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21.12.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Chiesina romita sulla cuspide del monte Orsena

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Se cerchiamo in molte carte, anche in quelle più diffuse tra i turisti, il Santuario di Caravaggio, scorrendo lo sguardo sulle alture che proteggono Rapallo dai venti del nord, ci sarà difficile trovarne l’indicazione. Con errata ortografia però noteremo in talune il Monte Garavagli. È sulla cuspide di questa brulla montagna elevata a 614 m., vera piramide corrosa dai venti, con declivi su diverse vallate, che la chiesina romita innalza il suo campaniletto, poggiando sopra muraglioni che soltanto l’opera di una razza ostinata e volitiva poteva far sorgere in quella altura isolata.
 A chi ha il gusto delle escursioni sulle nostre colline, gioverà conoscere questa montagna dalla cui vetta si gode uno dei più imponenti panorami della Liguria: il golfo Tigullio e le propaggini collinose che sfumano sulla catena delle Apuane e il golfo di Genova con la chiostra delle Alpi Marittime. Più ampio ancora di quello già tanto superbo che si gode dal monte di Portofino, giacché il pittoresco promontorio, parandosi innanzi, diventa un molo tra i due archi.
Sebbene da Rapallo, da Camogli o da Recco sia facile il cammino per arrivare al monte Orsena, ormai noto col nome del santuario, per godere in tutto il loro sviluppo le visioni che offre questa parte meravigliosa della Liguria orientale, conviene avviarci da Santa Margherita.
Se partiamo di buon mattino, dalla strada di San Lorenzo vedremo il sole levarsi nella forcella tra Portovenere e la Palmaria. Esce coll’ampio disco deformato, quasi sonnolento e attonito di scoprire una serie di promontori che subito da grigio-azzurri si fanno di brace e iniziano la silenziosa processione delle ombre, sempre più corte, man mano la luce si intensifica e sale.
Dalla collina di Ruta, s’inizia la doppia visione dei golfi che ogni svolta muterà in nuovi aspetti rivelando scenografie impreviste.
Raggiungiamo monte Esoli. Poco prima un’antica chiesetta romanica ci ha fatto sostare attorno all’armoniosa abside in pietra. In questo viottolo il filosofo più disperato dell’età moderna ha cercato inutilmente la serenità. Ci viene il dubbio che la sua ostinata negazione non sia che un preconcetto dottrinale, abbracciato per amore di originalità e di paradosso se ha potuto continuare ad essere un “distruttore” dopo il contatto con questa natura. Infatti nella poesia di Nieztche, che zampilla suo malgrado da tutte le pagine più forte del pensiero, c’è un tepore che placa e smorza quanto di aspro e cupo vorrebbe avere il predominio.
Due americani che ci precedono fanno commenti al panorama che si è improvvisamente dilatato.
– Perché continuiamo a ripetere: Rio de Janeiro… Rio de Janeiro…!
Sono ammirati soprattutto dei colori e delle luci. Sono di quegli emigranti intelligenti che non partirono con gli occhi cuciti, che il loro mondo di affari non ha annegati né chiusi nelle façende, negli almacen, non tanto comuni, ma neppure rari tra i rivieraschi.
La strada si mantiene sempre sul crinale tra i due versanti. La vallata di Recco, ora ci prospetta i suoi villaggi e lungi, in file regolari, ci fa ammirare le case di Uscio che sta diventando una cittadina. Dal mare ogni sinuosità acquista i rilievi plastici che la luce marina da l’alto conferisce a tutte le cose. Ogni anfrattuosità, ogni scogliera, nella trasparenza azzurra ha effetti di fata morgana come nei laghi alpini.
Un ragazzetto ci cammina innanzi.
– Vai a far legna?
– No, vado per pigne.
– È tanto che vai solo al bosco?
– Ci sono venuto anche per zeneo (alberetti di ginepro) questo anno, per venderli a chi faceva l’albero di Natale.
Ha un sacco di juta che ogni tanto sbandiera. Dice che ha dieci anni e che frequenta la sesta elementare.
– Ho girato molto con mio papà. Sono stato nelle Americhe, a Milano, a Torino, a Roma.
– Con che cosa?
– Col vapore!
Ce l’aspettavamo. La nostra ironia l’offende. Non è certo privo di intelligenza e si è accorto di aver passato il segno. Vi sono lungo il sentiero, a notevole distanza, pini ombrellati cresciuti a coppie come fratelli siamesi, che ricordano alture romane. Ora paiono gli ultimi avanzi di una foresta scomparsa, ora invece sembrano messi per segnare il sentiero e offrire ristoro ai viandanti. Con un balzo il monello si stacca dalla strada, salta nella forcella di uno, s’avvinghia alla ruvida scorza e va a sperdersi in alto, nel folto degli aghi, forse per raccogliere pigne, forse anche per sfuggirci, senza immaginare quali pruriti fa nascere nei nostri polpacci e con quale ammirazione guardiamo l’elastica agilità di quelle gambette che non temono graffi.
Al passo tra il monte Ampola e l’Orsena, eccoci innanzi la chiesetta di Caravaggio, ma così in punta che ci pare sospesa in bilico, pronta a slittare su uno dei versanti ugualmente scoscesi.
Una scalinata ripida fatta di lastroni corrosi accatastati, attacca la montagna in linea retta. Dai lati è il vuoto. L’opera ci ricorda visioni cinematografiche della gran muraglia cinese tanto la posizione e l’aspetto sono imponenti. Il monte è brullo; ogni gradino slabbrato ci apre maggior paesaggio sinché non abbiamo raggiunta la ringhiera del sagrato dalla quale ci si sporge poi a lungo girando lentamente lo sguardo su tutti i versanti.
Qualche buca rotonda, dall’aspetto di cisterna ricolma, si avvista negli avvallamenti ombrosi e il vecchio scaccino che seduto su l’erba sbocconcella pane e cacio ci spiega che ancora quand’era giovanotto (e non si conosceva il ghiaccio artificiale) quei pozzi servivano per calarvi la neve la quale, compressa, durava sino all’estate e serviva per i malati e per i… sorbetti delle fiere campagnole, facendoci ricordare lo stesso uso sardo che ha lasciato il nome a buona parte degli ingredienti necessari a tale industria.
Ci potremmo anche far narrare la storia complicatissima del Santuario di Caravaggio ma, disponendo di un antico manoscritto, preferiamo attenerci ad esso e riportarne qualche candido passo.
“Sappiamo per quanto ce ne trasmette la viva voce che in decorso di tempo su la cima del monte ogni sabato verso la sera udivasi il canto di un augello non conosciuto né altrove giammai ascoltato la di cui melodia soave e grata tratteneva i viandanti che passavano dal monte, anzi dal clivo alla falda, i quali dopo averlo più volte nei medesimi accenti riudito cominciarono a dubitare che esser potesse questo per avventura un pronostico, ossia un vaticinio celeste”.
Ecco la bella leggenda. Sul monte Orsena era stata eretta da tempo una croce e vi convenivano sovente pastori e contadini a pregare. Sulla vetta, divenuta luogo di convegno sacro, si pensò di erigervi una cappella per venerarvi la Madonna di Caravaggio il cui culto in quel tempo andava diffondendosi intorno, a Rupinaro, a Mezzanego, a Zerli. Senonché lo storiografo ci fa sapere, senza ombra di rancore, che “una certa gelosia, che sacra potrebbe appellarsi, o a meglio dire emulazione divota, riscontrossi indi a poco. Nacque timore che la nuova chiesetta ed il nuovo titolo potesse per avventura diminuire il concorso, l’affezione al Santuario per altro veneratissimo e celebratissimo di Monte Allegro, benché per notevole tratto distante e quanto a noi stessi di presente tanto a’nostri antenati in loro età, caro e benefico”.
Se lasciassimo la parola a un altro cronista, ben diverso linguaggio ci sarebbe dato ascoltare. Le mene riuscirono a ottenere la chiusura e la sospensione a divinis dei sacerdoti che vi avessero officiato. Siccome il culto continuava, allora, fatta pressione al capitano di Rapallo, fu decretata la demolizione totale. Tafferugli, beghe, litigi sulla giurisdizione territoriale, durarono per oltre un secolo fra alternative di ripresa e di abbandono.
Poco edificanti erano le ragioni e i documenti degli oppositori i quali lavoravano assai di fantasia e si rivolsero anche al vicario perché “con lo zelo suo proprio tolga la maschera a questa novella e simulata devozione” dicendo che quando altre volte fu aperta “alcuni ministri di Satanasso, per aumentare il concorso e usurpare le elemosine, finsero miracoli e si trovava ingannata una moltitudine di idioti semplici…”.
Sulle rovine tanto contrastate però continuarono a convenire fedeli da ogni parte. Tra le testimonianze giurate dei molti che reclamavano la ricostruzione della chiesina troviamo anche quella di un marinaio imbarcato su un “liuto” di Camogli, scampato da naufragio.
Riprendendo il manoscritto, sappiamo così che “nel corrente anno 1838, sotto gli auspici del religiosissimo monarca Carlo Alberto Re nostro e del piissimo e zelantissimo nostro prelato Placido Maria Cardinale Tadini, dato ci viene di riedificare una chiesa sopra il tante volte rinomato monte”. Duecento e più persone, in catena, passavano da l’una a l’altra acqua, calce e materiali per cui la chiesetta in breve risorse per la soddisfazione dei villici e la gioia di quanti vi giungono e vi giungeranno, attratti dal Santuario e soggiogati dalla bellezza della natura.
Il lascito cospicuo di un benefattore emigrato in America, ha permesso l’erezione di un porticato che protegge i pellegrini dalle intemperie e la costruzione di un’altra scalea, dai piedi della quale la chiesina con la guglia sembra proiettata sullo sfondo del cielo come quelle di certi schizzi petrarcheschi di Valchiusa o di certe xilografie di cui a Genova avevano ancora il gusto, un po’ arcaico ma sano, gli incisori della Tarasca.(1)


Note:

1 - “All’insegna della Tarasca” era l’editore di “Risacca” di Giovanni Descalzo, nel 1933.




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