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12.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Tesori d’arte a Sestri Levante in una galleria privata

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"

Locale semibuio di retrobottega: una “Boston” a mano, una cesoia, svariatissimi stipetti per caratteri fantasia, una lastra di marmo per composizione, alcune “balestre”, dei “vantaggi”, strumenti di una minuscola tipografia per i bisogni locali di un piccolo paese, una ventina d’anni fa.(1) Il locale è anche sede di adunate – come era tradizione nelle farmacie – degli intellettuali borghigiani.
Entra il dott. Vittorio Rizzi, alto, magro, aristocratico.(2) Ha sottratto dal giardino dell’ospedale aranci e mandarini acerbi: ne ha le tasche rimpinzate. Comincia a sbucciarli e ne porge generosamente al “garzonetto” che aspetta il visto del padrone-proto ad una bozza per andare avanti. Tra un’arancia e l’altra il dottore ispeziona il banco in cerca di novità, scopre le bozze, cava la matita e annota lui. È una tiritera in onore di San Gottardo scritta da un prete di campagna.
Quando il giovinetto riprende il foglio per togliere i “refusi”, scopre una quartina in più come finale che lo lascia perplesso:

E tu, o Santo Gottardo,
Che fai Pignone lieta
Anco perdona i ragli
Del presule poeta!

Il dott. Rizzi è partito contento e per poco l’inno al Santo Gottardo non esce con quell’aggiunta.
Ho voluto rievocare come lo ricordo, l’appassionato cultore di arte che ha arricchito la Liguria di una delle più belle – se non preziose e ricchissime – raccolte d’arte private, pressoché ignorata tra noi, trasportandola da Piacenza ov’era originario, e accrescendola di continuo fino alla morte avvenuta parecchi anni or sono.
Chi arriva a Sestri Levante dove la natura è stata così generosa dispensatrice di bellezze, aggirandosi lungo la baia di Portobello e salendo ai Cappuccini, tutto preso nella contemplazione delle scogliere, dei pescatori, della Penisoletta o del Golfo Tigullio che si dilata al di là dell’istmo, non pensa certo a scoprire altre meraviglie.
Eppure in quel palazzo fin troppo bianco che si specchia nella Baia del Silenzio, se osasse chiedere dei Fratelli Rizzi e avesse la fortuna di trovarli in casa, potrebbe aggiungere alla serie delle sue contemplazioni, un’ora di perfetto godimento artistico.
Non si troverebbe innanzi a un museo con relativi cartellini, a una galleria disposta in ordine di stile, tempi e scuole, né potrebbe in fretta avvantaggiarsi, compulsando un catalogo come in una mostra. Tutto ciò che la passione dei raccoglitori ha messo insieme: tele, sculture, incisioni, maioliche, mobili, libri, stampe, ecc. se lo troverebbe davanti di sala in sala, in un ambiente dove qualcuno vive e lavora, punto estraneo e freddo, in disarmonia o fuori posto, anche se le varie opere sono disparatissime di pregio e di stile e se un apparente adattamento le fa sembrare, per la profusione delle molte cose, in un certo disordine.
Ci si incontra con Bernardino dei Conti o Filippo Mazzola, di cui ammiriamo forse il capolavoro nella “Madonna del Cardellino”; con Van Der Veyde, la cui “Pietà” merita un lungo indugio o con lo scolaro di Leonardo, Cesare da Sesto, che ci richiama con la sua “Madonna del bassorilievo”. Iniziate le soste fin dalla prima sala innanzi a una tela dello Zurbaran, proseguiamo tra i veneziani, i bolognesi, i parmensi, soffermandoci ora davanti alla “Sacra Famiglia” di Polidoro Veneto, alla “Casta Susanna” del Veronese, al “Figliuol prodigo” di Jacopo da Ponte che ci presenta pure il “Battesimo di S. Lucilla”, forse bozzetto della grande pala per la Cattedrale di Bassano che gli ha mutato il nome, ora in contemplazione del bellissimo “Bacco fanciullo” di Guido Reni che è rappresentato anche da una “Maddalena”.
Il Guercino con la “S. Cecilia”, il “Cristo vegliato dagli angeli”, la “Beatrice Cenci”, e il Caracci con la “Morte di Leandro“ ci impongono di gustare lentamente le loro opere. I genovesi non sfigurano fra tanti maestri: Luca Cambiaso offre lo “Sposalizio di S. Caterina”, Bernardo Strozzi, Valerio Castello, Domenico Piola, Alessandro Magnasco, Dellepiane e altri, rappresentano bene la loro scuola. Ma dove sostiamo con religiosa attenzione è dinnanzi al frammento della “Madonna del velo” che Raffaello nel 1512 dipinse per S.M. del Popolo in Roma e che il Vasari ci descrive minutamente nelle sue cronache. Fu ribattezzata “Madonna di Loreto” dopo che un pontefice la donò al tesoro di quella Casa. S’ignorano le vicende che ne causarono la parziale distruzione. Questo prezioso frammento, delicatamente restaurato, basta da solo a documentare l’importanza della raccolta.
Critici italiani e stranieri si sono attardati ad esaminare il complesso delle opere o alcuni pregevoli esemplari, da Pietro Toesca che espresse il suo giudizio sopra un busto attribuito a Desiderio da Settignano, a Von W. Suida che nella nota rivista tedesca “Belvedere” esamina una tela di Luca Giordano, a G. Bergmans che nello studio su Calvart, compiuto nella “Revue d’Art”, giudica la “Presentazione al tempio”, l’ultima opera del notissimo fiammingo. Non è nostro compito valerci delle loro designazioni.
Altri nomi possiamo citare senza rendere completo l’elenco: Rubens, Van Der Neer, Ribera, Dosso Dossi, Bernardino Campi, Salvator Rosa, Pietro da Cortona, Gian Paolo Pannini, ecc. ma temendo di aver l'aria di catalogare la raccolta, passiamo ad osservare le stampe.
Se la celebre “Melancolia” del Dürer non ci fa condividere gli entusiasmi che suscita negli ammiratori del grandissimo incisore, c’è però qualche cosa che mette in moto la nostra fantasia come una briosa novella fiorentina: parliamo della “Fiera dell’Impruneta” di Giacomo Callot. Ecco poi le scene pastorali del Londonio, il mirabile ritratto di G.B. Bosseet, capolavoro di Pierre Invert Drèvet, un’acquaforte del Castiglioni, e ancora stampe di Luca di Lejda, Rembrandt, Caracci, e disegni del Veronese, Tintoretto, Bandinelli, Schedoni di cui torniamo a vedere tra i quadri una “Sacra Famiglia”.
I mobili, tra i quali ci siamo aggirati, s’impongono anch’essi all’attenzione senza troppo sforzo, costringendoci ad ammirare i finissimi intarsi. Vi sono anche due cassettoni originali di Giuseppe Maggiolino eseguiti su disegni dell’Appiani, stipi in ebano e avorio; uno di questi persino elencato, come le opere maggiori, dal Ministero della E. N.(3) Sui mobili, profuse a dovizia, maioliche di Urbino, di Faenza, di Savona o di Gubbio, bronzi, bassorilievi, frammenti e oggetti ben degni di stare a fianco o da presso alle cose migliori.
Per noi che finiamo sempre tra la carta stampata, eccoci una copia dei 20 codici danteschi inediti dello Scarabelli, di cui furon tirati solo cinquecento esemplari; un “Dante” del Landino, edito a Venezia nel 1564; un “Petrarca” del 1549 e un “Tasso” del 1590, quest’ultimo particolarmente caro perché stampato a Genova presso Girolamo Bartoli, ove riusciamo a leggere alcuni sonetti genovesi di Poro Fogetta; c’è un Aldino e un Bodoni per chi ha l’amore di queste cosucce. Scopriamo anche un librone grande come un doppio messale.
– E quello, non si può vedere?
– È il mio Digesto – confessa l’avv. Rizzi che insieme al fratello conserva e arricchisce la preziosa raccolta d’arte creata dal padre. Non è l’aureo latino del testo e la saggezza delle leggi Giustiniane che nei fogli in quarto ci attraggono ma la mirabile composizione e l’impaginatura, la doppia tinta della stampa perfetta, le ricche iniziali dei capoversi di quattro secoli or sono. In un libro come questo, circondati da cose tanto belle, chissà, saremmo persino capaci di appassionarci allo studio delle pandette.


Note:
1 - La “Boston” era una stampatrice per piccoli formati, tipicamente biglietti da visita. Il “vantaggio” era un piano di zinco o di legno usato nella composizione a mano per allineare le righe e le colonne dei caratteri. La “balestra” era un simile strumento utilizzato per le pagine intere.
Il testo originale riporta “cesaia” invece di “cesoia”.

2 - Vittorio Rizzi (1895 - 1916) originario di Piacenza, fu medico condotto in Sestri Levante, ove morì. Egli iniziò a raccogliere nella sua palazzina prospiciente la Baia del Silenzio una collezione di quadri che i figli Ferdinando e Marcello ingrandirono. Dopo la morte di quest’ultimo – avvenuta nel 1960 – la casa e la collezione furono costituiti in Galleria aperta al pubblico, tuttora visitabile in via Cappuccini 8.
Cfr. Castelnovi Gian Vittorio, “La Galleria Rizzi a Sestri Levante”, Cinisello Balsamo (MI), pp. 5, 8.

3 -Ministero dell’Educazione Nazionale.




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