Pages

21.12.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - La coltura invernale del fungo in Liguria

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Allorché le ferrovie si decisero a spostare i binari nell’interno per evitare le frequentissime interruzioni causate dalle mareggiate lungo certi tratti del litorale levantino sulla nostra Riviera, il primo pensiero degli abitanti di Moneglia e di Deiva fu quello di utilizzare le gallerie per allacciarsi, senza le giravolte imposte dalle strade montane, alla Via Aurelia, e abbreviare quindi il cammino verso Genova. Gli operai furono i primi a cacciarsi nei budelli fuligginosi, arrischiandosi con le biciclette lungo le sassaie con l’intento di raggiungere i cantieri navali di Riva Trigoso, e la loro iniziativa non tardò ad essere appoggiata dai Podestà, sicché è possibile ora correre con discreta sicurezza ove prima si stendevano i binari, e raggiungere le due recluse cittadine attraverso qualche chilometro di scavo, lungo una via buia quasi rettilinea che fa sognare anche agli altri paesi rivieraschi la tanto sognata litoranea che li tolga dal secolare esilio marinaro.

Nessuno si sarebbe aspettato da questa novità, ciò che è sorto in un tratto della galleria Deiva – Framura, esclusa dal traffico e destinata all’abbandono, senza la mirabile iniziativa di uno di quei nostri pionieri, armati di volontà tutta italiana, capaci di trasformare, come vedremo, anche gli antri cavernosi e oscuri in fonti di ricchezza. Mentre i paesini rivieraschi provvedevano a sgombrare e levigare l’antica strada ferrata per aprirla al transito dei veicoli, il tronco Deiva – Framura, nel primo tratto, si conservava attivo grazie alle cave di pietrisco escogitate nelle frane un tempo minacciose, lasciando vuoti e inutilizzati la galleria terminale e un altro tratto verso Framura, quella zona scoscesa come il suo nome, che pare chiuda l’ansa marina coi suoi dirupi prima di aprire il varco alla serena baia di Bonassola.
Fu appunto su questi due tronchi, abbandonati al boato dei marosi frangenti contro la roccia entro cui s’insinuano, che si fissò la attenzione del sanremasco Adalgiso Piombo, un ex macchinista navale, alla ricerca di cave o di miniere abbandonate per tentare in Italia ciò che aveva visto e studiato all’estero.(1) Ponentino, tenace com’è carattere d’ogni schietto ligure, visto che nei lussuosi alberghi della sua plaga si continuava in ogni stagione a consumare preziosi funghi provenienti dall’estero, si propose di riuscire in un campo nuovo e, dati ormai i risultati concreti che ha ottenuto, possiamo senz’altro prendere atto della sua vittoria e considerarne i lusinghieri aspetti proprio ai fini di quanto oggi si continua coraggiosamente a propugnare per l’autarchia.
È doveroso notare che ai suoi sforzi iniziali non è mancata la comprensione di chi ha il dovere, direi quasi, di allearsi a tutte le intraprese coraggiose.
Non consigliamo al lettore una visita, forse troppo avventurosa, alle vecchie gallerie, che si possono raggiungere solo dopo non semplici escursioni, e alle quali si rischia poi di non essere ammessi, data la gelosa cura dei coltivatori e a causa anche dello spazio in cui si deve circolare, necessariamente ridotto al minimo per adibirlo interamente alla prodigiosa coltura.
Non sembri un aggettivo sprecato quello di prodigiosa. Non ci insegnarono sin dalle scuole elementari, che il fungo è senza seme? Non si sono sempre burlati i genialoidi in vena di mirabolanti invenzioni deridendoli con la frase: “Ha scoperto la semente dei funghi?”. Nei miei ricordi d’infanzia, la figura di Nerin, lo Zoppo della Valle, com’era chiamato a Velva, resta incancellabile appunto perché l’arguto contadino sapeva comparire agli inizi dell’estate con qualche raro esemplare di ovolo freschissimo, tre mesi prima che ne abbondassero i boschi. Solo dopo un lungo corteggiamento ero stato ammesso a conoscere il geloso segreto, che consisteva poi nell’allagare la sera con l’acqua trattenuta in una gora di proposito, tutto il pendio di un castagneto e lasciare che il sole compisse coi fermenti il prodigio.
In Italia non ci siamo quasi mai occupati seriamente di industrializzare la coltura del fungo, mentre nelle Americhe, in Inghilterra, in Francia, in Russia, e quasi ovunque, la produzione sopravanza a volte il fabbisogno. Noi che pure abbiamo dato alla micetologia forse i massimi studiosi, abbiamo continuato a consumare i “champignons” di provenienza francese, incuranti persino di sapere se erano freschi o meno, coltivati o naturali, con la leggerezza che fino a non molti anni fa ci distingueva nell’adottazione di tutte le mode, e in tutti gli sprechi lussuosi.
Non sono mancati, in realtà, anche tra noi seri tentativi. A Roma esistono da più anni tre, sia pur modeste, fungaie; se ne conosce un’altra nel bergamasco e persino a Genova, nel forte S. Simone, c’è chi persevera nella coltivazione. Ma si è trattato sinora di modesti tentativi anche se lusinghieri e incoraggianti nei risultati. La fungaia di Deiva, estesa ormai su diecimila metri quadrati di superficie coltivata, sarà quella che dovrà definitivamente affrancarci dall’importazione e, dopo che avrà assolto il sempre difficile compito di avere imposto i suoi prodotti, resterà – sto per dire – la matrice per sviluppi futuri, poiché si potrà, in un domani non lontano, consentire a tutte le mense di arricchirsi del profumato prodotto, in ogni stagione, anche per il prezzo cui sarà possibile smerciarlo, se ne sarà incoraggiata e stimolata la produzione.
Ma cacciamoci un po’ in galleria, dove con lampade da minatori ci son venute incontro le guide e ci consentono di introdurci alla scoperta del misterioso laboratorio. Un aspiratore mantiene purificata l’aria che ha una temperatura costante di 16-18 gradi. Al posto dei binari – sistemato il suolo con terra sabbiosa – corrono lunghe file di monticelli a V capovolto, alti trenta o quaranta centimetri, veri e propri binari di terra pulita e lisciata che rigano lo scavo quant’è lungo.
Centoventi chili di funghi vengono raccolti giornalmente, e la produzione potrà salire a due quintali e mezzo appena le ultime diffidenze del mercato saranno vinte e ai coraggiosi coltivatori, che hanno profuso capitali per la sistemazione, e prodigato da qualche anno ogni energia per la riuscita, sarà fatto il dovuto riconoscimento. Ci è dato estrarre qualche bell’esemplare, sbocciato da due giorni appena, e ormai maturo per essere colto. È sodo, bianco e profumato, senza la viscosità della maggior parte dei funghi boscherecci. Si tratta di Agarico campestre (pratella campestris), la specie che più si presta alla coltivazione e il cui micelio dà maggiori garanzie di sviluppo e di produzione.
Lavorano nella fungaia mezza dozzina di coltivatori specializzati, in buona parte provenienti da impianti stranieri, che direi quasi cooperatori più che dipendenti di chi veglia giorno e notte sulla sua creazione vigilandola con cura gelosissima. Le pareti della galleria sono disinfettate a calce e lisoformio per impedire ai parassiti di infiltrarsi nei coltivati; la sezione a poderi serve a delimitare le prime dalle ultime colture e consente anche ai profani di seguirne il lavorìo, giacché è facile vedere l’esuberante gettito delle più fresche e il ritmo rallentato di quelle in via di esaurimento il cui micelio, abbondantemente nutrito, ha già compiuto il massimo sforzo produttivo.(2)
La fungaia lavora praticamente sei mesi all’anno, i mesi invernali in cui è introvabile il delicato frutto dei boschi. Data la preparazione e i lunghi e pazienti lavori che occorrono, non sarebbe d’altra parte possibile mantenerla in efficienza con continuità l’intero anno, almeno con una produzione rispettabile. L’omaggio che ci viene fatto di un bel cartoccio di prataioli, entro il sacchetto oleato – che l’ufficiale d’igiene garantisce preventivamente – ci dà la possibilità di gustare la rara primizia, la quale in tutto e per tutto ha il sapore di quelle che giungono alla nostra mensa in autunno, e supera di mille doppi quelle che ci sono fornite in albergo quando, per servirci un contorno di “champignons”, attingono alle scatole in conserva dei coltivati già insipidi di provenienza francese.

Note:

1 - “la attenzione” è scritto nel testo originale.

2 - “lavorìo” è scritto accentato nel testo originale.



Delicious
Bookmark this on Delicious

0 comments: