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23.6.09

Fotografie di Cassagna

Ho pubblicato su http://photos.paolosmeraldi.com le foto di Cassagna,un paese quasi abbandonato in comune di Ne, in Val Graveglia, provincia di Genova, dove si trovano delle case molto interessanti di pietra.

Ho fatto delle foto a collage mettendo insieme più scatti per riuscire ad ottenere più risoluzione ed allo stesso tempo simulare un grandangolo più estremo.





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13.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Giovanni Descalzo

Pubblico online su questo sito il libro "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale" di Giovanni Descalzo.

Ecco l'elenco dei capitoli e dei relativi post:

Introduzione
Prefazione del professor Francesco Dario Rossi, poeta e scrittore
Giustificazione
La polena
La città bimare nel golfo Tigullio
L’Isola di Sestri
Tesori d’arte a Sestri Levante in una galleria privata
Visita a una miniera di rame
L’ambrato tesoro di Verici
Sagra marinara
Sul golfo dei Poeti
Ritorno a S. Terenzo
All’insegna del polpo campanaro
Gente del mare
Sosta a Portovenere
Il centenario di una strada
La vallata delle pesche
Il castello dei leoni
La Madonna della Guardia al passo di Velva
Nella culla dei Paganini
Santi e briganti in Val di Vara
Un paese in cui tutti hanno lo stesso cognome
La città che fu comprata per trentun mila fiorini
La vendetta dei lupi
Il borgo delle fiere campagnole
Avventura nel villaggio
Baraaabbaà!
Opere nuove fra antiche leggende
Il mulino solitario
Un’isola tra le montagne
La pineta tragica
Brugnato e il convento degli alveari
Pontremoli
Il castello di Mulazzo
Il paese della Chiappa e dei Chiappe
Al lago di Giacopiane
All’Abbazia di Borzone
Lungo il tracciato di strade future
La Fontana del Diavolo
Al Santuario della Madonna del Bosco
La Basilica dei Fieschi a S. Salvatore di Lavagna
Il Santuario della Pineta
La Cervara senza monaci
Al Santuario di Montallegro
Nietzsche a Ruta
A S. Fruttuoso
A S. Nicolò di Capodimonte
Camogli dal Santuario del Boschetto
Chiesina romita sulla cuspide del monte Orsena
La patria di Luca Cambiaso
La coltura invernale del fungo in Liguria
Nel paese dei Da Passano
La Madonna del sudore
Vernazza e il Santuario di Reggio
Escursione a Riomaggiore
La Madonna di Montenero





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12.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Introduzione

Sono trascorsi più di cinquant’anni dalla pubblicazione di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale”; era il 1941, l’Italia era in guerra e Giovanni Descalzo aveva trentanove anni; sarebbe morto dieci anni dopo, nel 1951.
In questo periodo il libro è quasi sparito dalla circolazione; le poche copie rimaste sono conservate da alcune biblioteche e dagli estimatori dello scrittore sestrese.
Questa riedizione è stata resa possibile dalla passione di una di loro, la professoressa Franca Bacigalupo, che meritoriamente custodisce in originale o in copia buona parte dell’opera di Descalzo e che mi ha incoraggiato alla lettura di questo autore.
Il presente lavoro è quindi nato sotto i buoni auspici di un rapporto di amicizia e di collaborazione che nel tempo si è esteso ad altre persone; vorrei citare in particolare la professoressa Ilaria Descalzo – figlia di Giovanni – che ha accolto e sostenuto con entusiasmo l’iniziativa di ripubblicare “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale”.

La produzione letteraria di Descalzo, scrittore operaio di Sestri Levante, è stata vasta e diversificata. Egli amava soprattutto la poesia, alla quale si dedicò con passione come testimoniato dalle numerose raccolte pubblicate: da Uligine (1929) a Risacca (1933), Paese e mito (1938), Variazioni (1947).
La necessità di integrare le entrate derivanti dal lavoro di operaio lo spinse a ricercare collaborazioni giornalistiche, raccolte poi in buona parte in “La terra dei fossili viventi: viaggio in Australia” (1938), “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale” (1941), “Le Cinque Terre” (1942).
Vasta fu anche la produzione di racconti per i ragazzi, i quali avevano spesso come tema comune il mare ed il mondo della navigazione: fra i titoli principali “Al lungo Corso: Racconto Marinaro” (1943), “Antonio da Noli” (1943), “Sotto coperta” e “In coperta” (1944), “Bacciga il mozzo: romanzo peschereccio” (1946), “Buba Scala il nemico dei negrieri” (1951).
Descalzo pubblicò anche raccolte di prose liriche, fra le quali “Interpretazioni” (1934) e “A volto di fiore” (1948) ed i romanzi “Esclusi” (1937) e “Tutti i giorni” (1950).

La ripubblicazione di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale” non risponde ad un criterio interno alla produzione di Descalzo.
Piuttosto, nella scelta di quest’opera è stata determinante la ricchezza di informazioni folkloristiche, etnografiche, storiche relativa ad un’area geografica circoscritta – la Liguria orientale – ma non eccessivamente ristretta.

Le escursioni di Descalzo furono da lui raccolte in sette sezioni, ordinate in base ad un criterio geografico.
La prima è dedicata al comprensorio di Sestri Levante; in seguito, Descalzo visita il golfo di La Spezia, sale verso il passo di Cento Croci e Borgotaro (terza parte), descrive le valli di Vara e del Magra e la Lunigiana.
La quinta parte dell’opera descrive il chiavarese; il percorso si snoda in val di Sturla, val Graveglia, val Fontanabuona.
Le ultime due parti sono relative l’una alle chiese ed ai santuari dei golfi Tigullio e Paradiso, l’altra alla costa a ponente della provincia di La Spezia.
Questo patrimonio rischiava di scivolare nell’oblio, come avviene per gran parte dell’immensa produzione libraria del diciannovesimo e del ventesimo secolo.

Per garantire una maggiore fruibilità del testo si è preferito trascriverlo interamente su supporto informatico invece di realizzare una copia anastatica.
Questa scelta ha comportato un maggiore impegno lavorativo; la riedizione ha richiesto quasi due anni.
Per rendere scorrevole la lettura e garantire la massima fedeltà alla prima edizione gli errori tipografici ed alcune forme di difficile comprensione presenti nell’originale sono stati corretti, indicandolo nelle note quando necessario.

La ricchezza delle citazioni e dei rimandi di Descalzo ad autori ormai poco conosciuti suscita la curiosità del lettore; le note bibliografiche forniscono una prima risposta, tuttavia si consiglia di seguire la narrazione di stampo giornalistico riservando magari ad un secondo tempo la lettura degli approfondimenti.
Al testo sono stati aggiunti gli indici dei nomi e dei luoghi; un contributo rilevante alla fruizione dell’opera anche perché spesso i titoli dei capitoli non rimandano intuitivamente alla località descritta.

La scelta di un piccolo editore, se da un lato è stata ovviamente determinata da considerazioni di carattere economico, è anche testimonianza di come attualmente sia possibile a chiunque – sia pure un privato od una piccola associazione – portare avanti un proprio progetto culturale, anche attraverso lo strumento principe della pubblicazione di un libro.

In conclusione, desidero ringraziare il professor Duilio Citi, ricercatore confermato presso il Dipartimento POLIS della Facoltà di Architettura dell’Università di Genova, ed il professor Francesco Dario Rossi, poeta e scrittore, collaboratore della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova, per le prefazioni che hanno scritto per questa edizione. I loro contributi illustrano efficacemente alcuni aspetti chiave di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale”.
Duilio Citi ha inoltre realizzato tutte le fotografie che compaiono nel volume, escluso il ritratto di Giovanni Descalzo; sono immagini di grande valore documentario ed artistico catturate in diversi anni di ricerche sul territorio.
Ringrazio l’ingegner Pier Angelo Moretto, presidente dell’Associazione Culturale del Genovesato, per l’entusiasmo con il quale sostiene le numerose iniziative intraprese dal nostro sodalizio.
A vario titolo hanno contributo a questo volume anche Marco Bo, Luigi Ceffalo, don Mauro Gandolfo, Lazzarin Ghio, Paolo Gianelli, Mario Massucco, fratel Elio Osler, Federico Ravagli, don Paolo Romeo, Fabrizio Smeraldi, Pier Angelo Smeraldi, Alberto Sturla, Giulio Traversaro.
Un particolare ringraziamento a Pietro e Riccardo Barotti per le preziose ricerche che svolgono tempestivamente e meticolosamente nell’archivio storico della diocesi di La Spezia, Sarzana e Brugnato.

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Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Prefazione del professor Francesco Dario Rossi, poeta e scrittore

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Per comprendere le caratteristiche di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale” di Giovanni Descalzo è illuminante la “giustificazione” posta dall’autore come premessa al testo.
In essa lo scrittore avverte che si tratta di una raccolta di articoli illustrativi, pubblicati per la maggior parte nel “Giornale di Genova” e da lui lasciati intatti nell’originale spontaneità con cui erano stati scritti nella prima stesura. Raccolta quindi volutamente non omogenea, ma antologica, di elzeviri dedicati a località e a santuari della Liguria orientale, dal Golfo del Tigullio a quello di La Spezia. Il libro, pubblicato nel 1941, è costituito da articoli scritti nel decennio precedente, con “abbondanza minuziosa di particolari, carattere di cronaca e scorrevolezza discorsiva”.
Descalzo, con l’umiltà e lo spirito di autocritica che sempre lo contraddistinguono, ci presenta con tali parole gli aspetti salienti del volume.
“Abbondanza minuziosa di particolari”: egli si sofferma sulle località e sulle chiese descritte, accompagnando il lettore come una guida attenta e scrupolosa, facendolo orientare e soffermare fra strade, ciottoli, boschi, baie e insenature, alla ricerca di luoghi che accendano la fantasia e la curiosità.
“Carattere di cronaca”: gli articoli raccolti sono “cronache” di passeggiate dell’autore nella sua Liguria, nelle sue vallate. Anche i fatti narrati non possono evidentemente assumere le dimensioni e lo spessore di un discorso storico e scientifico, ma sono chiari e semplici cronache, la cui lettura non può essere appesantita da discorsi troppo eruditi e complessi.
“Scorrevolezza discorsiva”: proprio perché si rivolge al pubblico eterogeneo dei lettori di giornali, di livelli culturali diversi, lo scrittore usa un linguaggio piano, discorsivo e facilmente comprensibile.
Descalzo ha quindi avvertito i lettori dei limiti intrinseci ad una raccolta di questo genere. E, ripeto, lo ha fatto con grande umiltà.
Sta a noi cogliere la perizia artistica e la poesia insita in molti di questi brani.
Ad esempio, nelle pagine iniziali dedicate alla sua Sestri Levante, la prosa ha un afflato lirico ed una icasticità di linguaggio degna dei migliori elzeviristi del tempo (Baldini, Cecchi, Ometti, ecc.). Si coglie chiaramente l’intensità emotiva del poeta che si trasfonde in periodi di pregevole “prosa d’arte”.
È la “prosa d’arte” tipica degli scrittori appartenenti alla rivista letteraria “La ronda”, alla “Fiera letteraria” di Umberto Fracchia. Una prosa raffinata, quasi rarefatta, che in poche nitide pagine raccoglie l’ispirazione lirica. È quella “prosa d’arte” che dai detrattori, a partire da Borgese nel 1922, fu definita “calligrafica”, cioè più attenta alla nitidezza della forma che al contenuto.
Noi, che viviamo nella civiltà dell’immagine e dell’ipercomunicazione, abituati ad una prosa asciutta ed essenziale, che non ha più il compito di far vedere figure e di far sentire suoni al lettore, all’inizio possiamo avvertire un po’ stucchevole e pleonastica tale prosa, ma, se riflettiamo sulle funzioni che per i lettori di allora avevano gli articoli di giornale raccolti in questo libro, ne possiamo apprezzare la ricchezza di immagini e di suoni.
Possiamo dire che tutto il libro è scritto in una prosa che a tratti si avvicina al calligrafismo, alla “bella pagina”. Tuttavia non possiamo valutarlo secondo i canoni contenutistici, che pongono al centro di ogni scritto soltanto i rapporti tra letteratura e società. Questo rapporto naturalmente varia da individuo a individuo e cambia a seconda delle impostazioni ideologiche.
In realtà in queste belle pagine vibrano la coscienza morale e la fisionomia artistica di Giovanni Descalzo, i suoi sentimenti e affetti. Si può capire l’uomo e la sua arte, leggendone lo stile, e, nello stile, si ritrova l’uomo. Un uomo ricco di sensibilità, in cui palpitano i profondi nessi tra arte e vita.
Bene ha fatto quindi l’Associazione del Genovesato a proporre una ristampa di questo libro, in cui ritroviamo i colori, i profumi, i suoni della nostra terra e la grande sensibilità di uno scrittore che li ha saputi interpretare e comunicare.


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Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Giustificazione

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Giustificazione

Salvare una raccolta di articoli illustrativi, iniziata da oltre un decennio, può apparire presuntuoso. Conviene quindi giustificarsi prima che il lettore rilevi le ripetizioni, l’abbondanza minuziosa dei particolari, il carattere di cronaca e la scorrevolezza discorsiva che mal s’intona coi volumi riordinati e messi a punto per truccarli da libri omogenei, fusi e compiuti in ogni loro capitolo. Sarà facile scoprire che la maggior parte degli avvenimenti sono stati superati. Talune persone, anzi molte delle principali figure, sono scomparse e non poche delle opere per cui il pezzo è stato scritto hanno avuto compimento.
Giunto l’invito a raggruppare queste corrispondenze da chi ama la nostra regione, ho ricordato il suggerimento di Giorgio Pini che le avrebbe viste volentieri unite in una guida sentimentale dei Santuari, delle vallate e delle calanche liguri. Apparse sul “Giornale di Genova” in buona parte nel periodo in cui egli diresse il quotidiano, fu per suo stimolo che percorsi passo passo la Liguria di Levante e presi passione alle piccole scoperte storiche, alla raccolta delle leggende che si vanno sperdendo, ai costumi e alle tradizioni intime del nostro popolo.(1)
Condiviso con entusiasmo il proposito degli amici, mi son venuto accorgendo che un lavoro di aggiustatura e di tagli, di aggiornamento e di ritocchi, avrebbe deformato il carattere spontaneo degli scritti.
Alla sfiducia che l’autocritica continua a crearci quando si tratta di mettere le mani in lavori giovanili, s’è venuta poi sostituendo una iniziale indulgenza per la documentazione precisa, per la messa a fuoco diretta di impronte, episodi, aspetti ben determinati della nostra gente, quali solo di possono assommare appunto in lavori di indole varia, dove è possibile coglierli all’impensata, in atteggiamenti e prove che sarebbe altrimenti difficile riprodurre senza una ancora più arida forma espositiva.(2) Ed è per questa considerazione che l’indulgenza per gli evidenti difetti è stata possibile, e il libro s’è formato mantenendo tutto il sapore primitivo dei pezzi.
Se il lettore saprà perdonarla, non dispero avergli indicato itinerari nostrani ricchi di poesia per l’appagamento del comune bisogno di conoscenza e d’amore verso la nostra regione.(3)

G.D.

Sestri Levante
Estate 1941 – XIX.

Note:

1 - Giorgio Pini, (1/02/1899 - 30/03/1987), scrittore e giornalista, fu direttore e caporedattore di vari giornali, fra i quali il “Corriere Mercantile” di Genova, “Il Popolo d’Italia” ed il “Resto del Carlino”. Fu sottosegretario agli Interni della Repubblica di Salò.

2 - “una ancora” compare nel testo originale. In varie occorrenze, in seguito non più segnalate, Descalzo non usa la forma apostrofata dell’articolo indeterminativo femminile anche quando esso compare davanti a parole che iniziano per vocale.
3 - La versione originale di “Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale” contiene le fotografie in bianco e nero di alcuni quadri, non incluse nella presente edizione. Fra queste, una non ha didascalia, per cui non è stato possibile attribuirla ad alcuno; le altre opere sono:
Antonio Discovolo “Vendemmia nelle Cinque Terre”, Orlando Grosso “Pian di Mare”, Piero Marussig “Paesaggio”, Enrico Paulucci “S. Lorenzo della Costa” e “Vele sul Golfo Tigullio”, Lino Perissinotti “Zoagli”, Emanuele Rambaldi “Entroterra di Sestri Levante” e “Pini a Zoagli”, Q. Saccarotti “Paesaggio ligure”, Alberto Salietti “I pini alle Grazie” e “San Salvatore dei Fieschi”.



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Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - La polena

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Su l'isolotto appena congiunto alla terra da un esile istmo di sabbia emergente solo nella calma più assoluta, regnava una inquietudine ben giustificata. La Repubblica di Genova aveva fatto costruire in alto la grande fortezza, ben provvista di ogni arnese guerresco ed equipaggiata per resistere a qualunque assedio, ma la popolazione in parte ancora poco raccogliticcia, poco avvezza a sostenere l'assalto di navi barbaresche, non si sentiva molto al sicuro in mezzo al mare.
Le milizie inviate da Genova parevano forze irrisorie, insufficienti a proteggere la popolazione e a difendere la fortezza, ed erano appunto esse che destavano viva preoccupazione per le ultime notizie recate e per le continue segnalazioni fra un promontorio e l'altro, misteriose per i più, che vedevano in esse i segni di chissà quali diavolerie, mentre non erano che le comunicazioni ininterrotte con la lontana città, dalla quale ricevevano ordini e trasmettevano informazioni.
L'arrivo di qualche fusta, in perlustrazione lungo la riviera, accresceva l'orgasmo, per la celerità con cui approdava e ripartiva, lasciando sempre nell'incertezza gli estranei, e inoltre i due galeoni, a ridosso dell'isolotto, completamente nascosti per chi giungeva dal largo, gettando l'àncora nella calanca di ponente avevan finito per far presumere cose gravi.(1)
Un ordine del Podestà obbligò tutti gli uomini rimasti, dai sedici ai sessanta anni, a mettersi a disposizione della Repubblica. Furono armati alla meglio e pur potendo continuare la loro consueta attività, dovettero considerarsi mobilitati e pronti ad ogni evento. Gran parte dei marinai erano già imbarcati sulle triremi di Genova e all'ansia per la loro sorte si aggiungeva ora la preoccupazione per gli avvenimenti che si prevedevano in casa. I pescatori, nucleo più importante della popolazione, non potevano spingersi oltre le cale prossime, sempre in vista della fortezza, pronti a salpare e tornare a ridosso non appena fosse apparsa in alto la bandiera bianco-crociata di giorno, o vampate intermittenti di notte.
La popolazione dell'isoletta era quanto di più vario si potesse mettere insieme tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo. Pochi gli aborigeni, tutti pescatori e marinai; la maggior parte dei nuovi venuti, contadini o artigiani, erano discesi dalle vallate vicine attratti dal miraggio di una vita tranquilla, per sfuggire alle persecuzioni dei signorotti o agli scherani dei feudatari. La Repubblica garantiva a tutti uguali diritti e protezioni, offriva lavoro e possibilità di guadagni, per cui attorno alla fortezza era subito sorta la cittadina operosa e varia.
Dal colle vicino, di fronte a l'isola, il paesetto si era trasferito anch'esso al sicuro ed era venuto a costituire il nucleo organizzato che dava anima a tutte le iniziative. Era quel borgo quanto di vivo restava, nel nome arcaico e in qualche tradizione, dell'antichissima Tigullia, una delle tante città di cui non si ricorda che il nome, sorgente sopra un poggetto in fondo alla piana alluvionale. Dopo la distruzione, la popolazione era stata trucidata, fatta prigioniera o dispersa. I pochi fuggiaschi però, ritornati più tardi alla loro terra, ricostituirono un borgo in località più protetta, sistemandosi sulla collina a ridosso dell'isolotto.
Le leggi della Repubblica amalgamavano lentamente quella varia popolazione e una intensa attività di traffici con l'entroterra e con i borghi delle riviere recava ricchezza a quanti vi si dedicavano, stimolando tutte le attività.
Oltre la grande fortezza che costituiva l'acropoli, vigile su tutti i versanti dell'isola, una cinta di mura massicce proteggeva l'abitato, su cui dominava, acuta, la bella stele del Tempio, non sontuoso ma ricco ed austero, officiato da un clero indigeno, sorto dal popolo e quindi fedelissimo alle tradizioni e alle costumanze locali.
Dopo due giorni di sosta uno dei galeoni salpò e su l'imbrunire prese il largo mentre l'altro era messo in assetto di battaglia. Un nuovo ordine impose a chi non era atto a combattere di tenersi pronto per un eventuale trasloco nella fortezza con tutte le vettovaglie.
Le tre porte della cittadella si chiusero dopo aver tirato dentro anche le barche da pesca e lungo i bastioni e il fossato cominciò la veglia febbrile che prelude al combattimento.
A una certa ora della notte, al largo si videro ondeggiare vampe e si udirono gli scoppi e i crepitii che i brulotti producevano sotto le poppe delle navi colpite. Le vampate delle vele e del sartiame davano bagliori vividi, accrescendo l'ansia in chi vegliava e destando terrore nei pavidi che assistevano alla scena dalle feritoie.
Non era ancora cessato il combattimento che un vento impetuoso sollevò le onde turbinando con le nubi sul mare. La flotta dei combattenti subì la pressione dei venti e fu trascinata lontana per cui non fu più possibile seguire alcuna fase del duello da terra.
Le vedette dovettero vigilare più che mai quando all'alba partì anche l'altro galeone, affrontando la tempesta, e sotto il caligo del cielo fatto ostile, non fu più possibile scorgere nessun segno di minaccia o di vittoria.
Passò la seconda notte nella stessa ansia, senza che nulla si avvistasse e il secondo giorno ancora sotto il tempo minaccioso, sinché nella terza notte i misteriosi segnali che tanto avevano sgomentato gli abitanti si videro apparire da più parti sui promontori, suscitandone altri sul mastio.(2)
Le vampate intermittenti avvertivano da levante che l'armata genovese aveva sbaragliato e disperso la flotta barbaresca, impedendo ogni sbarco ed ogni saccheggio e che le navi della Repubblica, parte rifugiate in Lerici e in Portovenere, parte a ridosso di altre calanche, aspettavano il buon tempo per ritornare in porto.
Allo scoppio di giubilo che tale messaggio provocò, nemmeno le rigide milizie restarono estranee: affannate prima alla difesa, ora mettevano ogni impegno a tramandare messaggi e a tradurli alla popolazione perché ne gioisse.
I sacerdoti, nella stessa notte, illuminarono il tempio per un solenne Te Deum di esultanza e indossati i più preziosi indumenti iniziarono col sacro ostensorio una spontanea processione di ringraziamento.
Il popolo e i soldati, ancora impacciati nelle armi, si munirono di ceri e di torce e procedettero osannando lungo le viuzze della cittadella, tra le case, sotto la fortezza, lungo le mura. Alcuni pescatori spalancarono le porte e il corteo procedette lungo le marine, discendendo fin sulla spiaggia per benedire il mare che mugghiava ancora.
Alcuni di quelli che erano innanzi, illuminarono ad un tratto un oscuro relitto. Fecero lume con molte torce e scopersero adagiato nella rena, in parte sepolto, un grande crocefisso nero che le onde ancora lambivano carezzevolmente.
La processione si arrestò. Preso da meraviglia e da stupore il popolo si chinò come di fronte a un segno divino e i sacerdoti, sollevato il Cristo, invocarono la benedizione, e lo trasportarono quindi al tempio tra il commosso giubilo.
Per giorni e giorni fu un continuo osannare e ringraziare il Signore perché il segno della grazia era evidente. Ogni nuova notizia, ogni nuovo messaggio, confermava il prodigio, sia nei particolari del combattimento vittorioso, sia nelle notizie fornite dai prigionieri che avevano rivelato il proposito degli assalitori di depredare la riviera.
Quasi tutti gli arruolati tornarono e qualcuno narrò le fasi della battaglia navale, l'inseguimento della flotta nemica, l'incendio, la dispersione.
Di tutta la flotta genovese fu narrato che una sola nave, spintasi temerariamente fra le avversarie, fu circuita e non poté essere soccorsa. Un particolare eroico si narrò di essa. Quando vide ormai perduta ogni possibilità di salvezza, il capitano, slanciatosi a prua, con la scure staccò a gran colpi la sacra polena per affidarla alle onde, non volendo che fosse catturato né che si inabissasse con la nave, il simbolo della redenzione che aveva inalberato sul suo legno, in omaggio alla sua fede.

***

L'isolotto lentamente congiunto alla terra ferma per le costanti alluvioni del torrentello che sfociava quasi di fronte, munito di fortezza e cinto di mura, poteva considerarsi una delle più sicure cittadelle che la Repubblica di Genova avesse lungo la riviera, scaglionate come sentinelle vigili per la sicurezza dei traffici.
Il borgo, attivati i commerci con l'entroterra verso l'Emilia, ove si avviavano carovane di muli per gli scambi attraverso i paesi meno impervi, veniva crescendo e sviluppandosi di continuo. Appena l'istmo, che le alluvioni consolidavano di continuo, cominciò ad apparire abbastanza solido da poter consentire il passaggio tra l'isolotto e la terra ferma in ogni stagione, qualcuno dei più audaci mercanti pensò di trasferire i suoi fondaci nel colle di prospetto, per aver maggiori comodità di lavoro.
Questo primo tentativo di ritorno fuori delle mura, al di là del vecchio canale interrato, sul colle ove primitivamente era sorto il borgo, avendo dato origine a una cospicua frazione, indusse ad altre opere di difesa con torri e incoraggiò ad uscire dalla cerchia alquanto scomoda, sebbene sicura, anche molti altri. Le incursioni barbaresche s'erano fatte più rade; la navigazione, dopo che Genova domate le più temibili rivali aveva preso il possesso dei mari, era sicura, per cui in quell'atmosfera di tranquillità, ognuno pensò di poter, con maggior comodo e migliori mezzi, provvedere al suo lavoro.
Sugli spalti delle mura o sulle torri qualcuno eresse la propria casa signoreggiante sopra le altre. Le vecchie porte arrugginite decaddero, il fossato fu ridotto ad orto e solo qua e là, arcate ridipinte, frammenti di bastioni, resti di mura divenute contrafforti, indicarono la cerchia entro la quale la cittadella era vissuta stretta ai suoi forti per necessità di difesa.
Cresciuta la popolazione qualcuno propose di erigere un'ampia chiesa, proprio nel piano, ove il mare ormai non arrivava più nemmeno con le spume nelle furiose libecciate novembrine. La località era degna del Tempio e sarebbe stata anche per l'avvenire lontano il centro della futura città, ma lungo la riviera, ai vecchi feudatari, si erano sostituiti altri padroni, assai più gretti ed avidi e, peggio ancora, pieni di avarizia e di pregiudizi.
Nobilucci di tutti i ranghi, eredi di mercanti arricchiti o di prestatori di denaro che avevano facilmente contrattato un titolo, per imitare i signori che andavano rendendo Genova "la Superba" costruendosi fastose ville nelle colline circostanti, s'erano accaparrati le località migliori frodandole alla repubblica con maneggi, carpendole con raggiri notarili, estorcendole ai villici con tutti i mezzi legittimati o meno, in uso nel tempo passato. Anche il terreno destinato alla chiesa destò la cupidigia di qualcuno di costoro che lo ritenne ideale per il proprio palazzo, sicché il Tempio fu eretto ai piedi della penisoletta, su alte fondamenta perché il mare non vi irrompesse.
La vecchia chiesa romanica dell'isolotto ove aveva pregato l'antico popolo marinaro venerandovi anche la Madonna del buon viaggio, quando la parrocchia fu trasferita nel nuovo tempio vasto e sontuoso, lentamente rimase deserta. In uno dei suoi altari vi era il Santo Cristo, una rozza scultura primitiva, anatomicamente imperfetta, con le braccia stese sulla croce in modo che quasi apparivano aggiunte posteriormente. Tutta la sublime espressione del Cristo era concentrata nel volto veramente doloroso. L'artista, ancora così inesperto nella tecnica della scultura, aveva però saputo infondere tanta espressione in quel volto che i fedeli non potevano mai guardarlo senza commuoversi e sentirsi turbati.
L'origine di quella immagine lentamente veniva dimenticata. Chi più ricordava d'aver sentito dai nonni la leggenda del ritrovamento sulla riva dopo notti di ansia e di tempesta? Parve una fola anche perché le aggiustature ulteriori e l'addobbo sull'altare, non potevano ormai farlo apparire quello che doveva essere: la Polena di una galea.
Quando si trattò di trasferire nel nuovo tempio le feste e le tradizioni dell'antico, i pochi isolani rimasti fedeli alle casupole cadenti entro l'angusta cerchia, si strinsero attorno al vecchio sacerdote, custode ultimo della chiesa, e non consentirono che il santo Cristo fosse rimosso.
Nel nuovo Tempio, sorretto anche dai nobilucci acclimati nella zona, fieri di apparire munifici come i signori ai quali si ispiravano, innalzandosi in tutti gli angoli lapidi e busti, si istituirono nuove funzioni, si diede inizio a feste diverse, trascurando prima e dimenticando poi, le tradizionali. Lentamente gli ultimi custodi delle memorie antiche, scomparendo, non trovarono a chi rimettere la loro eredità. La antica chiesa rimase lungamente chiusa e allora i massari della nuova pensarono di giovarsi degli arredi migliori per arricchire quella che fioriva sempre maggiormente.
V'erano in vecchi guardaroba indumenti sacri sui quali molto si era favoleggiato. Erano stati donati un giorno da un capitano che navigava di continuo con la sua feluca in mari lontani, e di cui non si era mai conosciuta l'attività vera, ignorando a quali traffici accudisse.
Il munifico donatore non aveva dato nessun ragguaglio sulle loro origine né più era tornato in patria dopo il dono. I tessuti finissimi, i passamani di alto pregio, la nobiltà dei disegni, dicevano l'opera di mano maestra. A petto di quelli rozzi usati in paese, apparivano raffinati e degni di rivestire i dignitari di qualche cattedrale. Vi era stato allora chi, avendo navigato sulle coste della Spagna, pretendeva riconoscere tali preziosi arredi come propri di alcune basiliche catalane, e insisteva sulla rassomiglianza, avendo Genova non molto tempo prima condotto un assedio su Maiorca, ed apparendo già usati, come potessero essere di provenienza dubbia.
Ogni cosa deteriorabile dal tempio romanico passò alla nuova chiesa, così l'antica, sempre maggiormente isolata e negletta, decadde. Un giorno essendo state notate rovine anche al tetto e non avendo i mezzi per ripararlo, qualcuno propose di ritirare ogni segno di culto per non esporlo all'ingiuria degli elementi, ed anche il Santo Cristo, del quale si erano dimenticate ricorrenze e festeggiamenti, fu tolto dall'altare e passò in un magazzino presso la sacristia, tra vecchie casse, legni muffiti, statue rovinate, ex voto deteriorati, lampade logore e oggetti consunti e inutilizzabili.
Quanto rimase avvilita tra quei relitti la nobile effigie del Cristo già inalberata con tanti onori sulle galee e accolta con adorazione sugli altari? Quasi del tutto dimenticato anche da chi perpetuava nel ricordo le memorie delle antiche sagre, il Santo Cristo rimaneva solo nel culto dei naviganti, che continuavano a fissarne l'effigie a bassa prua, tra i bagli delle rozze navi, sia che si avventurassero nell'oceano raggiungendo le nuove terre affidati agli Alisei, sia che partissero per le stagioni di pesca sulle coste dell'Africa, allora meno infide che ai nostri giorni, non essendovi leggi insidiose per i coraggiosi e gli intraprendenti.
Nel nuovo tempio si pensò un giorno di ampliare un altare per collocarvi una statua e arricchirlo di candelabri e di stucchi. Essendo necessario invadere il magazzino per approfondire il loculo, questo venne sgombrato. Con tutti i resti tarlati di legname logoro fu tratta anche la croce. Un canonico sacrista, coadiuvato da un chierico, quando la rinvenne, vedendola così malandata pensò di spaccarla e darla alle fiamme per toglierla a peggiori avvilimenti e da ciò nacque il fatto che riportò il Santo Cristo agli onori antichi, rinnovati ogni anno con crescente fervore.
Il popolo pretende ricordare le pietose parole del sacerdote: "Per Cristo ti adoro, per legna ti spacco", detto quasi a giustificazione del suo gesto. Quando fu alzata la scure, quale persona vivente, fu vista la Santa Effigie aprire gli occhi e fissarli con sguardo addolorato sugli incauti, miracolo mite e sublime, monito contro le molte deviazioni e le molte dimenticanze.


Note:
1 - Nel testo originale “àncora” è scritto accentato in questa occorrenza ed in altre successive non segnalate in nota.

2 - Il testo originale riporta “sinchè” invece di “sinché”.
In generale, l’accento acuto è quasi sempre sostituito dall’accento grave; si trova quindi “perchè” invece di “perché”, “nè” invece di “né”, “sè” invece di “sé”, “anzichè” invece di “anziché”, “dacchè” invece di “dacché”, ecc. Di seguito le correzioni non sono segnalate.


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Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - La città bimare nel golfo Tigullio

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


“Sestri Levante è una delle più belle spiagge del mondo”.
Se fossimo noi a dirlo potremmo giustamente essere accusati di campanilismo. Ma perché non valerci di una definizione – facendo per la prima volta i modesti tanto fuori luogo – quando ci giunge fresca fresca da l’alto, firmata da quel giramondo che conosce certo Mestieraccio come pochi altri e ha fatto perno proprio a Sestri per il suo vademecum gastronomico ligure? Non si potrà rimproverare a Paolo Monelli di aver dato una semplice occhiata ai punti cardinali più importanti del globo, quindi teniamoci l’affermazione come vera e difendiamola, tanto più che siamo pienamente d’accordo.(1)
“Il bello di Sestri è questo: che sulla riva accanto ai bagnanti stanno i pescatori; e stanno in secco gozzi e latini e i belli e grandi leûdi, velieri d’alto bordo, bravi a prendere l’altomare con ogni vento, che vanno per vini a l’Elba (a Ischia, in Sicilia e in Grecia) e per formaggi in Sardegna, e, non sono molti anni, bordeggiavano per acciughe sulle coste d’Africa. Barche di lusso, paiono, tanto sono lucide, di bei colori, ben tenute, sì che animano pittorescamente la spiaggia senza darle quell’aria meschina di altre rive peschereccie. E basta levi il maestrale, o giunga annuncio d’affari o d’avventura, ecco i leûdi gettati a mare partire per l’alto con la grande vela, scoppiante; e al ritorno sono racconti concitati, di corse, d’incontri, di buone e cattive fortune”.(2)
Proprio così; il bello di Sestri sta appunto nella sua capacità di conciliare sulle sue rive antichi palazzi patrizi e tuguri di pescatori, grandi alberghi, villette borghesi, giardini e pavesate di reti d’ogni sorta sui muricciuoli, lungo i viali, tra le barche e le case, ovunque è possibile trovare spazio, senza che il quadro, sempre vario e mutevole, perda armonia, colore e vita.
Chi sente parlare di Sestri però spesso immagina una rada ingombra di capannoni, irta di montacarichi, di gru, di staccionate, rumorosa per l’incessante rotar di macchine, tamburellar di ribattitrici, martellar di magli. Qualche superba mole di transatlantico, vertebra con vertebra in quei cantieri, con trabeazioni metalliche gigantesche, simboleggia l’operosità incessante delle officine, e soltanto chi conosce la Riviera sa ben distinguere tra questa Sestri e l’altra, la minore e nostra, la riposante e serena, adagiata in fondo al Golfo Tigullio per chiuderlo con l’arco perfetto della sua spiaggia di ponente; e ne conserva ben altro ricordo.
Sestri Ponente, ormai parte di Genova, prende il nome dalla sesta pietra miliare oltre la Superba. Sestri Levante, ultimo mandamento della stessa provincia e il più vasto Comune dopo il capoluogo, è l’antica Segesta Tigulliorum. Come il tempo abbia deformato il bel nome di Segesta in quello dubbio di Sestri è difficile stabilirlo con esattezza. Dante nel diciannovesimo canto del Purgatorio fa dire a Ottobuono Fieschi, divenuto Papa Adriano V:

Intra Siestri e Chiavari s’adima
Una fiumana bella, e del suo nome
Lo titol del mio sangue fa sua cima.

Siestri la nomina ancora il Petrarca e l’aggiunta di Levante fu necessaria dopo, quando da Sextum sorse l’altra Sestri.
La nostra Segesta Tigulliorum conserva nel nome il ricordo della antichissima Tigullia, città che, come molte altre le quali non ebbero nella storia importanza capitale, dopo la decadenza dovuta forse a invasioni, scomparve lasciando incerti anche gli studiosi su l’esatta ubicazione. Alcuni storici antichi la indicano a cinquanta miglia tra Lerici e Genova per cui si può sostenere l’ipotesi che sorgesse sul colle di Trigoso – ove non mancano tracce nel terreno e nel nome – sopra Riva Trigoso, operoso borgo industriale del Comune di Sestri Levante, per il quale vale la descrizione di cantieri, gru e scali, chiuso dalle due punte di Manara e delle Baffe, e che si vorrebbe sempre sonante di ribattitrici e di macchine in moto come nei tempi più fiorenti.(3) Una carta del 1430 alla Laurenziana di Firenze, segna Tigullia appunto presso quella zona.
Il nome di Segesta col quale viene indicata Sestri Levante da Plinio il giovane e da Strabone, ricorda la Segesta sicula di cui restano ora soltanto le meravigliose vestigia, facendo pensare a una emigrazione forse dopo che Siracusa la distrusse; e a ciò induce anche il nome di Lerici per l’identità etimologica della montagna che sovrasta Trapani, presso Segesta, e accomuna le due città nell’origine.
A chi giunge da Genova, uscito dalla galleria di S. Anna, la penisoletta di Sestri Levante appare come un’antica nave favolosa tenuta all’ormeggio dal breve istmo. Il mare la circuisce ancora quasi per intero e viene a lambire le due rive sabbiose, mollemente, placando ogni furia contro le scogliere che proteggono i golfi.
Le case si spingono dalla piana dell’ampia valle, sul mare, tra i giardini, e si susseguono lungo l’istmo risalendo alla penisoletta in una varietà pittoresca. Su questa, oltre il nucleo dell’antico borgo e delle nuove costruzioni, tutto è levità: l’ex villa dei marchesi Piuma, cui si sono aggiunti i celebri castelli, già Gualino, tra meandri verdi, boschetti, labirinti, viottoli pensili tra gli elci, le eriche ed i ginepri; una indescrivibilmente ricca varietà d’aspetti cui la presenza costante dell’azzurro marino che tutto circonda, dà riflessi, luci e riverberi di fata morgana e di irreali trasparenze, la caratterizza. S. Nicolò, in alto, la chiesina romanica, alza la lancia della sua cuspide come una nota acuta, simbolo aereo di questa piccola terra che in giornate di maestrale pare appunto sospesa sullo smeraldo delle onde. È in questa chiesina, allora isolana, che è sorta la narrata leggenda del S. Cristo, polena sacra condotta a riva dal risucchio e venerata dal popolo che prepara ogni anno con solennità, tra l’agosto e il settembre, la sagra di devozione.
Ancora visibile, se pur molto trasformata, è la fortezza che la repubblica genovese eresse nel 1200 a protezione della cittadella, dalla quale scendevano le alte mura in cui erano aperte le tre porte tutt’ora in piedi, e che ospitò fino a pochi anni or sono, il vecchio cimitero. Chi ricorda il bel fortino rossiccio affacciato con aria ormai sonnacchiosa e indulgente sul golfo maggiore, non può che rimpiangerne l’inconsulta distruzione.
I due golfetti formati dall’istmo alluvionale, hanno aspetti e caratteristiche diverse. Quello di levante è un po’ “La baia del silenzio”. È come un cratere etrusco, con l’ansa dentellata di scogliere: le case si specchiano nel cobalto, nessuna via rumorosa corre lungo la riva sabbiosa ove le barche contendono lo spazio ai bagnanti d’estate e dove in inverno le onde sono signore. La mole della Punta Manara avanza nel Tirreno con dirupar di scogliere varie, di grotte, punte e calanchette, coperta sul dorso dalla più profumata flora mediterranea. Una strada sale alla chiesetta dei Cappuccini che ha innanzi un’altana dalla quale tutto il Golfo Tigullio si spiega nella sua ampiezza. Questo luogo di raccoglimento e di contemplazione amato da Byron è mèta di poeti e di pittori che ogni giorno vi si recano a rinnovare e ritemprare le loro ispirazioni.
Il golfo di ponente è quello che già descrivemmo con parole di altri. Dalla strada che raggiunge il molo, venendo verso il caseggiato, appaiono la spaziosa piazza della chiesa e la vasta marina. Chi conosce la località, quando conduce in visita un amico, ha cura di recarlo in questo punto per procurargli una sorpresa. Dopo avergli fatto osservare attentamente il Golfo Tigullio, dal simo di Portofino che lo chiude a ponente giù giù a Paraggi, S. Margherita, Rapallo, Zoagli, Chiavari, Lavagna e Cavi, sino alle rocce a strapiombo di S. Anna, ordina un dietro-front improvviso. Il visitatore che ha ancora negli occhi la visione del mare nell’esteso golfo, tra una casa e l’altra lo rivede scintillare a pochi passi e non può trattenere un moto di meraviglia.
Da qui la sera, alla partenza per la pesca, è uno sciamare di vele latine in tutte le direzioni. Sul viale i palmizi sventagliano come fontane vegetali, riuniti al parco, il più ricco della riviera levantina. Dalle terrazze marine e dagli alberghi, dalle case dei patrizi e dai ritrovi mondani, tra il verde, si spandono musiche che con mollezza estiva carezzano chi passeggia e ama fondere per la gioia e il riposo serale, richiami d’arte e bellezza di paesaggio.


Note:

1 - Il riferimento è a Monelli Paolo, “Questo mestieraccio”, Fratelli Treves, Milano, 1930.
Descalzo usa la scrittura analitica delle preposizioni articolate (“da l’alto” invece di “dall’alto”) in varie occorrenze in seguito non segnalate.

2 - I gozzi sono piccole barche a remi da pesca o da diporto, sui quali è possibile armare una vela.
I leudi sono imbarcazioni a vela latina dall’albero inclinato in avanti, di lunghezza massima intorno ai quindici metri. I tre tipi più diffusi erano impiegati per il trasporto del vino (“vinacceri”), della sabbia (in dialetto genovese “sorairi”) e del formaggio (“formaggiai”). Date le dimensioni contenute, il leudo poteva essere issato sulla spiaggia a braccia o con l’argano.
Descalzo usa alternativamente le grafie “leûdo” e “leudo”, ed il sinonimo “liuto”.
Il “latino” è un’imbarcazione a vela latina (triangolare) di dimensioni intermedie fra quelle dei gozzi e quelle dei leudi; non esiste una tipologia ben definita.

3 - Il testo originale riporta “traccie” invece di tracce. Di seguito ho sostituito “spiagge” “frecce”, “piogge”, “marce”, “rinunce”, “gocce” agli originali “spaggie”, “freccie”, “pioggie”, “marcie”, “rinuncie”, “goccie”.



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Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - L’Isola di Sestri

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Tra gli undici e i quindici anni ho posseduto una delle più belle ville della Riviera. Avevo così piena coscienza del possesso che, quando dovetti rinunciarvi, rimasi a lungo risentito della privazione e mi parve sempre d’aver subito un sopruso. Ecco forse perché, quanto avvenne più tardi in quella mia porzione di paradiso, di mutamenti, di variazioni e trasformazioni, mi trovò accanito denigratore, critico feroce, avversario inconciliabile.
Il mio possesso era pressoché assoluto. La villa, per tre quarti cinta dal mare, sulla penisoletta di Sestri Levante che chiude a oriente il Golfo Tigullio con la parentesi perfetta dell’istmo su cui stende una delle sue marine, era sempre disabitata. I Marchesi Piuma venivano sì e no qualche mese d’estate, proprio nella stagione in cui lo stupendo parco non attraeva, perché le scogliere nel solleone erano il regno preferito.
Il miracolo di questo meraviglioso possesso avveniva nel modo più semplice. Come garzone di Angiolino, figlio del vecchio fattore dei Marchesi, compiuto il dovere di spazzare la piccola libreria e di imparare a racappezzarmi nelle cose della minuscola tipografia, acquistavo il diritto, o meglio, il privilegio, di avere in tasca la chiave di una certa porticina di servizio attraverso la quale entravo nella Villa Piuma più comodamente che dalla cancellata, evitando perfino le occhiatacce del Valle – l’unico colono – il quale mi scambiava volentieri coi monelli invadenti, da prendere a sassate.
Mi godevo solo il possesso favoloso. Quando a marzo l’erica è tutta una fiammata e spande un intenso profumo di mandorlo-miele, m’adagiavo a guardare stupito il boschetto intersecato di viali oziosi, tanto più meravigliato inquantoché soltanto là questa pianta è lasciata crescere spontanea sino ad altezze imprevedute, e riempie il cielo di fronde compatte che negano la luce e la visione del mare alle basse erbe, rassegnate e tisicuzze. V’era un pino contorto sopra la rupe della Latina che il vento frustrandolo aveva fatto aderire alla roccia scoscesa.(1) Sui suoi rami, per amore di vertigine, era bello far l’altalena. La Torretta – semaforo, nel cocuzzolo più alto della collina ove Marconi piazzò poi le rastrelliere contro le quali si impigliano anche le onde cortissime, sperimentando le ultime realizzazioni del suo genio – era vuota e umida.(2) Sopra un tavolo, in una specie di conca da bucato, v’era un numero inverosimile di biglietti da visita con i nomi più ostrogoti che abbia mai letto, taluni dei quali poi, allo scoppiare della guerra, divennero esecrati a molti orecchi latini. Sotto a una certa lavagna, posta ai piedi della Torretta, – piccolo segreto – esisteva un bicchiere che consentiva di attingere acqua alla cisternina, dono che gli amici, ammessi ogni tanto, dopo ore di corse, gradivano più di qualsiasi nuova meraviglia.
A proposito dei compagni, un po’ per vanità, un po’ per non farli crepare di invidia, finivo ogni tanto per condurveli, imponendo discipline severissime che però non venivano sempre osservate. L’attrattiva maggiore degli amici, inutile indagare perché, era il Forte, nel quale speravano sempre scoprire qualche vecchio cannone. Questo fortino del ’500, piantato a vigilare l’isola, quando forse era ancora tale, smessa l’aria protettrice, s’era addormentato quieto quieto nella sua veste rossiccia, colle sue scolte e i suoi pinnacoli decorativi, indifferente persino al concerto dei ranocchi moltiplicatisi entro il cisternone che custodiva nel ventre. Fu proprio contro i suoi muri insensibili che Perassitto un giorno scaricò un pistolone rubato al nonno antiquario, facendoci scappare per due ore e allarmando tutti i “preposti” di vigilanza sul litorale.(3)
Bando alle nostalgie. L’ex Villa Piuma un giorno si svegliò messa a soqquadro da alcune centinaia di operai che la frugarono in tutti i cantucci. Chi demolì – e il bel fortino che pompeggia ancora come torre minore nello stemma del paese, fu la prima vittima – chi trapanò la roccia, chi scavò, chi eresse e tornò a demolire per innalzare ancora… Fu per qualche anno un cafarnao incomprensibile. Il genio o il demone, o uno e l’altro insieme (difficile distinguere!) del denaro, dopo avere scoperto d’improvviso il tesoro di bellezza semi ignorato, s’incapricciò di aumentarne il fascino, di accrescerne le attrattive, di moltiplicarne le suggestioni.(4)
Gru gigantesche issarono dalla strada sottostante, colonne, capitelli, stipiti, archi, d’ogni materia, d’ogni stile, d’ogni età. Sorgevano muri arcigni che poi ricadevano per risorgere diversi, entro i quali, mosaico incomparabile di raffinatezze e di anacronismi insieme, venivano provati, adattati e poi chiusi definitivamente, gioielli provenienti da badie cristiane o conventi buddisti, da fortilizi medioevali o edifici bizantini, da scavi egiziani o babilonesi.
L’antica fortezza genovese, posta come l’acropoli a dominio del borgo e vigilata dai morti come molte ancora delle fortezze liguri ridotte a cimitero, vide emigrare le tombe che ne avevano variata la fisionomia. Il mastio, nella scorza ruvida, scavato e sventrato, divenne sala da concerti, mentre lungo la linea delle mura ancora intatte che cingevano la cittadella e il suo tempio romanico, sede di antiche leggende, sorgevano manieri possenti, le cui forme e le cui grazie talora stupiscono per il prodigio di armonia raggiunto e non di rado indignano apparendo la natura più spesso domata che compresa.
Lo scoglio vivo fu sventrato onde aprire il varco alle acque marine ed immetterle in un bacino, diremo privato, per raggiungere il quale la collina fu trapanata e traversata da ascensori. Ci si domanda a volte se chi volle tutto ciò aveva nel cuore sogni da imperatore decadente o vanità da Gog (per richiamarci a un personaggio contemporaneo che non è prodotto di pura fantasia papiniana).(5)
Tesori su tesori si accumularono entro la villa bellissima, quasi sempre chiusa e deserta.
Ai vialetti oziosi sono state aggiunte passerelle pensili, terrazze aeree, passaggi su ciglioni vertiginosi. Disseminati ovunque, sarcofaghi, sfingi, idoli esotici, cariatidi enigmatiche, semicerchi di colonne, giare solenni su capitelli rovesciati, danno ogni tanto al paesaggio sul quale si fissano, un sapore di composta classicità e spesso di eterogenea e confusa profusione di sfarzo.
I due castelli racchiudono, fissati nei muri, perfettissimi esemplari di tutte le arti. Aggirarsi nei vasti saloni che aprono finestre di una grazia incomparabile sul più bel paesaggio ligure, nelle camere, nei passaggi, affacciarsi alle scalee, avanzarsi alle finestrelle, sporgersi dalle balaustrate, indugiarsi sotto le absidi che si scoprono d’improvviso e rivelano a volte, in alto, cantorìe sospese su fughe di ogive, vuol dire passare in rassegna secoli e secoli di armoniosi sogni umani, cullati da razze diverse, ora volubili, ora solenni, ora pacati, ora erompenti come cori, per la continuità dei quali sembrano appunto costruite queste case che rinunciano a un loro stile.(6) Peccato che tutto ciò, anziché ricreare sempre, sovente stanchi, perché ogni angoluccio, ogni particolare, è bello, ma chiudendo gli occhi ci avviene di rivederlo bellissimo ov’era in origine, in armonia con ciò che esprimeva quando fu eretto.


Note:

1 - La “Latina” è uno scoglio di forma triangolare (come appunto le vele latine) che degrada verso il mare sul lato più esterno della penisola di Sestri Levante, idealmente in asse con l’istmo.

2 - Descalzo cita le ricerche di Guglielmo Marconi che culminarono nel primo esperimento riuscito di navigazione cieca guidata da radiofari, compiuto il 30 luglio 1934 con lo yacht “Elettra” nella Baia delle Favole di Sestri Levante.
Cfr Poli Pietro, “L’opera tecnico-scientifica di Guglielmo Marconi”, C&C edizioni radioelettroniche, Faenza, 1985, pp. 178-181.

3 - “Perassitto” era il soprannome di Achille Perazzo (1903 - 1993).

4 - Descalzo fa riferimento all’edificazione dei “Castelli Gualino” ad opera dell’imprenditore Riccardo Gualino (1879 - 1964).

5 - Papini Giovanni, “Gog”, Vallecchi, Firenze, 1931.

6 - “cantorìe” è accentato nel testo originale.


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Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Tesori d’arte a Sestri Levante in una galleria privata

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"

Locale semibuio di retrobottega: una “Boston” a mano, una cesoia, svariatissimi stipetti per caratteri fantasia, una lastra di marmo per composizione, alcune “balestre”, dei “vantaggi”, strumenti di una minuscola tipografia per i bisogni locali di un piccolo paese, una ventina d’anni fa.(1) Il locale è anche sede di adunate – come era tradizione nelle farmacie – degli intellettuali borghigiani.
Entra il dott. Vittorio Rizzi, alto, magro, aristocratico.(2) Ha sottratto dal giardino dell’ospedale aranci e mandarini acerbi: ne ha le tasche rimpinzate. Comincia a sbucciarli e ne porge generosamente al “garzonetto” che aspetta il visto del padrone-proto ad una bozza per andare avanti. Tra un’arancia e l’altra il dottore ispeziona il banco in cerca di novità, scopre le bozze, cava la matita e annota lui. È una tiritera in onore di San Gottardo scritta da un prete di campagna.
Quando il giovinetto riprende il foglio per togliere i “refusi”, scopre una quartina in più come finale che lo lascia perplesso:

E tu, o Santo Gottardo,
Che fai Pignone lieta
Anco perdona i ragli
Del presule poeta!

Il dott. Rizzi è partito contento e per poco l’inno al Santo Gottardo non esce con quell’aggiunta.
Ho voluto rievocare come lo ricordo, l’appassionato cultore di arte che ha arricchito la Liguria di una delle più belle – se non preziose e ricchissime – raccolte d’arte private, pressoché ignorata tra noi, trasportandola da Piacenza ov’era originario, e accrescendola di continuo fino alla morte avvenuta parecchi anni or sono.
Chi arriva a Sestri Levante dove la natura è stata così generosa dispensatrice di bellezze, aggirandosi lungo la baia di Portobello e salendo ai Cappuccini, tutto preso nella contemplazione delle scogliere, dei pescatori, della Penisoletta o del Golfo Tigullio che si dilata al di là dell’istmo, non pensa certo a scoprire altre meraviglie.
Eppure in quel palazzo fin troppo bianco che si specchia nella Baia del Silenzio, se osasse chiedere dei Fratelli Rizzi e avesse la fortuna di trovarli in casa, potrebbe aggiungere alla serie delle sue contemplazioni, un’ora di perfetto godimento artistico.
Non si troverebbe innanzi a un museo con relativi cartellini, a una galleria disposta in ordine di stile, tempi e scuole, né potrebbe in fretta avvantaggiarsi, compulsando un catalogo come in una mostra. Tutto ciò che la passione dei raccoglitori ha messo insieme: tele, sculture, incisioni, maioliche, mobili, libri, stampe, ecc. se lo troverebbe davanti di sala in sala, in un ambiente dove qualcuno vive e lavora, punto estraneo e freddo, in disarmonia o fuori posto, anche se le varie opere sono disparatissime di pregio e di stile e se un apparente adattamento le fa sembrare, per la profusione delle molte cose, in un certo disordine.
Ci si incontra con Bernardino dei Conti o Filippo Mazzola, di cui ammiriamo forse il capolavoro nella “Madonna del Cardellino”; con Van Der Veyde, la cui “Pietà” merita un lungo indugio o con lo scolaro di Leonardo, Cesare da Sesto, che ci richiama con la sua “Madonna del bassorilievo”. Iniziate le soste fin dalla prima sala innanzi a una tela dello Zurbaran, proseguiamo tra i veneziani, i bolognesi, i parmensi, soffermandoci ora davanti alla “Sacra Famiglia” di Polidoro Veneto, alla “Casta Susanna” del Veronese, al “Figliuol prodigo” di Jacopo da Ponte che ci presenta pure il “Battesimo di S. Lucilla”, forse bozzetto della grande pala per la Cattedrale di Bassano che gli ha mutato il nome, ora in contemplazione del bellissimo “Bacco fanciullo” di Guido Reni che è rappresentato anche da una “Maddalena”.
Il Guercino con la “S. Cecilia”, il “Cristo vegliato dagli angeli”, la “Beatrice Cenci”, e il Caracci con la “Morte di Leandro“ ci impongono di gustare lentamente le loro opere. I genovesi non sfigurano fra tanti maestri: Luca Cambiaso offre lo “Sposalizio di S. Caterina”, Bernardo Strozzi, Valerio Castello, Domenico Piola, Alessandro Magnasco, Dellepiane e altri, rappresentano bene la loro scuola. Ma dove sostiamo con religiosa attenzione è dinnanzi al frammento della “Madonna del velo” che Raffaello nel 1512 dipinse per S.M. del Popolo in Roma e che il Vasari ci descrive minutamente nelle sue cronache. Fu ribattezzata “Madonna di Loreto” dopo che un pontefice la donò al tesoro di quella Casa. S’ignorano le vicende che ne causarono la parziale distruzione. Questo prezioso frammento, delicatamente restaurato, basta da solo a documentare l’importanza della raccolta.
Critici italiani e stranieri si sono attardati ad esaminare il complesso delle opere o alcuni pregevoli esemplari, da Pietro Toesca che espresse il suo giudizio sopra un busto attribuito a Desiderio da Settignano, a Von W. Suida che nella nota rivista tedesca “Belvedere” esamina una tela di Luca Giordano, a G. Bergmans che nello studio su Calvart, compiuto nella “Revue d’Art”, giudica la “Presentazione al tempio”, l’ultima opera del notissimo fiammingo. Non è nostro compito valerci delle loro designazioni.
Altri nomi possiamo citare senza rendere completo l’elenco: Rubens, Van Der Neer, Ribera, Dosso Dossi, Bernardino Campi, Salvator Rosa, Pietro da Cortona, Gian Paolo Pannini, ecc. ma temendo di aver l'aria di catalogare la raccolta, passiamo ad osservare le stampe.
Se la celebre “Melancolia” del Dürer non ci fa condividere gli entusiasmi che suscita negli ammiratori del grandissimo incisore, c’è però qualche cosa che mette in moto la nostra fantasia come una briosa novella fiorentina: parliamo della “Fiera dell’Impruneta” di Giacomo Callot. Ecco poi le scene pastorali del Londonio, il mirabile ritratto di G.B. Bosseet, capolavoro di Pierre Invert Drèvet, un’acquaforte del Castiglioni, e ancora stampe di Luca di Lejda, Rembrandt, Caracci, e disegni del Veronese, Tintoretto, Bandinelli, Schedoni di cui torniamo a vedere tra i quadri una “Sacra Famiglia”.
I mobili, tra i quali ci siamo aggirati, s’impongono anch’essi all’attenzione senza troppo sforzo, costringendoci ad ammirare i finissimi intarsi. Vi sono anche due cassettoni originali di Giuseppe Maggiolino eseguiti su disegni dell’Appiani, stipi in ebano e avorio; uno di questi persino elencato, come le opere maggiori, dal Ministero della E. N.(3) Sui mobili, profuse a dovizia, maioliche di Urbino, di Faenza, di Savona o di Gubbio, bronzi, bassorilievi, frammenti e oggetti ben degni di stare a fianco o da presso alle cose migliori.
Per noi che finiamo sempre tra la carta stampata, eccoci una copia dei 20 codici danteschi inediti dello Scarabelli, di cui furon tirati solo cinquecento esemplari; un “Dante” del Landino, edito a Venezia nel 1564; un “Petrarca” del 1549 e un “Tasso” del 1590, quest’ultimo particolarmente caro perché stampato a Genova presso Girolamo Bartoli, ove riusciamo a leggere alcuni sonetti genovesi di Poro Fogetta; c’è un Aldino e un Bodoni per chi ha l’amore di queste cosucce. Scopriamo anche un librone grande come un doppio messale.
– E quello, non si può vedere?
– È il mio Digesto – confessa l’avv. Rizzi che insieme al fratello conserva e arricchisce la preziosa raccolta d’arte creata dal padre. Non è l’aureo latino del testo e la saggezza delle leggi Giustiniane che nei fogli in quarto ci attraggono ma la mirabile composizione e l’impaginatura, la doppia tinta della stampa perfetta, le ricche iniziali dei capoversi di quattro secoli or sono. In un libro come questo, circondati da cose tanto belle, chissà, saremmo persino capaci di appassionarci allo studio delle pandette.


Note:
1 - La “Boston” era una stampatrice per piccoli formati, tipicamente biglietti da visita. Il “vantaggio” era un piano di zinco o di legno usato nella composizione a mano per allineare le righe e le colonne dei caratteri. La “balestra” era un simile strumento utilizzato per le pagine intere.
Il testo originale riporta “cesaia” invece di “cesoia”.

2 - Vittorio Rizzi (1895 - 1916) originario di Piacenza, fu medico condotto in Sestri Levante, ove morì. Egli iniziò a raccogliere nella sua palazzina prospiciente la Baia del Silenzio una collezione di quadri che i figli Ferdinando e Marcello ingrandirono. Dopo la morte di quest’ultimo – avvenuta nel 1960 – la casa e la collezione furono costituiti in Galleria aperta al pubblico, tuttora visitabile in via Cappuccini 8.
Cfr. Castelnovi Gian Vittorio, “La Galleria Rizzi a Sestri Levante”, Cinisello Balsamo (MI), pp. 5, 8.

3 -Ministero dell’Educazione Nazionale.




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Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Visita a una miniera di rame

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Il torrente Gromolo è tra i corsi d’acqua liguri quello che più di tutti reca al mare acque torbide, che talvolta stagnano presso la foce ingiallendo un tratto di spiaggia e depositando i sedimenti anche su alcune zone di scogliera.(1) Nell’estate, non portando abbastanza acqua da sospingere sino alla riva, forma qua e là pochi stagni che a volte divengono vere gore, ma più spesso asciuga totalmente, mostrando un greto di sassi gialli, incrostati e imbevuti di sostanze minerali. Una forte percentuale delle sabbie che reca si può attirare con la calamita.
Risalendo dalla foce per scoprire la provenienza di tali scoli sedimentosi che non consentono mai al torrente di giungere al termine con le limpidissime acque della sua fonte, troviamo prima una fabbrica che vi riversa le vasche dove si effettua il lavaggio dei metalli dopo la ricottura, e poco più oltre un altro stabilimento per l’estrazione di sostanze chimiche industriali dal legno, che a sua volta scarica le proprie lavature non meno torbide.
Però, prima che queste industrie intervenissero a rendere grame le sue acque presso la foce, e anche dopo tolti gli scoli al suo corso e convogliati nella fognatura, il Gromolo ebbe e conserverà sempre un letto rugginoso, senza acque stagnanti in estate, ma con l’alveo così rossiccio e le sabbie pregne di sostanze minerali che nessuna alluvione invernale riuscirà mai a ripulire del tutto.
Oltrepassate le fabbriche accennate, il torrente unisce il suo nome a un agglomerato di case: La Pila, distinguendole dalle molte località omonime; piega poi in un bel tratto di pianura che cooperò a formare con le sue alluvioni insieme al Petronio, il quale sfocia a Riva Trigoso, quando nei secoli scorsi, recando sassi e terriccio, ricolmò lentamente il profondo golfo. A tratti arginati, o più spesso libero, più in alto occupa a capriccio il letto della valle di S. Vittoria.
Ai piedi della Rocca Grande, monte scosceso che si innalza per 968 metri, presentando nella sua parte dirupante strati friabili di ftanite rossa, dove la montagna si unisce al Tregin sbocca da una cavità scavata dall’acqua nella sua costante erosione, una copiosa sorgente. In un isolamento totale, a due buone ore di cammino dal primo paesucolo, esiste in quella località una casetta con intorno un podere: ivi nasce il Gromolo.
Poche altre sorgenti si uniscono al rivo, ma esso scorre veloce per il pendio senza troppe dispersioni. A un tratto, una presa ne cattura una parte che, lungo la viottola, vedremo poi in un canale cementato scorrere per vari chilometri sorpassando valloncelli su piccoli ponti ed anche una collinetta, attraverso ad alcune decine di metri di galleria. Questo solco d’acqua limpida è un acquedotto che i contadini di Cardini, Tassani e Rovereto si sono costruiti per uso agricolo e che serve loro l’estate, essendo tali località in groppa a colline, lontane dalle fonti; opera meravigliosa, fatta concordemente e conservata a cura di tutti per il bene comune.
Il Gromolo ha azionato anche, in un tempo non lontano, una piccola dinamo che dava luce ad alcune case del villaggio di S. Vittoria e muove ancora dei mulini, ma soprattutto con le sue acque ha servito e serve tuttora alla miniera di Libiola, della quale, con più rivoletti, traversa i meandri uscendone pregno del terriccio rosso e rugginoso su cui scorre. Poco oltre S. Vittoria, per tutta la zona collinosa che tende a congiungersi col Monte Bianco, a Bargone, ma specie nella località di Libiola, esistono giacimenti minerali l’estrazione dei quali ha dato in varie epoche copioso lavoro ai valligiani della regione.
Trascurando le miniere di manganese di monte Zenone, inattive, in una vasta zona di questa parte della Liguria, quelle di rame vi sono innumerevoli. I filoni Monticelli, Fontanella e Masi; i giacimenti della Frana, delle Barche e quello Bonelli; gli altri della Gallinaria, di Casali e dell’Acqua Fredda o di Loreto, sono oggi abbandonati. Se caliamo in qualcuno di essi, troveremo quasi sempre pozzi inondati, budelli ostruiti da frane, ogni cosa rovinata e corrosa dall’incuria.
A Libiola le enormi concentrazioni di pirite ramifera, per cui la miniera di rame è ritenuta insieme a quella di Montecatini la più ricca d’Italia, furono rinvenute dopo che si era traforato il Monte S. Vittoria in ogni senso e a vari livelli di gallerie, e quando già si era in procinto di abbandonare l’impresa.
Sebbene solo nel 1866 avesse inizio la ricerca e il tentativo di sfruttamento, pure negli antichissimi scavi preesistenti, si rinvennero utensili di pietra che fanno pensare a lavori compiuti in epoche preromane.
Issel e altri geologi che indugiarono a lungo nello studio del suolo ligure, osservano che in certe zone della nostra miniera vi è molta irregolarità nella distribuzione del materiale, il quale può mancare anche per tratti assai estesi e per altri può essere copiosissimo, come appunto fu dimostrato a Libiola. La ganga è quarzo o roccia serpentinosa detritica ricomposta, gli ammassi sono costituiti di pirite mista a calcopirite e sono talora superficiali. La loro presenza suole essere indicata all’esterno da grandi accumulazioni di sostanze scoriacee le quali sono appunto minerale ramifero le cui proprietà migliori furono asportate dagli agenti esterni, mentre il ferro si rivela anche a noi profani con le sue incrostazioni rugginose.
Sono appunto queste escrescenze, specie di enormi tumori che pare intacchino tutta la zona mineraria, che gocciando acque gialliccie, trasportano i sedimenti acidi al torrente intorbidandolo. Vi sono rivoletti che con brevi cascate spugnose rigano tutte le vallette impedendo intorno ogni vegetazione; troviamo sovente ai margini di questi botri schiume biancastre e dense, sature del noto odore di zolfo proprio di alcune sorgenti minerali. Il quantitativo di acido solforico che è diluito nell’acqua, costantemente si deposita sulle pietre e lascia tracce della sua colorazione lungo la valle.
Dove gli scavi, per la zona ormai impoverita, sono abbandonati, troviamo franamenti i quali più che opera di uomini ci paiono lavoro strano di bruchi giganteschi che abbiano voluto annidarsi fra quelle rocce verdastre. Sprofondamenti improvvisi, enormi imbuti che ingoiano terriccio franato, trattenuto sugli orli da magri pinastri; passaggi arditi in caverne capricciose; muraglie di un solo blocco roccioso con occhi tondi di gallerie rimasti abbagliati per l’improvviso cedimento di altre pareti consimili, minate per chiudere budelli pericolanti; tutto un rovinio alla superficie che fa pensare con sgomento ai passaggi bui nei quali si aggirano i minatori.
Da alcune bocche sulla collina, veri sfiatatoi per i quali la miniera respira, esalano il loro alito solforoso aspirato da ventilatori, i pozzi profondi e innumerevoli che traversano in tutti i sensi la montagna sbucando ai fianchi, nella valle, in alto o lungo le strade. In tal modo, ripulite le caverne della maggior parte delle esalazioni, i minatori possono più facilmente compiere i loro scavi.
Tutti gli operai sono delle colline circostanti e tutti vivono nella terra; chi non possiede la sua casetta e un piccolo tratto di vigna, lo prende in affitto ma nessuno vi rinuncia, forse per una necessità di sole che li compensi delle lunghe ore buie trascorse nei pozzi. Furono appunto essi i costruttori dell’acquedotto che consente d’irrigare i piccoli orti di casa. Non potevano essere semplici contadini quelli che hanno traforato la collina per evitare all’acqua un lungo giro.
Prima che le miniere assumessero tanta importanza, il tratto di bosco piuttosto povero e gramo dove giacciono, apparteneva a un contadino rimasto celebre con un nome fattosi proverbiale nei dintorni: Franseschin di marenghi. Una società inglese che intendeva intraprendere lo sfruttamento regolare dei giacimenti, acquistò dal vecchio contadino per una cifra irrisoria quel tratto boschivo. Iniziati gli scavi e avvenuto il ritrovamento del ricco minerale in quantità insperate, il tramestio dei lavori fece pensare a ricchezze favolose. Il quarzo incrostato di piriti dei vari metalli, assumendo a volta intense colorazioni dorate, diede luogo alla leggenda del rinvenimento dell’oro. Il minerale, in quantità che raggiunsero le tremila tonnellate annue, veniva avviato con pesanti carri nella rada di Sestri Levante da dove, scaricato a braccia, passava sui latini, dimentichi anch’essi delle reti per la nuova ricchezza, e a coffe veniva poi issato sopra una nave inglese ancorata un po’ al largo, non esistendo ancora il porticciolo.
La regolarità e continuità di questo traffico fecero perdere il senno al povero vecchio cui tutti soffiavano negli orecchi cifre mirabolanti e davano ad intendere le cose più assurde.
– Con il vostro terreno gli inglesi fanno i marenghi e ne caricano delle navi.
Cose di questo genere e peggiori, ripetute di continuo, persuasero Franseschin, il quale cominciò a ritenersi ancora proprietario della montagna e ad essere lui il manipolatore della miniera. Affacciandosi dal colle che per l’apertura della valle consente di vedere il mare, ogni mattina ispezionava l’orizzonte. Non appena scorgeva il piroscafo che veniva a compiere il suo carico, scendeva a Libiola, andava dai primi carrettieri, i Balicca, e via via dagli altri, ad avvertirli perché si muovessero, e dicendo a quanti incontrava con un mezzo di trasporto qualsiasi:
– Venite a dare una mano, è arrivato il vapore, una manciata ci sarà anche per voi. Son tutti marenghi d’oro della mia miniera. Portateli in valle dell’Alpe… a belle carrate…
Al povero vecchio tutti dicevano di sì. Quanti lo incontravano, conoscendolo, gli parlavano dei marenghi e lui sempre generoso:
– Quando arriverà il vapore ce ne saranno anche per voi, per tutti. In valle dell’Alpe li porteremo a carrate…
Con questo favoloso luccichio d’oro, inconscio della propria miseria, il buon Franseschin attendeva sempre la nave dei tesori come negli antichi miti, giocondo in quella sua speranza generosa, senza fortunatamente sentire mai, nonostante amare riprove, il peso delle sue disillusioni.


Note:

1 - Il Gromolo sfocia nella Baia delle Favole a Sestri Levante; la miniera di Libiola è nel territorio del comune di Sestri Levante.

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11.6.09

Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - L’ambrato tesoro di Verici

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


La celebrità, ben giustificata, dei vini delle Cinque Terre, ha oscurato alquanto altri vini, non meno degni di fama, che la stessa Liguria orientale produce. Infatti ci si ferma quasi sempre sulle particolarità dei primi, anche perché le aspre terre ove sorgono i vigneti, arsicce e quasi pregne di salmastro, tanto le ruvide colline degradano sul mare qua e là a strapiombo, rendendo difficilissimo il tracciato di qualunque strada, creano attorno alla Vernaccia una cornice pittoresca che mette le sue qualità in bella mostra. Ma se, scendendo dalle linee generali colle quali si suole tracciare una affrettata e sintetica carta dei prodotti nazionali, indugiamo ai particolari regionali, non possiamo né dimenticare né mettere in seconda linea altre località che un po’ per il quantitativo minore e molto per l’inerzia degli abitanti, non estendono la conoscenza di ciò che producono oltre la ristretta cerchia direi quasi comunale.
Il “Verici” però non è del tutto ignoto. Lo troviamo in apparizioni quasi circospette, a fine di pranzo nei conviti particolari, in casa di molti buongustai liguri, che lo ostentano quasi sempre come una rarità, scoperta da loro, la sorpresa finale insomma. Dopo aver raccomandato di centellinarlo a dovere, chiedono i vari pareri, non mai discordi e poi accennano, quasi misteriosamente, a una certa località dove una collina privilegiata a ridosso dei venti del nord, esposta a tutto il sole, nutre col suo terreno saturo, dicono, di succhi minerali, quella rarità. È la bottiglia di rito nei battesimi dei “leûdi”, ora rarissimi, quando scendono nel Golfo Tigullio, rotta a poppa con un colpo deciso, per far scendere il liquido augurale in una striatura ambrata, lungo il bordo, ed anche il dono che qualche forestiero porta con sé per documentare la scoperta.
Non è raro però, che come tutte le cose di un certo pregio, anche il “Verici” subisca contraffazioni e potrebbe accadere a qualcun altro quello che avvenne a un professore toscano che dopo aver bevuto il genuino in una certa osteria, posta sotto la collina sulla strada nazionale, ove campeggiava appunto il sacramentale cartello: “Vino di Verici – produzione propria”, entusiasmatosi, ne ordinò qualche bottiglia per gli amici buongustai fiorentini, senza supporre di portar loro della volgare vinaccia e scontare col ridicolo la… sfortunata scoperta.
Verici, anticamente “Velazo”, ha una piccola chiesa a due navate, isolata, sul versante del rio Battana sopra Casarza Ligure. È rettoria dipendente dalla diocesi di Luni: un suo parroco, verso il 1500, fu eletto vescovo di Noli. La posizione della chiesa è, rispetto al paese, alquanto scomoda, ma essendo questo frazionato in tanti casolari disseminati sopra una zona molto vasta, viene ad essere giustificata. Una delle viottole di accesso al paese, anzi, la mulattiera più battuta, scende sulla provinciale in prossimità di Casarza Ligure, capoluogo del Comune, sopra il torrente Petronio.
Se il colle di Verici prospiciente il mare è ben piccola cosa e si ha ragione di diffidare quando si parla del quantitativo di vino che può fornire, avviandoci a tale località e percorrendola in tutta la sua estensione, si scorge poi che è assai più vasta di quanto si prevedeva. Infatti a chi volesse giungervi salendo da Santa Vittoria di Libiola per Rovereto, Tassani e Cardini, e si trovasse a chiedere dove ci si avvia per andare a Verici, si potrebbe sentir dire, pochi passi oltre l’ultima borgata, che già si è in quel territorio. Senonché, percorso qualche chilometro di strada campagnola, tra continui vigneti e scarsi ulivi, al margine di pinete ora fitte ora rade, si troverebbe sempre nel territorio di Verici, avendo solo incontrato sparse casupole, isolate fattorie con cantine e rari gruppi di abitazioni.
Non è certo di là però che si giunge facilmente a Verici. La strada per cui è possibile tramutare la visita al paese in una delle più belle gite pomeridiane sulle colline liguri, la troviamo poco prima del bivio sulla via Aurelia donde parte il tronco che attraverso al passo di Cento Croci va nell’Emilia e quello che dal passo del Bracco raggiunge La Spezia, nel sobborgo di Pila sul Gromolo.(1)
Si sale, dopo aver percorso un breve tratto di pianura, alla chiesina di S. Margherita di Fossa Lupara. È questa una delle più belle tra le chiese della plaga, oltre il tempio romanico di S. Nicolò e la Collegiata, e vanta gioielli come la plebana di S. Stefano del Ponte e il Santuario di S. Bartolomeo della Ginestra. Ciò che rende preziosa la chiesina sono le pitture recenti del Cisterna che la decorano riccamente, i migliori fra tutti gli affreschi che hanno ricoperto le pareti delle chiese vicine in questi ultimi anni.(2)
Dal piazzale della chiesa si ha già un anticipo del vasto panorama che si godrà da Verici. La canonica annessa offre la visita a numerosi alveari razionalmente curati dall’arciprete, appassionatissimo di apicultura che, inoltre, alleva insieme con alcune varietà di uccelli una prospera famiglia di fagiani reali.
Si prosegue attraverso un fitto bosco di lecci, residuo del “lucus” sacro, del quale anche qui, come in altre località, si favoleggia, ed ecco presto il casolare Fossa lupara. Questo nome evoca epoche selvagge, brughiere ove i lupi scorrazzavano liberi ed è giustificato dalla profonda valle priva di abitazioni, selvosa e quasi senza coltivati, che si estende a sinistra alimentando il Rio della Valletta.
Cominciano tratti di vigneti, ma all’inizio predomina ancora l’ulivo. Quando si esce in una pineta, scendendo lievemente prima di riprendere la salita, scomparsa la vista del mare, ci troviamo in un paesaggio imprevisto, del tutto nuovo, che ha molti punti di contatto con certi altri dei Giovi.
Continuando, incontriamo una edicoletta con una graziosa statuina della Madonna. In mezzo alla pineta questo segno di fede par messo a consacrare le piante e a suggerire una breve sosta prima di riprendere. Usciti dalla pineta ecco un po’ di radura e finalmente la località Bruschi. Siamo già a Verici. Brusco è infatti un cognome tutto proprio di questa località e si chiamano così gran parte degli abitatori.
Quello che ci accoglie, proprio sul limitare del paese, ove hanno inizio i filari della famosa albarola, dalla quale si spreme il nettare tanto prelibato, è appunto un Brusco, un po’ spaesato però, che tiene la sua casa chiusa per gran parte dell’anno e vi sale ad arieggiarla soltanto di quando in quando, curandosi naturalmente di preferenza della cantina, ben provvista come ogni rispettabile cantina paesana. Da questa prima casa si apre innanzi uno dei panorami più belli della nostra riviera, per molti aspetti paragonabile a quello superbo che si gode dal piazzale di S. Ambrogio sulle alture di Rapallo. In fondo, nell’apertura del Golfo Tigullio, la parentesi che lo circoscrive è formata dall’arco di una delle spiagge di Sestri Levante; poi la piana, e su di essa gli abitati; l’altura del Monte Telegrafo e, verso Riva, l’antico casolare di Ginestra che forma quasi un cespuglio grigio emergente dagli ulivi. Per quattro diverse anse, fra le colline, lo sguardo spazia sul mare scorgendo ora rive nude, ora gru possenti attorno ai cantieri, ora barche e casupole da pescatori. Chiese e campanili si innalzano intorno, tra zone verdi, fino alle parrocchie più lontane e l’alveo di due torrenti, il Gromolo e il Petronio, si segue sino alla foce. Trigoso, S. Bartolomeo, S. Margherita e altre frazioni che dal basso ci appaiono su piccole alture, quasi spariscono ai piedi.
Sulla piccola aia è già una comitiva che protesta per le eccessive insistenze del proprietario che non limita l’offerta al consueto litro, ma insiste con altre bottiglie. Qualcuno dei villici osserva che se ne possono bere circa settanta bicchieri… altri affermano d’averne sopportato tre fiaschi. È ben noto invece lo scherzetto che gioca normalmente il “Verici”; ogni comitiva, di qualunque località vicina, può narrarne una. Vi fu un’intera brigata che, ragionando allegramente, sbagliò strada nella discesa e anziché infilare quella giusta, si smarrì nella Fossa lupara. Colti dal buio, a tentoni, ognuno per proprio conto, a seconda delle superstiti forze e capacità orizzontatrici, si dispersero a caso e chi passò la notte all’addiaccio, chi sconfinò a S. Vittoria e chi, più fortunato, trovò riposo sulla paglia di qualche capanna. Un tizio divenne celebre per avere ad un tratto abbracciato solidamente un grosso pino e aver passato la notte ragionando con quello circa le leggi di equilibrio dimenticate e l’instabilità della strada che gli sfuggiva inspiegabilmente sotto i piedi, serpeggiando. Il pino, unica cosa rigida, dando affidamento di stabilità, sopportò il lungo amplesso e vegliò il duro sonno. Il “Verici”, fine e apparentemente leggero, gioca i suoi tiri migliori quasi direi di preferenza a chi si vanta di sopportarne di più e a chi si ritiene collaudato contro le sbornie, per cui sono appunto i beoni che ne restano sconfitti.
Qualche decennio fa, il personaggio più importante di Verici era il “Melan”, rimasto famoso anche per il suo cane, un can barbogio passato ai posteri per essergli stato sempre implacabilmente alle costole, tanto che non si sarebbe potuto immaginare il “Melan” senza il cane, proprio come S. Rocco. Costui aveva saputo far così buona propaganda ai suoi vini che era divenuto fornitore della Real Casa, e si fregiava pomposamente del titolo come ogni regio fornitore, giacché mandava annualmente una certa quantità di “Verici” particolare a Re Umberto. Il suo albergo, poiché ne possedeva uno al piano, che gli consentiva di attivare meglio la propaganda, godeva di un’ottima clientela, ed aveva buon credito specie per il “Verici” inalterato. Molti ricordano ancora bene quando il “Melan”, personaggio d’ogni riguardo, saliva sulla collina con un cavallo bianco a macchie rossicce, il primo che sia mai riuscito a scalarla e forse l’unico, se nessuna strada salirà a far conoscere meglio e a valorizzare degnamente questa plaga privilegiata, ma troppo poco nota.


Note:

1 - Il testo originale riporta “la Spezia” invece di “La Spezia”

2 - Eugenio Cisterna (1863 - 1933), decoratore di origine romana.

3 - Sull’identità di “Melan” ulteriori informazioni possono essere reperite in un dattiloscritto del sacerdote sestrese Giovanni Stagnaro (1883 - 1962):

“Brusco Nicola fu Francesco, detto il Melan, aveva una pensione - ristorante nel negozio ora Raffo annesso alla Piazzetta S. Antonio (allora convento dei Frati conventuali dei quali era la Chiesa).
Un uomo intelligente ed attivo che sceso da Verici […] s’era fatto un nome nell’industrializzazione del vino di Verici, a Chiavari ed anche a Genova notai un bar “qui si vende il Vino di Verici””.

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Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale - Sagra marinara

Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo "Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"


Una tartana di Gaeta: l’Immacolata Concezione, navigava nel mar ligure quando il sopravvenire di una tempesta la cacciò nel golfo Riva Trigoso. Nei giorni di bufera i marinai usano guardare il mare a lungo come per interrogarlo su quella sua furia, sempre in apprensione se qualche compagno è lungi, se manca nell’approdo qualche battello, sicché la barca fu seguita con trepidazione in ogni fase della sua lotta.
Era il dicembre del 1778, giorno festivo. Dalla spiaggia, a ponente, i pescatori rivani osservando i paurosi sballottamenti della barca erano ormai certi che si sarebbe infranta contro le scogliere della punta Manara. Uno di loro, il più anziano, arrancando per la viottola angusta che conduce a S. Bartolomeo della Ginestra, raggiunse la chiesa ove si officiava e fendendo la folla dei fedeli, si portò all’altare presso i sacerdoti.
Poco dopo si vide scoprire l’immagine della Madonna e i fedeli che avevano visto il marinaio affannato compresero e raddoppiarono con fervore le preghiere per i morituri, invocando l’aiuto divino.
I rimasti alla riva videro a un tratto la tartana reggere con maggior sicurezza alle raffiche, impennarsi sulle onde senza essere sopraffatta e allora presi da speranza si diedero a far segnali per indicare un possibile scampo.
Superata la punta e i rigurgiti che in essa generavano i cavalloni, la tartana obbedì al timone, pur con le vele strappate e poté dirigersi alla sponda dove con robusti tonneggi le tenaci braccia dei marinai, doppiamente vigorose, resero possibile il salvataggio.
L’equipaggio, quando si sentì sulla terra ferma, incredulo ancora della propria salvezza, così fradicio e sfinito, si diresse al tempio per ringraziare. Quando, volti gli occhi all’altare i marinai scorsero l’immagine della Madonna, uscirono in una esclamazione di meraviglia e di gioia e narrarono di una visione avuta nel momento più spaventoso della tempesta, ravvisando la stessa immagine apparsa tra i nembi a far da guida verso la salvezza.
Così una prima leggenda.
Nell’estate del 1800, dei pescatori rivani si trovavano nel mar di Toscana. Una notte vennero assaliti da una barca di corsari, legati e gettati sul fondo. Dopo aver predato quanto v'era a bordo, asportati remi e timone, gli assalitori sfondarono la carena, ed abbandonarono i disgraziati alla deriva. La morte era ormai certa se nessun aiuto giungeva. L’immagine della Madonna, fissata sotto il carabottino ispirò i pescatori alla preghiera infondendo fede e coraggio.1
Uno poté allora svincolarsi dai legami. Prima che l’acqua sommergesse la barca anche gli altri furono liberati e, calafatato il fondo alla meglio, aggottata l’acqua, giovandosi di un tavolato per timone e di pochi stracci per la vela, poterono approdare all’isola del Giglio salvi.
Nelle acque di Monterosso, nella stessa epoca, altri pescatori rivani furono assaliti da pirati. Tempestati di cannonate, vedendosi preclusa la fuga per il vento contrario si ritenevano perduti quando, invocato l’aiuto della Madonna, poterono, grazie al vento mutato, sfuggire allo inseguimento senza mai essere raggiunti dai proiettili.
Altri marinai, su coste straniere, assaliti da pirati, travolti da tempeste, colpiti da malattie, tornarono narrando miracolosi interventi divini per cui le leggende e le tradizioni crebbero intensificando il culto di Maria che fu detta del Soccorso.
Dopo il primo fatto della tartana di Gaeta, si pensò di tramandare un segno di riconoscenza per la Soccorritrice. Una edicoletta fu eretta sulle rupi che scoscendono sotto la punta Manara e quivi collocata un’immagine della Madonna.
A chi giunge, naturalmente per mare, da Genova, la Madonnina appare solo dopo che, lasciata a poppa la penisoletta di Sestri Levante, si apre il golfo di Riva Trigoso esposto a quasi tutti i venti.
Sulla spiaggia ampia ora sorgono grandi cantieri che levano immani braccia di gru attorno agli scali dai quali sono scese le più belle navi percorrenti i mari fino a qualche anno fa. Mai inoperosi, ora allestiscono anche navi straniere, da guerra, da carico, da pesca, pontoni giganteschi, frecce del mare, addobbandosi spesso di pavesi e issando talvolta sui pennoni bandiere di paesi lontani per i quali l’opera venne compiuta. Non del tutto però i cantieri hanno sconvolto la vita marinara e peschereccia dei rivani. Sono costoro dei marinai provati ad ogni bufera, abilissimi anche perché, con tutti i tempi, non disponendo di alcun porticciolo, hanno imparato a dominare gli elementi sui quali hanno eletto di vivere. Li troviamo ora, non solo nelle flottiglie di paranze che si avviano a levante per inseguire le acciughe e le sardine nella stagione propizia, ma più e soprattutto sotto e sopra coperta in tutte le grandi navi mercantili.
È quasi impossibile non trovare un rivano nell’equipaggio di una nave di qualche importanza. Sui grandi transatlantici qualcuno è comandante od ufficiale superiore, ricopre posti di fiducia e responsabilità e, per quel nepotismo logico dei liguri che applicano più di tutti il detto “prima i tuoi e gli altri se tu puoi”, pochissimi rimangono a terra lungamente in attesa dell’imbarco.
Sussistono in paese due gruppi compatti di pescatori ai due lati estremi, minore quello di levante, considerevole quello di ponente. Mentre i primi si radunano intorno alla loro parrocchia di San Pietro, quasi incastrata nel cantiere, i secondi, al di là del torrente Petronio che divide l’abitato, hanno la loro parrocchia in S. Bartolomeo della Ginestra, detta di Nostra Signora del Soccorso.
Dal nome della Madonna ora molte ragazze si chiamano Soccorsina, tanto è vivo il culto, per cui la festa di Maria è anche quella di ogni famiglia ove non manca chi solennizza l’onomastico, dando maggiore festività alla ricorrenza.
La Madonnina sulle rocce vive in solitudine gran parte dell’anno. Vede nelle varie stagioni ora i cercatori di patelle che frugano ai suoi piedi, ora i pescatori di tramagli e spesso le flottiglie delle paranze che si avviano al largo per la pesca delle acciughe.
Le aduste mani dei vecchi, passando presso la punta, lasciano un attimo la cadenza del remo e si alzano in segno di croce.
L’Ave maris stella è il saluto di molti prima di avventurarsi al largo e vegliare sulle reti, mentre una silenziosa preghiera invoca buon tempo e buona pesca.
Tutte le leggende e le tradizioni dei miracoli che hanno inculcato la ferma fede nei padri tramandandola intatta, ha fatto sì che una sagra, tra le più suggestive, si compia nel mare di Riva. La processione che annualmente percorre le vie dell’ampio territorio parrocchiale, a volte sosta sulla spiaggia per sciogliersi e ricomporsi in ben altro corteo.
Una solida paranza addobbata riccamente regge il baldacchino sotto il quale starà il sacerdote col Santissimo e il seguito. Quel giorno nessuna barca lascia la sponda per la pesca e tutte vengono abbellite per il corteo festoso che accompagnerà la Madonna alla Punta. La processione, ricomposta sulle barche, con canti liturgici, con echi di fanfare, passa fra due ali di battelli, s’avvia alla scogliera ove i sacerdoti discendono e preparano il rito della benedizione. Questo avviene nel mese di settembre, quando già l’aria per qualche acquazzone si è fatta limpida e ha slavato l’afa raddoppiando i riflessi dell’acqua e intensificando i toni del verde nelle macchie del promontorio.
Paludamenti nuovi, fatti di riverberi, di opalescenze liquide, di irreali drappeggi, cangianti col discendere del sole, adornano le scogliere ruvide e scabre, i macigni in bilico minacciosi, le rupi rigide e spettrali, e qualche cosa di veramente sacro passa nelle anime col semplice rito della benedizione, al cospetto del mare, in faccia al sole che si spegne, immagine di tutti i misteri divini.
Altre punte, quasi tutte reggono edicole e simboli sacri. Ora è ancora la Madonnina come a Portofino e altrove, ora è il Cristo, ma quasi sempre questi simulacri rimangono là senza culto, senza conservare negli animi semplici il bene della fede, senza nutrire una serena fiducia nella vita e rinnovare nelle lotte e nei pericoli il contatto con la divinità.
Troppo spesso, forse, sono simboli collocati in quei punti ora da un fedele, ora voluti da qualche pio sacerdote perché chi transita ne rammenti la presenza, non sono un bisogno del popolo credente, non nascono da un prodigio che ha lasciato memoria di sé, né hanno fondamento in qualche fatto che conservi nelle fantasie visioni miracolose e allegoriche delle quali i semplici, tanto vicini alla poesia, hanno necessità.
Sulla punta Manara la tartana di Gaeta, l’Immacolata Concezione, da un secolo e mezzo ha creato con la sua apparizione nella paurosa tempesta un’immagine che facilmente evochiamo solo che poche parole di marinai la rievochino. La vita sul mare, i continui pericoli e le gravi traversie, hanno creato la tradizione miracolosa, l’hanno sostanziata di elementi leggendari, l’hanno abbellita di episodi felici e tutto un popolo, nell’anima del quale è ancora viva la fede, anche se talvolta appare dubbioso e bestemmiatore, partecipa a queste sagre, le rinnova, le sollecita e dedica ad esse tutte le sue cure premurose.
Quel brulichio di barche sotto le rupi, nel tramonto di una giornata settembrina, i suoni delle musiche e gli echi delle liturgie, lasciano in noi qualche cosa di più del ricordo di una festa di villaggio marinaro, insegnano agli agnostici, ai dubitosi, agli estranei che vi assistono con la piega dell’ironia sul labbro, col semplice gesto dei vecchi pescatori inginocchiati sul pagliolo durante la benedizione, un atto di umiltà sublime.




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