Destatosi a l’alba, Foscarino s’accorse presto che la vita su quella scuna era ben diversa da quella che si conduceva sul brigantino di Zio Bronci in navigazione.
Il motore, dopo aver dato vari scossoni al bastimento, a una cert’ora della notte s’era acquetato. Il barco, scarsamente marino, nelle calme equatoriali della zona se ne stava immobile con le vele penzoloni, ogni tanto agitate da qualche soffio che giungeva fiacco senza inturgidirle. Il nostromo non aveva ancora provveduto al lavaggio sicchè tutto aveva un’aria trascurata s’abbandono che finiva per intorpidire anche la volontà dei più operosi.
Lasciato a se stesso, il ragazzo corse al carabottino di prua dove aveva nascosto il tuffolo e prese a conversare fanciullescamente col ferito, ora assai meno agitato quando si sentiva prigioniero di quelle mani delicate che solevano venirgli in aiuto per sollevarlo dalla sua afflizione.
- Qui bisognerà trovare il sistema di farti fare il bagno ogni tanto, caro mio, altrimenti mi muori di malinconia, - gli mormorò guardandolo con occhi amorosi.
Scovate filacce nello sgabuzzino aperto del pennese, prese a intrecciare muscello e a costruire delle dande infantili che gli permettessero di calare in acqua e salpare rapidamente il suo protetto senza inasprirgli la frattura che veniva migliorando.
Trascorse così quasi tutta la prima giornata senza che a bordo fosse possibile occuparsi d’altro, mentre il meccanico autorizzato, unto e bisunto, saliva e scendeva dalla stiva, maledicendo i motori, ma non la propria imperizia.
A sera vi fu un altro tentativo di messa in marcia fallito quasi subito. Capitan Merigo, assorto intorno alla pipa, se ne stava a poppa e lo Scrivano faceva ogni tanto qualche osservazione per concludere che, di quel passo, avrebbero esaurito le provviste prima di tornare nel Brasile.
Un personaggio misterioso e irragiungibile era il marinaio patentato addetto al piccolo apparecchio radio. Visto che la curiosità del Comandante non arrivava nemmeno alla consultazione dei bollettini meteorologici, evitava di stare in ascolto persino nelle ore prescritte e si esercitava nell’angusta cabina sulla fisarmonica, senza riuscire nemmeno ad entusiasmare o irritare i mozzi. I quali, per quanto Foscarino cercasse di cattivarseli, pigri e piuttosto infingardi, avendo compreso che il ragazzo non avrebbe sdegnata la loro compagnia, si tenevano in disparte facendo i preziosi. Gli avrebbero giocato con piacere qualche brutto tiro al tuffolo, visto quanto si compiaceva di vezzeggiarlo e addomesticarlo, ma sicuri di buscarsi dal Secondo qualche paio di staffilate se ne guardavano, sapendo che l’ufficiale smetteva di fare il burlone soltanto per trasformarsi in aguzzino.
Libri non ci fu verso di trovarne. Potè solo adocchiare un vecchio portolano nella tuga, scritto in inglese e che non riuscì a decifrare se non attraverso a qualche caratteristico profilo di coste.
I due muratori soffrivano come lui di quell’inerzia. Andava a cercarli ogni tanto per poter discorrere più liberamente, senza l’impaccio di quei bisticci trilingui a cui lo forzavano un po’ tutti, e gli riusciva allora di trascorrere qualche ora serena, sentendo parlare di lavori compiuti in molte città dell’America e vedendo con quali tenaci propositi continuavano a fidare nelle loro maschie capacità.
Fu appunto uno dei muratori che, per vincere un po’ l’ozio, prese a intrecciargli un corbello su misura, ove adagiare il tuffolo appena ripescato dal bagno quotidiano e fu una sua provvidenziale pedata, giunta a tiro, che dissuase del tutto il più briccone dei mozzi dall’interessarsi troppo del volatile.
L’equipaggio era dei più misti, di quelli messi insieme alla buona per noli di fortuna, sulle coste del Sud-America. Vi abbondavano i meticci. Ve n’erano due della Guyana Francese, uno di quella Olandese, e uno di Trinidad, che, sempre insieme parlavano il più complesso linguaggio che si potesse immaginare.
Prevalevano i Brasiliani, essendo porto d’armamento Pernambuco, così che la lingua ufficiale l’avresti detta portoghese, senonchè, il Secondo essendo uruguaiano, e nel cabotaggio sulle coste argentine e su quelle del Centro-America avendo raccolto qualche elemento a Baia Blanca, a Barranquilla, a Maracaibo e persino a Casatasca nell’Honduras, lo spagnuolo si mesceva indifferentemente alla lingua di Camoens, facendone derivare un pittoresco quanto generico miscuglio, che consentiva di capire abbastanza quello che faceva comodo e non capire del tutto quello che non interessava.
Dopo tre giorni di sfortunati tentativi, il motore parve mettersi di lena a lavorare. Il barco si ridestò dall’impigrimento e andò a cacciarsi in piena zona di piovaschi. Non ci voleva di peggio, poiché, dopo la galoppata dell’asino, tornò ad arrestarsi e questa volta in una situazione da far perdere la luna a Capitan Merigo. Non giovarono certo le sue imprecazioni a far cessare le calde piogge intermittenti, che ogni tanto avvolgevano il barco in una foschia acquosa, appesantendo le vele inerti, come non servirono le maledizioni dell’equipaggio costretto a rompere l’impigrimento per mettere in assetto il barco ad ogni rinnovarsi del diluvio.
A peggiorare gli umori, l’addetto alla radio riuscì a captare un messaggio dell’armatore che asseriva di averlo già ripetuto per la terza volta in una settimana. Questi ordinava di puntare subito su Fernando di Noronha, avendo noleggiato un carico di pesce salato per Porto Alegre.
Foscarino, da quella situazione traeva solo il vantaggio di far l’orecchio alle lingue iberiche di bordo nelle loro fin troppo pittoresche deformazioni americane. Lasciato libero d’affacciarsi al giardinetto, calava il tuffolo nelle acque calme sottovento per fargli fare la nuotata e si divertiva a lanciare bocconi sia per nutrirlo sia per ammaestrarlo. Era l’unico modo d’altronde che il tuffolo accettasse di nutrirsi. Ogni tanto, avidi e oculati, gabbiani di passaggio e di scorta gareggiavano col ferito nell’afferrare i bocconi al lancio, sicchè s’accendevano gare che finivano per dare spettacolo all’equipaggio franco, sporto alla murata.
Dopo una settimana finalmente una bava di aliseo parve avere pietà di quelle vele mucide e, ironìa del caso, il motore riprese a starnutire con più frequenza e talvolta persino con regolarità. La scuna uscì in tal modo dai bagni forzati e in tre giorni le fu possibile gettare le àncore nell’approdo di Fernando de Noronha.
Foscarino s’era svegliato quando la scuna stava appoggiando, per cui si trovò addosso all’isola senza averne visto lo sviluppo e senza avere scorto le altre del gruppo superate nella notte. Libero di regolarsi a suo piacimento, scese con la lancia insieme al Secondo, che se lo trascinò al fianco nello svolgimento delle pratiche insieme ai due muratori, finchè, entrato nella pescheria, fece loro sapere che avrebbe dovuto restarvi a lungo per le complicate trattative del carico.
Non esisteva un vero e proprio villaggio in quell’approdo, né si scorgevano intorno segni di vita oltre alle tracce della locale attività marinara.
- Quella strada così ben battuta, dove potrà mai condurre? – chiese incuriosito uno dei muratori, indicando una larga carrareccia che, lasciata la pescheria, s’avviava lungo il litorale sino al di là d’una collinetta ove piegava sparendo.
- Per quel che s’ha da fare – propose il compagno – si potrebbe senz’altro andare a vedere.
Non occorreva consultare Foscarino per capire che vi si sarebbe avviato anche solo. Avevano percorso poco più di mezzo chilometro quando furono raggiunti da un autocarro.
L’autista rallentò, poi non avendo nessun cenno d’arresto, li sorpassò accelerando col suo carico sonante di bidoni vuoti e scomparve nella polvere.
- O sono da benzina o da nafta quei bidoni. Che ci siano dei pozzi nell’isola?
- Potrebbero anche essere da olio, in realtà. Ci sarà pure un deposito di carburanti e lubrificanti se vi approdano motovelieri, piropescherecci e vaporetti.
Sorpassata la collina e usciti da un’ansa che seguiva il capriccio del mare, al di là d’un’altra gibbosità scopersero una vuota spianata che li fece arrestare perplessi.
- Che sarà quell’antenna laggiù, con sopra una specie di bandiera?
- Macchè bandiera, è una manica a vento.
- Ci sono due baracche qui sotto, - precisò il ragazzo spintosi avanti e sportosi ad esaminare la scena verso destra.
- Un campo d’aviazione. Ecco quello che proprio non ci si sarebbe aspettati a Fernando di Noronha.
Avanzarono fino alle baracche e si sarebbero tenuti scostati, timorosi d’apparire importuni, se un apparecchio non fosse apparso posato tra le due costruzioni: un trimotore anfibio d’un modello così nuovo che Foscarino prese addirittura a correre per poterlo subito ammirare. Meccanici, motoristi, piloti, avieri, intorno e sopra, si scorgevano intenti a rivederne e ripulirne minutamente ogni parte. I tre curiosi, per nulla trattenuti da qualsivoglia guardiano, poterono contemplarlo a loro agio e persino salire nella carlinga e cacciare il naso nella cabina.
Foscarino s’era appena affacciato sulle strutture superiori per dare uno sguardo all’incastellatura, quando un motorista gli si parò innanzi e fissandolo un attimo esclamò allegro nel suo forzato linguaggio:
- Ragazzo italiano, oh, ragazzo italiano.
I due muratori stavano per discendere perlpessi, temendo d’essere stati troppo indiscreti, allorchè l’esclamazione li trattenne.
- Faro funzionare molto benissimo. Capitan Ulzen ripetuto tre volte: bene, bene! Arrivato ora? Dirigibile fatto buon viaggio ritorno. Io lasciato subito Europa perché Capitan Ekengren, pilota, partito per nuovi studi. Andare ora Brasile, Uruguay, Argentina, Cile per verifica e impianto basi nuove.
Discesi sulla spianata, Foscarino presentò alla meglio i due compagni.
- Sono i muratori che hanno collocato il faro.
- Muratori tornati da San Paolo. Molto lavoro per muratori qui. Necessario costruire uffici e mancare muratori.
I due uomini si consultarono sorpresi.
- Questo signore – spiegò allora il ragazzo – è uno dei motoristi del dirigibile. Doveva restare lui a San Paolo per la consegna e l’avviamento del faro.
Il motorista se li traeva intanto dietro dirigendosi verso la prima baracca dove, appena giunto, corse a cercare Capitan Ekengren, intento a scrivere dietro un tavolo improvvisato nell’angolo meno ingombro.
- Ho trovato il ragazzo lasciato a San Paolo – l’informò sena troppi preamboli – qui giunto per caso coi muratori che hanno sistemato il faro di San Paolo. Si vede che lo “Scafandro” se l’è presa comoda e ha fatto rotta su Fernando di Noronha anziché su Pernambuco. Voi non cercavate dei muratori per mettere in assetto la base, costruire gli uffici e gli alloggi?
Il capitano pilota s’alzò interessato e raggiunse i tre compagni.
- E’ una bella fortuna che siate approdati qui, - disse ai muratori in buon italiano dopo aver fatto calorosi elogi al ragazzo. – Se voleste trattenervi c’è lavoro per molti mesi. Qui manca tutto. Non esistono per ora altro che le baracche-rimesse, come vedete, anche queste improvvisate. Il campo crescerà d’importanza più si svilupperanno le linee aeree per le quali io stesso sono in giro, dovendo dare relazioni sul possibile funzionamento delle prime basi stabilite e sull’impianto di nuove per il prolungamento dei servizi sino a Valparaiso. La linea del dirigibile, ormai impiantata, sarà sussidiata da linee con apparecchi di cui studiamo il tipo più pratico per il rendimento e la sicurezza.
Il lungo discorso, tenuto in tono cordiale, ebbe per risultato di far decidere subito i due muratori a trattenersi. Il motorista intanto, presosi Foscarino a braccetto, se l’era portato nella baracca presso una automobile che ne occupava l’angolo di fondo.
- Tu venire con noi, s’intende. Capitan Ulzen pregato me di cercarti a Pernambuco. Domani partenza per Brasile, poi Argentina, poi Cile, poi ritorno Europa. Forse ritorno con dirigibile perchè Capitan Ulzen già cominciato voli regolari.
Avviava intanto il motore e, invitato il ragazzo a salire, andava a fermarsi presso Capitan Ekengren.
- Ragazzo nostro passeggero come su dirigibile, - annunciò sforzandosi di entrare con disinvoltura nella conversazione che si teneva in italiano.
I muratori han deciso di accettare.
- Bene, bene.
Si vede che siete un dipendente di Capitan Ulzen, - osservò ridendo: - tutti quelli che lavorano con lui non sanno ripetere altro.
Il motorista arrossì fra impacciato e compiaciuto.
- Andate al magazzeno dell’approdo per verificare il carico della benzina e dei lubrificanti, vero? Fate dunque una corsa a bordo dello “Scafandro” e aiutate nelle pratiche di sbarco i nostri muratori. Anzi, aiutateli anche a cercare un po’ di materiale per l’inizio dei lavori e soprattutto un buon numero di manovali disposti a sgobbare sotto la loro guida. Se lo “Scafandro” vi dà qualche garanzia, noleggiatelo per l’acquisto sulla costa di calce, cemento, legno e ferro da costruzione. Avete carta bianca, sta bene?
- Be… - Stava per ripetere l’intercalare di Capitan Ulzen, ma ricordandosi dell’osservazione, forse leggermente gelosa, del pilota col quale ora lavorava altrettanto fervidamente, ripetè semplicemente: - Sta bene.
Fatti salire sulla macchina anche i muratori, mentre Capitan Ekengren li salutava con un cenno e rientrava per rimettersi ai suoi calcoli, lasciò il campo e filò rapidamente verso l’approdo.
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