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22.12.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Vernazza e il Santuario di Reggio

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Il Santuario della Madonna di Reggio è buon motivo per una nuova escursione nelle Cinque Terre, la parte della Liguria dove tutto ciò che la terra produce è concesso solo per l’infaticabile lavoro degli uomini.
I pasteni regolari, ampie gradinate che in inverno non mostrano cespugli verdi né vegetazione per tutta la distesa delle valli e dei pendii marini essendo coltivati a vigneti, ricoprono le colline reggendo il terriccio con muriccioli a secco, quasi in bilico su scoscendimenti vertiginosi. Quando le piogge continue imbevono le zolle, i muri troppo vecchi si torcono, si gonfiano e franano versando sul pendio terra gialla che faticosamente sarà ripresa e arginata perché troppo preziosa per abbandonarla alle alluvioni, essendo così scarsa che occorre portarla nei coltivati con le coffe.
L’acqua in talune zone è del tutto assente. Un contadino, mostrandomi una sorgente che erutta sotto la galleria ferroviaria tra Manarola e Corniglia, mi diceva con rammarico:
– Quanta bell’acqua che non serve a nulla! Chi potesse spargerla nei pasteni farebbe nascere su questa terra anche i pomodori in inverno come nelle Calabrie, perché qui ci fa di tutto, ma se si deve aspettarla dal cielo o rovina ogni cosa o tarda troppo…
Per raggiungere Reggio si scende a Vernazza, il secondo borgo delle Cinque Terre e uno dei più tipici. Il treno s’affaccia fuggevolmente al mare con qualche vettura da un breve terrazzo e sosta prolungandosi in galleria. La calanca che si presenta appena lasciata la gradinata della stazioncina, è una delle più pittoresche della Liguria ed è in questo piccolo porticciolo naturale che tanti giovani si preparano a diventare quei tenaci marinai che troviamo un po’ ovunque, su velieri e piroscafi, gente che più d’ogni rivierasco si sente figlia del mare e dimentica e quasi sprezza la terra, per antica tradizione.
“Il popolo di Vernazza comandava e dirigeva galee armate in guerra, colle quali infestava i propri nemici” ci ricorda il Giustiniani, “delle galee si fabbricavano in paese in apposito arsenale anche per uso della Repubblica di Genova colla quale il borgo era in pace. Quindi i vernazzesi, superbi della propria forza e perizia marittima, vollero signoreggiare assolutamente il vicino mare con grave scapito al commercio dei genovesi e massime dei pisani, con i quali ebbero scontri ed ai quali tolsero molto bottino, e dei quali fecero varii prigionieri.(1) Ammoniti più e più volte dal governo di Genova a lasciare libero il mare e a non intralciare il commercio, e ciò sempre invano, le venne mandato addosso l’esercito l’anno 1182, e fu preso a forza il Castello e la terra, e fu restituita ai pisani la roba loro e le persone come sopra fatte prigioniere”.
Sappiamo poi dal Foglietta che dopo questa prima spedizione punitiva, appena le truppe genovesi abbandonarono Vernazza, “ricominciarono le molestie e padronanze anzidette del vicino mare, per cui nel 1186 fu nuovamente espugnato il Castello e la terra divenne per metà proprietà della Repubblica”.
Vernazza, per il suo popolo temuto e stimato ebbe, come Portovenere, il privilegio di mandare un deputato al governo di Genova la cui presenza era di stretto rigore quando dovevasi deliberare qualche guerra per mare. A comprova della bravura dei vernazzesi si potrebbe ancora citare il Foglietta nell’episodio del soccorso dato a Portovenere nel 1210, assalita dai pisani e salvata grazie all’intervento dei legni di Vernazza che riuscirono ad attaccare di sorpresa gli assalitori passando tra le isole del golfo, e a metterli in rotta, catturando lo stesso capitano dell’armata.(2)
Fu in questo borgo isolato tra gli scogli, circondato da dirupi, che nacque Moro Antonio Carattino cavaliere di San Marco, distintosi nella battaglia di Lepanto, il quale non dimenticò la sua terra e vi legò parte dei suoi averi. Ettore Vernazza, padre della venerabile Battistina, fu certamente il figlio più insigne: fondatore dell’Ospedale degli incurabili a Roma, di un lazzaretto alla Foce in Genova, e uno degli iniziatori del monumentale Albergo dei Poveri, apostolo di bene con l’esempio e con gli scritti.(3) Di Gerolamo Guidoni, geologo, scopritore di miniere e studioso profondo che lasciò il nome a fossili da lui scoperti, troviamo una lapide che ne ricorda la morte in una casa sulla banchina del golfetto, dalla quale ci sporgiamo a guardare nel lato opposto la bella chiesa sorretta da arcate, quasi su l’acqua, e il caratteristico campanile ottagonale.
Del forte eretto in alto sul piccolo avanzamento, che proteggeva l’abitato al di sopra delle scogliere dove le case ora si sono ammassate a pigna, non rimane che qualche avanzo di muro slabbrato. Vi è un’altana dalla quale si spazia sul mare aperto e ci si affaccia sugli altri paesi della costa, da Monterosso alla Palmaria.
Nel borgo, ovunque caratteristiche scalinate, rampe, crose, arcate che sospendono su l’acqua vecchie case, cavità ove il mare risuona, nomi che ricordano fole e leggende, tutti gli elementi di quello scenario marinaro incontaminato e pittoresco che è possibile trovare soltanto in alcuni vecchi paesi liguri, con in più una nota di vita varia che la doppia attività, marinara e rurale, fusa armonicamente, imprime alle cose.
Dalla via che attraversa il paese nel centro addentrandosi nella valletta, si sale a un vecchio convento, in alto come tutti i monasteri, nel quale penetriamo passando di sorpresa in sorpresa. Tace da anni la campanella; nei cortiletti pensili più non s’aggirano monaci. Ci sporgiamo dai muriccioli sul paese sottostante dominandolo e allora ci è dato di scorgere piccole torri disseminate sui pendii, ammassi di case fuse come bugni antichi in un groviglio sorprendente, coi tetti trasformati in pensiline, in altane, in terrazzi aerei. Dove prima era la pergola che serviva da chiosco ai frati, i giovani del dopolavoro hanno tracciato due campi di bocce e di lassù, senza interrompere le partite, possono vigilare sul mare e sulle case e forse anche conoscere, guardando le alte finestre, da un segno convenuto, da un cenno o da un richiamo quando la cena è pronta, per ridiscendere.
Tranquillità e pace da borghi marini isolati dalle vie del traffico. Non passa che il treno nascostamente, sostando di sfuggita a lunghi intervalli, invisibile, e destando brevi boati nella montagna; tutti gli altri fragori meccanici si ignorano. Salendo al Santuario l’erta non stanca poiché il paesaggio ad ogni svolta ricrea, ampliandosi con aspetti nuovi e imprevisti. Ogni tanto un’edicoletta che protegge le stazioni della Via Crucis, ci offre il pretesto per una breve sosta. L’artista che ha illustrato la passione di Cristo ha trovato un mezzo originale quanto semplice per tracciar le figure, staccarle nettamente od accennarle appena. Il marmo, una lastra liscia, ora è graffito leggermente, ora sbozzato. Quel tanto di ingenuo ed elementare che rimane nel disegno piace per l’aria primitiva che fa perdonare l’imperizia e gli errori.
Giungendo in alto, ci sorprende una ricca fonte all’inizio del vastissimo piazzale. Per più bocche, copiosamente, l’acqua sgorga e ricade generando un ruscello. Vecchi platani, ossuti castagni, antichissimi cipressi, filari recenti di piante che ombreggeranno domani, ornano la piazza dalla quale si osservano lungo i pendii, vigneti e uliveti salire sino al margine del bosco. Lungi, a cavaliere della collina opposta, la chiesa di San Bernardino s’affaccia su Corniglia; verso il mare la visione ha per limite l’orizzonte sgombro.
Si vuole che il Santuario di Reggio fosse anticamente la parrocchia dei popoli di Pignone e di Vernazza, prima che essi fondassero i due borghi opposti: gli uni al mare, gli altri nella valle dell’altro versante. Avvalora la tradizione il ritrovamento copioso di tombe attorno e nella chiesa, e ci fa fede dell’antichità dell’edificio l’architettura gotica. Nessuna memoria è rimasta però dei secoli scorsi che riguardi il Santuario. Qualcuno opina che i documenti, conservati in un’olla, sepolta per uno di quei fatti sociali che generarono panico nelle popolazioni di questa regione durante i tempi passati e che crearono ovunque leggende e fantasie, venissero distrutti dai contadini che rinvennero il vaso, per non dar conto dei tesori che v’erano uniti. Su l’esistenza di un paese in questa località è difficile pronunciarsi, sebbene durante scavi o lavori agricoli, non siano mancati rinvenimenti di fondamenta e traccia di edifici.
La Madonna che si venera, per la fantasia di qualche dotto devoto, viene attribuita, come migliaia di altre immagini sacre, all’evangelista San Luca. La chiesa vasta e ricca offre tra gli ex voto bellissimi modelli di galee e navi varie, omaggio previsto in un popolo che dal mare trasse e trae sempre tanta ragione di vita.
L’attaccamento al proprio Santuario dei vernazzesi, pur essendo provato da molti fatti e più dal decoro in cui fu sempre tenuto, consentì nondimeno un episodio unico nella storia religiosa dei borghi: la rinuncia al privilegio dell’incoronazione della propria Madonna, concessa sin dai tempi di Clemente XIII, di Clemente XIV e di Pio VI, per chissà quali contestazioni o puntigli, impossibili a stabilirsi oggi, ma comprensibili, se ricordiamo l’indole di certi rivieraschi, e se teniamo conto delle molte leggende che circondano le Cinque Terre.
L’incoronazione fu poi compiuta nel 1853 con l’intervento dell’Arcivescovo di Genova e col fasto che un cronista del tempo descrive fedelmente, riportando anche la nota delle spese incontrate sulla quale la nostra curiosità di appartenenti alla generazione di tutte le crisi, sosta come sopra il più singolare capitolo, essendo il più eloquente per gli evidenti contrasti.


Note:

1 - “varii” compare nel testo originale.

2 - Probabilmente si tratta di Uberto Foglietta (1518 - 1581), autore delle Historiae Genuensium libri XII.

3 - Ettore Vernazza, morto nel 1524, fu un notaio genovese e seguace di Santa Caterina Fieschi Adorno. Battistina Vernazza (1497 - 1587) fu autrice di vari testi di spiritualità.

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