Una tartana di Gaeta: l’Immacolata Concezione, navigava nel mar ligure quando il sopravvenire di una tempesta la cacciò nel golfo Riva Trigoso. Nei giorni di bufera i marinai usano guardare il mare a lungo come per interrogarlo su quella sua furia, sempre in apprensione se qualche compagno è lungi, se manca nell’approdo qualche battello, sicché la barca fu seguita con trepidazione in ogni fase della sua lotta.
Era il dicembre del 1778, giorno festivo. Dalla spiaggia, a ponente, i pescatori rivani osservando i paurosi sballottamenti della barca erano ormai certi che si sarebbe infranta contro le scogliere della punta Manara. Uno di loro, il più anziano, arrancando per la viottola angusta che conduce a S. Bartolomeo della Ginestra, raggiunse la chiesa ove si officiava e fendendo la folla dei fedeli, si portò all’altare presso i sacerdoti.
Poco dopo si vide scoprire l’immagine della Madonna e i fedeli che avevano visto il marinaio affannato compresero e raddoppiarono con fervore le preghiere per i morituri, invocando l’aiuto divino.
I rimasti alla riva videro a un tratto la tartana reggere con maggior sicurezza alle raffiche, impennarsi sulle onde senza essere sopraffatta e allora presi da speranza si diedero a far segnali per indicare un possibile scampo.
Superata la punta e i rigurgiti che in essa generavano i cavalloni, la tartana obbedì al timone, pur con le vele strappate e poté dirigersi alla sponda dove con robusti tonneggi le tenaci braccia dei marinai, doppiamente vigorose, resero possibile il salvataggio.
L’equipaggio, quando si sentì sulla terra ferma, incredulo ancora della propria salvezza, così fradicio e sfinito, si diresse al tempio per ringraziare. Quando, volti gli occhi all’altare i marinai scorsero l’immagine della Madonna, uscirono in una esclamazione di meraviglia e di gioia e narrarono di una visione avuta nel momento più spaventoso della tempesta, ravvisando la stessa immagine apparsa tra i nembi a far da guida verso la salvezza.
Così una prima leggenda.
Nell’estate del 1800, dei pescatori rivani si trovavano nel mar di Toscana. Una notte vennero assaliti da una barca di corsari, legati e gettati sul fondo. Dopo aver predato quanto v'era a bordo, asportati remi e timone, gli assalitori sfondarono la carena, ed abbandonarono i disgraziati alla deriva. La morte era ormai certa se nessun aiuto giungeva. L’immagine della Madonna, fissata sotto il carabottino ispirò i pescatori alla preghiera infondendo fede e coraggio.1
Uno poté allora svincolarsi dai legami. Prima che l’acqua sommergesse la barca anche gli altri furono liberati e, calafatato il fondo alla meglio, aggottata l’acqua, giovandosi di un tavolato per timone e di pochi stracci per la vela, poterono approdare all’isola del Giglio salvi.
Nelle acque di Monterosso, nella stessa epoca, altri pescatori rivani furono assaliti da pirati. Tempestati di cannonate, vedendosi preclusa la fuga per il vento contrario si ritenevano perduti quando, invocato l’aiuto della Madonna, poterono, grazie al vento mutato, sfuggire allo inseguimento senza mai essere raggiunti dai proiettili.
Altri marinai, su coste straniere, assaliti da pirati, travolti da tempeste, colpiti da malattie, tornarono narrando miracolosi interventi divini per cui le leggende e le tradizioni crebbero intensificando il culto di Maria che fu detta del Soccorso.
Dopo il primo fatto della tartana di Gaeta, si pensò di tramandare un segno di riconoscenza per la Soccorritrice. Una edicoletta fu eretta sulle rupi che scoscendono sotto la punta Manara e quivi collocata un’immagine della Madonna.
A chi giunge, naturalmente per mare, da Genova, la Madonnina appare solo dopo che, lasciata a poppa la penisoletta di Sestri Levante, si apre il golfo di Riva Trigoso esposto a quasi tutti i venti.
Sulla spiaggia ampia ora sorgono grandi cantieri che levano immani braccia di gru attorno agli scali dai quali sono scese le più belle navi percorrenti i mari fino a qualche anno fa. Mai inoperosi, ora allestiscono anche navi straniere, da guerra, da carico, da pesca, pontoni giganteschi, frecce del mare, addobbandosi spesso di pavesi e issando talvolta sui pennoni bandiere di paesi lontani per i quali l’opera venne compiuta. Non del tutto però i cantieri hanno sconvolto la vita marinara e peschereccia dei rivani. Sono costoro dei marinai provati ad ogni bufera, abilissimi anche perché, con tutti i tempi, non disponendo di alcun porticciolo, hanno imparato a dominare gli elementi sui quali hanno eletto di vivere. Li troviamo ora, non solo nelle flottiglie di paranze che si avviano a levante per inseguire le acciughe e le sardine nella stagione propizia, ma più e soprattutto sotto e sopra coperta in tutte le grandi navi mercantili.
È quasi impossibile non trovare un rivano nell’equipaggio di una nave di qualche importanza. Sui grandi transatlantici qualcuno è comandante od ufficiale superiore, ricopre posti di fiducia e responsabilità e, per quel nepotismo logico dei liguri che applicano più di tutti il detto “prima i tuoi e gli altri se tu puoi”, pochissimi rimangono a terra lungamente in attesa dell’imbarco.
Sussistono in paese due gruppi compatti di pescatori ai due lati estremi, minore quello di levante, considerevole quello di ponente. Mentre i primi si radunano intorno alla loro parrocchia di San Pietro, quasi incastrata nel cantiere, i secondi, al di là del torrente Petronio che divide l’abitato, hanno la loro parrocchia in S. Bartolomeo della Ginestra, detta di Nostra Signora del Soccorso.
Dal nome della Madonna ora molte ragazze si chiamano Soccorsina, tanto è vivo il culto, per cui la festa di Maria è anche quella di ogni famiglia ove non manca chi solennizza l’onomastico, dando maggiore festività alla ricorrenza.
La Madonnina sulle rocce vive in solitudine gran parte dell’anno. Vede nelle varie stagioni ora i cercatori di patelle che frugano ai suoi piedi, ora i pescatori di tramagli e spesso le flottiglie delle paranze che si avviano al largo per la pesca delle acciughe.
Le aduste mani dei vecchi, passando presso la punta, lasciano un attimo la cadenza del remo e si alzano in segno di croce.
L’Ave maris stella è il saluto di molti prima di avventurarsi al largo e vegliare sulle reti, mentre una silenziosa preghiera invoca buon tempo e buona pesca.
Tutte le leggende e le tradizioni dei miracoli che hanno inculcato la ferma fede nei padri tramandandola intatta, ha fatto sì che una sagra, tra le più suggestive, si compia nel mare di Riva. La processione che annualmente percorre le vie dell’ampio territorio parrocchiale, a volte sosta sulla spiaggia per sciogliersi e ricomporsi in ben altro corteo.
Una solida paranza addobbata riccamente regge il baldacchino sotto il quale starà il sacerdote col Santissimo e il seguito. Quel giorno nessuna barca lascia la sponda per la pesca e tutte vengono abbellite per il corteo festoso che accompagnerà la Madonna alla Punta. La processione, ricomposta sulle barche, con canti liturgici, con echi di fanfare, passa fra due ali di battelli, s’avvia alla scogliera ove i sacerdoti discendono e preparano il rito della benedizione. Questo avviene nel mese di settembre, quando già l’aria per qualche acquazzone si è fatta limpida e ha slavato l’afa raddoppiando i riflessi dell’acqua e intensificando i toni del verde nelle macchie del promontorio.
Paludamenti nuovi, fatti di riverberi, di opalescenze liquide, di irreali drappeggi, cangianti col discendere del sole, adornano le scogliere ruvide e scabre, i macigni in bilico minacciosi, le rupi rigide e spettrali, e qualche cosa di veramente sacro passa nelle anime col semplice rito della benedizione, al cospetto del mare, in faccia al sole che si spegne, immagine di tutti i misteri divini.
Altre punte, quasi tutte reggono edicole e simboli sacri. Ora è ancora la Madonnina come a Portofino e altrove, ora è il Cristo, ma quasi sempre questi simulacri rimangono là senza culto, senza conservare negli animi semplici il bene della fede, senza nutrire una serena fiducia nella vita e rinnovare nelle lotte e nei pericoli il contatto con la divinità.
Troppo spesso, forse, sono simboli collocati in quei punti ora da un fedele, ora voluti da qualche pio sacerdote perché chi transita ne rammenti la presenza, non sono un bisogno del popolo credente, non nascono da un prodigio che ha lasciato memoria di sé, né hanno fondamento in qualche fatto che conservi nelle fantasie visioni miracolose e allegoriche delle quali i semplici, tanto vicini alla poesia, hanno necessità.
Sulla punta Manara la tartana di Gaeta, l’Immacolata Concezione, da un secolo e mezzo ha creato con la sua apparizione nella paurosa tempesta un’immagine che facilmente evochiamo solo che poche parole di marinai la rievochino. La vita sul mare, i continui pericoli e le gravi traversie, hanno creato la tradizione miracolosa, l’hanno sostanziata di elementi leggendari, l’hanno abbellita di episodi felici e tutto un popolo, nell’anima del quale è ancora viva la fede, anche se talvolta appare dubbioso e bestemmiatore, partecipa a queste sagre, le rinnova, le sollecita e dedica ad esse tutte le sue cure premurose.
Quel brulichio di barche sotto le rupi, nel tramonto di una giornata settembrina, i suoni delle musiche e gli echi delle liturgie, lasciano in noi qualche cosa di più del ricordo di una festa di villaggio marinaro, insegnano agli agnostici, ai dubitosi, agli estranei che vi assistono con la piega dell’ironia sul labbro, col semplice gesto dei vecchi pescatori inginocchiati sul pagliolo durante la benedizione, un atto di umiltà sublime.
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