delle rocce e la formazione dei terreni; a noi basti ricordare le sprugole, voragini aperte dall’acqua nelle zone carsiche entro cui sprofondano rivi o dalle quali salgono correnti d’aria come in alcune caverne della zona adiacente di Cassana. Una sprugola è appunto dirimpetto a San Benedetto e un’altra, la più celebre, quella di Campastrino, si apre nel poggio che si eleva sopra i prati di Caresana.(1)
La sprugola di Campastrino, molto profonda, forse appunto per l’emissione di vento che genera fruscii nell’interno, ha dato origine a leggende di folletti e la tradizione vuole che nasconda tesori. Si racconta infatti che durante una minaccia di invasione, gli abitanti dei paesi vicini gettassero nella voragine, per nasconderle, tutte le proprie cose preziose, e persino le campane delle chiese.
Riccò del Golfo, se si vuole attraversare a piedi la montagna su mulattiere, per sentieri o lungo i canali onde portarsi sul crinale litoraneo, è un buon punto di partenza. Chi si lasciasse sedurre dal suo nome, illudendosi di incontrare un villaggio a cavaliere di qualche collina digradante sul golfo o radicato in qualche calanca tra la salsedine e le alghe, rimarrebbe deluso.
La Spezia è ad una decina di chilometri ormai e per guardare il mare dal fondo di questa valle occorre salire e salire parecchio. L’aggiunta al nome pare risalga ad una quarantina di anni fa ed è ormai accettata da tutte le carte sebbene non si riesca a giustificarla chiaramente, pur tenendo conto dell’altro più minuscolo Riccò affacciato sul Magra, presso Barbarasco nella Lunigiana.
Il paese sorge in parte sulla via Aurelia, ma più se ne stacca a sinistra in due gruppetti di case tra le opposte rive di un torrentello. Il nucleo principale, attraverso al caseggiato, offre palazzi con grandi portali a bugni, in arenaria oscura di un barocco severo, ben lavorati, i quali dànno al borgo un’aria di quiete e maestà antica. La chiesa parrocchiale, vasta e ricca, ha due altari fregiati di sontuosi e pregevoli marmi, già destinati, pare, a S. Lorenzo di Genova. Riccò un tempo fu nota particolarmente per gli innumerevoli telai che, specie alla Casella, preparavano i tessuti di uso regionale ancora ricordati in questa zona.
Un paesotto si avvista in alto, a destra di chi sale, grigio e severo come certi gruppi di abitati montani che qua e là troviamo in ogni regione, dove le case, quasi amalgamate dal tempo, formano un tutto confuso e pittoresco: rovine di mura poderose, grovigli di viuzze e torri diroccate, tutta una vegetazione di case decrepite che la montagna pare aver generato da secoli e abbandonato all’incuria degli elementi. È l’antico Ponzò. Da l’alto la visione è superba essendo il punto più elevato innanzi allo spalancarsi delle vallate che confluiscono al Vara verso Padivarma e meriterebbe da solo una buona sosta, offrendo alla nostra curiosità di che appagarsi lungamente.
Da Riccò del Golfo, avviandoci per Valdipino scorgiamo in alto a sinistra un santuario appollaiato sulla collina assai ripida. Basta chiedere alla vecchietta che s’incontra come si chiama per conoscerne la storia:
“È la Madonna dell’Agostina, ci si va di maggio. Ad una ragazza di Valdipino, quattrocento anni fa, apparve un giorno la Madonna tutta splendente mentre lavorava nei castagni. La carezzò e le fece dono di un quadretto con la Sua immagine. La ragazza si chiamava Agostina, sicché il Santuario ove il quadretto si conserva fu detto dell’Agostina”.
Valdipino, lungo il torrente che scende a Riccò, appare formato da gruppi di casolari disseminati in varie parti. La chiesa decorata a forti tinte come se ne trovano spesso nei villaggi, ha sul piccolo piazzale un monumento ai caduti, omaggio che tra queste montagne si incontra sovente anche in minuscole parrocchie.
Il canale che riga la montagna, se le piogge furono recenti, ha un tumulto di acque fragorose. Se a qualche contadino chiediamo per dove ci si può avviare più agevolmente, egli guarda interdetto l’acqua rumorosa, squadra l’interrogante per rendersi conto dell’agilità delle sue membra e poi, secondo la convinzione fattasi nel breve esame, dice con incertezza come se volesse sconsigliare:
– Lungo il canale è la più breve, ma… con quest’acqua bisognerà saltare spesso perché le peagne sono scarse.
Abbandonando Valdipino ci inoltriamo nei castagneti e poco più su del paese troviamo vaste cave di arenaria per cui non ci stupisce più la dovizia di portali in pietra, di selciati e di stipiti che nei dintorni dànno alle case anche umili un’impronta solida e austera, e sono disseminati anche nelle stalle e nelle baite.
Il fragore delle acque che facili guadi ci consentono sempre di varcare ogni volta che il capriccio della viottola ce lo impone, riempie la valle, sorda ad ogni altra voce. Confluenze di rivoletti che si intersecano, di mano in mano che si sale mutano il rombo in fruscii, in sussurri, finché si spengono alle fonti minuscole, lasciando alle fronde dei boschi la loro voce sonora sui crinali dove il vento le scuote in massa, facendo tacere i timidi pigolii degli uccelli.
Raggiunta la groppa delle colline, ritroviamo da l’alto il mare sul versante che non ha spiaggia ma anfiteatri di vigneti che scendono a gradinate fin sulle scogliere a picco. Il crinale ha sempre la sua selva di pini che confina con gli uliveti. In fondo, su un poggio, scorgiamo Corniglia, che pare appuntellata sopra una montagnola brulla. La strada è pianeggiante e sulla cresta ci offre, come poche altre in Riviera, due versanti totalmente diversi.
Avanzando verso ponente, durante una nostra lontana escursione, quando Vernazza c’era già apparsa nell’imbuto di una fertile vallata, scomparendo a tratti nascosta da gibbosità che si protendono sul declivio, cominciamo a scorgere a destra pini e pini stroncati e sfrondati in modo disumano. Il fenomeno era impressionante e non lo avremmo compreso subito, se il ricordo di quell’inverno tardivo e rigido non ci avesse assistito. Le nevicate avevano fatto dapprima della pineta uno sterminato ombrello bianco; il freddo poi, indurita la neve, aveva amalgamato gli aghi in un unico blocco di ghiaccio, e il tramontano sopraggiunto aveva quindi flagellato furiosamente le piante intirizzite e gravate dal peso eccessivo, stroncandole.
Inoltrandoci nelle pinete, lo spettacolo era dei più tristi. Selve di monconi a decine di migliaia restavano a testimoniare il flagello compiuto dal combinarsi improvviso di elementi distruttori.
Il groviglio delle ombrelle stroncate che ingiallivano ai piedi del tronco mozzo costituiva una macchia informe che sbarrava il passo facendo stringere il cuore. Il vento aveva in questa selva sibili, urli, mugolii, latrati, echeggiamenti paurosi che solo una sinfonia ferale può cogliere. La marea delle fronde che catturavano il vento curvandosi e ondeggiando con romba solenne era caduta. Quando osservammo la stessa ruina su alcuni uliveti contorti, lo spettacolo, per quanto più funesto, ci parve meno tragico.
Ora il bosco ricresciuto ha medicato le ferite e nelle piantagioni dove ricrescono gli ulivi non v’è più traccia del flagello. Lasciamo i ricordi tristi ed affrettiamoci verso Soviore prima che la sera cali e i sentieri si sperdano nell’ombra.

Note:

1 - Nel testo originale compare “di rimpetto” invece di “dirimpetto”.


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