La carta sulla parete interna della cabina era mutata. Fu la prima cosa di cui si rese conto Foscarino appena salpato il tuffolo e mentre già l’apparecchio radeva le acque levandosi. Corso all’osservatorio presso il suo amico, fece in tempo a veder fuggire le quadre regolari dell’estesa capitale argentina, tagliata da una lunghissima arteria nettamente distinta e dall’inizio di due diagonali che spezzavano in basso la scacchiera dei bassi edifici.
“Palermo” prese a scrivere sul brogliaccio il motorista. Il ragazzo volse il capo con aria interrogativa. Gli rispose un sorriso divertito mentre la mano aggiungeva: “Parco pubblico di Buenos Aires”. L’apparecchio sorvolava infatti una bella zona di giardini prima di lasciarsi dietro la città e filare sul Plata disteso ancora come un grande golfo profondo.
Cominciarono a diradare le case e apparve la campagna prima che l’apparecchio si mettesse a seguire il corso del Paranà lasciandosi a destra il disteso Rio Uruguay.
Il Paranà s’univa all’altro fiume per molteplici rami presto distinti dall’alto. Lungo il maggiore, tosto unificato, l’apparecchio volava tenendosi a notevole altezza sì che cominciò a profilarsi la pianura sterminata della Pampa, ubertosa e ricca di colture di lino e di frumento, sterminato granaio di cui non di riusciva a scorgere il limite sull’orizzonte nettato dalle nebbie.
Facendo linea diritta, ogni tanto l’apparecchio tagliava nette le curve e le anse del fiume, librandosi sulla campagna cosparsa di villaggi e cittadine.
“Rosario di Santa Fè” scrisse poco dopo il motorista quando già si avvistava il disteso porto fluviale coi lunghi silo e le banchine gremite di navigli allineati intenti al carico del grano.
Una scacchiera di costruzioni, ancor più perfetta, con nel centro il quadrato d’un parco verde, si stampò nella sterminata pianura, delimitata dall’arco del Paranà e dilagante verso la Pampa. Meno vasta di Buenos Aires, Rosario appariva però una città di perimetro inusitato, con le sue case di tipo ancora coloniale, basse e a un solo piano, bucherellate dal grazioso cortile interno che ne fa tante piccole raccolte e gelose abitazioni, viste dall’alto.
La Pampa ora prese a svolgersi uniforme sempre meno punteggiata di cittadine e di villaggi. Il regno del gaucho con le praterie sterminate, unite da invisibili tratturi, appariva talvolta spopolato essendo le fattorie spesso occultate entro folti gruppi di piante che ne impedivano la vista col loro verde intenso.
Santa Fè apparve con banchine e darsene, anch’essa a scacchiera, mentre si lasciava in distanza, alla destra, Paranà; dopo di che il paesaggio riprese a scorrere uniforme senza troppi segni particolari di distinzione.
Il distacco dalla Pampa, ubertosa e popolata, dal Chaco meno ricco di abitati e di colture e talvolta quasi desertico e desolato, avvenne per gradi, intanto che l’apparecchio ora sorvolava le acque ora filava tagliandone le anse e le curve per tornare a sorvolarlo al di là di notevoli zone semideserte.
“Corrientes” scrisse il motorista dopo una lunga navigazione priva di rilievi, e aggiunse poco dopo: “Lasciamo Rio Paranà per Rio Paraguay”.
Il fiume si biforcò in due ampi corsi, e l’apparecchio cominciò a sorvolare quello di sinistra, senza seguirne le capricciose giravolte che ne allungano il corso e spingendosi anzi molto spesso quasi fuori vista dalle acque, sul Chaco che si spianava talvolta quasi senza tracce di strade e segno di vita.
Dopo l’apparizione di Formosa, Foscarino, invitato a raggiungere Capitan Ekengren che aveva istruzioni da rimettere all’equipaggio, si distrasse dalla monotonia della sterminata pianura, sì che percepì l’abbassarsi dell’aereo quando già Asuncion era vista. Fece in tempo appena a scorgere ampie zone di verde intenso e la scacchiera della città accostata al fiume, che già l’apparecchio si posava sulle acque antistanti il porto fluviale, esteso lungo una specie di laguna che ne ampliava le proporzioni.
Fu necessario attendere l’arrivo d’un battello, che non parve preoccuparsi troppo d’essere sollecito, per raggiungere la banchina. Nel frattempo l’equipaggio era passato sulle incastellature e provvedeva a rivedere con ogni cura motori e serbatoi, intanto che Foscarino liberava il suo prigioniero ormai rassegnato a quel genere di manipolazioni e sempre felice di potersene tornare in acqua sia pure al guinzaglio.
Il viaggio era stato rapidissimo. Capitan Ekengren non intendeva perderne il vantaggio. Appena giunse il battello fece posto al ragazzo e lasciati gli uomini al loro lavoro ordinò di traversare la laguna e approdare in faccia alla via Colon per raggiungere subito il recapito che gli aveva indicato Capitan Fravega.
Fu contrariato di non poter trovare l’agente marittimo e stava per decidersi a cercare altrove un rappresentante rivolgendosi al proprio Consolato, quando una vecchina, uscita dal fresco patio della casa di fronte, chiese incuriosita chi cercavano:
- S’è dovuto assentare stamane – informò premurosa – per recarsi poco fuori della città. Certo non è informato del vostro arrivo perché altrimenti non avrebbe mancato ai suoi impegni. E’ uomo che non trascura mai il proprio lavoro.
- E dove lo si potrebbe trovare?
- Carmen, - chiamò per tutta risposta volgendosi verso il patio e parlando spagnuolo, - accompagna questo ragazzo dalla sorella di Don Ravizza, all’angolo fra Calle Martinez e Calle Montevideo. Queste signore ha da parlare subito con l’agente di Capitan Fravega.
Tanta cortesìa indusse Capitan Ekengren a pazientare. Dato appuntamento a Foscarino, lasciò che il ragazzo s’avviasse a fianco d’una giovinetta poco più che bambina, vispa e gioviale, che accettò l’incombenza facendo un leggero inchino e sorridendo al ragazzo forestiero che le si mise a fianco e fu felice di trottare in sua compagnia.
Superate varie quadre, fra caseggiati bassi dall’aggraziata architettura spagnuola, la giovinetta spinse un portone e trasse lungo un fresco corridoio il suo compagno, lasciandolo in mezzo al patio profumato e fiorito. Riapparve quasi subito con una signora alta e cortese che piena di premure informò come si sarebbe potuto raggiungere il fratello.
Visto che Foscarino capiva a stento lo spagnuolo, prese a discorrere in italiano con visibile compiacimento, tanto che accompagnava fuori i ragazzi e fermava una macchina. Istruito l’autista sul percorso da tenere, li congedò rassicurandoli che in breve tempo avrebbero raggiunto chi cercavano.
La giovinetta, per nulla impacciata, durante il percorso si prodigò a indicare al compagno ora una chiesetta antica ora un edificio importante, improvvisandosi guida con la gaiezza spontanea d’una birichina intenta a una scappatella allegra.
La piccola capitale fu tosto oltrepassata. Entrati in un sontuoso viale alberato, Carmen, col suo grazioso spagnuolo, illustrò la magnificenza dei giardini tropicali di Asunciòn, presto interrotta dall’arrestarsi della macchina.
L’autista stesso entrò in una villa fasciata da opulenti palmizi, lasciando i ragazzi a gironzolare nei viali, piccoli gitanti in un giardino di delizie, denso di aromi e dalle siepi straripanti di fiori.
- Chi cerca di me, dunque? – chiese una voce maschia quasi alle spalle intanto che superavano l’aiuola tracciata intorno a un laghetto coperto di ninfee.
- Capitan Ekengren, - fu lesto a rispondere Foscarino, tosto ritornato alla realtà e sollecito della propria missione.
- Inviato da chi?
- Da mio cugino Marco Fravega.
- Il Capitano è tuo cugino? Avviamoci dunque se ha tanta fretta. Come siete giunti?
- Con l’aeroplano della Compagnia Aeronautica.
- Quella che sta impiantando il servizio di dirigibile fra l’Europa e l’America?
La bruna giovinetta seguì muta la comitiva che s’affrettava alla macchina senza osar trattenere il giovane amico cui avrebbe voluto mostrare altre meraviglie. La sua breve ora di vacanza era finita. Non mostrò contrarietà sebbene fosse un tantino disillusa, ascoltando con quale interesse discorrevano e si sedette accanto all’autista lasciando Foscarino dietro con Don Ravizza, che certo era preoccupato per importanti affari visto che quasi non s’era accorto di lei.
La macchina filò in Corso Colon più rapidamente che all’andata. Don Ravizza entrato nello studio aveva subito trovato un lungo telegramma di Capitan Fravega.
- Che ne sarà di Capitan Ekengren? – chiese al ragazzo prima ancora d’ultimarne la lettura.
Carmen era balzata dalla nonna per annunciare che aveva compiuta la commissione e questa s’affacciò ad informare che il pilota straniero s’era intanto recato al Consolato svedese.
Foscarino potè appena accomiatarsi che già filava con Don Ravizza alla ricerca di Capitan Ekengren.
L’intesa fra i due uomini si stabilì con la stessa rapidità di quella conclusasi a bordo del brigantino sul Riachuelo. Capitan Ekengren, avute nel frattempo eccellenti informazioni sull’attività e capacità di Don Ravizza, si rallegrò d’aver potuto rapidamente porre su buone fondamenta l’inizio del lavoro che si doveva intraprendere nel Paraguay, e senza disperdersi oltre seguì il nuovo agente per dare uno sguardo alle possibilità che si offrivano per l’impianto d’una base secondaria.
Fra una corsa alla periferia e un’ispezione al porto, s’avvicinò la sera. Fu duopo accettare l’invito cordiale di Don Ravizza per la cena prima di tornare a bordo col motoscafo del rappresentante di Capitan Fravega, accompagnati dall’ospite.
Foscarino, sballottato in tante direzioni, giunto a bordo si dimenticò del tuffolo, e rovesciata la poltrona s’addormentò di peso sognando vecchine cortesi e oasi incantate di prati e di giardini profumatissimi, fra i quali s’aggirava con una creaturina bruna, dagli occhi morati, che lo guidava per mano parlando in una lingua ignota ma così armoniosa che non gli era necessario conoscere per capire, somigliando ora ai cinguettii degli uccelli ora alle canzoni senza parola che la mamma eseguiva o improvvisava al piano nei momenti felici.
Svegliato di soprassalto dal ronfare d’un motore, s’accorse con angoscia che il cesto del suo compagno di giochi era vuoto. Si risovvenne della dimenticanza e balzò di corsa allo sportello.
Che ne era stato del tuffolo? Trovò la traina e cominciò a salpare col cuore in tumulto. Sportosi sulla scaletta si rallegrò finalmente scorgendo il ferito che, raggiunto sull’imbrunire il galleggiante più vicino era riuscito a saltarvi su e a trascorrervi finalmente la notte come nei felici giorni della sua libertà. Se lo coccolò con amore e, forzandolo adagio adagio, lo indusse a tornarsene nel solito nido.
Il motore s’era intanto taciuto trattandosi di una prova. L’alba era spuntata da poco, ma prima che il cielo schiarisse del tutto, l’apparecchio, rifornito e riveduto dall’equipaggio che non s’era distratto un attimo, si levò sorvolando la laguna e fuggendo oltre la scacchiera della piccola capitale verso il Gran Chaco.
Nessun corso d’acqua importante in vista. L’apparecchio, levatosi altissimo con pieno carico di carburante, trasvolò a lungo sopra una zona dall’apparenza squallida e desertica, raramente punteggiata da macchie che era difficile distinguere nettamente da l’alto. Il sole pareva illuminare le ferme ali quasi la ronzante macchina anziché fuggire nel cielo illimitato fosse librata nello spazio come un minuscolo punto semovente. Dal suo salire, dal variare della luce prima rosata e quindi tersa e quasi bianca come quella che rimanda lo specchio, era possibile percepire il trascorrere del tempo. Avresti detto che tutto intorno e ovunque fosse immobilità, non essendovi punti predominanti su cui fissare lo sguardo e giudicare dalle variazioni il trasvolare nello spazio.
Nel frequente spostarsi che faceva tra l’osservatorio preferito e la cabina, Foscarino ricevette più volte brevi messaggi da passare al motorista.
“La stazione meteorologica di Tucman avverte che nella zona delle Ande vi sono formazioni temporalesche verso il Passo dell’Inca”, diceva il primo. E tosto un secondo avvertiva: “Converrà atterrare a Tucuman per una definitiva revisione dei motori e degli apparecchi per il volo ad alta quota”.
Il motorista traduceva al suo curioso messaggero perché percepisse in pieno l’attività continua di chi vigilava e dirigeva il velivolo.
“Rio Bermejo” scrisse finalmente nel brogliaccio l’informatore prima che Foscarino riuscisse a distinguere un corso d’acqua capriccioso che venava la terra ora meno desolata.
Durò a lungo il trasvolare in un cielo lentamente offuscatosi prima che la mano tornasse a scrivere: “Rio Salado”.
Era trascorso almeno doppio tempo dalla partenza e pareva davvero che il velivolo si fosse sperduto in un’atmosfera opaca che dava all’uniformità del terreno qualcosa di grigio e di malinconico.
Dopo questo rio l’aspetto della terra prese a mutare essendosi sciolta l’opacità del cielo. Discesa a minor quota la macchina consentiva infine osservazioni che davano quasi un confortevole contatto col paesaggio.
Fertilissima e rigogliosa cominciò a sfilare la terra ogni tanto cosparsa di vasti appezzati verdi, forse di canna da zucchero, e Capitan Ekengren, cui nulla sfuggiva controllando il cammino tanto sulla carta di navigazione che sulla pianta mobile del terreno che sorvolava, cominciò a condurre la macchina con meno rigidità, quasi si proponesse di far ammirare ai suoi uomini il sereno spettacolo di una natura tra le più felici. In realtà, avvicinandosi a Tucuman ed essendo in continuo contatto radiotelegrafico con la stazione meteorologica, non faceva che studiare la varietà degli aspetti e delle correnti mentre si dirigeva alla ricerca d’un campo per atterrare.
Il motorista aveva intanto trasformato l’idrovolante in apparecchio terrestre calando il grosso carrello rientrato prima della discesa a Santos. La malinconia distesa del Chaco era del tutto sfumata in una successione di colline e aperte vallette che preludevano all’ancora lontana catena delle Ande ai piedi delle quali parve finalmente profilarsi la bella capitale del nord, come gli Argentini chiamano Tucuman, fieri della sua gloriosa storia e del suo clima favorito.
Era una tappa fuori d’ogni possibile itinerario futuro. Capitan Ekengren non sapeva decidersi all’indugio avendo scelto quella rotta più per curiosità che per programma, dopo la necessaria incursione nella capitale del Paraguay. Trovato il campo e segnalata la discesa, dopo aver sorvolato il centro anch’esso a scacchiera come tutte le città argentine stese nall vasta piana della Repubblica, prese terra.
- Non perdiamo più del tempo necessario, - disse ai suoi uomini appena toltosi il casco. – Mettiamo a punto l’apparecchio e vediamo di filar via subito se non giungono cattive nuove da Mendoza e da Santiago.
Avviatosi al comando del campo per assumere precise informazioni, l’equipaggio riprese a scrutare la perfetta macchina con amorosa premura, e prima ancora d’aver ultimato l’esame si trovò al fianco il Capitano ad assisterli, deciso a continuare e ultimare il volo in giornata.
Preso un piccolo ristoro, dopo appena mezz’ora dall’arrivo, l’apparecchio tornava a levarsi su Tucuman di cui non vide i superbi parchi se non a volo d’uccello e fece rotta verso la zona montana.
La radio doveva essere in continuo contatto con una o più stazioni poiché il Capitano non faceva che scorrere messaggi, consultare la carta e compiere osservazioni. Tutto il lavorìo della sosta come quello della ripresa aveva lasciato Foscarino fuori d’ogni partecipazione, sicchè al ragazzo non restava ora che godersi la trasvolata sul susseguirsi sempre più imponente di sistemi alpini, collegati, congiunti, fusi in una sempre più estesa catena che pareva elevarsi a sbarrare il cielo innanzi alla prua dell’apparecchio.
Cittadine, villaggi, picchi scoscesi, torrentacci e cascate, dirupi e improvvisi brevi altipiani, si susseguirono per almeno due ore in una varietà così mutevole che dopo la distesa monotona del Chaco pareva d’essere trasvolati in un mondo nuovo. Ogni tanto l’ardito nastro d’una strada s’asserpolava lungo le valli sino al passo per poi sperdersi al di là o esaurirsi, avresti detto, contro una muraglia insuperabile di rupi. Formazioni temporalesche presero ad adombrare lo scenario. Capitan Ekengren, intento a scrutarne l’entità e a seguirne il cammino, ora si spostava a destra, ora superava alti versanti, forse ancora indeciso su dove puntare per scavalcare quei picchi che più salivano più brillavano nevosi. Luci fredde di piccoli ghiacciai e di laghetti andini si alternarono a proiezioni d’ombre e a mareggiar di nebbie in distesi valloni. La radio dovette comunicare infine confortevoli dati perché dopo forse un’ora di cauta navigazione al margine della massiccia catena, il motorista scrisse finalmente sul brogliaccio:
“Avanziamo sulla Cordigliera della Totora”, e dopo aver sogguardato un messaggio del Capitano aggiunse: “Attraverso al Paso de la Cuevas”.
Il freddo intenso era percepibile attraverso alle incrostazioni di ghiaccio che si notavano ovunque all’esterno. Foscarino s’era da tempo fasciato in un giachettone di riserva che il motorista gli aveva gettato sulle spalle. L’apparecchio non parve salire oltre, anzi, trovato il cielo sgombro si librò, dopo aver sorvolato una varia distesa di picchi, lungo un passo al di là del quale, visto il cielo ancor più schiarito, parve seguire in discesa l’apertura d’un vasto canalone.
“Guarda a sinistra l’Aconcagua” aveva scritto, proprio mentre superavano il passo, il motorista.
Altissima e lontana una montagna or sì e or no nascosta da masse di nubi, si profilava sulla succcessione delle creste superate. Fu un attimo poiché entrati nel canalone e usciti per un passo successivo, dopo un breve errare fra altre groppe, chi venne ad attrare l’attenzione di Foscarino fu la lama lucentissima del mare.
L’Oceano Pacifico, fra la seghettatura delle vette sempre più basse, prese a tremolare riverbando luci grigio-azzurre che illuminavano dal basso una cortina caliginosa, pendula sulla cornice di cime che l’apparecchio s’apprestava a cavalcare. Al verde intenso dei valloni interni successe l’aridità della roccia via via sempre meno macchiettata d’arbusti.
“Ultime tracce del deserto salnitrero che si stende a nord”, scrisse il motorista vedendo con quale sorpresa il ragazzo osservava la catena delle ultime montagne brulle e quasi calcinate. Non fu che una rapida visione perché l’aereo, continuando ad abbassarsi, filava ora lungo la costa frastagliata, a volte scoscesa e spesso incisa da spaccature, entro cui cominciavano a distinguersi i villaggi.
Valparaiso poteva ben dirsi, come la battezzarono i navigatori scesi da Panama, Valle del Paradiso, quando il genovese Pastine ne iniziò la fondazione, dopo il succedersi delle aride riviere desertiche. Fra colline amene, la bella città cinta di verde, che pare si voglia modellare sulla patria del fondatore, cominciò a profilarsi con le spiaggie di Concon, di Viña del Mar, fra una seminata di ville. Il tenue arco del porto s’era sviluppato appena in tutta la sua ampiezza, popolato di navi, allorchè l’apparecchio, individuato il campo, prese terra.
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