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4.1.10

"Su due oceani" di G. Descalzo - Avventurati traffici nel Mar dei Caraibi

Questo post fa parte di "Su due oceani - romanzo marinaro" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1948

Foscarino seguiva in silenzio, emozionato, senza osare mai una domanda, il racconto dell’uomo che tanto somigliava a Zio Bronci nei gesti, nello sguardo, nella fronte e anche nella voce. Solo il dialetto ligure era un po’ diverso, ricorrendo la cadenza genovese che aveva ritrovata identica in quel marinaro quartiere di Buenos Aires e che gli aveva subito data la sensazione di ritrovarsi sul litorale di casa.
– E’ la prima volta che racconto tutto questo – riprese il cugino dopo una pausa durante la quale parve preoccuparsi dell’ora, temendo stancare il ragazzo.
Considerato con quale animo lo seguiva e certo di essere ben capito, quasi stesse compiendo una confessione doverosa, tosto continuò:
"In quella casa sperduta si sono maturati i nuovi propositi per la mia vita. Il ciclone non saprei dire quanto durasse. A me pareva senza fine. Pensavo che se fossimo scampati, uscendo fuori non avremmo forse trovato altro che ruine. I tre rifugiati, quando il giorno dopo sentirono diminuire la violenza delle raffiche, presero a interessarsi di me e cominciarono a discorrere mettendo un po’ di animazione in quel grave raccoglimento. Capirono presto la mia situazione benchè mi guardassi bene dal palesarla, sia perché pratici dell’ambiente, sia per il mio costume, sia per la quasi ignoranza totale del miscuglio di lingue che si parla nel Mar delle Antille."
"Mi proposero di associarmi ai loro traffici avendo finito per dover confessare che ero un navigante, assicurandomi che non avrei mai più avuto nulla da temere in quelle terre di cui conoscevano ogni approdo e ogni rifugio."
"Il Mar delle Antille, con le miriadi di isole, cominciò a suggestionarmi attraverso a quanto i tre marinai mi narravano, mentre la bufera ancora continuava a ulualare soffocata a volte da cateratte diluviali e più spesso aizzata da improvvisi empiti tempestosi che cacciavano urla e latrati sinistri tra le connessure."
"Troppo lungo sarebbe raccontarti come, finalmente uscito da quella tetra prigionìa e ringraziati gli ospiti, presi a seguìre i tre nuovi compagni carico a mia volta d’un loro pesante involto di mercanzie."
"Quei marinai facevano il più capriccioso commercio che si potesse immaginare fra le Isole Sottovento e le Bahama, fra le costa del Messico e quella della Colombi, cacciandosi a trafficare tra le Piccole Antille, approdando nella Guyana, scambiando prodotti tra il Guatemala e Cuba, il Nicaragua e le isole Olandesi innanzi al Venezuela."
"Subito appena usciti dalla fattoria ci avviammo al mare, in una calanca rocciosa che scoscendeva pochi chilometri alle spalle e che non avrei saputo immaginare. Deserta e squallida, squassata dal ciclone, la costa era del tutto spopolata. Non trovammo né un uomo né un animale, tanto che mi pareva di percorrere una zona di mondo desolata e maledetta. I tre compagni, per nulla impressionati, attraverso un sentiero scosceso mi guidarono a una grotta dove era in secco la loro baleniera, salva come loro s’attendevano, essendo a ridosso della bufera. Lasciatomi a guardia delle mercanzie con una piccola scorta di viveri, ripartirono in opposte direzioni, più volte, finchè il carico parve sufficiente, dopo di che prendemmo il mare."
"Il piccolo cabotaggio era fatto con la baleniera munita di motore ausiliario, direttamente da l’uno a l’altro approdo, ora trasbordando la merce in mare aperto a ridosso di coste deserte, su velieri e talvolta su piccoli piroscafi. Non capii sulle prime di che si trattasse e infine mi resi conto che, pur essendo per la maggior parte un traffico lecito di piccole quantità di sete, tessuti o merci pregevoli, spesso, per i divieti doganali dei cento Stati che hanno ingerenze in quel vespaio di isole, si lavorava di contrabbando."
"Oltre a far pratica nautica, io venivo raccapezzandomi intanto sulle lingue in uso, di cui l’inglese e lo spagnuolo non sono che in apparenza le più note. Venivo inoltre imparando a distinguere il valore del peso forte colombiano, del peso del Messico, dell’Honduras, di Salvador, dell’Uruguay o dell’Argentina. Imparavo a valutare le merci in milreis brasiliani, franchi francesi, colon di Costarica, sterline, dollari degli Stati Uniti o di San Domingo, in pesete spagnuole o escudo portoghesi, libre d’oro del Perù, fiorini olandesi, balboa di panama, bolivar del Venezuela e piastre di Cuba."
"Mi accorsi che molto spesso rendeva più saper computare il valore d’una merce rispetto ai cambi capricciosissimi degli approdi, che affannarci a trasportare interi carichi da l’uno all’altro porto, rischiando sequestri e deprezzamenti che ogni tanto finivano per rovinare il guadagno di interi anni di traffico. Ammesso alla parte, dopo i primi guadagni, col mio carico personale di paccottiglia, appena capito dov’era il maggior vantaggio, cominciai a praticarlo e ottenni eccellenti risultati."
"Erano intanto passati due anni. Già in possesso d’un discreto gruzzolo, ricapitai per un carico alla Martinica, proprio nell’approdo dove avevo abbandonato Capitan Bugliosi. A conoscenza ormai dei traffici e delle Capitanerie di porto, nello scendere all’ufficio per la pratica non resistetti a chiedere se s’aveva notizie della Bordolese pensando che avrebbe potuto riapparire in quelle acque dati i commerci a cui era adibita."
"L’Ufficiale di porto a quel nome crollò il capo e, piuttosto sorpreso, mi disse:
– Come mai non sapete che s’è persa corpo e beni? Tutti lo hanno saputo nelle Antille e più d’uno, in realtà, gli ha augurato quel ciclone che l’ha inghiottita, perché non godeva davvero buona fama. Vi dirò anzi – aggiunse, visto con quale interesse lo seguivo – che proprio questo è stato l’ultimo approdo e doveva già aver l’inferno a bordo perché dovetti farla piantonare sino alla partenza, essendovi minaccia di ammutinamento."
– E chi ha dato nuove del sinistro? – domandai.
– Quando una nave lascia la Martinica per Haiti e dopo un anno non vi giunge né da notizia di sé, c’è bisogno che qualcuno ne precisi la perdita?
– Proprio nessuno s’è salvato? – insistetti.
– Nessuno, o meglio, un povero pazzo lasciato a terra e che sta appena guarendo ora, nutrito per carità, da un vecchio marinaio, perché nessuno lo vuole a bordo data la brutta fama della nave sulla quale ha dato segni di squilibrio. Siete marinaio e sapete bene quindi come certe eredità siano pessime raccomandazioni.
"Ero marinaio, sì, giacchè in due anni m’ero sviluppato quasi quanto lo sono adesso e nessuno avrebbe più potuto riconoscermi. Per ciò non avevo temuto quel colloquio, poiché nessuno m’avrebbe ravvisato anche se si fosse scoperta la mia diserzione. Uscito dall’ufficio mi trovai combattuto da un’angoscia nuova. Per mio padre, per tutto il mondo, io ero dunque morto. Scomparsa la Bordolese corpo e beni, quando ancora era ignota la mia fuga, nessuno avrebbe mai più pensato a cercarmi. La situazione mi tenne agitato qualche tempo. Non seppi a decidermi subito a telegrafare almeno a casa, puntiglioso e caparbio, avendo deciso di tornarvi ricco, o almeno con una barca mia per mostrare al padre che infine non ero del tutto uno scapestrato senza capacità. Avendo tentennato subito, non ho poi più avuto la forza di farlo per qualche sempre nuova ragione ora d’orgoglio, ora di circostanze, proponendomi, di volta in volta, un piano nuovo, ma in realtà attendendo che qualche occasione mi consentisse di rientrare nella vita al mio posto, senza umiliare chi m’aveva allontanato da sé con una punizione di cui non poteva prevedere le conseguenze."
"Prima di lasciare la Martinica m’informai del povero marinaio pazzo. Recatomi a visitarlo, m’accorsi che era guarito, dimenticando totalmente, oltre che la vitaccia di bordo, anche tutto ciò che lo riguardava, compresa la famiglia. Ottenni dai compagni, grazie all’autorità che m’ero guadagnato, di imbarcarlo con noi, guardandomi dal narrare dove e come l’avevo incontrato, a causa delle supersitizioni marinare, e d’allora mi parve d’essere un po’ meno solo."
"La fortuna mi fu propizia nelle brevi navigazioni entro il tempestoso Mar dei Caribi che potei minutamente conoscere grazie alla perizia nautica dei compagni, ai quali fui presto di guida nel suggerire le migliori possibilità di traffico, via via che la mia pratica e gli studi che avevo ripreso a compiere da solo, mi mettevano in grado d’essere buon consigliere."
"Gli Olandesi a Curaçao avevano impiantato vaste raffinerie di petrolio. Trafficando verso Maracaibo dove il prezioso liquido quasi affiora in laghi inesauribili, mi cacciai a navigare sulle bettoline che prima noleggiai e poi armai per mio conto. Il pazzo, del tutto rinsavito, si dimostrò più che mai ottimo marinaio e fu il solo che non contradì nel mutamento di traffici, ormai affezionato come un fratello."
"Fu dopo l’impresa del petrolio che potei far costruire il primo brigantino, a mie spese e su mio disegno, brigantino che, come hai visto, sembra un gemello di quello Zio Bronci, anche se più moderno di linea e con un motore più potente nella stiva."
"Col brigantino ero ambizioso di ampliare i traffici ed estendere il cabotaggio a tutta la costa atlantica del Sud-America. Conseguita intanto la regolare patente di Capitano e visto poi che la feroce concorrenza di Compagnie più attrezzate e fornite di grossi capitali stava rovinando la mia impresa di trasporti tra il Venezuela e Curaçao, prima di perdere il frutto dei guadagni liquidai la partita del petrolio e fatto un carico misto presi la via del Sud."
"Avevo in mente di compiere più una crociera che un’operazione finanziaria, avendo realizzato buoni frutti, e mi proponevo persino di tentare la traversata atlantica subito dopo, e presentarmi finalmente a Portomaurizio. Poi, giunto qui alla Boca, come vedi non ho saputo più muovermi."
"E’ stato in primo luogo il dialetto ligure, ritrovato tal quale sulla nostra riviera, a farmi dar fondo sul Riachuelo. Quindi, incontrato Capitan Novaro e parendomi d’essere tornato in famiglia, mi sono legato ai traffici dei grandi fiumi, e per mantenervi viva la tradizione della marineria ligure che stava per decadere, non ho saputo ripartire subito."
"Capitan Novaro è stato l’unico a conoscere il segreto della mia vita, e ignoro se l’ha conservato, non avendogli chiesto mai nulla. E’ stato lui che ha rintracciato la famiglia del marinaio pazzo, divenuto il nostromo del “Capitan Fravega”, e l’ha chiamata qui dove ormai può vivere agiatamente. A tutti quelli di Portomaurizio e di Oneglia che continuavano a tempestarmi di domande, leggendo sotto la poppa il nome dei Fravega, ho sempre risposto che la mia famiglia è di Rapallo e che ignoravo l’esistenza d’un ramo marinaro dei Fravega nella Riviera di ponente."
"Il proposito di tornare è stato sempre vivo, ma ora volevo prima armare un secondo brigantino, poi un terzo e infine costruire il piroscafo che è sullo scalo a Riva Trigoso. L’ultimo progetto è stato appunto del carrettone, il “Giorgio Fravega” che avevo intenzione di venire a prendere io in Italia e portare Zio Bronci al battesimo…”.
- Allora, ci andremo insieme.
Foscarino aveva finalmente rotto il mutismo. Guardava il cugino con occhi sempre più stupiti, parendogli d’aver ascoltata una lunga favola meravigliosa, e non aveva saputo trattenersi dall’entrare in quell’intreccio di vicende per sentirsene anch’egli attore e parte viva.
- Sì, andremo insieme, e sarà la volta buona perché la bella anima di chi t’ha mandato deve finalmente essere consolata per la grande bontà con cui ha vigilato e assistito la mia vita, di durissime lotte, e talora di disperata solitudine, giacchè a volte è estremamente triste vivere sapendo che nel mondo sei considerato uno scomparso e forse pianto ogni giorno, come è doloroso e amaro avere nel cuore un’ostinata e ambiziosa volontà di foggiare da solo la propria fortuna soltanto per un assurdo spirito di rivincita.


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