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23.12.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - La Madonna di Montenero

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Se una antica leggenda non ci riportasse a tempi lontani facendoci risalire ai primi secoli del cristianesimo, il Santuario di Montenero che domina le Cinque Terre da una delle più superbe alture, potremmo ritenerlo una filiazione del celebre santuario toscano omonimo.(1)
Il santuario livornese, per chi naviga lungo il Tirreno, è ben visibile isolato in alto sul colle dal quale, in giornate terse, si avvista anche il promontorio di Portofino. Salendovi con la comoda funivia, la Gorgona si rivela presto un ciuffo verde con precisi contorni, con alture e vallette, mentre la Capraia, troppo lontana, ci appare una mole azzurra ancorata al largo quasi a interrompere la vastità sconfinata del mare. Livorno ne ha fatto il pantheon delle sue glorie e dal Guerrazzi al Fattori vi ha dato sepoltura ai suoi figli più insigni.(2)
La sontuosità è persino eccessiva come è eccessivo il numero dei venditori di candele che vi sono intorno. L’origine del santuario, avvolta nella leggenda, ci narra di una immagine portata dall’isola Eubea, scoperta da un pastore nel 1345 e data in custodia a degli eremiti.
Questi brevi cenni, e la fuggevole escursione sulle falde del monte Querciajola, ci bastano per non confondere il vasto tempio con l’umile chiesetta ligure. In questa nessuna sontuosità, nessun tramestio intorno, un isolamento montano, un senso di quiete raccolta che nemmeno il mare disturba, poiché l’eco della risacca non giunge sin lassù.
Per arrivare al nostro Santuario non ci si giova certo di funivie, e le viottole che ci si avviano non sono nemmeno tra le più praticabili. Si parte da Riomaggiore. Evitiamo la ripida gradinata che scala la collina quasi in linea retta, per godere la visione dei coltivati che in questa parte della Liguria è giustamente celebrata. Nessun angoluccio del terreno, nemmeno le ripide sporgenze rocciose, sono risparmiate dai pasteni. Entro i muriccioli a secco che visti dal basso sembrano tanti fascioni di enormi cesti, la vite succhia i suoi umori per filtrare Vernaccia e Sciacchetrà. Rarissime sono le altre piante per cui in inverno la terra appare brulla e deserta. Tutto ciò che può generare ombra, togliere succhi alle radici, impedire lo sviluppo dei grappoli e la loro maturazione, viene estirpato. Rari fichi e rarissimi peschi s’incontrano e sono le uniche piante tollerate.
Dopo un lungo giro nella valle la viottola si avvia pianeggiante. Le colline zebrate di ombra e di giallo terroso per lo sviluppo dei pasteni ora appaiono incavate al tornio, ora, come trottole gigantesche, avvolte da spire regolari. Dal santuario la visione di questa opera ci appare ininterrotta dal Capo Mesco alla Palmaria che ai due lati si avanzano con tutte le insenature ed i rilievi dell’articolata Riviera.
Diamo un’occhiata alla chiesa tutta bianca. Sotto il portico vi è un numero esagerato di lapidi. Su una si rammenta un avvenimento che nella zona lasciò tracce notevoli: quello della predicazione di padre Agostino da Montefeltro, avvenuta per la festa dell’incoronazione nel luglio del 1893.
Telemaco Signorini, il quale fu più volte e per anni a Riomaggiore e immortalò il paese col pennello e… con la penna, lasciò scritto in certe sue memorie che i ragazzi scappavano a farsi frate e ricorda una tradizione che mette in conto di essere riferita.
“La religiosità di questo paese è tale, che arriva ad ammettere le più strambe credenze. Sulla fine di Agosto, il giorno in cui si commemora la decollazione del precursore Battista, il sole fa, al momento di eclissarsi, prima tre bellissime capriole, cangiandosi di colore, poi si oscura tanto come fosse tornata la notte; e dopo tre ore di queste evoluzioni ripiglia il suo naturale colore e il suo corso normale. Le donne, i vecchi, i ragazzi si alzano la notte per trovarsi al fare del giorno nelle maggiori alture del Santuario e assistono di lassù a questo soprannaturale spettacolo, cadendo in ginocchio, pregando e cantando laude alla Madonna”.
L’umorismo del capo scuola dei macchiaioli, ogni tanto però si smorza, ed è quando, inconsciamente, partecipa della suggestione in cui cadono le anime semplici dei contadini e delle contadine ed ascolta i loro canti sacri.
“Le sere dei caldi e lunghi giorni d’estate, mentre vedo il sole tramontare alla riviera di ponente, sento salir su dallo scalo la nenia religiosa di Maria di Montenero che le ragazze del paese cantano in coro, sedute in terra:

Salve o del ciel Regina
Maria di Montenero
Madre del monte intero
ed avvocata…


Il ricordo della prima chiesina edificata sul monte, che fu detto Nero dalla foltissima e intricata macchia che lo ricopriva, risale al 790. Ritorna anche per questa parte, come per tutta la zona, la memoria di Rotari e delle sue distruzioni, quindi la scomparsa del simulacro ritrovato poi miracolosamente.
Riferiamoci all’origine della leggenda. Gli abitanti di questa parte delle Cinque Terre si vuole farli provenire dalla Grecia, emigrati al tempo degli iconoclasti con l’immagine della Madonna sottratta alla distruzione. Le molte fantasie create attorno ai santuari, hanno in questo qualche punto di concordanza, giacché abbiamo parlato di Eubea per Montenero di Livorno e già parlammo di Ragusa per Montallegro.
Si narra della loro comparsa, su tre legni presso il Cavo, di scontri coi corsari, di persecuzione, di fughe, di rappresaglie, sino all’arrivo nella valletta ricca d’acque entro la quale nascondono i barchi e si rifugiano divenendo poi contadini sotto il signore di Carpena.
L’ipotesi dell’origine greca nacque per la venuta in paese, nel 1824, d’un sacerdote che fu curato ad Acaja. Osservando l’abito che indossavano le donne d’allora fu talmente sorpreso che gli sembrava d’essere ancora in Grecia. Fu avvalorata poi dal ritrovamento di un architrave su cui era inciso un fanciullo vestito alla greca e il motto “Passeggeri, inchinate la madre di Dio”.
Il primo tempio dove i profughi deposero il loro simulacro, era formato di un altare e del presbiterio, all’uso antico, con innanzi la spianata per i fedeli. La venuta di Rotari fece murare l’immagine per evitarne il trafugamento. Se ne perdette la memoria sino a che la visione di una devota la rivelò e il ritrovamento diede luogo alla erezione di una chiesa più vasta.
Attorno s’era sviluppato il paese ma quando Genova ripulì il mare dai pirati rendendolo libero, qualcuno ridiscese a riva e lentamente nella valle sorse Riomaggiore, che raggiunse presto le 2.200 anime.
Nel 1579 la peste di Genova ha terribili ripercussioni in questo territorio per l’arrivo di una famiglia che ritorna decimata al paese. Le guardie di sanità s’oppongono all’approdo della feluca, tentando respingerla al largo del Varignano, ma la popolazione impietosita fa forza sicché accoglie malauguratamente la propria morte. Il flagello dura per mesi e mesi e uccide 1200 vittime. La scomparsa dei sacerdoti, prodigatisi attorno agli infermi, spopola le chiese sicché il Santuario viene officiato da chi ha in cura la parrocchia di Carpena.
La lite tra Carpena e Montenero per arrivare nuovamente alla scissione e ripartizione dei beni della mensa spettanti alle due parrocchie, dura due secoli con grave scapito del Santuario che viene sempre più isolandosi e rimane poi pressoché abbandonato.
La popolazione però che per bisogno di fede guardò sempre con amore alla vecchia chiesetta, rinnovò in ogni tempo, con ricca fantasia, le memorie dei prodigi e non la lasciò decadere.
Nel mare si compivano i maggiori prodigi ai quali la folla diede nomi e dati come quello del veliero catalano in balìa della bufera, guidato in porto da Maria alla quale vennero offerti poi “rubli 5 di cera bianca”, l’altro del naufrago afferrato al boccaporto e sollevato incolume dalle ondate sugli scogli altissimi ove ora una statuetta ricorda il salvataggio miracoloso.
Anche in terra però non mancarono segni di grazia se facciamo fede al popolo. La rissa con quelli di Biassa (chi non ne conosce la vecchia fama di litigiosi?) sedata senza sangue; la casa delle tre ragazze licenziose colpita da “un globetto di fuoco partito dal Santuario a guisa di stella cadente”, le visioni notturne del preposto alle dogane e la corona di stelle intravista sul monte dalle donne, ci rivelano con quanto ricca fantasia e con quale ingenua fede si perpetua il culto che mantiene nell’animo del nostro popolo gentilezza e bontà.


Note:

1 - Il testo originale riporta “Cinque terre” invece di “Cinque Terre”.

2 - Francesco Domenico Guerrazzi (1804 - 1873) repubblicano, democratico, anticlericale, fu deputato e scrittore; prese parte alle insurrezioni Risorgimentali. Giovanni Fattori (1825 - 1908) fu il principale esponente dei macchiaioli.


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