Questo post fa parte del libro di Giovanni Descalzo
"Santuari, vallate e calanche della Liguria orientale"
Su l'isolotto appena congiunto alla terra da un esile istmo di sabbia emergente solo nella calma più assoluta, regnava una inquietudine ben giustificata. La Repubblica di Genova aveva fatto costruire in alto la grande fortezza, ben provvista di ogni arnese guerresco ed equipaggiata per resistere a qualunque assedio, ma la popolazione in parte ancora poco raccogliticcia, poco avvezza a sostenere l'assalto di navi barbaresche, non si sentiva molto al sicuro in mezzo al mare.
Le milizie inviate da Genova parevano forze irrisorie, insufficienti a proteggere la popolazione e a difendere la fortezza, ed erano appunto esse che destavano viva preoccupazione per le ultime notizie recate e per le continue segnalazioni fra un promontorio e l'altro, misteriose per i più, che vedevano in esse i segni di chissà quali diavolerie, mentre non erano che le comunicazioni ininterrotte con la lontana città, dalla quale ricevevano ordini e trasmettevano informazioni.
L'arrivo di qualche fusta, in perlustrazione lungo la riviera, accresceva l'orgasmo, per la celerità con cui approdava e ripartiva, lasciando sempre nell'incertezza gli estranei, e inoltre i due galeoni, a ridosso dell'isolotto, completamente nascosti per chi giungeva dal largo, gettando l'àncora nella calanca di ponente avevan finito per far presumere cose gravi.(1)
Un ordine del Podestà obbligò tutti gli uomini rimasti, dai sedici ai sessanta anni, a mettersi a disposizione della Repubblica. Furono armati alla meglio e pur potendo continuare la loro consueta attività, dovettero considerarsi mobilitati e pronti ad ogni evento. Gran parte dei marinai erano già imbarcati sulle triremi di Genova e all'ansia per la loro sorte si aggiungeva ora la preoccupazione per gli avvenimenti che si prevedevano in casa. I pescatori, nucleo più importante della popolazione, non potevano spingersi oltre le cale prossime, sempre in vista della fortezza, pronti a salpare e tornare a ridosso non appena fosse apparsa in alto la bandiera bianco-crociata di giorno, o vampate intermittenti di notte.
La popolazione dell'isoletta era quanto di più vario si potesse mettere insieme tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo. Pochi gli aborigeni, tutti pescatori e marinai; la maggior parte dei nuovi venuti, contadini o artigiani, erano discesi dalle vallate vicine attratti dal miraggio di una vita tranquilla, per sfuggire alle persecuzioni dei signorotti o agli scherani dei feudatari. La Repubblica garantiva a tutti uguali diritti e protezioni, offriva lavoro e possibilità di guadagni, per cui attorno alla fortezza era subito sorta la cittadina operosa e varia.
Dal colle vicino, di fronte a l'isola, il paesetto si era trasferito anch'esso al sicuro ed era venuto a costituire il nucleo organizzato che dava anima a tutte le iniziative. Era quel borgo quanto di vivo restava, nel nome arcaico e in qualche tradizione, dell'antichissima Tigullia, una delle tante città di cui non si ricorda che il nome, sorgente sopra un poggetto in fondo alla piana alluvionale. Dopo la distruzione, la popolazione era stata trucidata, fatta prigioniera o dispersa. I pochi fuggiaschi però, ritornati più tardi alla loro terra, ricostituirono un borgo in località più protetta, sistemandosi sulla collina a ridosso dell'isolotto.
Le leggi della Repubblica amalgamavano lentamente quella varia popolazione e una intensa attività di traffici con l'entroterra e con i borghi delle riviere recava ricchezza a quanti vi si dedicavano, stimolando tutte le attività.
Oltre la grande fortezza che costituiva l'acropoli, vigile su tutti i versanti dell'isola, una cinta di mura massicce proteggeva l'abitato, su cui dominava, acuta, la bella stele del Tempio, non sontuoso ma ricco ed austero, officiato da un clero indigeno, sorto dal popolo e quindi fedelissimo alle tradizioni e alle costumanze locali.
Dopo due giorni di sosta uno dei galeoni salpò e su l'imbrunire prese il largo mentre l'altro era messo in assetto di battaglia. Un nuovo ordine impose a chi non era atto a combattere di tenersi pronto per un eventuale trasloco nella fortezza con tutte le vettovaglie.
Le tre porte della cittadella si chiusero dopo aver tirato dentro anche le barche da pesca e lungo i bastioni e il fossato cominciò la veglia febbrile che prelude al combattimento.
A una certa ora della notte, al largo si videro ondeggiare vampe e si udirono gli scoppi e i crepitii che i brulotti producevano sotto le poppe delle navi colpite. Le vampate delle vele e del sartiame davano bagliori vividi, accrescendo l'ansia in chi vegliava e destando terrore nei pavidi che assistevano alla scena dalle feritoie.
Non era ancora cessato il combattimento che un vento impetuoso sollevò le onde turbinando con le nubi sul mare. La flotta dei combattenti subì la pressione dei venti e fu trascinata lontana per cui non fu più possibile seguire alcuna fase del duello da terra.
Le vedette dovettero vigilare più che mai quando all'alba partì anche l'altro galeone, affrontando la tempesta, e sotto il caligo del cielo fatto ostile, non fu più possibile scorgere nessun segno di minaccia o di vittoria.
Passò la seconda notte nella stessa ansia, senza che nulla si avvistasse e il secondo giorno ancora sotto il tempo minaccioso, sinché nella terza notte i misteriosi segnali che tanto avevano sgomentato gli abitanti si videro apparire da più parti sui promontori, suscitandone altri sul mastio.(2)
Le vampate intermittenti avvertivano da levante che l'armata genovese aveva sbaragliato e disperso la flotta barbaresca, impedendo ogni sbarco ed ogni saccheggio e che le navi della Repubblica, parte rifugiate in Lerici e in Portovenere, parte a ridosso di altre calanche, aspettavano il buon tempo per ritornare in porto.
Allo scoppio di giubilo che tale messaggio provocò, nemmeno le rigide milizie restarono estranee: affannate prima alla difesa, ora mettevano ogni impegno a tramandare messaggi e a tradurli alla popolazione perché ne gioisse.
I sacerdoti, nella stessa notte, illuminarono il tempio per un solenne Te Deum di esultanza e indossati i più preziosi indumenti iniziarono col sacro ostensorio una spontanea processione di ringraziamento.
Il popolo e i soldati, ancora impacciati nelle armi, si munirono di ceri e di torce e procedettero osannando lungo le viuzze della cittadella, tra le case, sotto la fortezza, lungo le mura. Alcuni pescatori spalancarono le porte e il corteo procedette lungo le marine, discendendo fin sulla spiaggia per benedire il mare che mugghiava ancora.
Alcuni di quelli che erano innanzi, illuminarono ad un tratto un oscuro relitto. Fecero lume con molte torce e scopersero adagiato nella rena, in parte sepolto, un grande crocefisso nero che le onde ancora lambivano carezzevolmente.
La processione si arrestò. Preso da meraviglia e da stupore il popolo si chinò come di fronte a un segno divino e i sacerdoti, sollevato il Cristo, invocarono la benedizione, e lo trasportarono quindi al tempio tra il commosso giubilo.
Per giorni e giorni fu un continuo osannare e ringraziare il Signore perché il segno della grazia era evidente. Ogni nuova notizia, ogni nuovo messaggio, confermava il prodigio, sia nei particolari del combattimento vittorioso, sia nelle notizie fornite dai prigionieri che avevano rivelato il proposito degli assalitori di depredare la riviera.
Quasi tutti gli arruolati tornarono e qualcuno narrò le fasi della battaglia navale, l'inseguimento della flotta nemica, l'incendio, la dispersione.
Di tutta la flotta genovese fu narrato che una sola nave, spintasi temerariamente fra le avversarie, fu circuita e non poté essere soccorsa. Un particolare eroico si narrò di essa. Quando vide ormai perduta ogni possibilità di salvezza, il capitano, slanciatosi a prua, con la scure staccò a gran colpi la sacra polena per affidarla alle onde, non volendo che fosse catturato né che si inabissasse con la nave, il simbolo della redenzione che aveva inalberato sul suo legno, in omaggio alla sua fede.
***
L'isolotto lentamente congiunto alla terra ferma per le costanti alluvioni del torrentello che sfociava quasi di fronte, munito di fortezza e cinto di mura, poteva considerarsi una delle più sicure cittadelle che la Repubblica di Genova avesse lungo la riviera, scaglionate come sentinelle vigili per la sicurezza dei traffici.
Il borgo, attivati i commerci con l'entroterra verso l'Emilia, ove si avviavano carovane di muli per gli scambi attraverso i paesi meno impervi, veniva crescendo e sviluppandosi di continuo. Appena l'istmo, che le alluvioni consolidavano di continuo, cominciò ad apparire abbastanza solido da poter consentire il passaggio tra l'isolotto e la terra ferma in ogni stagione, qualcuno dei più audaci mercanti pensò di trasferire i suoi fondaci nel colle di prospetto, per aver maggiori comodità di lavoro.
Questo primo tentativo di ritorno fuori delle mura, al di là del vecchio canale interrato, sul colle ove primitivamente era sorto il borgo, avendo dato origine a una cospicua frazione, indusse ad altre opere di difesa con torri e incoraggiò ad uscire dalla cerchia alquanto scomoda, sebbene sicura, anche molti altri. Le incursioni barbaresche s'erano fatte più rade; la navigazione, dopo che Genova domate le più temibili rivali aveva preso il possesso dei mari, era sicura, per cui in quell'atmosfera di tranquillità, ognuno pensò di poter, con maggior comodo e migliori mezzi, provvedere al suo lavoro.
Sugli spalti delle mura o sulle torri qualcuno eresse la propria casa signoreggiante sopra le altre. Le vecchie porte arrugginite decaddero, il fossato fu ridotto ad orto e solo qua e là, arcate ridipinte, frammenti di bastioni, resti di mura divenute contrafforti, indicarono la cerchia entro la quale la cittadella era vissuta stretta ai suoi forti per necessità di difesa.
Cresciuta la popolazione qualcuno propose di erigere un'ampia chiesa, proprio nel piano, ove il mare ormai non arrivava più nemmeno con le spume nelle furiose libecciate novembrine. La località era degna del Tempio e sarebbe stata anche per l'avvenire lontano il centro della futura città, ma lungo la riviera, ai vecchi feudatari, si erano sostituiti altri padroni, assai più gretti ed avidi e, peggio ancora, pieni di avarizia e di pregiudizi.
Nobilucci di tutti i ranghi, eredi di mercanti arricchiti o di prestatori di denaro che avevano facilmente contrattato un titolo, per imitare i signori che andavano rendendo Genova "la Superba" costruendosi fastose ville nelle colline circostanti, s'erano accaparrati le località migliori frodandole alla repubblica con maneggi, carpendole con raggiri notarili, estorcendole ai villici con tutti i mezzi legittimati o meno, in uso nel tempo passato. Anche il terreno destinato alla chiesa destò la cupidigia di qualcuno di costoro che lo ritenne ideale per il proprio palazzo, sicché il Tempio fu eretto ai piedi della penisoletta, su alte fondamenta perché il mare non vi irrompesse.
La vecchia chiesa romanica dell'isolotto ove aveva pregato l'antico popolo marinaro venerandovi anche la Madonna del buon viaggio, quando la parrocchia fu trasferita nel nuovo tempio vasto e sontuoso, lentamente rimase deserta. In uno dei suoi altari vi era il Santo Cristo, una rozza scultura primitiva, anatomicamente imperfetta, con le braccia stese sulla croce in modo che quasi apparivano aggiunte posteriormente. Tutta la sublime espressione del Cristo era concentrata nel volto veramente doloroso. L'artista, ancora così inesperto nella tecnica della scultura, aveva però saputo infondere tanta espressione in quel volto che i fedeli non potevano mai guardarlo senza commuoversi e sentirsi turbati.
L'origine di quella immagine lentamente veniva dimenticata. Chi più ricordava d'aver sentito dai nonni la leggenda del ritrovamento sulla riva dopo notti di ansia e di tempesta? Parve una fola anche perché le aggiustature ulteriori e l'addobbo sull'altare, non potevano ormai farlo apparire quello che doveva essere: la Polena di una galea.
Quando si trattò di trasferire nel nuovo tempio le feste e le tradizioni dell'antico, i pochi isolani rimasti fedeli alle casupole cadenti entro l'angusta cerchia, si strinsero attorno al vecchio sacerdote, custode ultimo della chiesa, e non consentirono che il santo Cristo fosse rimosso.
Nel nuovo Tempio, sorretto anche dai nobilucci acclimati nella zona, fieri di apparire munifici come i signori ai quali si ispiravano, innalzandosi in tutti gli angoli lapidi e busti, si istituirono nuove funzioni, si diede inizio a feste diverse, trascurando prima e dimenticando poi, le tradizionali. Lentamente gli ultimi custodi delle memorie antiche, scomparendo, non trovarono a chi rimettere la loro eredità. La antica chiesa rimase lungamente chiusa e allora i massari della nuova pensarono di giovarsi degli arredi migliori per arricchire quella che fioriva sempre maggiormente.
V'erano in vecchi guardaroba indumenti sacri sui quali molto si era favoleggiato. Erano stati donati un giorno da un capitano che navigava di continuo con la sua feluca in mari lontani, e di cui non si era mai conosciuta l'attività vera, ignorando a quali traffici accudisse.
Il munifico donatore non aveva dato nessun ragguaglio sulle loro origine né più era tornato in patria dopo il dono. I tessuti finissimi, i passamani di alto pregio, la nobiltà dei disegni, dicevano l'opera di mano maestra. A petto di quelli rozzi usati in paese, apparivano raffinati e degni di rivestire i dignitari di qualche cattedrale. Vi era stato allora chi, avendo navigato sulle coste della Spagna, pretendeva riconoscere tali preziosi arredi come propri di alcune basiliche catalane, e insisteva sulla rassomiglianza, avendo Genova non molto tempo prima condotto un assedio su Maiorca, ed apparendo già usati, come potessero essere di provenienza dubbia.
Ogni cosa deteriorabile dal tempio romanico passò alla nuova chiesa, così l'antica, sempre maggiormente isolata e negletta, decadde. Un giorno essendo state notate rovine anche al tetto e non avendo i mezzi per ripararlo, qualcuno propose di ritirare ogni segno di culto per non esporlo all'ingiuria degli elementi, ed anche il Santo Cristo, del quale si erano dimenticate ricorrenze e festeggiamenti, fu tolto dall'altare e passò in un magazzino presso la sacristia, tra vecchie casse, legni muffiti, statue rovinate, ex voto deteriorati, lampade logore e oggetti consunti e inutilizzabili.
Quanto rimase avvilita tra quei relitti la nobile effigie del Cristo già inalberata con tanti onori sulle galee e accolta con adorazione sugli altari? Quasi del tutto dimenticato anche da chi perpetuava nel ricordo le memorie delle antiche sagre, il Santo Cristo rimaneva solo nel culto dei naviganti, che continuavano a fissarne l'effigie a bassa prua, tra i bagli delle rozze navi, sia che si avventurassero nell'oceano raggiungendo le nuove terre affidati agli Alisei, sia che partissero per le stagioni di pesca sulle coste dell'Africa, allora meno infide che ai nostri giorni, non essendovi leggi insidiose per i coraggiosi e gli intraprendenti.
Nel nuovo tempio si pensò un giorno di ampliare un altare per collocarvi una statua e arricchirlo di candelabri e di stucchi. Essendo necessario invadere il magazzino per approfondire il loculo, questo venne sgombrato. Con tutti i resti tarlati di legname logoro fu tratta anche la croce. Un canonico sacrista, coadiuvato da un chierico, quando la rinvenne, vedendola così malandata pensò di spaccarla e darla alle fiamme per toglierla a peggiori avvilimenti e da ciò nacque il fatto che riportò il Santo Cristo agli onori antichi, rinnovati ogni anno con crescente fervore.
Il popolo pretende ricordare le pietose parole del sacerdote: "Per Cristo ti adoro, per legna ti spacco", detto quasi a giustificazione del suo gesto. Quando fu alzata la scure, quale persona vivente, fu vista la Santa Effigie aprire gli occhi e fissarli con sguardo addolorato sugli incauti, miracolo mite e sublime, monito contro le molte deviazioni e le molte dimenticanze.
Note:
1 - Nel testo originale “àncora” è scritto accentato in questa occorrenza ed in altre successive non segnalate in nota.
2 - Il testo originale riporta “sinchè” invece di “sinché”.
In generale, l’accento acuto è quasi sempre sostituito dall’accento grave; si trova quindi “perchè” invece di “perché”, “nè” invece di “né”, “sè” invece di “sé”, “anzichè” invece di “anziché”, “dacchè” invece di “dacché”, ecc. Di seguito le correzioni non sono segnalate.
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