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10.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Avventura nel villaggio

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Noia greve di ore pomeridiane domenicali; nelle frazioni del paese vi è fiera da villaggi con assordanti strombettii. La stagione è incerta: freddo e ventate intermittenti; aliti e profumi di muschi e di fioriture autunnali. Al caffè è l’andirivieni monotono. Dalla piazza del centro partono autocorriere per le vallate; in una, quasi vuota, due donne e un signore. Passando presso la fiera la vettura sosta e salgono confusamente contadini, contadine e ragazze dagli abiti sgargianti che dai vetri fanno subito cenni a giovanotti che circondano la macchina per seguirla con la bicicletta.
Si sale svoltando a varie riprese. Il motore ronfa; nell’interno il chiacchiericcio s’accende. Un contadino mi mette sulle ginocchia due zucchette dal manico contorto temendo che a posarle sul pavimento qualcuno le schiacci, e dialoga con un vicino; un altro estrae dei pesci fritti, ne offre e mangia facendo arrossire la sua figliola, alla quale non sfugge l’inurbanità del gesto. Ciarlano, ciarlano: la fiera era miserella, poco bestiame, nessuna novità, le solite cose. Le giovinette sbirciano dai vetri per vedere i ciclisti, poi aprono e ripiegano impazienti gli involtini, sfoggiano fazzoletti e sciarpe colorate, commentano gaie gli avvenimenti. Una rimpiange di non essere andata a S. Rocco, un’altra di non essere ritornata a piedi. Rincresce loro la spesa del viaggio o le ore galanti perdute?
Scendono in massa come sono saliti, a una casa bianca e il mio vicino mi libera dall’ingombro. – Chi sarà quel musone silenzioso? – ha chiesto qualcuno. La vettura procede e sale in alto dominando vallate che degradano al mare; vuota, traballa e sobbalza costringendomi a far puntello col bastone. Sulla montagna sono scomparse le nebbie, vi è una finestrella azzurra affacciata sulle pinete. Si discende: nelle giravolte lo stomaco s’inquieta per lo sballottio continuo. La strada è varia. Il paesaggio è deserto di abitazioni, ma variegato di verde e di ruscelli. Si risale a una nuova discesa, interrotto un tedioso fantasticare, lascio la vettura a una sosta in cui si sono affacciate lattaie con enormi bidoni per caricarli.
Il villaggio rinchiuso nella valle è quasi tetro, ma l’aria ridà freschezza all’alito nauseato e i pochi passi sulla terra dura riportano l’equilibrio a tutto il corpo intorpidito. La vettura riparte; il mio vagare senza meta nel villaggio mi rinfranca; finalmente sono lontano ed estraneo agli altri e a me stesso. Lentamente un acuto bisogno di compagnia risorge e di passo in passo, quasi una nostalgia delle ore monotone lasciate alle spalle mi riassale. Un incontro; maraviglia e sorpresa. Accetto l’invito come una liberazione offerta dal caso, senza dire la mia ansia di fuggiasco che non sa dove dirigersi né che cosa cerchi.
L’umido che discende nella cuna montana si appiccica al viso, alle mani. Ora ho una guida e non sono più triste. Scendiamo a un mulino di legno con ruote inzuppate e immobili su cui vegetano rampicanti e licheni. Macine slabbrate e corrose affondano nella terra; in uno stanzone è un’officina, la più primordiale che ancora esista: un mantice mosso dall’acqua, un maglio azionato da una cascatella, la vasca per le tempere in arenaria fuligginosa, in un buio rischiarato da rettangoli alti per l’uscita del fumo. Vi si foggiano zappe per tutta la vallata, battendo l’acciaio meglio che altrove.
– Ha sempre tanto lavoro l’officina? Quante zappe in buon acciaio nuovo produce all’anno? – A queste e ad altre domande il fabbro – contadino risponde perplesso.
Usciamo a gironzolare ancora a casaccio. I contadini terminano la festa domenicale chiaccherando su l’uscio. Gli uomini fumano, le donne sbucciano lupini. Si commenta forse la venuta del forestiero, unico avvenimento notevole della giornata. Ad ogni strombettio di automobile che traversi il villaggio, le mamme chiamano i ragazzi che giocherellano senza chiasso in mezzo alla via.
Accetto lieto l’ospitalità affettuosa nella vasta casa complicata, piena di sale, stanze, passaggi esterni, corridoi, terrazze, altane. La cucina ha una botola che dà nella stalla e nel pollaio; è fredda nonostante la stufa. Sostiamo nella sala dove un camino sonnecchia con poca brace.
La domestica, attiva e sollecita, ha preparato in un angolo fasci di legna e rattizza la fiammata. Si spargono all’intorno bagliori a sollecitare un lume, rivelando con danze incerte le ombre che invadono la casa. Sopra gli alari di ferro la catasta crepita e divampa. Il camino non è in lavagna come molti in Liguria, ha marmi lineari e capitelli modesti. Il calore che sale ai piedi poggiati sul gradino riscalda le ginocchia, stempera il lento gelo del corpo e ridà vivezza allo spirito col suo beneficio.
Notizie vecchie e nuove, ricordi comuni, avvenimenti lontani, chiacchiere, pettegolezzi, sollecitati dal benefico torpore affiorano e si esauriscono. Non c’è più monotonia e tedio, la provinciale afa in cui lo spirito affoga s’è dissolta, il mondo ha tante piccole cellule varie dove si riflette, offrendo a chi si stacca da una per comunicare con l’altra, il riposo di nuove conoscenze sedando per un momento la sete inestinguibile delle curiosità.
La domestica sfaccenda, prepara una cena che da tempo desideravo consumare, non ricordando più il sapore di cibi che soltanto il palato bambino ha gustati. Sulla catasta che divampa, i testi formano una copertura di dischi oscuri lingueggianti di fiamme; s’anneriscono per il fumo, poi lentamente s’imbiancano finché, per il costante calore, rosseggiano, la creta diventando accesa e trasparente come un tizzo. La donna ha recato un impasto di farina gialla, l’appallottola, schiaccia le piccole sfere fra un testo e l’altro formando una pila che frigge per l’umido che evapora. Osservo le focaccette che cuociono, con una curiosità nuova, quale il pane di ogni giorno, dalle cento forme bizzarre, non desterebbe. Da quanti millenni sui focolari rustici si confeziona il pane così?
Sul tavolo salumi freschi emanano grati profumi appetitosi. Si mangia con una gioia lenta che si propaga come il calore per tutto il corpo. Il vino non ha più nessun asprore, scivola leggero e trasparente inondando l’ugola con un lieve solletico. Le ciambelle sono pronte. La donna smonta la pila, sbatte la poca cenere rimasta agli orli e pratica in ognuna un taglio orizzontale. Scottano e bisogna essere ben destri per introdurre nell’apertura il cacio fresco che si sfalda nel piatto in piccole forme. Compresso nel molle pane, il latticino scioglie il burro che lo arricchisce colandolo nella mollica. Ammorbidite e saporose per la bianca imbottitura le focaccette chiudono la cena saziando.
Bussano all’uscio. S’alza la domestica e poco dopo rientra per far cenno al padrone che si scusa e va a vedere.
Giunge un parlottare sommesso, seguito da una fresca risata dell’amico.
– Venite avanti, venite a bere un bicchiere in compagnia già che vi siete scomodato – insiste la voce più nota ed entra nel raggio del lume il buon fabbro contadino.
– Ti ha preso per un agente delle imposte – esclama ridendo l’amico. Quella tua curiosità indiscreta sul lavoro, sul numero delle zappe, sai, lo ha un po’ allarmato.
Ridono tutti e due sedendo presso il fuoco col bicchiere a portata di mano, mentre l’ospite è un attimo interdetto. Che proprio avessi un viso da inquisitore? Ma l’artigiano ha l’aria di scusarsi ormai, dopo le sicure informazioni, ed è il più sereno perché uscendo potrà finalmente andare a letto tranquillo.



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