Pages

8.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Nietzsche a Ruta

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Prima che venissi a sapere del lungo soggiorno di Nietszche a Ruta, questa località della Liguria a cavaliere del promontorio di Portofino era per me celebre in virtù di Martin Piaggio, il bonario poeta dialettale che con i suoi lunari del Sciu Regin-na, ci ha lasciato oltreché poesie giocose, notevoli cronache di vita genovese. La sua Campagnata in Rua era la sola cosa che nell’adolescenza riuscisse a tenermi in casa qualche sera dell’anno, poiché mi piaceva rileggerla a mia madre per vederla sorridere divertita a quelle disavventure sulla rebellea, con tutti quei passeggeri strambi, dipinti con tono caricaturale e arguzia da buon tempone dal poeta che era stato costretto a sobbarcarsi l’immane fatica di un tale viaggio.
Ruta era la stazione di sosta delle diligenze, a una giornata da Genova, località già allora nota per i panorami che vi si godono salendo al monte omonimo da dove, in giornate serene e limpide si può spaziare per tutta la riviera di levante. A oriente, lontanissima, l’isola Palmaria e la spalliera delle colline delle Cinque Terre, il Promontorio del Mesco, quello delle Baffe, la Punta Manara, la penisoletta di Sestri Levante, in fondo al Golfo Tigullio, Chiavari sull’Entella e ai piedi le città lussuose di Rapallo e Santa Margherita; a ponente il borgo di San Rocco e l’ardita Camogli pigiata sulle anguste scogliere sottostanti, Recco, Nervi coi suoi parchi e Genova coi sobborghi che l’hanno ormai ampliata ad arco, avanzata sulle colline, distesa in tutta la sua ampiezza, fino a qualche prospetto di vette dell’altra riviera.
I nostri nonni ed i nonni di essi, celebravano forse questa località perché consentiva loro di avere con non molta fatica un’idea abbastanza completa della loro terra. Vi arrivavano caricandosi di ogni ben di Dio perché lo stomaco non avesse a soffrire temendo che, tanto lontano da Genova, non fosse possibile ristorarsi convenientemente. Le torte, gli intingoli, i dolciumi, tutti gli ammenicoli prelibati della cucina genovese venivano pigiati sulla vettura traballante. Se arrivano a salvamento a Ruta, dopo tante tentazioni e tanti urti era davvero una festa sparpagliarli in un prato e farvi onore prima di rendersi conto dei panorami, forse per aver più agio di ammirarli poi, pienamente soddisfatti.
A giudicare da certe coincidenze bisogna dire che l’opinione dei pronipoti sia identica a quella degli avi. Senonché ora giungono col treno e si avviano carichi del sacco da montagna, o in lussuose automobili da gran turismo e fanno sosta agli alberghi. Durante una passeggiata di esplorazione con Gadda e Comisso infatti una comitiva sbarcò proprio all’albergo da noi scelto unicamente perché, in un’ala di esso, anticamente rustica osteria, aveva soggiornato a lungo l’autore di “Zarathustra”.(1)
Al nostro giungere, scambiati per avanguardie del gruppo prenotatore del pranzo, il proprietario assai espansivo ci riverì cerimoniosamente, sopreso di saperci degli isolati. Lusingato per i nuovi avventori, non esitò comunque a mettersi a nostra completa disposizione per tutte quelle notiziole su Nietzsche che dimostravamo di voler conoscere.
Dalla veranda, dove ci parve più piacevole consumare la colazione, potemmo goderci così buona parte del panorama e l’arrivo della comitiva – studentesse cattoliche con qualche compagno – passata presto in una sala a parte.
La nostra gita era stata decisa quasi improvvisamente. Raggiunto Gadda a Santa Margherita, avevamo insieme valicato il promontorio di Portofino e discesi a Camogli eravamo andati a svegliare Comisso. Fu quest’ultimo a proporre l’escursione dopo averne scartato altre e si deve a lui l’iniziativa della visita alla stanza di Nietzsche. Col suo istinto e la sua provata perizia di giornalista, Comisso si ripropose subito di scovare persino dei manoscritti e veramente fu ammirevole, risparmiando a Gadda che lasciava fare, piuttosto deliziato dalla bellissima giornata e un po’ distratto, e a me che ero assai lontano dal tema, ogni fatica e ogni incertezza, indagando, scrutando, interrogando instancabilmente tutto e tutti, pur di arrivare allo scopo.
Il compiacente proprietario fece un preludio, girando largo, molto largo, per iniziarci alla storia del soggiorno del grande poeta e rimandandoci di continuo, per la memoria che lo tradiva frequentemente, e più per l’incertezza dei dati, a maggiori schiarimenti da parte della moglie che lo conobbe e che era in quell’ora affaccendatissima per i numerosi clienti dell’altra sala.
Ci raccontò la storia della lapide, non già murata, ma, forse per maggior praticità, imbullonata alla ringhiera del terrazzo. Non dico praticità a caso giacché l’innocente marmo ha già dovuto giacere alcuni anni in cantina a causa della guerra e non è escluso che vi ritorni qualora un professore tedesco, che l’ha riconosciuta imprecisa, si ostini a sollecitare addirittura il ministero competente per la correzione.
La lapide in tedesco, dice: “Qui abitò e scrisse il Prof. Dott. F. Nietzsche dal Novembre 1888 al Marzo 1889 e dal Febbraio al Marzo 1890”. A Ruta però deve aver dimorato nel 1886 essendo nel primo tempo a Torino e nel secondo a Jena in una casa di salute.
Passati alla vecchia casa, divenuta dipendenza dell’albergo, ci avviammo alla camera numero dieci, quella dove soggiornò Nietzsche. Lungo la scala incontrammo l’albergatrice sempre occupatissima, la quale però, in un gesto del tutto spontaneo, ci rivelò un aspetto reale, direi quasi fisico, del poeta:
– Quando lo incontravo su questa scala, sentivo paura e mi rincantucciavo negli angoli facendomi piccina. Aveva un viso molto severo. – E nel dir ciò, quasi ridiventasse bambina come quando Nietzsche abitava nella sua casa, si era ritirata nell’angolo del ballatoio facendo un gesto con le mani che manifestava il sentimento di allora con evidenza. Assillata da altri bisogni ci lasciò salire soli.
Quando entrammo nella camera, povera come la più povera di un’osteriola, con un letto sghembo di ferro, persino eccessivamente corto, un tavolino miserevole e poche suppellettili grame, un senso di tristezza ci colse al quale non potemmo fuggire. Su quel letticiolo sfiancato aveva dormito le sue tormentate notti di creazione Nietzsche, l’“annunciatore” del superuomo, l’esaltatore della terra contro il cielo, il poeta che doveva concludere con la pazzia la sua vita di distruttore… Comisso si curvò sul muro sperando trovare qualche segno, qualche traccia, magari un’unghiata irosa. Aperse il tiretto dello scrittoio e non rinvenne che uno spillo.
La lunga passeggiata al sole lucentissimo su viottoli al margine dei quali le piante, dimentiche dell’inverno stavano gemmando, mi aveva confortato talmente con la sua serenità che mi pareva di essere immunizzato contro qualsiasi emozione triste, ma il pensiero di tanto travaglio intellettuale sofferto in quel tugurio dal quale non era possibile scorgere il mare, a causa della miseria che costringeva lo scrittore a rifugiarsi nel punto più povero, mi impedì di comunicare anche agli amici i miei sentimenti. Dalla finestra non si scorge che un tratto di strada e la parte della collina che sale al monte Ruta. Le piante giovani, ora spoglie, forse non erano ancora nate. Chissà se v’era un folto di selva o lo schienale brullo! Comunque era quel tratto di natura, inalterabile, che si delineava agli occhi stanchi del poeta quando li alzava dal logoro scrittoio. Le pareti della stanzetta, venate di scrostature agli angoli, non erano mutate: solo ora serpeggia in più il filo della luce elettrica che non esisteva quando Nietzsche vegliava, raccomandandosi che gli si preparassero due lumi a petrolio.
Ciascuno di noi rammentò qualche particolare di Nietzsche: io ammirando in lui soltanto il poeta, il lirico, riesumai entro di me un suo canto patetico che me lo aveva fatto amare, sgorgato da una solitudine amara e profonda.
“Poco fa stavo sul ponte, nella bruna notte, da lontano veniva un canto: dorate gocce scaturivano via sulla tremante superficie, gondole, luci, musiche… ebbri nuotavano nella luce crepuscolare.
La mia anima – un’arpa – si cantava, invisibilmente tocca, nascostamente una canzone da gondoliere, tremante di variopinta felicità. L’ascoltava qualcuno?”.
Chi avrebbe potuto ascoltarla se Dio fosse morto?
Ridiscendemmo. Gli studenti banchettavano. Il capotavola stava ora facendo la concione solita nei conviti di tal genere e qualche applauso scaturiva timido senza trascinare echi tumultuosi di gaiezza.
La padrona fu finalmente con noi e ci narrò dell’arrivo in un lontano giorno del 1888 di quattro stranieri che all’osteria di sua madre avevano chiesto oltre il cibo la stanza. Questa era restia non fornendo alloggi, ma avendo essi dichiarato di adattarsi anche in terra su pagliericci, aveva accondisceso.
Due erano presto partiti e tosto anche un terzo; non era più rimasto che Nietzsche, più povero, più inadatto alla lotta degli altri, più insoddisfatto di tutti. Usciva al mattino con due uova sode e un po’ d’insalata cruda, coi suoi libri, e s’avviava sul colle Esoli, addentrandosi nella solitudine della montagna. Perché rifuggiva il mare? si chiese Gadda. La narratrice accurata, che ricordava alcuni particolari meravigliosamente, non rammentò di averlo mai visto avviarsi verso i golfi.
“Dal mare appresero la vanità (i Poeti); non è forse il mare il pavone per eccellenza?
Persino dinnanzi al più brutto dei bufali esso dimena la sua coda e non sembra saziarsi mai dello scintillio del suo ventaglio di merletti fatto di argento e di seta”.
Forse per questo lo rifuggiva. La donna ricordò le camicie di quel solitario, sfilacciate e a toppe, che sua madre doveva rammendare insieme agli abiti cascanti che non si decideva mai a sostituire… perché non aveva mai i soldi. “Il lume non cammina”. Quella sua preoccupazione di non poter accrescere le ore del lavoro rischiarando la notte, lo faceva sollecito verso il povero lume a petrolio e costringeva la ragazzina a un lavoro giornaliero di pulizia perché “camminasse”. “Vi pagherò, vedrete che vi compenserò…”. Ma ogni volta che tornava da lungi era più triste e più povero.
Tutti i libri e possibili note e manoscritti dimenticati o lasciati, sono scomparsi, finiti nei fornelli o marciti in qualche andito umido. Si ricorda soltanto che ve ne erano molti ma che nessuno pensava potessero avere un qualche valore. Comisso, sempre attento ad ogni possibilità, promise altre visite da parte anche di scrittori stranieri e persino compratori americani purché fossero cercati nelle cianfrusaglie delle cantine o almeno si rinvenisse il giornale della locanda con la firma autografa.
L’albergatore avrebbe poi continuato cerimoniosamente a usarci delle cortesie e a ripeterci le sue informazioni un po’ slegate ma, esaurite le notizie concrete, trascinammo fuori Comisso, riavviandoci sotto il sole a Santa Margherita per commentare e rievocare liberamente il poeta che aveva scelto a paesaggio delle sue ardite fantasie quel lembo di terra che percorrevamo rapiti dalla sua bellezza.


Note:

1 - Si trattava di Carlo Emilio Gadda (1893 - 1973) e del giornalista e scrittore Giovanni Comisso (1895 - 1969).
Descalzo annotò nei suoi diari, alla data 24 gennaio 1932:

“Abbiamo trovato la casa di Nietzsche. Ammiro questo poeta; per quanto lo comprendo non ammiro affatto il filosofo. Abbiamo sentito parlare della sua storia da una vecchia che l’ha conosciuto e ce l’ha ridipinto assai efficacemente. Scendemmo a Santa Margherita; Commisso verrà forse a Sestri”.

Cfr. De Nicola Francesco, "Pagine di Diario" (1930-1932), Edizioni San Marco dei Giustiniani, p. 38.


Delicious
Bookmark this on Delicious

0 comments: