Vinta finalmente la suggestione del mare e dei suoi barbaglii, ci siamo inoltrati nella valle del Petronio, in piena estate, sotto la calura che rimanda dalla terra ondate di aromi caldi strappandoli ai frutteti in maturazione.
Chi si fosse illuso che il molle arbitro d’eleganza dell’Urbe abbia dato il suo nome al torrente, dopo la lunga siccità estiva avrebbe di che ricredersi. Petronio = petraia: alveo biancheggiante di sassi aspri o levigati, senza un filo d’acqua in estate, con solo qua e là qualche rara pozzanghera.(1)
I mulini, gravati dalla cappa solare, ascoltano silenziosi il crepitìo smorzato dei muschi che si disseccano sulle ruote inerti.(2) Lungo la strada, s’accorda al frinire delle cicale il colpo secco e ritmico dello spaccapietra, che batte e batte insensibile all’arsura, senza cercare ombra, sul suo cumulo di coti arroventate.
Mentre nei poderi il silenzio è assoluto perché sotto la pergola il contadino riposa nella siesta del meriggio la sua fatica antelucana, lungo la strada muratori e braccianti non hanno quiete. La strada s’allarga, si spiana, si raddrizza: opera immane della nostra civiltà in perfezionamento. Muraglioni che quando sono privi di impalcature paiono generati dalla rupe, tanto aderiscono con robusta gravità ai ciglioni, sorgono lentamente, sasso su sasso, mentre la calce pare si rapprenda non appena la cazzuola l’ha cacciata negli interstizi.
Sui terreni che il torrente colmando la valle ha formati, e continua a fecondare e a irrigare, bisogna soffermarci con ben più di uno sguardo frettoloso. Nella vallata del Petronio i pescheti sono legati l’uno all’altro, formano una lunga teoria irregolare di piante sulle quali a primavera è un leggero spolverio rosa senza fine, e in agosto una densa cornice robbiana di rami gravi che intrecciano corone pendule di frutti il cui profumo sale a vincere le ondate resinose delle pinete.
– Non è questa la terra promessa, nonna?
Una vecchina ci guarda, insensibile allo stupore che desta in noi la sua conocchia dalla quale si sfila l’esile refe, mentre prilla il fuso. Spettacolo d’altri tempi, che ci induce a favoleggiare come non ci è dato da tempo, tanto più che, pochi metri più in alto, lungo lo stradone lasciato per stordirci nel profumo del frutteto, passa in corsa mugolando raucamente, un’automobile.
Siamo a Casarza Ligure. Ferdinando Podestà ci ha lasciato di questo borgo descrizioni e studi notevoli, specie per chi non trascura le tradizioni paesane. Sono suoi i più caratteristici quadretti di fiere villereccie, di sagre, di processioni. Illustratore appassionato della Liguria orientale e storiografo dei Papi della nostra terra, ha lasciato un patrimonio di studi e di ricerche purtroppo non del tutto ben noto né raccolto.(3)
Seguiamolo un po’ alla Fiera di S. Michele: “Là, al fiume, venditori, compratori, sensali, si appostano, s’ammusano, assaggiano gli umori, osservano, palpano il bestiame, attaccano negozio d’improvviso e bruscamente si allontanano. Credi l’abbian rotta definitivamente, ma di lì a poco tornano, s’ammiccano ed il negozio è fermo. Anche ai banchi della piazza e della contrada è un concorso che, col salire del giorno, cresce, rumoreggia. Qui il pennaiuolo grida ai suoi scampoli di frustagno bello; l’ombrellaio, con voce fioca che par chiami la pioggia, invita ai suoi ombrelli; più là il magnano assaggia, a l’indurata nocca, la bontà delle pentole, tegami, padelle, pentolini…”.(4)
Se ci lasciassimo tentare dai ricordi d’arte, potremmo raggiungere una vecchia chiesetta sopra un poggiolo e andare a goderci il fresco nell’ombra dell’abside che custodisce un pregevole trittico del Barbagelata ma, ritrovato uno storico, vogliamo ricercare anche un poeta, tanto più che lo troviamo nella stessa famiglia: Vincenzo Podestà.
La scomparsa di questi due austeri fratelli non è avvenuta senza rimpianto. Vincenzo Podestà aveva appunto quassù, in una valletta, il suo eremo. Forse i suoi canti migliori, quelli che gli valsero l’amicizia dello Zanella, del Romani, del Conti che gli procurarono le traduzioni in latino del Calleri e del Sommariva (com’era costume ancora cinquant’anni fa tra i dotti), e in tedesco di P. Heyse, sono nati nella quiete di questa terra che a mezza collina alimenta le vigne di Cardini e di Verici dalle quali si spreme uno dei più robusti vini della Liguria.(5)
Non sembri ingombrante la citazione di qualche verso primaverile, un po’ arcaico, di questo nostro poeta del secolo scorso quasi ignoto. Scegliamone qualcuno lieve come l’azzurro che si sospende alle cime dei colli prima del giorno, giacché è ancora la poesia che più ci avvicina e ci fa comprendere l’anima delle cose.
Primavera è nei solchi, a l’appennino
sparì l’ultima neve e il fior biancheggia
del mandorlo sui clivi; alla pineta
dove fischiava il turbine, si sveglia
e diffonde sui limpidi mattini
di mille uccelli la canzon giuliva
che sorride alle fronde nuove e ai lidi.(6)
Vincenzo Podestà era soprattutto un benefattore e un educatore. Non possiamo staccarci da lui senza ricordare il finale di un canto delicato dov’è un mònito che ci lascia pensosi sulla sua poesia sana e vigorosa, fatta di armonie e di pensieri:(7)
Sdegna natal mia riva
i costumi novelli,
odi il verso con cui ti benedico
e mi rinnovo ritornando antico.(8)
Riprendiamo ora la nostra escursione. Dove la strada s’innalza, ancora s’apre la vista su pescheti e pescheti sino al Bargonasco dove, in un avallamento, la montagna si mostra d’improvviso arida e rossiccia, con l’ossa rugginose dei suoi ciglioni spogli di verde.
Dai capannoni dei laminatoi ammassati sul fondo valle, escono ronzii e boati di macchine, colpi di magli, ondate di fumo. Per opera di un nostro ingegnere e pioniere, tragicamente scomparso, Lorenzo Gardella, in questo angoluccio di terra sorse una delle prime officine liguri alimentate dall’energia elettrica, prodotta da una turbina che l’acqua copiosa della vallata alimenta ancora.(9)
Quelli che potrebbero già essere i nostri nonni, ci ricordano come il prodigio della lampadina elettrica attirasse nell’officina intere scolaresche che partivano per una lezione pratica da cittadine lontane. Il miracolo della prima lampada a incandescenza, con filamento a carbone, faceva sudare i professori di fisica per far capire ai futuri tecnici il suo funzionamento e le sue possibilità a venire.
La valle non rimase forse un felice ricordo per i tripolini che, sul finire della guerra, vennero a sostituire alla meglio le braccia necessarie nei lavori secondari delle nostre officine. Rivediamo le rovine dei baraccamenti dove i poveri negri si rifugiavano dopo il lavoro, e dove andavano a tremare di freddo sotto le imbottite che non riuscivano a ripararli dal vento gelido: apparizione veramente strana per queste contrade, della quale è persino difficile rievocare il ricordo.
Note:
1 - Il torrente Petronio nasce dal monte Nicolao e sfocia a Riva Trigoso, in comune di Sestri Levante. Il testo originale è “Petronio, = petraia:”.
2 - “crepitìo” è accentato nel testo originale.
3 - Mons. Ferdinando Podestà (1856 - 1923) era fratello di mons. Vincenzo Podestà (1836 - 1911); originari di Casarza Ligure, entrambi furono sacerdoti e scrittori.
4 - La citazione è tratta da Podestà Ferdinando, “Arte e vita a Casarza di Sestri Levante”, Tipografia Artigianelli, Lavagna, 1922, p. 30.
5 - Giacomo Zanella (1820 - 1889) fu sacerdote e poeta, Felice Romani (1788 - 1865) librettista, Augusto Conti (1822 - 1905) filosofo, Paul Heyse (1830 - 1914) premio Nobel per la letteratura nel 1910. Angelo Sommariva tradusse in latino “La campana: carme”, pubblicato a Genova presso la Tipografia della Gioventù nel 1900.
6 - La poesia citata è “Pasqua” pubblicata in Podestà Vincenzo, “Poesie di Vincenzo Podestà”, Tipografia Barbèra, Firenze, 1903, pp. 175-179.
7 - “mònito” è scritto accentato nel testo originale.
8 - La poesia citata è “La pesca delle alici” pubblicata in Podestà Vincenzo, “Poesie di Vincenzo Podestà”, Tipografia Barbèra, Firenze, 1903, pp. 202-205.
9 - Lorenzo Gardella (1857? - 1908), recchese, fu capitano di lungo corso fino ad un naufragio avvenuto nel 1887. Abbandonata la navigazione, nel 1892 fondò la Società Ligure Ramifera che rilevò miniere ed impianti della Società Elettro – Metallurgica di Casarza Ligure. Con questa ditta arrivò ad impiegare duecentocinquanta operai; avendo realizzato una centrale idroelettrica, potè vendere energia elettrica ai Comuni di Casarza Ligure e di Sestri Levante. Nel 1905 fu fra i promotori della Fabbrica Nazionale Tubi.
In seguito a rovesci finanziari, si annegò in mare nel 1908.
Cfr. AA. VV., “Alle origini dell’industrializzazione del Levante”, Atti del Seminario di approfondimento – Sestri Levante Marzo Aprile 1989, testo a stampa, pp. 24-25.
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