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8.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Camogli dal Santuario del Boschetto

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Oggi che la letteratura marinara, grazie soprattutto all’opera della Lega Navale, sta venendo di moda, non è privo di interesse scorrere qualche documento marinaro autentico, per assaporare sul serio quel linguaggio tanto discusso che trova assertori e denigratori un po’ ovunque. Le varie polemiche, non terminate, ci hanno fatto sapere che in Italia non esiste una lingua marinaresca ma un gergo. Intanto si stampano vocabolari specializzati (ne ho comperati due nuovi in pochi mesi!…) e si trascura l’unica fonte alla quale, nonostante la vecchiaia, si può sempre attingere, e non solo per curiosità.
Chi può trovare oggi il Guglielmotti? Confesso di averlo sfogliato, solo per pochi minuti, in casa di uno scrittore, ma di non averlo potuto avere nemmeno in prestito.(1) Su i casi delle mie decennali ricerche infatti, potrei intrattenere a lungo il lettore, se ne mettesse conto, ma dirò soltanto che ad un’asta pubblica è salito ad ottocento lire!.. e che qualcuno attribuisce la sua scomparsa (molto malignamente) alla pubblicazione di una celebre opera che ne è satura.
I pappafichi, gli arrembaggi, le tolde, i babordi e i tribordi, cari a quanti da ragazzi hanno avuta la beata possibilità di erudirsi con molti libri di avventure, non appartengono che al patrimonio linguistico di effetto. Vediamo come si sono espressi e si esprimono i naviganti, molto castigati, negli ex voto del santuario marinaro di Camogli, al quale ci guida il nostro bisogno di conoscere e far conoscere leggende e caratteristiche della nostra terra.
“Il brigantino sardo “La Concordia”, essendo nelle vicinanze di Bogazzo, tempo oscuro e pioggia, non potendo riconoscerlo, si mette alla cappa con le gabbie. Sorpreso da fortunale di v.to N. E. non potendo più reg. vele, invoca, ecc… a mezzanotte si trova a salvamento, avendo palmi tre di acqua nella sentina e pompe con grano”. Stile da giornale di bordo.
“…alla distanza di circa 15 miglia da Antibe, cascò in mare nel momento in cui stava facendo i terzaruoli alla gabbia. Fu sorpreso da un temporale accompagnato da dragonara. In un grave temporale sofferto a cinquanta miglia da Falmouth, essendo al timone, si ruppe un colpo di mare dalla parte di poppa che staccò la casetta e la rovesciò sopra di esso, talmente che ruppe il fornello (frenello) al timone e rimase fra la tuga e la casetta… Con temporale da O. e traversìa dalla costa, dovette per salvezza seguire per il porto di Vigo e nell’entrare si trovò in pericolo a pochissima distanza dai rompenti di mare, per i scogli che vi sono sulla destra entrando, e fu scuro e caligo”.(2)
“Un improvviso soffio di vento spezzò l’alberetto del bompresso e strappò persino gli catenoni del detto, e portò via le vele che si trovavano spiegate meno quelle di gabbia e di maestra e il furor delle onde che coprivano di quando in quando il bastimento, portò via le tavole della batteria. Il vento furioso portò via tutte le vele che erano spiegate e di più anche la mezza vela di maestra che era data volta, e sbandò il bastimento. Essendo cascato mentre stava facendo venire il velaccio abbasso, restò per un piede fra la sartia e la drizza del pich…”.(3)
Siamo ai tempi della grande marineria velica camogliese, quando la piccola città marinara arriva ad armare trecentoquarantotto velieri per centosessantamila tonnellate e fa concorrenza all’Inghilterra. Il numero dei capitani camogliesi, sempre altissimo, arrivava allora a circa ottocento. I navigatori associavano la chiesa ai loro benefici ed è per questo che non possiamo conoscerli appieno se non visitando appunto e studiando i luoghi sacri. Lasciamo quindi le questioni linguistiche e veniamo al Santuario del Boschetto, presente in effigie entro tutte le tughe o camere dei velieri.
Nonostante il tempio sorga in una località attorno alla quale l’opera della gente di mare fu sempre attivissima, l’origine sua non è marinara. Vi si arriva facilmente, con breve passeggiata, da Camogli. La città, caratteristica per le sue case altissime, dalle scogliere sale sulla collina issando file di abitazioni che ci richiamano più ai grattacieli che ai palazzi consueti. Il porticciolo è angusto e certo nessuno supporrebbe l’intensità di vita e di traffici a cui diede origine, senza l’ausilio delle memorie. Oltre le flotte mercantili, di qui partirono anche le feluche di Gian Antonio Fieschi nel 1442 contro Genova.
Arcate, strade chiuse e vie luminose, altane: sembra di aggirarci in un quartiere genovese, ma l’aria vi è ancora più salmastra, e la maggior flemma dei crocchi che sostano in faccia al mare, subito ci avverte che in questa zona ci si riposa dalle lunghe traversate e, per qualche giorno almeno, si mettono in disparte gli affari.
Vogliamo dare un’occhiata a certe statistiche camogliesi? Il tonnellaggio della marina mercantile è la tredicesima parte di quello nazionale. La percentuale che per ogni cittadino italiano è di 0,07 tonnellate per abitante, a Camogli raggiunge le 20 tonnellate per abitante! Dalle prime coralline inviate in Sicilia e nell’Africa, alle tartane, ai leûdi, alle feluche mandate in Provenza e in Ispagna e alle navi armate per gli oceani, i camogliesi hanno saputo creare un’autentica potenza commerciale, diminuita ma non distrutta dalle navi a vapore, per le quali l’Istituto Nautico prepara da tempo leve intere di macchinisti e capitani i quali perpetuano la tradizione che può dirsi veramente gloriosa.
Il Castel Dragone, eretto nel XIII secolo e risparmiato dall’ordine di demolizione impartito dal Doge nel 1448, non ci attrae. Ne godremo la visione allontanandoci per raggiungere il Santuario che nell’uliveto della collina di Ruta, un po’ nascosto dalle piante e da altre costruzioni, occhieggia sulla cittadina spalancando verso la Riviera il suo arioso piazzale.
La leggenda che diede origine alla chiesetta è delle più semplici, in parte simile a quella dei santuari di Roverano e di Pannesi. Ricorda che “l’anno 1548, certa Angela, figlia di Pietro Schiaffino, di dodici anni, muta, mentre pascolava una vacca nel Boschetto se gli diede a vedere una veneranda e nobile matrona la quale le disse che in quel luogo fabbricar si dovea una nuova chiesa e monastero di religiosi. Presa la di lei mano destra le impresse un certo carattere di color rosso e le disse: “Va, buona fanciulla, riferisci ciò che ti dico, et in segno della verità fa vedere a tutti questo segno””.
Non poteva essere che una Schiaffino la giovinetta. Da Orazio, ambasciatore della Repubblica alla Corte di Spagna, a Francesco e Bernardo, scultori, e a Simone, maggiore di Garibaldi morto a Calatafimi, gli Schiaffino furono in ogni tempo innumerevoli, tanto da tentare nei secoli scorsi di porre sotto il loro casato due dei tre settori in cui era diviso il territorio Camogliese.
Il quadretto che si venera era da tempo nel boschetto sopra delle piante. C’è chi lo ritiene opera di Teramo Piaggia, il pittore di Zoagli, autore degli affreschi, ormai purtroppo rovinati dall’umido e dall’incuria, che decoravano per intero il Santuario delle Grazie. I padri Serviti eressero la chiesa questuando anche fuori della Liguria, e ben presto i fedeli vi convennero a folle.
L’episodio del cieco che scagliò la pietra contro il quadro spaccandolo, subito punito; l’altro dei due bravacci che andarono a lordare le fondamenta affermando che non sarebbe loro importato nulla di morire quando vi si fosse recitata la prima Messa, e scomparsi l’uno in mare e l’altro per accidente quel medesimo giorno; quello della pellegrina di Borgogna avviata a Roma, caduta sfinita presso la casa di un pescatore e guarita miracolosamente, insieme ad altri fatti che la fantasia popolare ampliò e rese noti, concorsero a fare conoscere e render celebre il Santuario. Sulla lite dell’acqua, che ci riporta ai frequenti litigi dei contadini e ci erudisce sul loro senso di giustizia e sull’attaccamento alla proprietà, come su gran parte degli episodi miracolosi fedelmente elencati, non è possibile soffermarci.
Nel 1763, il generale dei Padri Serviti, avendo inviato alcuni visitatori in Corsica senza il beneplacito del Senato, Genova bandì senz’altro tutti quei padri dal territorio ligure. Ai Serviti successero allora gli Agostiniani e poi i Minori Osservanti.
Le ricchezze del Santuario devono essere state notevoli se consideriamo l’elenco che se ne fece quando, dopo il bombardamento di Genova da parte di Luigi XIV, il Doge dei deputati alla guerra emanò una circolare per la manifestazione degli argenti delle chiese. La municipalità del governo democratico, nel 1798, requisì poi tutti i beni, ma i fedeli non abbandonarono il Santuario che oggi è tra i più ricchi e sontuosi delle nostre cittadine rivierasche.
Sebbene soltanto dal 1831 si conservino le tele mandate dai miracolati in ex voto, perché quelle precedenti andarono distrutte, la piccola pinacoteca che si può ammirare è una delle più singolari e care a chi sa apprezzare le doti di sincerità in ogni, sia pure ingenua e primitiva, espressione artistica. Purtroppo i quadretti dove la fantasia dei pittori ha cercato di fissare le narrazioni dei naviganti, non hanno una degna sede, ammassati come sono in un angolo della sacrestia, ma, se da essi, oltre i già notati esempi di lingua marinara, volessimo trarne racconti e temi per vaste narrazioni, saprebbero offrirci ben validi documenti, perché i mari e le riviere più lontane hanno mandato per bocca dei marinai, segni della loro esistenza, echi delle loro tempeste.


Note:

1 - Descalzo cita Guglielmotti Alberto, “Vocabolario marino e militare”, C. Voghera, Roma, 1889.

2 - Il testo originale riporta “terzauroli” invece di “terzaruoli”. “traversìa”è scritto accentato nel testo originale.

3 - “gli catenoni” compare nel testo originale.
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